Racconto vincitore del 2° premio del Concorso di narrativa (IV Edizione) bandito da "Future Shock". CACCIATORI di Piero Gai L' acqua cristallina scorreva gaia nel ruscelletto. L' erba, verdissima, si agitava pigramente seguendo il ritmo del vento tiepido. I caprioli si avvicinarono al piccolo trotto, lo sguardo attento, pronti a fiutare odori estranei. Una scena quasi irreale, tanta pace ispirava quel luogo. Pochi metri più in là, Curl osservava gli animali con l' acquolina in bocca. Si era pazientemente costruito un perfetto nascondiglio, nei giorni precedenti, sfruttando una crepa nella roccia adeguatamente mimetizzata con fronde e muschio: tutti i movimenti della futura cena erano sotto controllo. Assaporò in anticipo il gusto della carne appena cotta, tenera e succulenta, ma s' impose di resistere sino a quando non fossero stati più vicini. Accanto a lui, Amayo tremava. Era la prima volta che seguiva un cacciatore esperto e, a differenza del compagno, non riusciva minimamente a dominarsi. Era uno degli ultimi giovani rimasti e Curl lo aveva accettato con sè, seppur di malavoglia, nel tentativo di trasmettergli tutte le innumerevoli astuzie apprese di stagione in stagione. I rischi erano enormi, e neppure ricordava il numero esatto degli apprendisti le cui ossa erano rimaste sotto il muschioso suolo della foresta. La bestia in testa al gruppo, uno splendido maschio, si avvicinò alla polla di un blu profondo. Curl strinse più forte la lancia. Ancora un attimo, un altro ancora.... Fu un lampo; il capriolo abbassò la testa, i due cacciatori scattarono, mirando tra collo e spalla. Ma, senza alcun preavviso, una luce biancastra squarciò l' aria tersa. Prima ancora di capire, i riflessi del vecchio predatore reagirono: compì una capriola lateralmente, mentre il branco si dava alla fuga. Non perse tempo a guardare quanto restava di quello che era stato il suo allievo. Coperto di sudore gelido, si diede alla fuga pazzamente, nell' oscurità della foresta. Non ebbe neppure bisogno di guardare alle proprie spalle, per indovinare due alte figure nere e verdi, le esili zampe chitinose serrate intorno a lunghi bastoni lucenti. Da uno di essi, era arrivato il lampo che aveva ridotto il povero Amayo ad una carcassa fumante, come, tanto tempo prima, quasi era accaduto anche a Curl. Non c' erano segreti, per lui,
lungo quel sentiero. Mentre fuggiva a perdifiato,
saltando radici a fior di terra e schivando i rami bassi
nel buio crescente, i ricordi sepolti nella sua mente
esplosero irrefrenabili. Continuò senza risparmio,
mentre sassi e spezzoni di legno gli ferivano i piedi ed
il sangue rosso colava sulla pelle abbronzata. Rivide lo
strano uccello scuro, sempre più grande nel cielo
azzurro. P Gli sfuggì una smorfia: un paio li avevano eliminati, è vero, ma la reazione era stata talmente violenta da polverizzare un intero costone roccioso, inclusi quanti vi si erano appostati in agguato. Il fiato si fece affannoso, ma non abbastanza da impedirgli di udire il sinistro fruscio alle spalle. Non si voltò neppure quando la solita lingua di fuoco bianco gli sfiorò le gambe, carbonizzando il tappeto di aghi di pino. Altre tre volte credette fosse finita, ma, in tutte le occasioni, il terreno accidentato e la varietà degli ostacoli rovinarono la mira agli avversari. Ora, doveva giocare tutte le proprie carte. Sbucò in una radura allo scoperto e, forzando le ultime energie nelle gambe, schizzò come un proiettile. Occhi che bruciano, sangue in bocca....le ginocchia si piegano, ancora uno sforzo...i polmoni scoppiano, non respiro... due metri, un metro... "Finito?". "Stavolta sì". Il tenente Robert Masterson si avvicinò alla figura rattrappita a terra. Povero diavolo - pensò - credeva di avercela fatta di nuovo. Passò una zampa chitinosa, pietosamente, sul cadavere rattrappito, poi volse gli occhi al cielo. Verso quella distesa azzurra che, ere prima, i suoi antenati avevano solcato verso l' ignoto. I suoi, e gli antenati di Curl. Sull' orlo dell' estinzione, gran parte della sopravvissuta razza umana aveva lasciato il sistema solare d' origine per sfidare lo spazio. Era stata accolta con curiosità, ma senza malanimo, da numerose specie diverse legate tra loro da profondi rapporti d' amicizia. Invece, l' istinto di sopraffazione, impetuoso nelle loro vene, aveva portato gli uomini ad aggredire i loro anfitrioni, creature infinitamente vecchie, sagge e potenti. La guerra aveva infiammato l' universo intero, tra intelligenze superiori, ma riluttanti all' uso della forza, e spietata determinazione terrestre. Alla fine i contendenti, esausti, avevano cercato e trovato un accordo per garantire una pace duratura. Era iniziato il più colossale esperimento d' ingegneria genetica mai tentato, scegliendo una forma unica - la migliore, secondo gli studiosi di tutte le razze - incorporante le caratteristiche fondamentali di ciascun popolo. Basta con lotte etniche, ideologie contrastanti, integralismi religiosi portatori d' odio. Le nuove creature avevano assimilato tutto lo scibile a loro disposizione, garantendo agli altri organismi, ancora in fase di sviluppo su mondi lontani, l' autogestione sino al momento di scegliere liberamente la propria sorte: entrare a far parte della grande fratellanza, oppure limitarsi a rapporti sporadici, in una sorta di libertà vigilata. Solo in un caso, era stata decisa un' eccezione. Masterson ed il suo collega, il sergente Garrett, guardarono a disagio la loro ultima vittima: il richiamo delle proprie antiche origini, era ancora fortissimo. Non tutti gli uomini avevano partecipato a quella remota fuga galattica, dalla quale tutto aveva avuto origine. Alcuni si erano dispersi nello spazio. Altri erano rimasti su un pianeta poco a poco tornato abitabile. Erano regrediti ai gradini più bassi della civiltà, ma mantenevano acceso dentro di loro quel tremendo fuoco che aveva quasi incenerito il cosmo circostante nel raggio di anni luce. Loro erano l' eccezione incontrollabile, il pericolo da cancellare una volta per tutte prima che l' evoluzione li fornisse ancora una volta dei mezzi per polverizzare interi sistemi solari. "Anche questa è fatta - visibilmente scosso, Masterson tentò di rifugiarsi nella routine della missione - ed è stato veramente un osso durissimo. Adesso dobbiamo ripulire l' emisfero sud". "Non riesci ancora ad abituarti, vero?". Il tono di Garrett era ugualmente lugubre. "Sai benissimo che non è più nella nostra natura uccidere a sangue freddo e cosa comporta trasgredire a tale norma. Ma qualcuno lo deve pur fare. Non si dovrà mai più ripetere l' antico orrore". Il suo compagno meditò a lungo; si riscosse con un brivido, iniziando a raccogliere legna tutt' intorno. Masterson non disse nulla; quel gesto meritava il massimo rispetto. Quando la pira fu completata, Garrett vi depose il cadavere di Curl ed appiccò il fuoco. Solo allora, parlò. "Pericolo o non pericolo, nelle nostre vene scorre il loro stesso sangue. E resterà unito per l' eternità". Il comandante sospirò, mettendosi sull' attenti. Non c' era retorica in quel gesto, lo sapeva bene. Si sarebbe comportato anche lui allo stesso modo. Sorrise amaramente; chissà se qualcuno si sarebbe preso quel disturbo anche nei loro confronti? Già, perché la loro sorte era segnata dal più crudele ed ironico dei paradossi. Il premio degli "eroi dello spazio" era la morte, lontano dalla propria famiglia, per la pietosa mano dei compagni. Prima che la pazzia di cui portavano il germe li uccidesse in modo tanto lento quanto atroce. Era stato l' estremo rimedio voluto dagli antichi creatori ad evitare il ripetersi dei massacri del passato: una struttura cerebrale incapace di tollerare le sollecitazioni emotive di azioni violente, a garanzia di una pace duratura. Solo modifiche introdotte dall' esterno, per ragioni di sicurezza estrema, rendevano possibile aggirare tale limite; il processo innescato, era comunque irreversibile. A prezzo del sacrificio del volontario, dopo un' interminabile agonia. Masterson attese pazientemente, sino a quando la brezza disperse le ceneri. Il loro compito sarebbe stato ancora lungo, prima nell' emisfero sud, poi sul satellite naturale del pianeta, ove potevano essere rimasti superstiti tecnologicamente più avanzati, infine, se avessero resistito abbastanza, nella fascia degli asteroidi, seguendo le antiche rotte ove molte navi terrestri erano andate perdute. Il vento caldo lo carezzò quasi con compassione, portandogli in dono aromi e fragranze rimasti impressi indelebilmente nella matrice del suo codice genetico, nonostante le alterazioni subite. Il peso che gli gravava sul cuore, cadde di colpo. Sia lui che Garrett erano vicinissimi alla fine, lo sapevano bene. Eppure, il destino aveva loro concesso un' ultima ricompensa; la più inaspettata, ma, per questo, la più dolce. La loro esistenza sarebbe terminata dove tutto aveva avuto inizio, il luogo il cui marchio non era mai stato possibile cancellare dalla memoria della nuova razza. Erano finalmente tornati a casa. Questa volta, per sempre. |
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