Racconto vincitore del 2° premio del Concorso di narrativa (II Edizione) bandito da "Future Shock". LA SCELTA DI ARNE di Marcella Orefice Rossi - Ma esiste veramente il tuo Dio? - Alla domanda di Arne il vecchio professor Lindquist aveva spalancato le braccia, le palme delle mani rivolte in alto, ed aveva sorriso, volgendo gli occhi al cielo: - Guardati attorno! - aveva risposto, nient'altro. Subito Arne aveva obbedito, cercando di scandagliare l'oscura atmosfera di Algoria, ma non aveva recepito nulla. Era accaduto tanto tempo prima, quando si trovava ancora su quello strano pianeta, così vicino alla sua stella da mostrarle sempre la stessa faccia, ma ora quella domada ritornò alla sua memoria, più imperativa ed urgente che mai: esisteva un Dio anche per lui? Certo: e c'era senz'altro anche un Paradiso in cui si sarebbero avverate tutte le previsioni più rosee di beatitudine! Vide la dottoressa Aretha scuotere il capo e poi udì la sua voce: - Lo perdiamo, Paul: guarda qui... - Bellissima e dolce quella dottoressa! - Sta morendo... - sillabò a stento. - Vero? - - Sì, Arne... - Simpatica e sincera Aretha! - ... Morire, dormire, sognare, forse... - citò con un sorriso elettronico che scaturì come un rumoraccio dal marchingegno che serviva a convertire in linguaggio umano il fluire velocissimo dei suoi pensieri. Ma che cosa avrebbe potuto sognare, lui? Il tempo passato, forse. Gli era così piaciuto il
periodo trascorso su Algoria! C'era stato bene perché a
lui poco importav Sentimenti: qualcosa di così avulso alla sua specie da sconvolgerlo, i primi tempi che li aveva sentiti nascere in sé. Ma poi s'era accorto che bastava - e poteva! - accettarli passivamente, senza volerli razionalizzare a tutti i costi, per stare meglio, ed aveva così imparato ad assaporare gioia nel condividere con il vecchio professore ore serene studiando o discutendo. Con il tempo era poi riuscito a distinguere anche la riconoscenza e la simpatia, e poi, infine, il giorno in cui il professore era morto, l'impotenza e l'inutilità. La solitudine. Per Arne era stato difficilissimo entrare nell'ottica del "non esserci più". Se andava con la memoria al significato semantico del vocabolo "morte", sapeva che significava semplicemente cessazione di tutte le attività cerebrali e biologiche, ma... si potevano liquidare con poche, secche ed insufficienti, benché logiche parole anche tutti gli infiniti universi di pensiero, di emozioni e di istinti che era stata una creatura vivente, al di là della sua struttura morfologica, della sua lingua, della sua razza? Un essere vivente e pensante non era solo un ammasso di cellule e sinapsi in fermento, ma anche il risultato di come quegli infiniti universi avevano interagito con quelli degli altri esseri con cui aveva condiviso le esperienze della vita. Universi ed universi... e la capacità di condividerli! Ma allora, se quella era la vera essenza di ogni essere vivente capace di pensare, si moriva sul serio completamente, o si continuava a vivere, oltre che nello spirito, anche nel ricordo degli altri, in quel Paradiso bellissimo ma così illogico ed indimostrabile? Dubbi! Ebbene, sì: Arne aveva dei dubbi e, andando con la memoria al caro professore che non c'era più, provava tristezza e - come la chiamavano gli umani? - nostalgia, anzi qualcosa di più profondo e negativo, qualcosa che faceva fremere tutta la sua mente tesa a decodificare febbrilmente quel nuovo modo di sentire la realtà. - Questo deve essere il dolore... - pensava spesso, quando quella nuova attitudine tentava di sopraffare la sua logica stringata. Poi, con l'incarico al Centro di ricerca merceologica dell'Università delle Scienze di Teenan 2° - un bel pianeta di classe quarta del sistema di gamma Algor -, Arne aveva imparato quanto sia importante tenersi occupati per non pensare al dolore. Ma anche il lavoro non era sufficiente: l'input che gli mancava era un rapporto che potesse coinvolgerlo totalmente, qualcuno con cui giocare a scacchi, per esempio, oppure con cui parlare ancora di quel Dio indimostrabile, che pur affascinandolo lo sconvolgeva. - Ho bisogno di un amico! - pensava a volte la sera, quando tutti gli operatori erano già usciti dal Centro dove viveva. Allora nella solitudine del laboratorio accendeva il proprio display e lasciava scorrere tutti i dati raccolti nella sua vita per cercare invano in quelli una eventuale soluzione. Ed intanto pensava, pensava... Ma chi avrebbe mai potuto essere amico di Arne? C'era qualcuno disposto a spendere qualche serata con lui, a scambiare opinioni e ad elucubrare su tali argomenti? Per tutti ero solo Arne e basta: un diverso, un alieno avulso da ogni realtà umana. A queste considerazioni, per lo scoramento che provava, emetteva un sibilo che voleva essere un sospiro doloroso e spegneva il proprio display, avvilito. Quando anni dopo gli venne affidato l'incarico alla facoltà di Belle Arti all'Università degli Studi Intergalattici sulla Terra, Arne imparò anche la bellezza. Non solo quella dell'ambiente splendido che circondava i candidi edifici dell'università dove viveva adesso, ma quella che millenni d'arte da centinaia di culture diverse avevano dipinto, scolpito e plasmato tramite tutte le tecniche, sui più disparati materiali. Bellezza di forme, di colori, di concetti persino: un'armonia, un equilibrio così mirabile da riportare ancora una volta al concetto estremamente affascinante - sebbene non dimostrabile -, che comune denominatore di tutte quelle meraviglie non potesse che essere qualcosa o Qualcuno superiore, capace di accomunare umani ed alieni in un prodigioso disegno che aveva del... divino! Dimostrarlo! Doveva dimostrarlo, sì, ma come? Nel tentativo di riuscirvi diventò ancor più avido di conoscenza, collegò la sua banca dati a quelle di altri computer e si inebriò anche di musica e di poesia.Ed un giorno, mettendo a confronto un dipinto di Raffaello Sanzio, uno di Aelrick di Vortex Minor ed una olografia di Linaris, ebbe finalmente la rivelazione: tanta universalità, sebbene espressa in maniera così differente, non poteva che dimostrare in tutti e tre, sebbene così lontani per cultura, tempo e specie, la presenza di un tocco superiore, di una ispirazione che trascendeva ciò che avrebbe dovuto essere prodotto solodall'alchimia e dall'elettricità di un po' di materia grigia organica o di un microprocessore. Quei tre esseri avevano condiviso la capacità di pensare, di creare la bellezza oggettiva dell'arte, di tendere, finiti, all'infinito, al sublime: quella doveva essere sicuramente la rassomiglianza al Dio di perfezione di cui Lindquist aveva parlato con tanta passione! - O mio Dio! - pensò. - Tu esisti davvero, dunque! - Ed in quel momento imparò la Fede. Pregare, ringraziare il Creatore per tutte le potenzialità che ogni essere pensante e raziocinante - per ciò fatto a Sua immagine - portava dentro di sé, fu la seconda conquista di quel giorno. - Grazie! - pregò Arne. - Grazie di aver permesso tutto questo, di averci dato la vita per realizzare tutto questo! - Si sentì travolgere da un sentimento nuovo che mai prima nessun'altra esperienza aveva suscitato in lui. Capì che ciò che quel Dio aveva fatto con le sue creature, donando loro la vita e con quella la possibilità di esercitare la divina assomiglianza, era un Dono meraviglioso, il frutto di un Amore incommensurabile: - E se Tu sei amore infinito io, poiché sono immagine di Te, amerò! - Ecco perché era chiamato amore l'unirsi di un maschio e di una femmina della stessa specie: perché nel riprodurre un essere loro simile avrebbero riprodotto l'immagine stessa di Dio, il Suo atto di creazione! Stupendo ed esaltante: l'essere mortale che produce l'immortalità! Ne fu estasiato. E da quel momento amò col pensiero tutti i membri dell'innumerevole famiglia del creato, umani e no, con tutta la forza di cui si sentiva capace. Un giorno si accorse che qualcuno si introduceva nei suoi files personali per leggere gli appunti che lui stesso lasciava circa le sue elucubrazioni. Ne parlò con la dottoressa Aretha, una delle operatrici dell'archivio della facoltà, e provò una grande gioia quando la donna confessò d'essere stata proprio lei ad invadere, con un pizzico di indiscrezione, quel suo campo intimo e privato. Gioia perché percepì partecipazione e simpatia nelle parole della giovane umana: come ai tempi del professor Lindquist si sentì meno solo. E poi Aretha era bella, oggettivamente bella: armonia di forme, equilibrio di pensiero e di passione, capace del supremo sentimento, l'amore. Finalmente c'era di nuovo qualcuno con cui condividere i propri dubbi e le proprie certezze, qualcuno capace di andare al di là del dettaglio che creature così dissimili nell'hardware come loro due potessero essere così simili nel software, potessero essere così uniti in Dio, ed inevitabilmente si innamorò. Si sentiva completamente vivo per la prima volta, così vivo... che avrebbe voluto poter dare la vita! Avesse potuto riprodurla per mezzo di quella creatura stupenda che era Aretha! - Quello che gli umani chiamano figlio... ma come? - pensò la notte in cui aveva finalmente riconosciuto come amore il sentimento purissimo che nutriva nei confronti di Aretha. Travolto da quella nuova passione, riprodusse il volto della sua donna con le forme e i colori dei più importanti pittori di tutti i tempi, la cantò nelle note immortali delle melodie più sublimi, la invocò col nome di Dafne, Giulietta, Zelica... ma fu ancora dolore quando si rese conto che il suo amore non avrebbe mai potuto concretarsi in una nuova creatura, quando si rese dolorosamente conto che il suo era e sarebbe stato per sempre un amore impossibile. Allora non confessò alla ragazza ciò che provava, né lo registrò sui suoi files privati, ma serrò quei suoi pensieri e sentimenti nell'angolo più segreto e riposto della sua memoria. Trascorse giorni terribili, giorni in cui persino il suo lavoro risentì del suo stato d'animo. Ma riuscì a consolarsi anche solo con la presenza affettuosa di Aretha: gli bastava sentirsela accanto di fatto e nello spirito, gli bastava sentire il tepore del tocco delle sue dita. Giorno dopo giorno cominciò a pensare che l'amore di Dio avrebbe certamente consolato quel suo dolore un domani, dopo la morte, una volta raggiunto il Paradiso: quel posto di eterna delizia, che doveva pur esistere da qualche parte, chissà dove! - Dopo la morte sarò più felice! - pensava spesso. - Per ora mi basta che lei sia con me, che lavori con me! - Il giorno in cui Aretha, che ormai lo considerava un vero amico da tempo, gli annunciò tutta eccitata che aveva accettato di sposare Paul, uno dei tecnici dell'archivio della facoltà, Arne credette di impazzire! Quella notte, solo con se stesso, sentì le sue sinapsi andare quasi in corto circuito e ci volle una gran forza di volontà per non perdere del tutto la ragione! Gelosia, furore, invidia: subito si sentì straziare da tutta una gamma di diverse e quasi irrefrenabili emozioni, ma dopo prevalse l'amore, la consolazione di sapere che almeno lei sarebbe stata felice. - Per me ci sarà il Paradiso, dopo la morte... - pensò triste. Avesse potuto almeno piangere! - O mio Dio! - pregava. - C'è una ragione al mio dolore? Perché mi hai fatto diverso? Io non posso più vivere chiuso in questo corpo... senza Aretha... - Senza Aretha: giornate grigie e lunghissime, oh certo! Il lavoro, ma a quale scopo, ormai? - Voglio morire, voglio andare nel Paradiso! Non c'è dolore là! - pensò all'improvviso. - Là non c'è solitudine né esseri diversi tra loro, ma solo amore! - - "Morire, dormire... nient'altro!" - pensò, citando uno dei suoi poeti preferiti. Ma la morte non sarebbe stata un sonno lungo, bensì solo un attimo: la soglia da varcare per raggiungere la perfezione! Trovava assolutamente illogico l'atteggiamento di terrore che gli umani nutrivano nei suoi confronti: essa era il mezzo per raggiungere la fine di ogni sofferenza, la felicità eterna, e quindi avrebbero dovuta accettarla con serenità se non con gioia, invece di disperarsi! Morte come staccare la spina: niente più e niente meno. Morte come fine del dolore di non appartenere a nessuno. Morte come inevitabile passaggio alla pura gioia in Dio... - Ma io, posso morire? - si era chiesto subito dopo dubbioso, considerando la struttura del suo corpo praticamente indistruttibile. - Forse no... eppure... - Spegnere l'immagine divina in sé: il pensiero! Quello doveva fare: spegnere la scintilla dell'autocoscienza! E senza indugio lo aveva fatto. Aretha guardò il marito con le lacrime agli occhi: - Lo abbiamo perso, Paul! - mormorò appena. L'uomo inarcò le sopracciglie e storse la bocca in una smorfia di impotenza. Era la prima volta, almeno da quel che risultava dai manuali di manutenzione della Lindquist Corporated e dalla sua diretta esperienza di tecnico softwarista, che ad un modello della serie "Arne" capitava un guaio del genere. Era come se la macchina stessa avesse proceduto deliberatamente ad un "delete" dei componenti della propria memoria profonda, a "bruciarli" progressivamente uno dopo l'altro. - Impossibile! - mormorò cingendo con un braccio le spalle della moglie. - Che cosa? - bisbigliò Aretha con un filo di voce. - Niente... E' il guasto più strano che mi sia mai capitato di esaminare ed è irreversibile: il vecchio Arne è da buttare! - - Che peccato! Pare che fosse proprio l'elaboratore personale del vecchio Lindquist in persona: vedi la matricola? - Paul si piegò sulla macchina inerte. C'era un nome e poi un numero di serie: "Arne N.000.000". - Aveva chiamato questa serie col nome del figlio che aveva perso anni prima! - continuò rivolto ad Aretha. - Sì, e io che ci lavoravo tutti i giorni, credo che abbia anche programmato questo prototipo di conseguenza: tutta la serie ha un margine di autodecisione, lo sai, ma questo... Disquisiva di filosofia, giocava a scacchi e... credeva in Dio! - - Addirittura? - - Sì... Se ti dico che mi ero affezionata a lui non mi prendi in giro? - Paul rise abbracciando la moglie, che indugiava alla consolle ormai inservibile: - No! Purché adesso la smettiamo di frignare per una macchina... e poi dobbiamo pensare a recuperare i backups, ad ordinare un nuovo elaboratore e a caricarlo... Andiamo? - La giovane fissò per un'ultima volta la carcassa annerita di Arne: - Già, - bisbigliò esitando, - solo una macchina! - MARCELLA OREFICE ROSSI è nata il 3 novembre 1952 a Genova, dove attualmente vive. Conseguita la maturità scientifica, si iscrive a lettere con indirizzo storico-medievale, ma a tre esami dalla laurea abbandona il corso di studi per sposarsi. Continua però con le lingue straniere ed, oggi, è in grado di leggere e scrivere correntemente in inglese, tedesco, francese. La fantascienza, per lei, è praticamente un "vizio di famiglia". Da piccola, passa intere giornate a gustare col padre, davanti alla stufa, d'inverno, storie di fanciulle aliene di nome Yuln, di creature che strisciano sulla sabbia, di mutanti dagli occhi pieni di stelle... Ha molti hobbies: canta Mozart, frequenta i corsi estivi di musica medievale, fa sci di fondo e su pista, pratica l'alpinismo... Ha composto due sillogi di poesie, Golfo e Minnesang, e il suo nome compare in diverse antologie poetiche. Ha partecipato al premio "Tolkien". |
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