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Racconto vincitore del 1° premio "Future Shock" - VI Edizione

Il colore del tempo

                        di       Alberto Cola

Bianco.

E’ qui che sono morto per la prima volta.

E non è stata l’ultima.

Sudore. Senza sale.

La voragine del sogno, per un istante, sembrò schiudersi, pronta a inghiottirlo di nuovo. Aprì gli occhi. Una goccia di sudore scivolò verso il basso usando i bacini delle rughe, passando a lato del suo occhio destro, planando lungo la guancia scavata, fin sulle labbra.

La leccò via centellinando nella mente il senso di déjà vu.

Non aveva sapore.

Grigio. Tutto ciò che aveva intorno era di quel colore. Non un centimetro della cabina era stato lasciato indenne dal ricevere qualcosa, in onore alle nuove direttive che predicavano l’essenzialità degli spazi. Nel suo insieme l'accoglienza di quel buco - al momento non gli veniva una definizione più adatta - non era certo superiore a quella di una cella di massima sicurezza su di un satellite del braccio esterno.

L’unico lusso che si era concesso consisteva in un libro e nella vecchia cornice di tek che racchiudeva la foto di Valerij, sbiadita da mille viaggi. Valerij aveva tre anni, e sorrideva. Era l’unico ricordo di suo figlio che portava con sé, quasi un baluardo contro gli anni di liti e incomprensioni. Non aveva mai voluto che Valerij intraprendesse la carriera militare, ma era dura combattere contro la sua cocciutaggine, e soprattutto contro l’immagine di se stesso che aveva costruito negli anni; un’immagine fatta di medaglie e vittorie e che inevitabilmente riempiva gli occhi di ogni bambino.

Ora del suo passato non sapeva che farsene, inseguito da quella gloria così simile a un muto rimprovero. E in più aveva perso anche Valerij, inghiottito da quella maledetta… cosa.

Irina non lo aveva mai capito. Né perdonato.

Doveva toccare a me, non a lui.

Si massaggiò le tempie in modo ripetitivo, quasi ipnotico. Negli ultimi giorni il ronzìo sordo del dispositivo si era attenuato, o molto più probabilmente era lui che si era abituato a quel brontolìo nella testa.

Buttò le gambe fuori dalla branda, meccanicamente. Non si sentiva molto bene, ma era una condizione comune. Il dottore si affannava a ripetere che la causa era dovuta ai processi neurali che si adattavano alla nuova situazione, ma negli ultimi giorni anche lui aveva perso molta della sua credibilità. Sembrava soffrire come gli altri e soltanto questo, più di tutti i calmanti distribuiti in giro come mance generose, contribuiva a dare sollievo all'equipaggio, unito in una sorta di cinica rivalsa.

- Ammiraglio? - gracchiò il primo ufficiale attraverso il comunicatore.

- Sì?

- Siamo appena usciti dalla bolla luce e procediamo a metà potenza, signore.

- Tra cinque minuti sarò lì Dimitri, mantenga la rotta.

Non voglio essere di nuovo qua fuori.

Indossò l’uniforme cercando d’ignorare mostrine, medaglie, riconoscimenti senza valore. Staccò con cura la Croce di Halley dal petto e la posò vicino alla foto di Valerij.

#Ammiraglio Viktor Bondasenko. Per i servigi eroici resi all’Alleanza#.

C’era scritto.

Un eroe.

Combattendo contro il senso di nausea, uscì dalla cabina il più in fretta possibile.

* * * 

Dimitri Kodiev scrutava pensieroso l’ologramma tattico. I codici di ogni singola nave comparivano a mano a mano che le stesse emergevano dalla bolla luce. Lo schieramento prese lentamente la forma di una farfalla: ampio ai lati per dare la massima protezione al centro dove la Theoria, l’ammiraglia, campeggiava solitaria in attesa che le torpediniere di scorta si allineassero.

La sala controllo prendeva per intero il ponte: un semicerchio invaso da console, appena sotto l’enorme schermo che al momento riproduceva perfettamente la visuale di prua della Theoria. Dimitri emise un sospiro osservando il personale operativo che si agitava, indaffarato e nervoso.

Sono tutti assurdamente giovani, pensò.

- C’è puzza d’accademia, vero Dimitri?

Il primo ufficiale si mise sull’attenti. - Mi scusi ammiraglio, non l’avevo sentita arrivare. - Poi, come dando voce a un pensiero troppo grande per essere trattenuto, aggiunse: - Non proprio un equipaggio esperto, signore.

- Non preoccuparti Dimitri, avranno il tempo di farsi un nome, almeno spero. Devi essere un po’ più ottimista nei loro confronti. Se non hai fiducia se ne accorgeranno.

L’ingegnere tattico, un ragazzo basso e robusto dall’espressione perennemente dispiaciuta, alzò il capo richiamando l’attenzione di Kodiev. - L’emersione dalla bolla luce è stata completata, signore. Abbiamo perso due navi per guasti alla propulsione: una corvetta rifornimenti e la Venice.

Quella era una brutta notizia. La Venice era la seconda nave per potenza di fuoco dello schieramento euroafricano, e anche se fosse stata riparata in fretta il suo nucleo, isolato dagli altri, non sarebbe stato in grado di creare una bolla sufficiente a farla arrivare lì prima di tre o quattro giorni.

- E la Palla? - chiese Kodiev. In gergo chiamavano così la JH/221, l’oggetto misterioso della flotta; una nave talmente inaccessibile e nuova da non avere un nome, tanto era uscita in fretta dai cantieri.

- E’ emersa circa un minuto fa, signore.

- Meglio tardi che mai. - Kodiev si voltò verso Bondasenko. - Credo manchi poco al briefing, ammiraglio.

- Sì.

Viktor osservò con attenzione lo schermo dove nel frattempo il computer aveva impostato la visuale di poppa della Theoria. Soltanto una leggera luminescenza circolare restava della bolla luce, e presto anche quella sarebbe stata inghiottita dal buio, simile a un’idea priva di un profilo esatto, troppo difficile da imprigionare con lo sguardo.

- Sai cosa fare, Dimitri - disse prima di andarsene.

Kodiev tornò a fissare l’equipaggio del ponte. Ogni rumore cessò.

- Inoltrare l’ordine alla flotta - ordinò con una sicurezza fasulla, e per un momento il sipario nero dello schermo sembrò sospendere in aria le sue parole. - Navigazione in stato di massima allerta, fino a nuovo ordine.

* * *

- Cazzate.

Ben Halleck, comandante dello schieramento euroafricano, unì le dita davanti a sé e osservò con una lunga occhiata il resto del tavolo. Il mozzicone di sigaro che aveva in bocca si fermò.

- Lo ripeto: cazzate. - Il mozzicone riprese ad agitarsi e Halleck gettò i fogli che aveva in mano in mezzo al tavolo, dopodiché puntò gli occhi sul responsabile scientifico, senza emozione. Tutto quello che aveva da dire era in quello sguardo. - Viktor, perdio, di’ qualcosa a questo tizio!

Viktor Bondasenko annuì, tenendo gli occhi bassi. - Vede, dottor Nakhase, chi comanda queste navi ha raggiunto una considerevole età ed esperienza, migliaia di ore di volo e di queste qualche centinaio spese in combattimento nello spazio. Ora, ci troviamo ad affrontare un nemico con una flotta di ottantadue navi, di cui più della metà sono navi cargo adattate con armamenti riciclati e il resto, almeno in buona parte, sono navi fuori produzione che hanno sugli scafi una lunga inattività, nei casi migliori. La Theoria stessa era stata adattata a museo. E noi dovremmo lasciar decidere la strategia di battaglia, e quindi la nostra sorte, a un computer?

Con un leggero colpo di tosse il comandante Ikan Mise, responsabile dello schieramento panasiatico, attirò l’attenzione per la prima volta da quando, mezzora prima, era iniziato il briefing.

- Lei deve capire, dottore, che noi crediamo nella magia del nostro intuito quando navighiamo tra le stelle; la pelle sente in modo diverso, comunica con il vuoto e l’abilità dell’uomo si basa proprio su questa strana alchimia. I numeri che invece sono alla base del suo computer, non ce l’hanno.

Nakhase richiuse lentamente la relazione che aveva invano cercato di illustrare. Si tolse gli occhiali e prese a strofinarsi gli occhi, senza ricavarne alcun beneficio.

- Qualcuno di voi ha visto le immagini della battaglia di Eridani? - chiese, ben conoscendo la risposta. Ai comandanti della flotta erano state fatte vedere soltanto poche foto. Dopo qualche secondo di silenzio, inforcò gli occhiali e proseguì: - Bene, credo sia il momento per voi di vedere da vicino cosa stiamo andando ad affrontare. Poi trarremo le conclusioni.

Le luci si abbassarono e sullo schermo, alle spalle di Nakhase, comparve l’immagine ripresa da una boa spia. La costellazione di Eridani campeggiava sullo sfondo, e a breve distanza le forme lunghe e affusolate delle navi che costituivano la flotta riunita delle varie alleanze, si stagliavano come stendardi scuri e lucenti. Lì c’era il meglio di quello che la Terra potesse offrire, sia dal punto di vista tecnologico che umano.

Il cuore di Viktor per un istante sembrò voler uscire dal suo petto. In mezzo a quello sciame c’era la Blaze, la nave di Valerij.

Improvvisamente una porzione dello spazio divenne più scura, se possibile, con le stelle che parvero allontanarsi cambiando prospettiva, come se qualcosa fosse stata capace di mutarne la posizione curvando lo spazio intorno ad esse.

Poi apparve.

Il buio iniziò a bruciare, ma era un fuoco senza una forma definita. Solo una valanga di terrore che entrava nella mente, e montava, avvinghiata a ogni piccola emozione che ogni uomo era capace di esprimere, stritolando la speranza, senza sosta.

La cosa divenne opaca e ancora più enorme, poi lucida, abile nel riflettere persino i pensieri altrui. Era come una trappola, imperturbabile e paziente; vi si potevano leggere i millenni in quei bagliori spenti che emetteva a intervalli irregolari, così come la pazienza infinita, in attesa d’incontrare una preda lungo il suo viaggio, diretta chissà dove.

E la preda arrivò, inevitabilmente.

La flotta si avventò come un unico artiglio, capace di distruggere un intero sistema in un sol colpo, eruttando fiammate simili a benedizioni e violentando il vuoto con le scie bianche delle testate.

La cosa appariva incuriosita da tanta attività. Per un po’ giocò perché, era nella sua natura, non conosceva stanchezza, così come la clemenza. Poi il gioco finì e grandi settori dello schieramento alleato scomparvero all’interno delle massicce onde trasparenti che emise, lasciando dietro di sé soltanto detriti non più identificabili.

I resti della flotta si dispersero in cerca di una via di fuga che non c’era. Tentacoli bui inseguirono nave per nave, fondendo il metallo con l’essenza stessa che li creava. Infine, anche la boa spia smise di trasmettere.

Nakhase tornò a fissare i presenti. - Conoscevate tutti l’ammiraglio Corréard, al comando della flotta - disse. - Anche lui, probabilmente, credeva nella magia dell’intutito, nell’istinto e in tutto il resto. Ora quella flotta non esiste più, e questo è l’unico dato di fatto sul quale dobbiamo basare le nostre azioni future.

Halleck, con un gemito, chiese: - Ma cos’è? Non ho mai visto niente di… di…

- Non lo sappiamo - l’interruppe Nakhase. - Così come non sappiamo di cosa è fatto, o fatta, da dove arriva, dove va e perché. L’unica cosa conosciuta è che siamo sulla sua traiettoria. Ora - riprese la relazione che aveva davanti a sé, - durante gli studi sull’interazione luce/materia, necessari per rendere ancora più efficienti le bolle luce, in modo da procedere su distanze maggiori, qualcuno ha scoperto che esiste uno sfasamento temporale non quantificabile a priori. Tra l’emissione d’entrata e quella d’uscita, in poche parole, se vengono applicate certe variabili è possibile focalizzare quello sfasamento e indirizzarlo a nostro piacimento.

- E’ soltanto una teoria? - chiese Mise.

- Non proprio. I test di laboratorio hanno identificato…

- Un laboratorio non è lo spazio aperto, dottore - intervenne Viktor con un tono che non ammetteva repliche. - E comunque, visto che non abbiamo molto tempo, farebbe meglio a saltare la parte teorica e dirci cosa dobbiamo fare.

Nakhase, per la seconda volta, si tolse gli occhiali. Dall’oblò alla sua destra le stelle sembravano fulgide e lontane; si domandò se era giusto chiedere a quegli uomini di fare da cavie, ma non c’era scelta.

Nessuno ne aveva una: né lì, né sulla Terra.

- Bene - riprese dopo aver indugiato alcuni secondi. - La JH/221, la Palla, come la chiamate voi, è un’accumulatore di singolarità luce, talmente potente da controllare al suo interno una bolla luce fino allo stadio in cui si verifica lo sfasamento temporale, mantenerlo stabile e deviare l’energia all’esterno per un raggio di circa 0.4 parsec. Almeno, secondo i calcoli, questo dovrebbe essere il massimo raggiungibile. Il risultato, è che ogni cosa inorganica colpita dallo sfasamento ritorna a un livello temporale preaccumulo, anche se non è stato possibile quantificarne la regressione. Per quanto riguarda la componente organica, ad ogni singolo membro degli equipaggi è stato impiantato un frequenziatore che usa una banda diversa per poter recepire l’energia, così da adattarsi allo sfasamento e seguire la regressione generale. Il computer della JH/221 è collegato ad ogni nave. Nella sua memoria ha immagazzinati centinaia di schemi di attacco e tutte le possibili varianti teoriche e pratiche maturate in anni di guerra nello spazio. Sceglierà approcci strategici dettati dal momento e dall’atteggiamento e posizione del nostro avversario; quando l’operatività della flotta scenderà al di sotto del venticinque percento, partirà in automatico l’utilizzo dello sfasamento prodotto dalla singolarità. Torneremo ad affrontare il nemico, e il computer deciderà una nuova strategia avendo immagazzinato i tentativi precedenti, percorrendo tutto il ciclo del database, se necessario, fino a che non troverà quella giusta.

Viktor sollevò un sopracciglio e rivolse a Nakhase un sorriso ironico. - Ciò è davvero poco scientifico, dottore.

- Non abbiamo altra strada, e comunque…

- Mi perdoni. - Halleck si alzò in piedi e prese a stirare la divisa con lenti movimenti delle mani. - Devo tornare sulla mia nave e spiegare agli uomini al mio comando che…, vediamo se ho capito bene, dottore: noi torneremo indietro nel tempo dopo ogni tentativo di attacco fallito, per riprovare con variabili diverse?

Il volto di Nakhase fu attraversato da una maschera di rassegnazione. - In teoria, se vogliamo semplificare, è così.

Halleck si diresse verso l’uscita della stanza con un’andatura particolarmente rigida. Prima che la porta potesse richiudersi alle sue spalle, si voltò verso Nakhase e disse: - Tutte le teorie del mondo sono sbagliate, ecco la mia teoria, dottore.

* * *

Lo spazio sembrava altrove, eppure era lì.

E’ sempre così nel momento del battesimo del fuoco. I sensi che mutano in una valanga, ribelle e inarrestabile.

Viktor sentì esplodere nella testa una bolla di vuoto, sintomo del dolore che stava per arrivare. Lo conosceva bene, oh sì, e i suoi pensieri corsero ai ragazzi della nave perché per loro tutto, inevitabilmente, doveva sembrare lontano, perso.

Non era tanto per quelle sensazioni che filtravano da chissà dove, e nemmeno per il cuore in stallo, o il sudore dappertutto: ogni goccia un dito ghiacciato che scandiva il battito della

paura

Sì. La paura.

Il peggio era sapere d’essere impotenti. Alla deriva, sfiorando il margine sconosciuto di qualcosa che - un’ammissione? - era troppo grande.

- Dimitri! - Viktor tentò di rialzarsi, ignorando le macchie di sangue sul pavimento. Doveva aver battuto la testa. - Dimitri! - ripeté urlando. Per qualche secondo, in risposta ottenne solo grugniti e grida di aiuto.

- Sono qui, signore.

Finalmente.

- Aggiornami.

- Siamo al quaranta percento, impossibile avere rapporti dai ponti. Tra qualche secondo il sistema ausiliario dovrebbe…

Tornò la luce e i neon d’emergenza si spensero con un fiotto che lasciò dietro di sé una debole scia verde. Contemporaneamente lo schermo principale si rianimò, non appena l’energia prese a incanalarsi di nuovo nei conduttori del ponte.

Quello era stato il primo colpo, e mezza flotta era andata in frantumi.

- Vediamo di ricalibrare i sistemi, in fretta. Voglio una rotta che tagli al centro del flusso dei resti della flotta.

- Signore, il sistema di propulsione è in automatico e ci sta portando fuori dallo schieramento, credo sia una diagonale di fuga. - Kodiev s’interruppe un attimo, come per un’esitazione. - Ora è il computer della Palla a gestire le funzioni primarie.

- Ma che gli prende, così saremo più visibili!

L’attenzione di Viktor fu richiamata dalla luminosità di un monitor che per tutto il viaggio era stato coperto da un pannello blindato, ora slittato di lato.

E’ il sistema di collegamento con la Palla. Si autoattiva.

Si domandò cosa stesse facendo Nakhase in quel momento.

Le lettere lampeggiavano, simili a un monito.

Integrità parametri flotta: # 42% #

Singolarità attiva

Stand by

Viktor cercò d’ignorarlo.

- Dimitri, abbiamo ancora il controllo delle testate?

- Non delle potenziate, solo le standard. Il sistema di puntamento è fuori uso, signore.

- Sbaglio o dovremmo avere un tattico capace di procedere con il puntamento manuale? Lo faccia muovere.

Lo schermo si riempì di luce e sul ponte tornò il silenzio. Neanche un respiro di fronte a quella massa disfatta e priva di forma che lentamente inghiottiva la prua annerita della Theoria. Era come evadere dal corpo e osservare la scena dall’alto, da una direzione qualsiasi. Irraccontabile.

Nella massa in cui la Theoria stava affogando, rilievi di altri corpi si stagliavano immobili; forme inesatte e testimonianze mute di altre vittime, di altri spazi, piccole stelle, persino.

Viktor vide transitare davanti ai suoi occhi la fiancata impallidita di uno scafo. Un graffio di vernice, ancora leggibile. Blaze.

Il cuore, prigioniero di un conato di pazzia.

Integrità parametri flotta: # 31% #

Singolarità attiva e in fase di accumulo

Stand by

- Ormai gli siamo dentro. Fuoco, Dimitri!

Si aggrappò alla balaustra, in attesa di vedere sparire quello spettacolo blasfemo, e pure se stesso in un impeto di vigliaccheria che aveva tanto il sapore d’una liberazione.

Perdonami, Valerij.

L’effetto non ci fu. Tutti guardavano lo schermo, come intontiti. Poi lo scafo della Theoria iniziò a gemere, insieme agli uomini che presero a saltar via dalle postazioni, senza un posto in cui fuggire, ma solo perché è impossibile trattenersi mentre si sta per morire.

Integrità parametri flotta: # 30%

Ipf: # 29% #

Ipf: # 28% #

Ipf: # 27% #

Ipf: # 26% #

Ipf: # 25% #

Ipf: # .nc. # Singolarità - ON

Attenzione: terzo ciclo database strategico concluso.

Cinque secondi all’inizio del quarto ciclo completo.

1, 2, 3, 4, 5…

Tattico iniziale: emersione bolla luce

coordinate 75,1.p8

Viktor avvertì l’impulso irrefrenabile di mettersi a ridere; una scheggia di eternità prima che tutto ciò che - era stato/era/sarebbe diventato - iniziasse a dissolversi nel buio, perché lì nulla poteva essere vero.

Anche quell’unico sollievo gli fu negato.

Non possiamo vincere, lo sapevano. E questo è l’unico modo per tenere questa cosa lontana.

Neanche un istante per pregare. Per me. Per gli altri.

Dio mio, da quanto tempo siamo qui?

Bianco

Alberto Cola è nato a Tolentino in provincia di Macerata il 30 novembre del 1967. Amministratore immobiliare, divide il suo tempo tra scrittura e lettura, le sue passioni; in particolar modo adora scrittori come Mishima, Le Carre', Stout, Baricco, King ed Ellroy. Tra gli altri, ha vinto i premi Alien, Courmayeur, Akery. Suoi racconti sono stati pubblicati in varie antologie: "I mondi di Delos" dell'Editoriale Garden; "Futuro Europa", rassegna europea di science fiction della Perseo Libri; "Millemondi -Strani Giorni" della Mondadori; "Carri Futuri" della Editrice Nord; "Il ritorno del Re" de Il Cerchio e "Sette anni alieni" di Solid. Inoltre suoi racconti sono apparsi nella riviste "Futuro News" della Fanucci e "Strane Storie" de Lo Stregatto Editore. A dicembre uscirà il suo romanzo Goliath per la Solid Books.