Racconto vincitore del 3° premio della V Edizione ULTIMO SPETTACOLO (dis. di D.Cattaneo) di Piero Gai La sveglia, buon Dio. Gli pareva d'aver appena
appoggiato la testa sul cuscino, e già era ora di
alzarsi. Si trascinò fuori dalle coperte, iniziando a
battere i denti per il freddo. Nel suo bilocale, le
comodità erano ridotte a zero. Del resto, era poco più
che un dormitorio. Lanciò uno sguardo dalla finestra,
mentre attendeva che il caffè si scaldasse; il buio era
totale, con nuvole cupe appena avvertibili sopra
l'orizzonte. In strada, le luci di lampioni, insegne e
delle sempre numerose auto, rendevano Di fronte allo schermo del computer, mentre con lo scanner ascoltava abusivamente le frequenze delle forze dell'ordine - prassi comune, per ottenere in tempo reale le informazioni di "nera" - si rodeva spesso il fegato. Ne aveva viste troppe, e troppo grosse, per reprimere il totale disgusto che provava. In gioventù, avventatamente, aveva provato a lottare; si era accorto a proprie spese che, da soli, si finisce sempre isolati. Si era guadagnato l'ostracismo della categoria, forzatamente rientrato quando aveva trovato le conoscenze giuste per sfondare. Aveva ricambiato con cordiale disprezzo la palese sopportazione forzata che lo circondava. Il peso che gli gravava addosso lo accompagnava sempre in tutta la giornata, durante la pausa pranzo, nella stesura dei testi, nella redazione dei titoli, sino alla chiusura della pagina. Con insofferenza, sistemò gli ultimi venti moduli riguardanti l'ennesima attribuzione di un premio pseudo-culturale al politico di turno. Cambiavano i protagonisti, ma il sistema rimaneva lo stesso; ne aveva scritto decine e decine di volte. Quando rientrò nello squallido appartamentino, sistemò poche stoviglie sul tavolo. Mangiò un boccone, servendosi abbondantemente alla bottiglia di vino rosso acquistata appositamente. Gli faceva male, ma non gl' interessava minimamente. Chi se ne frega del mal di fegato e del cerchio alla testa, il mattino successivo? Ingerì un paio di pillole per dormire, quindi si trascinò a letto, esausto. * * * Robert Brooke aperse gli occhi con il sole già alto all'orizzonte. Era la sua grande giornata; si sentiva galvanizzato sino al midollo. Dalle finestre dell'albergo al centro di Auckland, poteva scorgere nel cielo rosato, l'inconfondibile atmosfera del mattino dell'estate australe. Scese le scale prima di tutti i compagni, pronto per il breakfast. Era il più giovane del gruppo, e si vedeva. Non riusciva a dominare la felicità e l'agitazione: dopo tanti sacrifici, dai primi tentativi in età infantile, al lungo apprendistato nel corso del tirocinio scolastico, aveva realizzato il suo sogno. Quel pomeriggio, la maglia nera numero otto degli All-Blacks, l'avrebbe vestita lui. Avrebbe guidato l'haka d'apertura nel silenzio religioso dello stadio, di fronte alle odiate maglie gialle dei tradizionali rivali australiani. Avrebbe condotto il pacchetto di mischia nel ruolo più delicato, quello di terza linea regista dell'intero schieramento: non si sentiva blasfemo, pensando al quell'impegno come a qualcosa di sacro. Per tutti i suoi compatrioti, lui ed i suoi compagni non erano una semplice nazionale di rugby: erano il simbolo stesso dell'unità nazionale, di un intero popolo. Si sentiva prontissimo ad onorare a fondo la loro fiducia e rispetto e quella dei selezionatori, che lo avevano convocato per l'atto decisivo del torneo "Tri-Nations". Fletté i muscoli, iniziando a ripassare mentalmente, per la prima di numerosissime volte, gli schemi messi a punto dall'allenatore nei giorni precedenti. Con le dita, sostò sulle cicatrici di mille battaglie agonistiche che gli solcavano il volto, la testa e le orecchie. Sfiorò il setto nasale deviato da un colpo maligno, e ripensò a tutte le fratture rimediate alla sua ancor giovane età, per inseguire un sogno. Non aveva recriminazioni; anche se non fosse riuscito a realizzarlo, si sarebbe comunque sentito onorato ed appagato di quel che, con le sole proprie forze, era riuscito a conquistare..... * * * - Salve, Attilio.... Il pesante ansimare rendeva difficoltosissima la comprensione delle parole. Con calma, si rivolse verso il visore laterale dello studio. Per fortuna, c'era ancora sufficiente energia. Anzi, ce ne sarebbe stata anche dopo di lui... - Andrea, che sorpresa.... Il sarcasmo era quasi d'obbligo, tra loro. Si sentivano perlomeno una decina di volte al giorno, quando l'oscurità e la solitudine divenivano insopportabili. Osservò con attenzione la faccia del vecchio all'altro capo dello schermo, congestionata nello sforzo di inspirare una boccata dell'ossigeno contenuto nelle bombole sempre a portata di mano. - Ancora problemi con i polmoni sintetici? - Stanno andando a pezzi, come il resto. Ne ho ancora un paio a disposizione, ma dubito che i robomedici siano oramai in condizione di funzionare così bene da procedere al trapianto. Inoltre, temo di essere un tantino troppo logoro per sopportare espianto e sostituzione. Sotto ai pochi capelli rimasti, le gote violacee e gli occhi iniettati di sangue per le ricorrenti rotture dei capillari formavano uno stridente contrasto con il pallore cadaverico. - E le tue protesi? Attilio tentò di sorridere, per quanto gli permetteva l'emiparesi sul lato sinistro del volto. Erano ridotti a scambiarsi notizie sui reciproci malanni, come due pensionati qualsiasi: - Quelle uditive, sono un disastro. La sinistra continua a dare segni di rigetto. Lo stesso per l' occhio. Temo si tratti di qualcosa legato più al decorso del male che non ad effettiva incompatibilità. La neo - ciclosporina è quasi terminata.... Lasciò in sospeso la frase, eloquentemente. Tacquero entrambi, persi nei propri pensieri. Un segnale sonoro lo richiamò alla realtà. Anche Andrea lo aveva sentito. - Non ti stuferai mai, eh? Attilio non rispose. Guardò intorno a sé, quello che era divenuto oramai il suo mondo. Non riusciva quasi più a muoversi, per cui aveva adattato alle proprie esigenze, con l'aiuto dei roboaddetti ancora funzionanti, una piccola parte della stazione spaziale. Tutte le risorse residue erano state convogliate là. Del resto, l'enorme struttura aveva riportato danni troppo gravi per poter rimanere attiva altrove, oltre quel minuscolo settore. Rottami e ferraglia erano rimasti gli unici padroni dei locali oramai vuoti e gelidi. I cadaveri del resto dell'equipaggio, erano stati lanciati nello spazio tanto tempo prima. Nell'ampia stanza, enormi bobine televisive giravano senza posa. Altre erano pronte per la riproduzione, altre ancora impilate ed accuratamente catalogate. Ciascuna recava un'etichetta precisa. La più vicina, portava la dicitura ' Emisfero sud - Nuova Zelanda'. Accanto, ronzavano pigramente Australia, Sud Africa... Migliaia di schermi televisivi disposti su ciascuna parete, rimandavano immagini di vita quotidiana tra le più diverse, in continuo cambiamento. Da molto, moltissimo tempo non le osservava più. Era una forma estrema di pudore, di rispetto per l'altrui esistenza. Diede un'occhiata all'esterno. Poteva scorgere, nell'oscurità assoluta, la Luna smozzicata e coperta di detriti meteorici altamente radioattivi, sulla quale, in una cupola sempre meno ospitale, agonizzava il suo collega. Non era veramente un amico: si conoscevano appena, prima di recarsi nello spazio. Il vincolo era nato in seguito, per una circostanza tanto imprevedibile, quanto repentina. Erano gli unici esseri umani sopravvissuti. Si forzò a guardare nel monitor puntato in direzione opposta; la visione della cintura d'asteroidi, ultimo residuo della natìa Terra, ogni volta era uno schiaffo in pieno viso. - Mi sono domandato spesso perché continui a farlo. E' forse un gioco, come quando manipolavi a tuo piacimento gli indici d'ascolto dei programmi? O continui a sperimentare nuove tecniche di persuasione Tv? Oppure... ti senti un piccolo Dio, con il potere di dare e togliere una parvenza di vita? Sospirò. Era abituato da lunghissimo tempo alle frecciate di Andrea. Questa volta, però, sentiva giunto il momento di spiegarsi una volta per tutte. - Quando demmo vita al più grande centro di trasmissione e diffusione Tv orbitale, sai che non si trattava di puro marketing. L'idea di registrare gl'impulsi mentali del più ampio campione possibile della popolazione, per poi influenzarne comportamenti ed abitudini tramite le immagini televisive, era il fine ultimo. Possiamo dire che sto tentando, almeno parzialmente, di rimediare a qualcosa di particolarmente sporco, facendolo diventare totalmente pulito. - Non è solo questo, vero? Nella voce di Andrea, c'era un tono carezzevole, quasi stesse parlando ad un bimbo. Attilio attese un attimo, prima di rispondere. - E' una sola parola: si chiama rimorso. Noi avevamo il monopolio informativo, noi eravamo le massime cariche del Network. Quando il governo lanciò il programma di costruzione di città sotterranee, servendosi per gli scavi delle vecchie bombe termonucleari dismesse dall'uso militare, sapevamo benissimo a cosa si sarebbe andati incontro. Invece di avvisare la popolazione, come nostro dovere, abbiamo chiuso occhi ed orecchi, trasformandoci in luridi pubblicitari per qualche sporca concessione in più. Ringrazio Dio di avermi concesso un'ultima possibilità. Il campione registrato in tutto il mondo, era solamente molto, molto parziale. Ma è stato sufficiente a consentirmi di svilupparlo e rielaborarlo. Nei loro impulsi, quella gente ha racchiusi ricordi, memorie, ma anche idee da realizzare, programmi per un futuro che non ha avuto. Non posso ricreare un pianeta polverizzato, ma posso ridare a parte dei suoi abitanti, seppur scomparsi fisicamente, almeno un giorno di quel futuro che è stato loro negato, nel bene e nel male. Perfettamente coerente con ciò che è stata la realtà sino ad un attimo prima dell'esplosione finale, limitandomi ad inserire di volta in volta piccole variabili trascurabili. E' il mio modo di chiedere perdono, almeno, a quella porzione della loro mente rimasta archiviata nella nostra banca dati. Non un'altra parola venne pronunciata. Andrea ed Attilio si fissarono in silenzio per un tempo che parve infinito. Poi, quasi in sincrono, spensero il visore. Si alzò a fatica dal sedile: la gamba di plastocarne era quasi completamente bloccata, ed i giunti idraulici delle braccia cominciavano a fare le bizze. Sorrise amaramente. Lui, una divinità? Povero diavolo, era più corretto. Le lesioni provocate da calore e radiazioni anche nello spazio esterno erano state tremende. Sia lui che lo sventurato compagno, erano riusciti ad allungare il proprio calvario ricorrendo ai robomedici ed alla tecnologia sperimentale sviluppata lassù, lontano da contaminazioni batteriologiche e, soprattutto, occhi indiscreti. Gli sfuggì una risata, che mutò in rantolo: doveva essere il regalo per pochissimi danarosi ultrapotenti, invece, la sostituzione di arti e parti anatomiche oramai inutilizzabili con similari protesi biomeccaniche, era servita solamente a due fessi sopravvissuti per caso, incapaci di accettare la propria fine. Peccato si trattasse di ritrovati tecnici così delicati e che i pezzi di ricambio fossero oramai terminati.... Si avvicinò zoppicando pesantemente agli scaffali delle bobine. Il ciclo di ventiquattr'ore dell'emisfero sud era terminato. Era tempo di spedirli tutti a nanna, e risvegliare il nord. Fece cenno ai collaboratori meccanici di aiutarlo nel compito oramai divenuto improbo. Mentre i nastri esauriti venivano rapidamente rimpiazzati da nuove bobine, rimase pensieroso un istante. Avrebbe potuto delegare i robot superstiti all'incombenza, ma desiderava fossero le sue mani a riavviare il meccanismo di trasmissione. Era una specie di sacrificio che sentiva di dover compiere personalmente, sino alla fine. Quando fosse giunta, avrebbe affidato ai sistemi automatici la ripetizione ciclica dei nastri. In un certo modo, avrebbe consentito alla gente della quale aveva conservato gl'impulsi elettrici cerebrali, di sopravvivere più a lungo di lui, pagando per quanto possibile il proprio debito. Una scheggia di Terra avrebbe continuato così ad esistere, sino a quando un incidente, un meteorite vagabondo, o, più semplicemente, l' esaurimento dell'energia d'alimentazione, non avessero decretato il termine della trasmissione. Solo allora, anche l'ultimo spettacolo si sarebbe concluso. Per sempre. |
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