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Racconto vincitore del 1° premio "Future Shock" - VII Edizione

Chiara  e  l´Oscuro

(dis. di David Cattaneo)               

                                           di       Fabio  Massa

Quando, come tutte le mattine, la sveglia suonò alle 8:00 precise, Chiara, 26 anni, dopo essersi stiracchiata per bene, infilò nuovamente la testa sotto il cuscino e ritornò tra le braccia di Morfeo, anche se solo per una manciata di minuti. Nel momento in cui si decise a tirarsi su e a poggiare delicatamente i piedi sulla moquette, Laika, il suo pastore tedesco, le diede il buongiorno leccandole la mano e appoggiandole il muso sulle ginocchia. La ragazza passò le dita davanti alla sveglia vocale, che sentenziò "Ore 8 e 11 minuti primi". Doveva sbrigarsi se non voleva far aspettare il ragazzo che, alle 8:45 precise, la passava a prendere.
Chiara era una non vedente, e lavorava come segretaria in una delle tante associazioni per ciechi sparse sul territorio. La luce nei suoi bellissimi occhi verdi si era spenta quando aveva solo 8 anni. Ma rispetto ad alcuni suoi colleghi, lei si considerava già fortunata, perché almeno, anche se per un breve periodo, aveva potuto vedere.
Ricordava ancora quasi tutto: forme, colori, il suo viso da bambina, i lineamenti dei genitori. Conservava quelle immagini nello scrigno della memoria come tesori di inestimabile valore, da far rivere nella sua mente quando si sentiva giù, durante i rari momenti di sconforto.
Chiara era una ragazza molto forte, dotata di un incrollabile ottimismo.
Ovviamente, anche lei qualche volta non aveva tanta voglia di scherzare, ma cercava comunque di essere gentile con tutti, pur non lesinando bacchettate a chi si lamentava senza motivo, o si piangeva troppo addosso per futili motivi. Aveva molti amici, coi quali usciva quasi tutti i week end. Anche se, quando decidevano di andare in discoteca, preferiva restare a casa, ad ascoltare musica classica. Quel frastuono assordante non faceva per lei; e poi, essendosi già giocata gli occhi, voleva almeno preservarsi l’udito.
Da un paio d’anni era andata ad abitare con il suo cane in una piccola casa in periferia, circondata da un giardino sul quale troneggiava una grande quercia secolare. Mentre sul retro, appena fuori dalla recinzione che ne percorreva l’intero perimetro, si estendeva un antico bosco intricato e poco battuto. Quella casa era stato il sofferto regalo dei suoi affezionati e apprensivi genitori, che in cuor loro avrebbero preferito che la figlia rimanesse per sempre sotto il sicuro tetto familiare. Quando però la ragazza aveva sentito il bisogno di costruirsi una propria vita, le avevano donato proprio quella piccola casa, avuta in eredità dai nonni, nella quale si era tanto divertita da piccola. Naturalmente, non passava giorno in cui non le telefonassero per sapere come stava, se aveva bisogno di qualcosa; e a Chiara questa eccessiva premura non dava affatto fastidio. Era la prova evidente che le volevano bene.

Appena tornò a casa dal lavoro, si stese sul divano in soggiorno ad ascoltare un po’ di musica classica, con la fedele Laika accucciata sul tappeto. Nulla le distendeva i nervi come Mozart; era un vero toccasana.

Per Chiara, quello si avviava ad essere un venerdì come tanti, che si sarebbe concluso con un’uscita con gli amici e una lunga dormita per recuperare il sonno perduto durante la settimana: una di quelle che non avrebbe certo ricordato come tra le più eccitanti della sua vita, visto che l’unico fatto degno di nota era stato il forte temporale primaverile che si era scatenato lunedì notte. Così violento che un boato l’aveva fatta svegliare di soprassalto, mentre il cane si era messo ad abbaiare, correndo per la casa, finché Chiara non gli aveva ordinato di tornare sulla sua branda e stare buono.

Lì per lì la ragazza aveva pensato che si fosse trattato di un incidente. Ma visto che infuriava la tempesta, aveva subito dato la colpa a un fulmine, caduto con tutta probabilità nel vicino bosco.

"Dàtti una mossa Chiara! È venerdì e sono già le 8 di sera. Tra poco ti telefoneranno per uscire e tu sei ancora ridottà così. Guarda che loro ci vedono bene" si disse, alzandosi di scatto dal divano. Le piaceva parlare con se stessa, anche se sapeva che era un po’ da sciroccati.

Laika attese pazientemente davanti alla ciotola, mentre Chiara si preparava per l’uscita serale. Come al solito il cane iniziò a guaire per attirare la sua attenzione; e quando finalmente venne il suo turno, mangiò tutto nel giro di un minuto, ingoiando enormi bocconi e presentandosi vicino al tavolo per mendicare qualche scarto.

- Stài buona; appena ho finito ti metto gli avanzi nella ciotola. Se continui a ingozzarti così va a finire che ti devo portare fuori con la carriola. Ma che razza di cane guida sei? - le disse sorridendo.

Laika la ascoltava con le orecchie tese, ovviamente non capendo nulla di ciò che diceva, anche se sapeva che alla fine avrebbe ricevuto altro cibo; il resto, per la cagnona, aveva ben poca importanza. Quella sera Chiara avanzò molta carne; e dopo averla sminuzzata, per togliere eventuali ossicini che potevano far male al cane, buttò tutto nella ciotola e la appoggiò sul davanzale, aprendo la finestra per farla raffreddare più in fretta.

Fu allora che il telefonò squillò. Era sua madre, che le preannunciava la solita visita di sabato in tarda mattinata. Rimasero a parlare per diversi minuti, mentre Laika, sempre più impaziente, osservava la ciotola guaendo e perdendo qualche goccia di saliva. Poi, d’un tratto, il cane passò davanti alla ragazza, tremante, con la coda tra le zampe e le orecchie basse; e una volta raggiunta la sua branda in fondo al corridoio si accucciò con il muso sulla coda.

Conclusa la telefonata, Chiara andò subito a prendere la ciotola sul davanzale, sicura che Laika si sarebbe precipitata. Ma quando la sollevò, notò che era particolarmente leggera. A quel punto infilò una mano dentro e, con stupore, constatò che la carne si era volatilizzata.

- Laika, vieni qui! - le ordinò, Ma il cane non si mosse dalla branda. - Che sta succedendo? - brontolò, mentre si avvicinava a Laika. Si chinò per accarezzarla, e fu allora che si accorse che stava tremando.

Ritirò la mano, quasi intimorita da quello strano comportamento. Tentò comunque di rassicurarla, anche se non capiva a cosa fosse dovuta quella singolare reazione. Ma quando associò le due cose ne dedusse che il cane doveva aver visto qualcosa, o qualcuno, che l’aveva spaventato.

- Chi c’era? Cos’hai visto? Era un uomo, un animale? - Poi si zittì per qualche secondo. - Parlo come se potesse rispondermi. Sono proprio una scema - aggiunse scuotendo la testa; e dopo aver dato una grattata al muso di Laika, si fece accompagnare alla finestra. Il cane la seguì, anche se un po’ titubante. Ma col passare dei secondi prese sempre più coraggio, arrivando a precederla.

Chiunque si fosse impossessato della carne era già lontano, tanto che Laika non lo fiutava più. Chiara, nonostante la sua sensibilità, non aveva avvertito nulla; e neanche ora provava alcuna sensazione. Era solo un po’ confusa e intimorita. Ma trattandosi comunque di un estraneo, umano o animale che fosse, chiuse subito la finestra, abbassando le tapparelle e dando un paio di giri di chiave alla porta d’entrata.

Come il più riuscito degli scherzi, il telefono squillò proprio mentre stava ripensando a quello strano fatto, facendole sussultare il cuore. Tanto che, quando rispose, Mauro, il suo ex fidanzato, ora buon amico, le domandò se stava bene. Chiara preferì non raccontargli nulla, anche perché il ragazzo era molto, troppo apprensivo; ed era quello uno dei motivi per cui il loro rapporto non aveva funzionato. Mauro non era un non vedente, e questo lo aveva portato ad essere iperprotettivo nei suoi confronti, al limite del soffocante. Ma restava comunque un bravo ragazzo, simpatico ed estroverso: un’ottima compagnia per le serate di puro divertimento.

Chiara uscì con il gruppo anche quella sera, lasciandosi alle spalle quello strano episodio, o almeno così sembrava. Quando ritornò a casa, Laika le fece molte feste, mettendosi a pancia all’aria e rotolando sul tappeto, in attesa che la ragazza le facesse un po’ di coccole. Era molto contenta che la sua padrona fosse tornata, anche perché non si era ancora del tutto ripresa dallo spavento.

Quella notte, Chiara fece fatica a prendere sonno. Continuava pensare a quell’agile ladruncolo, che era riuscito ad impossessarsi del succulento bottino nonostante si trovasse su una finestra a quasi 3 metri dal suolo, visto che la stanza era su un piano rialzato. Le vennero in mente i corvi, che sentiva gracchiare sulle cime degli alberi del grande bosco. Ma non era quella la prima volta che metteva del cibo sul davanzale, e fino ad ora non era mai successo nulla. Certo, spinti dalla fame potevano essersi fatti più audaci, o poteva davvero essere stato un uomo, forse proprio un barbone. "La fame fa fare qualunque cosa" pensò. Ma doveva anche essere molto alto per poter raggiungere la ciotola. "Bene bene, forse c’è una specie di Yeti che bazzica il mio giardino; e magari, se non gli faccio trovare più niente, si arrabbia pure" commentò ad alta voce, rannicchiandosi nel letto e sparendo a poco a poco sotto le coperte.

La mattina seguente, come di consuetudine, andò a fare compere con la mamma, che da buon genitore notò subito i segni della stanchezza sul suo volto. La ragazza confessò che non aveva dormito molto, senza però dire il perché, o come minimo sua madre le avrebbe fatto mettere un servizio di sorveglianza 24 ore su 24 davanti a porte e finestre. Preferì lasciarle il dubbio che con lei ci fosse un uomo, contando sul fatto che la sua discrezione l’avrebbe portata a non indagare oltre.

Quella sera, Chiara invitò gli amici a casa sua per una cena, a patto però che ognuno di loro portasse qualcosa di buono. Cibo, musica e scambi di battute più o meno felici caratterizzarono quella serata particolarmente riuscita, fino a quando, alle 22:10, mentre si apprestavano a uscire per andare in qualche locale, con la scusa della stanchezza e del sonno perduto, Chiara declinò l’invitò; e dopo aver "cacciato" i suoi ospiti, mise in atto il piano.

Era tutto il giorno che ci pensava. Doveva scoprire chi era il ladro di avanzi; ed era anche disposta a correre qualche rischio. Fece scivolare gli scarti nella ciotola di Laika, che osservava il tutto con estrema attenzione, ignorando che non sarebbero stati destinati a lei. Dopodiché appoggiò la ciotola sul davanzale, lasciando la finestra spalancata e andandosi a sedere su una poltroncina che aveva avvicinato al tavolo. Rimase lì, al buio, in attesa del suo ospite. L’oscurità non aveva più segreti per lei: era sua amica e alleata. Spesso si divertiva a riempirla coi colori della mente, anche se la sua tavolozza, col passare degli anni, si stava sempre più riducendo. La memoria iniziava a farle difetto, e molte tonalità si erano perse. Ordinò al cane di restarle vicino, e Laika obbedì, continuando a fissare la ciotola con occhi lucidi e supplicanti.

A quell’ora i corvi dormivano, e l’elenco dei possibili colpevoli si assottigliava. Se non avesse avuto Laika, difficilmente si sarebbe esposta così. Bastava la sua presenza a rassicurarla, pur sapendo benissimo che non era il cane più coraggioso del mondo. Ma era anche troppo curiosa di conoscere l’identità di quell’intruso. Era sufficiente un profumo, un rumore particolare, una sensazione. Se si trattava di una persona, se ne sarebbe accorta. L’odore degli esseri umani, seppur leggermente diverso gli uni dagli altri, aveva molti tratti in comune, che lei, con la sua sensibilità, riusciva a percepire. Mentre quello degli animali era molto più deciso e pungente, a parte rari casi umani imputabili a una certa trascuratezza nell’igiene personale.

Il tempo passava, ma del misterioso visitatore non c’era traccia. Chiara, provata dalla notte insonne, finì per addormentarsi, complice anche la tiepida brezza che penetrava dalla finestra. Si svegliò di soprassalto, cercando subito conforto nel cane. Allungò la mano, convinta che stesse riposando ai suoi piedi, ma Laika era scomparsa. Il cuore iniziò a batterle più rapidamente; e fu allora che, con la voce rotta dall’emozione, chiamò il cane, una, due, tre volte, finché non sentì il ticchettare delle sue unghie sul legno del pavimento.

- Dov’eri finita? Mi hai fatto spaventare - le disse, accarezzandole il dorso. Il cane stava tremando, e non riusciva proprio a smettere.

A quel punto, Chiara si alzò di scatto e andò dritta verso la ciotola, così velocemente che urtò il tavolo: cosa che non le capitava quasi mai. Appena la raggiunse, vi infilò subito la mano. Era vuota. Non era rimasto nulla, nemmeno una briciola.

- Oh Dio! È venuto ancora...era qui! - commentò, chiudendo la finestra e allontanandosi istintivamente da essa.

Cercò qualche indizio nell’aria, ma non sentiva nulla, nessun odore, e soprattutto, non avvertiva nessuna particolare sensazione.

- Tu l’hai visto. Perché tremi così? Voleva farti del male? Se solo potessi parlare... - esclamò.

Le venne anche il dubbio che fosse ancora lì, in casa, da qualche parte. Ma Laika, nel frattempo, aveva smesso di tremare, e questo la tranquillizzò. Si preparò un po’ di latte caldo, per calmare i nervi, e perché sua madre le aveva sempre detto che aiutava il sonno. Non voleva passare un’altra notte come la precedente, a fare inutili ipotesi e ad autosuggestionarsi a tal punto da non chiudere occhio. Riuscì a dormire profondamente. Ma il primo pensiero quando si svegliò in tarda mattinata fu proprio rivolto al misterioso personaggio che tanto apprezzava gli avanzi della sua cucina.

Ormai era un chiodo fisso. Per lei era diventata una sfida da combattere con tutti i mezzi disponibili. Tanto che, dopo averci pensato, telefonò a Lucia, la donna delle pulizie che veniva a metterle a posto la casa tutti i lunedì pomeriggio, e le chiese se quella volta poteva restare anche dopo cena, per aiutarla. Non le disse la vera ragione. Preferì restare sul vago. Nonostante questo, la donna accettò senza riserve. "Mi scambierà per una pazza paranoica... E forse è proprio così" pensò Chiara, toccandosi la tempia con l’indice. Ma la voglia di risolvere quell’enigma era troppa.

Lunedì, al lavoro, non parlò a nessuno di quel fatto singolare, per non allarmare inutilmente colleghi e amici. Contava i minuti che la separavano dalla verifica di quella sera, lasciando anche trasparire un certo nervosismo. Come tutti i giorni, fu accompagnata a casa da un ragazzo che faceva l’obiettore. Era un tipo simpatico. Amava scherzare con lei, e tra i due era nato un certo feeling. Ma quella volta Chiara quasi non aprì bocca; aveva troppi pensieri per la testa.

Quando scese dall’auto, trovò Lucia ad attenderla sulla porta. Chiara la ringraziò per la disponibilità; e dopo aver respinto l’attacco giocoso di Laika con un paio di carezze, vuotò il sacco.

- Mi servono i tuoi occhi - disse alla donna, che lì per lì rimase un po’ perplessa, anche perché sembrava più la frase di un film dell’orrore.

La ragazza le spiegò tutto, cercando di far assumere alla cosa un aspetto meno inquietante. Lucia non ebbe nulla da ridire, a patto che stessero sempre assieme, con il cane come avanguardia, non sospettando che proprio Laika sarebbe sicuramente stata la prima a svignarsela. Lucia si offrì spontaneamente di cucinare, andando al di là dei suoi compiti, e confermando una volta di più a Chiara che era una brava persona. Anche lei, per un certo periodo, aveva lavorato nella sua associazione. Purtroppo, per problemi di budget, era stata licenziata. Ora si occupava della pulizia di una decina di case; e da quando Chiara era andata a vivere da sola, non aveva mancato un solo appuntamento.

Quando finirono di cenare erano già le 21:40. Infilarono tutti gli avanzi nella ciotola, riservando comunque qualcosa al cane implorante, e piazzarono l’esca sul davanzale, spegnendo le luci e appostandosi nell’ombra. Rimasero lì per quasi due ore, ma nessuno, animale o essere umano, si avvicinò alla finestra. Alle 23:30 finì il loro infruttuoso appostamento; e Chiara, dopo essersi scusata per averle solo fatto perdere del tempo, le porse un extra per il disturbo. Ma la donna lo rifiutò, asserendo che si era comunque divertita, anche se non avevano risolto il mistero.

Chiara, con Laika al suo fianco, la accompagnò fuori, ringraziandola per la disponibilità e restando lì fino a quando sentì l’auto allontanarsi. Una volta rientrata, diede un paio di giri di chiave e si andò a sdraiare sul comodo divano di pelle, che si trovava al centro della piccola sala, accedendo lo stereo e infilandosi le cuffie.

Rimase lì per una buona mezz’ora, fino a quando, come un flash, le venne in mente che aveva lasciato la finestra aperta, con la ciotola ancora sul davanzale. Chiamò Laika, che non sentiva più da qualche minuto, ma il cane non la raggiunse. Era accucciato tremante dietro al divano: così terrorizzato che non riusciva neanche a guaire. Chiara si sentì completamente sola. Le venne la pelle d’oca, e i suoi movimenti si fecero rallentati, mentre cercava di raggiungere la cucina.

- Laika, vieni qui bella - sussurrò con un filo di voce; e questa volta il cane la raggiunse, incollandosi alla sua gamba. Tremava come una foglia, e cercava di impedire alla ragazza di proseguire.

- È qui, vero? È in casa - mormorò, bloccandosi.

Aveva ragione, era proprio lì, a pochi metri. Si era già impossessato del cibo e, mosso da curiosità, si era fatto più audace, penetrando all’interno per osservarla da vicino. Aveva atteso il momento opportuno per entrare in azione, perché sapeva che l’altra persona ci vedeva.

- Chi sei? Cosa vuoi da me? Hai solo fame? - domandò la ragazza con voce tremolante, senza ottenere alcuna risposta.

Nel frattempo, la "coraggiosa" Laika si era fatta la pipì addosso dallo spavento; e quando l’intruso se ne andò senza fare il minimo rumore, sparendo nel bosco, Chiara, avanzando lentamente, mise il piede nudo proprio sulla chiazza lasciata dal cane. Appena ebbe realizzato, storse il naso e si diresse verso un piccolo armadio sull’angolo della stanza dove teneva scope e stracci.

- Ma che mi combini Laika... Neanche avessi visto un orco - brontolò per sdrammatizzare. Mai come adesso aveva desiderato poter vedere, anche solo per un breve istante.

In realtà, la ragazza non si era mai sentita in pericolo. In qualche modo percepiva che, di qualunque cosa si trattasse, non doveva averne paura. Sensazione non certo condivisa dal suo cane, che smise di tremare solo dopo un’ ora di carezze e rassicurazioni. Da quella sera Chiara alzò bandiera bianca. Non cercò più di scoprire l’identità dell’affamato visitatore notturno. Ma non smise di nutrirlo, quasi si sentisse in dovere di badare ad esso. Anche se, dopo l’accaduto, non lasciò mai più la finestra aperta. Era pur sempre un estraneo. Eppure, ogni volta gli destinava una parte del suo cibo e di quello di Laika, che col passare dei giorni aveva quasi finito per abituarsi alla sua presenza, preferendo comunque ritirarsi sulla sua branda, in attesa che l’Oscuro, così l’aveva ribattezzato, ripulisse la ciotola e scomparisse nel bosco.

Per fortuna di Chiara, era proprio il cibo l’unico vero obiettivo dell’alieno. Quegli avanzi gli permettevano di sopravvivere, visto che il riproduttore alimentare era andato distrutto quando il suo mezzo era precipitato a causa di una potente scarica elettrica la notte in cui infuriava la tempesta. Il suo compito era quello di fotografare la superficie di quel lontano pianeta ricco di vita più o meno intelligente, servendosi di olo-camere posizionate sulla chiglia dell’astronave, resa invisibile ai radar terrestri grazie a una pefetta schermatura. Ma quando era precipitato nel bosco, abbattendo un paio di grandi alberi, prima di interrarsi nello strato di humus e arenaria, le sue priorità erano decisamente cambiate.

Ora avrebbe dovuto tentare di riparare il guasto ai propulsori, cercando nottetempo qualcosa da mangiare. Anche perché, l’unica alternativa sarebbe stata l’autodistruzione del mezzo con lui a bordo, pur di non cadere nelle mani di quella specie primitiva e imprevedibile. E così, dopo aver perfettamente mimetizzato la sua piccola astronave monoposto, che poteva riprodurre i colori di qualunque superficie con la quale venisse a contatto, attese il crepuscolo e si avventurò nel bosco, giungendo proprio davanti alla casa di Chiara nel momento in cui appoggiava la ciotola sul davanzale.

Per lui fu uno scherzo appropriarsi del cibo, essendo alto più di 2 metri, con un corpo esile, munito di arti agili e snodati. Certo, il suo organismo era abituato a un altro tipo di alimentazione, ma con qualche accorgimento anche quella roba grezza e piena di microbi sarebbe diventata commestibile. Si era subito accorto che gli occhi dell’umana erano privi di luce. Ma non poteva permettersi di sottovalutarla, o avrebbe finito per compromettere la sua copertura. Grazie al termo-scanner ne seguiva i movimenti all’interno della casa, sapendo con precisione dove si trovava.

Col passare dei giorni aveva anche iniziato a interrogare il suo computer, richiedendo le bioschede degli umani. Voleva sapere tutto della loro anatomia; e fu proprio l’apparato oculare a colpirlo. Era estremamente semplice, ma nello stesso tempo assai efficiente, permettendo loro una visione addirittura superiore alla sua durante il giorno. Gli ci volle più di un mese per riparare il guasto ai propulsori; e non passò giorno che Chiara non gli facesse trovare del cibo. Fu grazie a lei che riuscì a sopravvivere, presentandosi tutte le sere puntuale, al crepuscolo, a meno che Chiara non avesse ospiti. In quel caso, attendeva pazientemente il suo turno nascosto nella boscaglia, ritirando il pasto solo dopo che tutti quegli occhi indiscreti si erano allontanati.

E venne la notte della partenza.

L’alieno, dopo aver consumato il suo ultimo pasto terrestre, si mise a riflettere, dopodiché decise che le avrebbe fatto visita ancora una volta, prima di intraprendere il lungo viaggio di ritorno. Erano le 3:00 del mattino quando, come un’ombra, salì sul davanzale, forzando la finestra senza la minima difficoltà. La ragazza non si accorse di nulla; e persino il cane continuò tranquillamente a dormire.

Quella notte Chiara sognò una luce quasi accecante che la avvolgeva, e che, poco per volta, si scindeva in una pioggia di colori, fino a disegnare uno splendido paesaggio primaverile, con i contorni che si facevano via via più definiti.

Si svegliò sorridendo, con il cuore leggero. Aprì gli occhi, anche se per lei, tutt'attorno, non cambiava molto. Lì per lì non ci fece caso, ma il nero che l’accompagnava da 18 lunghi anni si era trasformato in un grigio chiaro.

Stava guardando il soffitto della sua camera.

Ancora intontita si voltò sulla destra e il suo sguardo incrociò il tavolo dove teneva i libri in braille. Il cuore iniziò a batterle sempre più forte: lo sentiva rimbombare nelle orecchie. Aveva il terrore che fosse tutto un sogno. Ma quando Laika la raggiunse, appoggiando le zampe sul letto e leccandole la guancia, balzò in piedi, singhiozzando e passandosi nervosamente le dita tra i capelli.

- Oh Dio...Oh Dio - continuava a ripetere, mentre con passi insicuri, non essendo più abituata a orientarsi con la vista, si avvicinava al bagno, dove c’era un grande e fino ad ora inutile specchio. Lì, si rivide per la prima volta dopo 18 anni.

- Non sono tanto male - mormorò singhiozzando, dopodiché si sedette su un piccolo sgabello, cercando di calmarsi.

L’alieno, con un intervento durato 4 minuti, le aveva ridonato la vista. Due minuti gli erano serviti per individuare il danno, utilizzando delle speciali lenti applicate ai suoi grandi occhi neri; e i restanti 2 per ripararlo, grazie all’innesto indolore e senza cicatrici di microscopici biocip nei bulbi oculari, capaci di creare un’oloretina quadrimensionale sostitutiva. E pensare che il longilineo extraterrestre era un geologo. Ma per lui quell’intervento era come applicare un cerotto per un terrestre: un’operazione elementare.

Qualcosa di incredibile era successo a Chiara quella notte; e ne era consapevole lei, come lo sarebbero stati parenti, amici e i dottori che l’avrebbero visitata. E per quanto non avesse alcuna prova, nel suo cuore sapeva che ciò che le era capitato doveva avere a che fare con quell’oscuro e sfuggente visitatore. L’alieno invece, era conscio di aver trasgredito un ordine, interagendo con quella specie meno evoluta. Ma per fortuna di Chiara, la riconoscenza era una qualità non solo terrestre.

Per qualche tempo la ragazza continuò a lasciare gli avanzi del cibo sul davanzale, arricchendoli però con carne di prima scelta e dolciumi vari, quasi a volergli dimostrare tutta la sua gratitudine. Ma l’alieno era ormai lontano anni luce da quel pianeta azzurro.

Ora per Chiara stava iniziando una nuova vita, fatta di continue scoperte e nuove emozioni. La sua vista era passata da 0 a 11 decimi; e l’avrebbe mantenuta per tutta la vita. Un gran bel modo per recuperare gli anni bui.

FABIO MASSA, nato ad Alessandria il 7/6/1970, risiede ad Alessandria. È un grafico pubblicitario e editoriale, diplomato all'Istituto Europeo di Design di Milano. Ha iniziato a scrivere con una certa continuità dopo i 25 anni. Predilige la fantascienza, ma gli piace spaziare anche nell'horror, nel fantasy e nel noir. È un cinefilo accanito, appassionato di fantascienza e horror. Nel 2000, ha ricevuto una menzione speciale d'onore della giuria al premio nazionale "Aleramicus" di fantascienza (Acqui Terme), con il racconto I mostri di Balchik; nel 2001 ha vinto il primo premio al concorso nazionale "Akery" di Acerra (Na), sezione fantascienza, con il racconto Gli uomini grigi; nel 2002, al concorso Akery, ha vinto il premio speciale della giuria, sezione narrativa, con il racconto Chi cerca trova; sempre nel 2002 si è classificato fra i 35 semifinalisti su un totale di 455 racconti inviati, al premio "Arturo Loria (Carpi), con il racconto di genere fantasy Vagabondo; nel 2003 si è classificato terzo al concorso "Akery" con il racconto di fantascienza Vorator Mundi e sempre nel 2003 si è classificato fra gli 11 finalisti al concorso nazionale "Circolo Pickwick" (Besana in Brianza, Milano) con il racconto di genere noir Tempi duri per gli scrittori. Cinque suoi racconti di generi vari sono stati pubblicati sulla rivista nazionale "Inchiostro", dedicata agli scrittori esordienti.