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Racconto vincitore del 3° premio della VII Edizione

L´INVASIONE

(dis. di David Cattaneo)

                                                di    Roberto Patrick Ricciardi

A quel tempo, non avrei usato queste parole. Il mio linguaggio, il mio modo di comunicare erano quelli propri di un essere molto diverso dall’individuo che sono ora. Coi miei simili, i messaggi si trasferivano senza bisogno di supporti, né biologici né tecnologici: non dovevamo aprire la bocca per affidare pensieri, rozzamente cristallizzati, alle onde sonore; non servivano telefoni o computer per colmare le grandi distanze dello spazio. Se, dal deserto infuocato dello Zenhar volevo raggiungere un amico tra i ghiacci del Nebril, non dovevo far altro che sgombrare la mente dalle mille impurità contingenti che l’offuscavano: i miei pensieri di pura luce avrebbero illuminato il lontano interlocutore, purché lui l’avesse voluto.
La volontà, tuttavia, è bene dirlo, contava solo nelle comunicazioni tra amici. Quando i rapporti rientravano nell’ambito del servizio, quando il contatto aveva la forza e la perentorietà della gerarchia, la musica cambiava. In quei casi, ogni altro pensiero veniva estirpato come una erbaccia e la mente veniva spianata per divenire lucida e levigata come marmo: pronta a ricevere il carico di informazioni o di ordini che non poteva aspettare.
E fu così che io e i miei compagni fummo convocati d’urgenza e, prima ancora di incontrarci di persona, fummo riuniti all’istante in una comunione telepatica: la missione, per la quale ognuno di noi era stato preparato, era imminente.

Era la prima volta che le nostre menti entravano in contatto e colsi subito tutte le scintille e gli sfrigolii che personalità tanto diverse producevano, pur sotto il controllo e la guida della mente superiore che le coordinava. Ma sapevo che la diversità era necessaria, indispensabile anzi per la buona riuscita della missione.

Fu un viaggio dagli estremi confini della Galassia che ci portò sul pianeta. La nostra nave si autodistrusse una volta raggiunto l’obiettivo. Evaporò come se fosse di ghiaccio e fosse atterrata nel Sahara a mezzogiorno. Mille altre navi l’avrebbero seguita, un giorno.

A me era toccata l’Europa. E il corpo prescelto fu quello di uno studente universitario in coma, a seguito di un incidente stradale. Una folle corsa in moto, con l’alcool che tracimava dalle vene: tutto per una ragazza che aveva deciso di mollarlo per un altro. Che idiozia. Un boccale dopo l’altro, con gli amici che cercavano inutilmente di farlo smettere. E lui, già sbronzo, che biascicava: "Che stronza, che troia…" Quando lui aveva detto: "Vado a casa", avevano replicato: "Ma dove vai? Aspetta che ti accompagniamo noi. La moto torni a riprenderla domani." Ma lui, cocciuto, aveva aggiunto: "Voglio restare da solo…" E l’aveva ripetuto gridando a squarciagola, tanto che nel locale si erano zittiti tutti. Gli amici, imbarazzati e infastiditi, avevano smesso di insistere, e lui, barcollando si era allontanato. Con un rutto sonoro aveva salutato la luna piena che splendeva sopra Santa Maria Maggiore. Aveva spruzzato la sua orina gialla e densa su un cassonetto della spazzatura. Aveva faticato a ricordare che era venuto con la moto e non con la macchina. Era tornato davanti al locale, dove aveva parcheggiato la sua Honda. Il casco l’aveva dimenticato dentro. "Chi se frega, chi se ne frega…" aveva farfugliato mentre accendeva il bolide.

La strada ondeggiava. Gli venne in mente quella volta, al mare, che aveva noleggiato una moto d’acqua. Tale e quale. Sulla Nomentana si mise a correre come un pazzo pensando a lei a letto con l’altro.

E poi, il buio…

Quel ragazzo era destinato a morte sicura. Nessun senso di colpa, quindi. E, comunque, era il prescelto. Di buona famiglia borghese, non troppo in vista. Il padre, dirigente d’azienda. La madre casalinga, ex insegnante. Lui al terzo anno di giurisprudenza, con un’ottima media. Di bell’aspetto, il fisico atletico. Troppo incline a lasciarsi andare nelle storie d’amore, questo è vero. Ma vi avrei posto rimedio.

Quando, dopo venti ore di coma, si risvegliò, non era più lui: ero io. Nessuno lo sapeva, nessuno l’avrebbe saputo. Commentando gli avvenimenti successivi, qualcuno avrebbe detto che l’incidente aveva rappresentato una svolta. E quindi anche la cesura del dramma era utile.

Aprii gli occhi e vidi le lacrime di mia madre, che sembrava invecchiata di dieci anni. Un’ora dopo, la stanza era piena di parenti e amici che mi festeggiavano. E c’era pure lei, la mia ragazza. A disagio, quasi intimidita, si teneva in disparte. Aveva gli occhi rossi per i singhiozzi che dovevano averla sconquassata in quelle ore. Le feci cenno di avvicinarsi. Ci lasciarono soli.

"Sono stata una stupida," disse con la voce rotta dall’emozione, "perdonami, amore."

Io le sorrisi, senza rispondere nulla. Lasciai che mi accarezzasse la mano.

Il giorno dopo la chiamai al telefono e le dissi, con una tranquillità agghiacciante, che con me aveva chiuso. Per sempre. Ed era vero.

Mi calai nella mia nuova vita. Finsi una dedizione agli studi che era del tutto superflua. Le nozioni di diritto erano solo una piccolissima parte del bagaglio preparatorio che mi ero portato dal mio pianeta. Avrei potuto laurearmi, indifferentemente e contemporaneamente, in fisica, matematica, storia, medicina, archeologia, economia. Era un vero sforzo, durante gli esami, fingere un po’ di tensione. Oltretutto, c’era la noia di leggere le domande nella mente degli esaminatori. I pensieri di quelle teste primitive era come se fossero stampati sulla fronte.

Un trenta e lode dopo l’altro, la tesi a tempi da record. Lo scontato centodieci e lode.

Ogni tanto mi concedevo una chiacchierata telepatica con i miei compagni, che facevano la loro parte: a New York, a Rio de Janeiro, a Mosca, a Pechino, al Cairo e a Sydney.

***

Tre anni dopo ero avvocato in un prestigioso studio legale ed ero l’astro nascente del partito. Assessore comunale: era solo il principio. Mi destreggiavo tra gli impegni professionali e quelli politici con agilità. Divenni presto una garanzia per affidabilità e competenza.

E curavo le relazioni sociali. Il segretario del partito aveva una figlia graziosa e timida, che resistette poco alla mia corte. Ci fidanzammo, con la benedizione del potente padre.

Non sbagliavo una mossa, ma dovevo subire la tirannia del tempo: non potevo correre troppo.

Ignoravo i sentimenti, erano esclusi dal piano. Né in quegli anni ebbi modo di imparare molto sull’argomento dalle persone che frequentavo. Mia moglie – nel frattempo mi ero sposato – si era rivelata della stessa pasta del padre e mi amava perché le apparivo la quintessenza del potere. Ad un minimo cedimento nella mia immagine granitica, sarebbero corrisposte minacciose crepe nel nostro rapporto. Ma non me ne curavo: andava tutto come previsto, sia per me sia per i miei compagni.

Un mese dopo il mio trentacinquesimo compleanno, il suocero lasciò il timone del partito. Nonostante la giovane età, ero il candidato naturale alla successione. Ormai avevo abbandonato lo studio legale e mi ero votato all’attività politica. La prima delle maschere che occultavano il mio volto era caduta. Al suo posto splendeva quella d’oro del salvatore della patria. E, per salvare la patria, dovevo rilanciare il partito che i sondaggi, in vista delle prossime elezioni, davano in leggero ma inequivocabile calo.

Il congresso del partito decretò il mio trionfo. Ero il nuovo segretario e potei dedicare le mie energie alla propaganda. Battei tutto il paese, sezione per sezione. Partecipai ad ogni possibile dibattito, dalle più oscure televisioni locali alle grandi emittenti nazionali. La popolarità del mio volto crebbe sino a riempire le copertine dei rotocalchi. Quanto ai miei avversari politici, riuscivo il più delle volte a coinvolgerli in qualche faccia a faccia, se possibile davanti alle telecamere: il loro annientamento era inesorabile.

Uno dei miei giochi dialettici preferiti era: "Ora l’Onorevole Bianchi (tanto per fare un nome) dirà…" e anticipavo, parola per parola, quello che il malcapitato si apprestava a dire. In quei casi il disorientamento dell’avversario era tale da provocare, in genere, un balbettio confuso e penoso. L’inizio della fine: lo incalzavo senza pietà sino a metterlo in un angolo e a sferrare il colpo del k.o.

Con le elezioni il nostro partito divenne il primo d’Italia. E io fui il più giovane presidente del consiglio della storia. Si cominciava a fare sul serio, finalmente. Proprio quel giorno, ricordo, Michael divenne governatore del Texas. Certo, i suoi genitori non avrebbero mai potuto immaginare che il ragazzo, caduto a terra con il cappio ancora al collo, salvato dal cedimento di una delle travi della stalla, si sarebbe rialzato sino a quel punto…

***

Quella domenica mattina, accompagnato dalla scorta, passeggiavo a Villa Borghese in compagnia del mio figlioletto di cinque anni. Simone era così felice di trascorrere finalmente un po’ di tempo con il suo papà. I suoi pensieri scorrevano limpidi e spumeggianti come un ruscello di montagna. Devo riconoscere che, seguire l’evoluzione dei suoi processi mentali, dalla nascita in poi, era stata una delle esperienze più interessanti della mia avventura umana. Quel giorno, nella sua testa, ero divenuto il gigante buono. E gli uomini della scorta erano i miei cavalieri. Il nostro compito era di snidare il drago acquattato nelle profondità del lago (il laghetto di Villa Borghese). Una volta giunti a ridosso del minuscolo specchio d’acqua, Simone assunse un’espressione seria e disse: "Papà, lo sai cosa c’è lì dentro?"

Finsi di non saperlo: "No, che cosa c’è?"

Mi fece cenno di prenderlo in braccio perché voleva dirmelo in un orecchio. E così, col suo alito caldo che mi solleticava la pelle, sussurrò: "Un drago cattivo, che quando ha fame esce e mangia i bambini."

"Nooo."

"E invece sì. Perché non fai qualcosa papà? Tu e i tuoi cavalieri?"

E allora mi avvicinai a uno degli uomini della scorta e parlottai per mezzo minuto. Al mio ritorno, ripresi Simone in braccio e gli dissi: "Sai Simone, ho appena parlato con il capitano Nemo, il mio cavaliere più fidato, e mi ha detto che conosce benissimo la storia del drago. Non c’è bisogno di ucciderlo, perché è come se fosse già morto. Il drago un tempo era un cagnolino mordace che abbaiava troppo. Un pomeriggio ha dato un morso a un cardinale e allora l’hanno trasformato in drago e messo a dormire nel lago. La mattina della fine del mondo uscirà dall’acqua e sarà di nuovo un cagnolino, questa volta buono buono. Uscirà dall’acqua e si andrà ad accucciare ai piedi di Dio."

Stavamo rientrando quando, per la prima volta dal momento in cui ero atterrato sulla Terra, si verificò un imprevisto. Una ragazza in bicicletta, con le cuffie di un lettore CD calate sulle orecchie, mi passò accanto. Ed ebbi un senso di vuoto, una vertigine agghiacciante. I suoi pensieri mi erano inaccessibili. Un muro invalicabile sembrava impedirmene la lettura. Era un fatto inaudito. Sulle prime, pensai di farla fermare dai miei uomini. Ma mi trattenni. La sera convocai d’urgenza una riunione telepatica con i miei compagni: a nessuno di loro era accaduto qualcosa del genere. Non sapevo se rallegrarmene.

Il giorno dopo era pronto un dossier sulla ragazza: ventotto anni, studi di lettere abbandonati a metà, commessa in una libreria e una grande passione per la poesia. Scriveva poesie…

Feci organizzare un incontro con un vecchio poeta, quasi sconosciuto ma esaltato da qualche critico. Gli avrei consegnato una sorta di premio alla carriera. E avrei compiuto un piccolo esperimento.

I due giorni che precedettero l’incontro, li consumai cercando di stabilire il maggior numero possibile di contatti con persone d’ogni tipo: uomini, donne, giovani, vecchi, bambini; un vasto campionario scelto da ceti sociali disparati. Alla fine della seconda giornata ero euforico. Le menti di tutti loro erano stati libri aperti e stampati a chiare lettere.

Il vecchio poeta venne accompagnato da un nipote, al cui braccio si sosteneva. Gli andai incontro per accelerare i tempi. Avevo in mano una pergamena arrotolata. Quando il vecchio, piccolo di statura e ingobbito dagli anni, alzò verso di me uno sguardo spento, compresi che la poesia non c’entrava per niente con lo sgradevole episodio che mi era capitato. "Ma quanto è giovane," pensava il poeta, "quanto è giovane, beato lui. Cosa non darei per essere al posto suo in questo momento, per essere quello consegna invece di quello che riceve… come sono stanco, come sono stanco…"

Trascorse un intero mese senza il minimo inconveniente. Ma un sabato pomeriggio, venne un amichetto di mio figlio a giocare con lui. E precipitai di nuovo nel pozzo. I pensieri del bambino erano custoditi in uno scrigno dal pesante lucchetto. E io non avevo la chiave. Era la fine.

Solo quando mi ritrovai senza corpo in una grotta del monte Suphor, capii. A causa mia la missione era fallita. Nonostante tutte le precauzioni, avevo contratto il peggiore dei mali: l’umanità. Un processo degenerativo irreversibile mi trasformava in uno di quegli esseri inferiori che, per comunicare con i loro simili, sono costretti a parlare e a scrivere, a interpretare gli sguardi, a decifrare le intonazioni e i gesti. Avrei sperimentato il triste destino di chi deve affrontare l’oceano per raggiungere l’altro, e una volta approdato sull’isola, teme di aver fatto un viaggio circolare e d’essere tornato al punto di partenza.

Ormai qui non sono che un caso clinico. Il mio corpo è stato distrutto in un attentato e non mi sarà concessa la grazia di riaverne un altro, per vivere il più umile dei destini. Il mio unico legame con la Terra è la facoltà di ispirare storie. Come questa.

ROBERTO PATRICK RICCIARDI è nato il 15 dicembre 1967 ed è sposato. Ha una laurea in giurisprudenza e lavora alla Rai, dove si occupo di contratti. Diversi suoi racconti sono stati premiati e saranno inseriti in antologie: uno di questi è stato pubblicato da poco sulla "Gazzetta del Mezzogiorno". Un suo romanzo, con cui si è classificato primo ad un concorso per narrativa inedita, sarà pubblicato quanto prima..