Immaginario di fantascienza

e fantastico*

                                            di      Antonio Scacco

Il lettore che è riuscito, finalmente, a valicare la barriera-tabù di tutta una serie di condizionamenti psicologici e letterari che lo separava dall'esotico ma molto intricato mondo della science fiction, si trova - ai suoi primi passi - di fronte a un fenomeno che, per la capacità di ripetersi costantemente a vari livelli, rischia di disorientarlo e di confonderlo. Mi riferisco all'accostamento che di frequente viene operato tra "fantasy", "heroic fantasy", "sword & sorcery", ecc., da una parte, e science fiction, "space opera", "hard science fiction', ecc., dall'altra.

Sorvoliamo sulla versatilità (forse eccessiva) che molti scrittori di fantascienza dimostrano nel passare da un universo retto dalle leggi della natura, ad un altro in balia delle forze soprannaturali, e nel mescolare streghe e astronavi, scienza e magia, robot e folletti. L'estro creativo - si sa - non tollera imbavagliamenti, ma una certa coerenza sul piano dei contenuti e della forma toglierebbe certamente a molte opere il sospetto di essere state scritte su "ordinazione", che cioè i loro autori si siano basati su inchieste che stabilivano qual era il prodotto culturale del momento da dare in pasto alla massa dei lettori. Per quanto riguarda il mercato librario, è risaputo che gli editori hanno più a cuore il loro interesse commerciale che le esigenze estetico-critiche dei lettori. In tale ottica non certo edificante, è logico che non si facciano eccessivo scrupolo di ammucchiare narrativa sovrannaturale e narrativa fantascientifica, confortati forse dalla "considerazione puramente negativa che entrambe le narrative non coincidono con la norma della realtà dell'autore e della narrativa naturalistica"1.

Quando però la commistione tra "fantasy" e fantascienza viene operata a livello di "fandom', di critica specializzata, di congressi nazionali (la prossima "Italcon" verrà ribattezzata, in onore dell'eroe howardiano, "Fantasticonan"), non si può fare a meno di sottolineare l'effetto fuorviante di una simile operazione nei confronti del lettore "neofita": i due generi letterari della "fantasy" e della science fiction rispecchiano, infatti, due differenti modi di porsi di fronte al fenomeno della civiltà tecnologica.

La frattura si verifica in concomitanza col sorgere e l'affermarsi, nella seconda metà del XVIII secolo, della rivoluzione industriale, allorché l'impatto con l'incipiente meccanizzazione del mondo del lavoro fa temere al Carlyle che "non soltanto l'esterno e il fisico è guidato dalla macchina, ma anche l'interno e lo spirituale". Si ingenera, cioè, specialmente nelle classi colte, una sensazione di disadattamento nei confronti della nuova realtà storicosociale, a cui si cerca di reagire col dissenso e con la fuga nelle plaghe fittiziamente consolatorie delle leggende aborigene e dei poemi "ossianici".

La moda dei medievalismo dà origine, in questo periodo e proprio in Inghilterra, paese che per primo e diffusamente conosce la rivoluzione industriale, a quegli scrittori che, in genere, sono ritenuti gli antesignani della "fantasy": i romanzieri gotici. Essi nelle loro opere inventano "paure, tranelli e trabocchetti del tutto indegni di un'età razionale, ma che proprio per questo, e con l'aiuto di strumenti mitici, ne mettevano in forse la sicurezza e l'ideologia"2.

In una fase successiva, il medievalismo dei gotici si arricchisce - specialmente con la narrativa fantastica di William Morris e di lord Dunsany - di altri ingredienti: il gusto per il romanzo storico, la passione per l'esotismo, il mito delle civiltà perdute, lo spirito d'avventura, la predilezione per l'elemento magico e fiabesco. Nasce così la moderna "fantasy", in cui la polemica antiscientifica è tutt'altro che sopita, se si tiene presente che le trame spesso oniriche delle opere di "fantasy" sono collocate in un improbabile mondo barbarico e medievaleggiante, dove il sapere scientifico è sostituito dalla magia e i miseri mortali di oggi rivivono la loro travagliata vicenda terrena sotto le spoglie di gagliardi guerrieri, nella eccezionale categoria antropologica di "viri" e non di "homines"3.

Se la "fantasy" condanna la civiltà tecnologica ritenendola colpevole di aver provocato, nella nostra società, il decadimento morale e spirituale dell'uomo e la degradazione dell'ambiente naturale, ben diverso è, invece, la posizione degli scrittori di science fiction. Essi, lungi dall'assumere un atteggiamento di idolatria nei confronti della scienza (anche se in passato con J.Verne e col fondatore di "Amazing Stories", Hugo Gernsback, è innegabile che ciò sia avvenuto), intrecciano con la civiltà tecnologico un dialogo molto franco e volte polemico, ma la cui sostanza è che comunque le invenzioni e le scoperte scientifiche sono apportatrici di benessere per l'uomo. E' la smodata sete di potere di certi gruppi dominanti che, anteponendo all'interesse della comunità il proprio tornaconto personale, snaturano la realtà benefica del progresso.

Le opere che riflettono in modo emblematico le due posizioni antitetiche ci sembrano la trilogia di John R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli (The Lord of the Rings), e il romanzo di lsaac Asimov, Neanche gli dei (The Gods Themselves).

Nell'opera "fantasy" di Tolkien, gli Hobbit, il simpatico popolo semiumano, si mettono in marcia per distrasimov.jpg (19470 byte)uggere, precipitandolo nelle fauci ardenti del monte Fato, l'Anello, simbolo del potere e del sapere: solo così l'universo della fiaba (Faeria) può rimanere se stesso. Nel romanzo di pura science fiction di Asimov, una "pompa" elettronica trasferisce l'energia del sole dal nostro universo ad un pianeta di un universo parallelo, il cui sole sta morendo. Ben presto, ci si accorge che questo trasferimento di energia mette in grande pericolo la Terra. Tuttavia, la "pompa" elettronica non viene disattivata, ma compensata con un diverso tipo di "pompa", quella positronica, che ne elimina gli effetti negativi.

Il problema, cioè, non è di cancellare o ignorare scoperte e invenzioni, ma di rendere la loro utilizzazione non rischiosa per gli uomini e la collettività. Nella storia i "ritorni" non sono possibili, meno che mai il ritorno ad una nuova età della pietra, che nessuno all'atto pratico sarebbe disposto ad accettare.

Dal differente atteggiarsi dei due generi nei confronti della civiltà tecnologica derivano conseguenze non certo irrilevanti per quanto riguarda la molteplicità e la profondità dei temi trattati. Se scopo degli autori di "fantasy" è di creare un tipo di narrativa che "non ha niente da dire sulle manchevolezze del programma d'aiuto ai Paesi meno sviluppati, sulle lamentele delle minoranze etniche, sulla medicina come problema sociale e sull'inflazione"4, non si vede come tele scelta programmatica possa evitare limitazioni e preclusioni non solo contenutistiche ma anche formali. L'angustia tematica della "fantasy" non è sfuggita alla critica più avanzata del settore, e ora si guarda con interesse al nuovo filone della"space fantasy" che, unendo i cliché propri della "heroic fantasy" a quelli della fantascienza ortodossa, dovrebbe consentire "una quantità veramente notevole di variazioni su tematiche sempre nuove"5.

Ben diverso è il caso della science fiction. Le sue storie nascono non dal rifiuto della nostra civiltà, ma dal confronto dialettico con le innovazioni scientifiche e tecnologiche e le trasformazioni sociali e umane ad esse conseguenti; e ciò consente agli scrittori di fantascienza di trattare una gamma molto vasta di problemi, difficilmente rinvenibile nella narrativa fantastica. Ad esempio, la manipolazione integrale della natura da parte dell'uomo, presente nel sarcastico racconto di Robert Sheckley, La montagna senza nome (The Mountain withouta Name), o la feticizzazione della tecnologia, spinta fino all'autolesionismo, affrontata da C.D.Simak nel romanzo La scelta degli dei (A Choice of Gods), sarebbero temi in stridente contrasto, per l'engagement umano e sociale che sottendono, col carattere fondamentalmente escapista delle opere di "heroic fantasy", di "sword & sorcery", eccetera.

Ma la posizione pro o contro la scienza, l'impegno o il disimpegno nei confronti dei problemi etici e politici della civiltà tecnologica, non sono che un segmento di quella linea di demarcazione che divide la "fantasy" dalla fantascienza. C'è, infatti, un altro elemento che funge da spartiacque tra i due versanti narrativi: il differente tipo di immaginario che in essi viene impiegato. L'immaginario della "fantasy" è del tutto arbitrario: vicende, personaggi e luoghi situati fuori della nostra esperienza dell'hic et nunc, non hanno una giustificazione razionale, ma vengono creati in base a regole che l'autore stabilisce in modo assolutamente personale e di cui nessuna ha uno spicco particolare nella struttura delle opere "fantasy", perché "quello che più conta non è il loro nocciolo narrativo, l'intreccio sorprendente, ma il modo in cui la narrazione è stata risolta da un punto di vista letterario"6.

L'immaginario fantascientifico, invece, ha come sua fondamentale esigenza quella di dover essere, a tutti i costi, convincente e credibile, e ricorre - per facilitare la "volontaria sospensione dell'incredulità" da parte del lettore - ad extrapolazioni desunte o dalle scienze naturali (fisica, astronomia, biologia, ecc.) o dalle scienze umane (antropologia, etnologia, sociologia, linguistica, ecc.). Come ha sottolineato Michel Butor, ciò che distingue la fantascienza dagli altri generi del fantastico è "il tipo speciale di plausibilità che le è proprio. Questa plausibilità è direttamente proporzionale agli elementi scientifici solidi che l'autore introduce. Se essi mancano, la fantascienza diventa una forma morta e retorica"7.

Ad esempio, nell'opera "sword & sorcery" di André Norton, L'anno dell'unicorno (The Year of the Unicorn) ci troviamo in presenza di un mondo magico e barbarico, dove le vergini vengono date in spose a chi ha combattuto e vinto, e dove misteriosi cavalieri hanno la capacità di mutarsi in animali e di operare potenti incantesimi; ma nessuna spiegazione ci viene offerta dall'autrice né circa l'ubicazione nel tempo e nello spazio della vicenda narrata, né circa le cause che hanno prodotto quel particolare tipo di realtà umana e sociale. Nel romanzo di science fiction di Fritz Leiber, L'alba delle tenebre (Gather, Darkness!), l'umanità è ripiombata nel disordine morale, economico e spirituale, tipico di certi periodi bui della sua storia come le invasioni barbariche, con tutti i relativi, degradanti ingredienti: pesanti balzelli, servitù della gleba, stregonerie, incantesimi, esorcismi... Tutto ciò però rientra in una spiegazione di tipo logico-scientifico: il clima di generale ignoranza e superstizione è conseguenza di una guerra atomica che ha distrutto l'antica civiltà terrestre, e i mostri, i fantasmi e i lupi giganti e i diavoli fiammeggianti che terrorizzano, con le loro apparizioni, la plebe, sono frutto della superscienza di un gruppo di scienziati che, approfittando del generale sbandamento, si sono impadroniti del potere su tutto il pianeta.

Certo, la "risorse naturale" della fantasia ci è indispensabile per un normale sviluppo psicologico: se ne veniamo privati, dice Bettelheim, "la nostra vita rimane limitata; senza fantasie che ci diano speranza non abbiamo la forza di affrontare le avversità della vita"8. Ma non basta. Occorre anche che la fantasia stimoli alla creatività, al pensiero divergente e che alimenti diversità interpretative e molteplicità di soluzioni. Altrimenti, l'attività immaginifica rischia di diventare "evasione, compensazione, fuga nevrotica dalla realtà, innaturale stasi nella sfera del meraviglioso o passiva assimilazione di modelli"9. La "fantasy", coi suoi mondi al di fuori del tempo popolati da maghi, gnomi, folletti, eroi sovrumani, ben difficilmente sfugge alla rigida schematizzazione che è stato evidenziato nella tradizione fiabesca, e la sua ideologia non può che alimentare il pensiero convergente e l'assimilazione di modelli sociali istituzionali.

A sottolineare il rapporto magico-socrale che unisce i lettori ai testi di Tolkien, Howard, Lovecraft, de Camp, Moorcock, ecc., è sufficiente accennare all'uso dei termine "Sacro Genere" con cui gli appassionati si riferiscono alla "fantasy". La fantascienza, a differenza della narrativa fantastica, produce un graduale rifiuto dell'irreale attraverso la proiezione dell'immaginario verso la sfera del reale. E la riprova di ciò è data dalle diverse invenzioni ispirate o stimolate dalla lettura di romanzi di science fiction: dall'ipnopedia di Aldous Huxley ai robot di lsaac Asimov e dai waldi di Robert A. Heinlein ai satelliti artificiali di Arthur C. Clarke, strumenti largamente conosciuti e impiegati nella pratica quotidiano ed esempi di "pensiero produttivo", di quella capacità cioè non sufficientemente valorizzata della fantascienza di stimolare il lettore "non a consumare il pensiero pensato, ma a produrre con prontezza un pensiero nuovo"10.

NOTE

1 D.Suvin, La fantascienza e il "Novum", in L.Russo (a cura di), La fantascienza e la critica, Feltrinelli, Milano, 1980, p.30.

2 G.Lippi, La Fantasy, in F.P. Conte (a cura di), Grande Enciclopedia della Fantascienza, Del Drago, Milano, vol.VIII, 1980, p.21.

3 Cfr. T.Bologna, Fantasy e Fantascienza, in "SF..ere", A.N.A.S.F., Roma, n.20, 1982, pp.5-10.

4 L.S. de Camp, La saga di Conan, in AA.VV., Conan, il barbaro, Oscar Mondadori, Milano, 1980, p.18.

5 S.Fusco, Fantasia eroica: come e perché, in "SF..ere", A.N.A.S.F., Roma, n.I8, 1981, p.32.

6 G.Dorfles, Verosimiglianza e credibilità della fantascienza, in" La Collina", Ed.Nord, Milano, n.1, 1980, p.76.

7 M.Butor, Repertorio. Studi e conferenze: 1948-1959, Il Saggiatore, Milano, 1961, p.204.

8 R.Bettelheim, Il mondo incantato, Feltrinelli, Milano, 1987, p.120.

9 G.Broccolini, Demitizzazione pedagogica e immaginazione infantile, in "Scuola e Città", La Nuova ltalia, n. 5, 1977, p.406.

10 M.Mencarelli, Creativítà, Ed. la Scuola, Brescia, 1980, p.34.

* E' apparso su "Future Shock", n.4 (nuova serie), dicembre 1989, pp.11-12, ed è stato rivisto dall'Autore.

ANTONIO SCACCO è insegnante elementare in pensione e ha collaborato con la cattedra di Storia della letteratura per l'infanzia alla Facoltà di Magistero di Bari, dove si è laureato in materie letterarie con una tesi sui "juveniles" di Robert A.Heiniein. Si occupa da diversi anni di letteratura di fantascienza, di cui cerca di mettere in luce il contributo al superamento dell'attuale crisi umanistica. Ha pubblicato nel 1985 - con V.Catani e E.Ragone - Il gioco dei mondi (Edizioni Dedalo, Bari); nel 1988 Fantascienza e letteratura giovanile (LaVallisa, Bari), che ha vinto il primo premio per la saggistica al XV Convegno di fantascienza a San Marino e che è stato inserito come testo d'esame nel corso sulla fantascienza organizzato dal Prof.Alfeo Bertondini, Ordinario di letteratura per l'infanzia al Magistero di Urbino, per l'anno Anno Accademico 1988-89; nel 1992 Educazione tra le stelle. L'umanesimo scientifico e la fantascienza (Levante, Bari). Articoli più significativi apparsi su riviste: I romanzi fantascientifici per ragazzi, "Scuola Italiana Moderna", La Scuola, Brescia, anno XC, n.19, 10 agosto 1981, pp.9-11; La crisi della letteratura giovanile e la fantascienza "Schedario", nn.175-176, gennaio-aprile 1982, pp.16-22; La fantascienza per imparare il futuro, "Rocca", 13, 1 luglio 1985, pp.42-45; Giovani disadattati e modello familiare nei "juveniles" di R.A.Heinlein, "LG Argomenti", n.6, anno XXIV, novembre-dicembre 1988, pp.20-24; La fantascienza e il rinnovamento della didattica delle scienze, "Le scienze, la matematica e il loro insegnamento", anno XXVII, n.3, maggio-giugno 1990, Le Monnier, Grassina (FI), pp.12-17; ll rinnovamento umanistico tra scienza, fantascienza e religione, "Rocca", anno LI, n.5, 1 marzo 1992, pp.40-43; Medievalismo e fantascienza, in AAVV., Non riconciliati. Spunti per una critica non colonizzata (raccolta antologica a cura della rivista "Visionario"), Edizioni Tracce, Pescara, 1992, pp.17-19.