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La vera originalità
della fantascienza non è la profezia, ma il contributo
umanistico
di
Antonio Scacco
Se la fantascienza o science fiction,
dopo più d'un secolo e mezzo d'esistenza e cioè dal Frankenstein
di M.Shelley, patisce ancora sulla propria pelle una
sorta di scandaloso e oltraggioso razzismo letterario, lo
deve anche e soprattutto alla mancanza di una corretta
definizione. Non mi sembrano, perciò, né vecchie né
sterili le polemiche che scaturiscono dal tentativo di
stabilire il "codice d'identificazione" della
fantascienza.
Penso
che Jean Gattégno riesca a cogliere meglio di tanti
altri la vera natura della science fiction,
laddove scrive: "... l'errore di tutti gli storici
della fantascienza è di dimenticare che non può esservi
fantascienza (nemmeno se battezzata 'anticipazione
scientifica') finché non vi sia scienza, e scienza
applicata. Sono i progressi della tecnica e le infinite
promesse delle scoperte in tutti i campi che rendono
possibile la costruzione di mondi 'altri', apparentemente
'fantastici' ma in realtà non del tutto
inverosimili"1.
Prendendo spunto dall'affermazione di
Gattégno, la science fiction si può definire una
narrativa "scientifica" e non fantastica,
perché essa affonda le sue radici nel cuore della
rivoluzione scientifica galileiana e non nella tradizione
fantastico-letteraria. La presenza nella fantascienza di
archetipi fantastici e di materiali narrativi
tradizionali non deve trarre in inganno e far confondere
questo genere letterario con il fantastico, l'utopia,
l'horror, l'ufologia, la parapsicologia e così via:
nelle opere di autentica fantascienza, non è la scienza
a subire l'influsso della fantasia ma è esattamente il
contrario.
Non mi sembra, tuttavia, che la funzione
della science fiction sia quella di far
familiarizzare i lettori con le scoperte e le invenzioni
della scienza. La fantascienza non è divulgazione
scientifica, né vuole scimmiottare la scienza ufficiale
nel tentativo di anticipare il progresso scientifico.
Secondo me, il ruolo della fantascienza non è quello
conoscitivo, bensì quello sociale, cioè di accostare il
lettore ai problemi suscitati dalla scienza: invadenza
dei mass-media, minaccia nucleare, catastrofe ecologica,
sovrappopolazione e così via.
Né mi sembra fondata la tesi che vede
nella science fiction una specie di punto di
confluenza tra la componente fantastica e la componente
legata
all'immaginario tecnologico. Secondo tale
concezione, fantasia e scienza sarebbero una coppia
geneticamente dicotomica, la cui unione si realizzerebbe
per... un miracolo dell'arte! In realtà, come sosteneva
il premio Nobel Peter B.Medawar, la scienza "... è
una avventura speculativa, una preconcezione immaginativa
di ciò che potrebbe essere vero. E' l'invenzione
di un mondo possibile, o di una minuscola frazione di
tale mondo. Il ragionamento scientifico è perciò a
tutti i livelli una interazione tra due voci di pensiero
- un dialogo a due voci, l'una immaginativa, l'altra
critica..."2. Non ha, perciò, senso per
la fantascienza - figlia del pensiero scientifico moderno
- parlare in termini antinomici di una componente
fantastica e di una componente tecnologica.
A meno che non si voglia far passare per
narrativa di science fiction ciò che in realtà
non è, cioè quel genere letterario come la fantasy
in cui con disinvoltura si mescolano scienza e magia,
razzi e manici di scopa, armi laser e filtri magici... La
fantascienza non ha niente da spartire con la fantasy,
anzi ad essa si contrappone: la fantascienza è frutto di
un modo dinamico di conoscere la realtà, mentre la fantasy
è espressione letteraria di un modo statico di
rapportarsi ai problemi umani e sociali. In sostanza, la
prima è la narrativa dell'universo della precisione, la
seconda riflette il mondo del pressappoco del passato, in
cui la tecnica andava avanti con misure fatte ad occhio e
croce. La presenza, come ho accennato, di elementi non
mimetici in entrambi i generi non è elemento sufficiente
per accomunarli. Ciò che li divide è il principio
aristotelico di non contraddizione che è sempre
presente, come dice Isaac Asimov, nella buona fantascienza,
mentre è carente nella cattiva fantascienza ed
assolutamente assente nella fantasy3.
La distinzione tra i due generi, del
resto, è stata spesso sottolineata da studiosi del
calibro di Gillo Dorfles e, prima di lui, da H.Bruce
Franklin: "Si può pensare alla narrativa
realistica, alla narrativa storica, alla fantascienza,
alla narrativa fantastica, come a quattro distinte
strategie da un punto di vista teorico per descrivere
ciò che è la realtà... Per dirla nel modo più
semplice, la narrativa realistica cerca di imitare eventi
attuali, la narrativa storica eventi possibili del
passato, la fantascienza eventi possibili, la narrativa
fantastica eventi impossibili"4.
Se, come ho accennato, la science
fiction non è divulgazione scientifica, così essa
non è neanche profezia. Se tra le migliaia di ipotesi
prospettate dalla fantascienza qualcuna si è realizzata,
ciò è avvenuto per puro caso. La funzione più genuina
della fantascienza, invece, è quella di ricucire lo
strappo fra le due culture, quella umanistica e quella
scientifica, strappo denunciato dallo scienziato e
romanziere inglese Charles P. Snow nel suo celebre
saggio, Le due culture. La fantascienza tende
cioè più a costruire che a demolire, più ad umanizzare
che a dissacrare, più a integrare che a dividere. Il suo
contributo più sostanzioso non consiste tanto nella
anticipazione di scoperte e invenzioni, quanto piuttosto
nella integrazione umanizzante tra scienza e uomo, nella
creazione cioè dell'umanesimo scientifico.
Quest'ultimo concetto ha bisogno di un
chiarimento. Prima dell'avvento della rivoluzione
scientifica galileiana, l'uomo che, per l'interpretazione
dei fenomeni naturali, si serviva della conoscenza
sensibile o ordinaria, aveva una concezione culturale
unitaria, tutto gli sembrava ovvio e immutabile e nel
mondo che lo circondava si sentiva come a casa propria.
Ma con Galileo si ebbe una rottura brusca con il passato.
L'uomo capì che l'interpretazione dell'universo non
poteva più essere affidata all'istinto e
all'immaginazione, ma ad una ricerca continua di tipo
teoretico astratto.
La conseguenza fu il generale
disorientamento, l'impressione che tutto stesse per
precipitare, che non restasse certezza alcuna. Di tale
situazione è rimasta un'eco nei versi di John Donne:
"E mette tutto in dubbio la nuova filosofia - E'
tutto in pezzi, sparita ogni coesione - Ogni giusto
rapporto e relazione".
Tuttavia, se al suo sorgere la scienza
moderna produsse un vero e proprio shock culturale,
oggi che le scoperte scientifiche sono diventate
familiari all'uomo, non si dovrebbe dire che la
situazione di disorientamento si sia attenuata o
addirittura sia scomparsa? Sfortunatamente, come tutti
sanno, la risposta a questa domanda deve essere
completamente negativa. Il motivo è ovvio. Più,
infatti, la scienza continuava ad espandersi, più la
conoscenza ordinaria per la comprensione dell'universo
rivelava la sua inadeguatezza.
Si è quindi largamente diffusa l'opinione
che la scienza sia intrinsecamente nemica dell'umanesimo.
Attualmente, tale opinione è ampiamente sostenuta non
solo da chi non ha ricevuto un'educazione scientifica, ma
anche da molti scienziati.
In realtà, come sostiene il
filosofo-scienziato Enrico Cantore, l'umanesimo
costituisce "nello stesso tempo profonda ispirazione
e contributo tipico della scienza. L'uomo, per umanizzare
se stesso, prima di tutto ha bisogno di conoscere: gli
altri esseri, ma soprattutto se stesso... La scienza è
esattamente la ricerca sistematica della conoscenza di
sé, conseguibile attraverso l'esplorazione della realtà
osservabile. La scienza dovrebbe quindi essere
riconosciuta intrinsecamente umanistica"5.
Si può dire altrettanto della
fantascienza? Ha essa veramente le carte in regola per
entrare a far parte di quel processo dialettico mediante
il quale l'uomo diventa tale nel senso pieno del termine?
La risposta non può che essere positiva: la science
fiction è, infatti, figlia del pensiero scientifico
moderno, di cui eredita anche la potenzialità
umanizzante. Ha scritto Lino Aldani, uno dei massimi
scrittori italiani viventi di fantascienza: "Viviamo
in un mondo dove la tecnica impera sovrana... e ci
costringe tutti all'incomodo ruolo di apprendisti
stregoni... La lettura di un romanzo di science-fiction
ha il potere di riconciliarci momentaneamente con gli
oggetti in mezzo a cui viviamo estraniati... consente al
lettore la riconquista di un mondo perduto"6.
Naturalmente, il contributo all'umanesimo
non è un dato riscontrabile in tutti i romanzi di
fantascienza. Molta di questa narrativa - secondo la
legge di Sturgeon - è spazzatura. Tuttavia, negli esempi
migliori, il messaggio umanistico è ben evidente e
coinvolgente. Ad esempio, l'idealismo dello scienziato è
efficacemente simboleggiato da Shevek, il protagonista di
I reietti dell'altro pianeta (The Dispossessed;
An Ambiguous Utopia, 1974) di Ursula K.Le Guin; il
senso di accentuata sensibilità morale, che spinge
l'indagatore delle leggi del mondo fisico a rischiare
personalmente - come accadde a Galileo - per difendere la
validità delle proprie scoperte, è presente in Correnti
dello spazio (The Curents of Space, 1952) di
Isaac Asimov; la tendenza, infine, della scienza a non
fermarsi ai dati osservabili ma da questi a risalire alla
sorgente ultima dell'intelligibilità del reale - in
pieno accordo, dunque, con la metafisica e la religione -
è ben evidenziata dal romanzo dell'astronomo inglese
Fred Hoyle, La nuvola nera (The Black Cloud,
1957).
C'è, però, qualche studioso che nega il
contributo umanistico della fant\ascienza. Mi riferisco a
Giovanni M.Bertin, il quale sostiene che la fantascienza
"non comunica il senso della speranza, né stimola
l'impegno etico... la sua tendenza prevalente è
indubbiamente terroristica"7.
Probabilmente, l'illustre pedagogista è stato messo
fuori strada dai romanzi che appartengono al filone
dell'utopia negativa, come 1984 (Nineteen
Eighty-Four, 1949) di G.Orwell o Il mondo nuovo
(Brave New World, 1932) di A.Huxley.
Tuttavia, anche nella fantascienza della
distopia è possibile cogliere il messaggio umanistico
che all'apparenza sembrerebbe vanificato dal tetro
pessimismo che avvolge le vicende narrate. A condizione,
però, che si vada oltre la semplice interpretazione ad
litteram del testo. Come il bisturi del chirurgo,
tagliando e squarciando impietoso la piaga purulenta,
compie un'operazione salutare, altrettanto si può dire
degli antiutopisti. La loro voce, se correttamente
intesa, vuole levarsi contro le miserie e le
degenerazioni che inevitabilmente finiranno per
schiacciare la nostra società dell'opulenza, se non
verranno adottati gli opportuni correttivi.
Per la verità, anche nel mainstream
(o letteratura tradizionale) è dato cogliere i segni
delle inquietudini del nostro tempo, del disagio e della
paura indefinita che l'individuo sente in sé, come se
un'oscura minaccia incombesse su di lui. Ma da tale
temperie spirituale, che riflette la svolta
antropologica determinata dallo shock culturale della
scienza, a cui più sopra ho accennato, il mainstream non
sa trarre vigore creativo e suggestioni originali. Il
pessimismo del mainstream è fine a sé stesso, non fa
appello alla razionalità, all'interiorità, alla
capacità di rigenerarsi dell'uomo, e si abbatte su miti,
istituzioni, idealità del mondo contemporaneo con furia
cieca, corrosiva e sovvertitrice.
Ben calibrato è, invece, il pessimismo
dello scrittore di science fiction: egli ha chiaro
l'obiettivo da colpire e, quindi, affonda il dito nella
piaga non per il gusto sadico di accrescerla, bensì per
cercare di sanarla. Giustamente ha osservato Aldani:
"Il nostro, per usare una distinzione cartesiana,
non è un pessimismo sistematico, ma metodico, è
l'indicazione non già di che cosa accadrà, ma di che
cosa potrebbe accadere ove l'attuale società volesse
persistere nel mantenimento dei suoi difetti di
struttura. Si tratta insomma di una reductio ad
absurdum"8.
Ma le critiche come quella di Bertin sono
piuttosto isolate. In genere, studiosi e scrittori
concordano nel rilevare l'impegno socio-culturale, il
valore etico e la tensione ideale della fantascienza.
Eccone una rapida carrellata.
Come ho già detto, viviamo in una fase di
mutazione storica; ma l'uomo d'oggi per "affrontare
l'equivalente di millenni di mutamento nel compresso
intervallo di tempo di una sola esistenza", non ha -
secondo Alvin Toffler - strategie adeguate, non ha
istituzioni, forme organizzative che lo proteggano
dall'impatto del future shock. Tale lacuna è
colmata dalla letteratura di fantascienza, perché essa
accompagna "la mente dei giovani in una esplorazione
immaginosa della giungla di problemi politici, sociali,
psicologici ed etici cui si troveranno di fronte da
adulti"9.
Anche per Sergio Solmi l'umanità di oggi
si trova di fronte ad una grande svolta storica,
determinata dalla "scoperta dei nuovi mondi che la
scienza dell'atomo, l'astronautica, la nuova biologia ci
lasciano intravvedere". E come la moda del romanzo
cavalleresco, fiorita in Spagna intorno al 1450, stimolò
e accompagnò la conquista del Nuovo Mondo, così
"le nuove rapsodie 'atomiche' stimolano e
accompagnano a loro volta, col loro gioco d'ipotesi e di
'estrapolazioni', le grandi conquiste della fisica e
della tecnica moderna"10.
Gillo Dorfless rileva che non tutti gli
scrittori di fantascienza hanno "una chiara visione
di quello che la loro materia può costituire, e di quale
potrebbe essere il loro compito: etico, oltre che ludico
ed edonistico". Molte opere di science fiction
nascono, infatti, da motivi meramente commerciali,
basandosi i loro autori su inchieste che stabiliscono
qual è il prodotto culturale del momento da dare in
pasto alle masse11. Tuttavia, "molti di
questi libri (e dei film o dei fumetti da essi tratti)
sono effettivamente creati a buon fine, mirano cioè a
ristabilire i valori d'una morale prevalentemente sana e
saggia"12.
Questo moralismo, secondo C.Pagetti, la
fantascienza si porta con sé ab ovo, dal momento
che i suoi temi e stilemi archetipici sono rintracciabili
nei primi esempi di narrativa utopica e allegorica
americana, precisamente nel romanzo di Charles Brockden
Brown, Wieland, dove l'autore intende
"ammonire i lettori contro il pericolo del fanatismo
religioso..., chiaro antecedente di quell'atteggiamento
ammonitorio che tutta quanta la fantascienza tende ad
assumere in modo caratteristico"13.
Prendendo lo spunto dall'impiego, nella science
fiction, di convenzioni narrative e di figure
archetipiche, e dalle discussioni degli "addetti ai
lavori" sulla credibilità di un presupposto
scientifico o sulla coerenza di un'estrapolazione,
Umberto Eco ne conclude che è "un atteggiamento che
scatta inevitabilmente quando si ha a che fare con una
letteratura allegorica a sfondo educativo"14.
Ma la voce più autorevole, in questo
campo, non può che essere quella degli stessi scrittori
di fantascienza, perché in fondo la struttura e la
funzione di un genere narrativo dipendono dalla coscienza
letteraria che ne hanno i suoi autori, e gli autori in
questione sono generalmente inclini a vedere nella
fantascienza uno strumento idoneo a suscitare, in chi
legge, stimolazioni, tensioni, fermenti educativi.
Per Harrison, un romanzo di fantascienza
che si rispetti, stimola nel fruitore tutte le sue
facoltà mentali e critiche, invitandolo ad essere non
spettatore passivo, ma protagonista della realtà:
"La science fiction non solo è conscia del
fatto che il futuro è alle porte ma è desiderosa di
discuterne e di formulare delle teorie su questo
argomento. La science fiction non solo riconosce
che il nostro mondo cambia costantemente, ma è conscia
altrettanto del fatto che voi potete influire sul
cambiamento"15.
Sulla funzione educativa svolta, in
generale, dalla fantascienza e sull'aiuto da essa
offerto, in particolare, ai giovani per realizzare un
"atterraggio morbido" nei confronti della
caotica e mutevole realtà d'oggi, le più belle,
appassionate parole sono quelle pronunciate da Robert
A.Heinlein, nel corso di una conferenza tenuta nel 1957
all'Università di Chicago: "In senso generale,
tutta la science fiction prepara la gioventù a
vivere e sopravvivere in un mondo di perenne mutamento,
insegnando che il mondo cambia. Più in particolare, la science
fiction sottolinea il bisogno di libertà di
pensiero, e l'ansia della conoscenza"16.
Inutile aggiungere, infine, che
l'introduzione nelle Scuole Secondarie e nelle
Università dello studio della fantascienza sarebbe
doppiamente vantaggiosa. In primis, perché
servirebbe a superare la dicotomia tra mondo del
pressappoco e universo della precisione, tra conoscenza
ordinaria o senso comune e conoscenza scientifica; in
secondo luogo, perché invoglierebbe i giovani a studiare
di più la scienza e a trovare una soluzione ai tanti
problemi (demografici, ecologici, occupazionali,
nucleari...) da essa suscitati.
Ha scritto uno dei padri della science
fiction: "... per curare i mali del presente
occorre non già meno scienza, ma scienza più
intelligente. Come realizzare questa necessità? O,
meglio, come persuadere i giovani a dedicarsi ai campi di
studio che possano condurre alla soluzione dei nostri
problemi? Orbene, la fantascienza è per sua natura uno
stimolo efficacissimo"17.
* Il saggio, con il
titolo di "Scienza e fantascienza, fattori di
umanizzazione" ha vinto il 2° premio per la
saggistica nella seconda edizione del Premio nazionale di
letteratura "Ercole Labrone".
N O T E
1 J.Gattégno, Saggio
sulla fantascienza, Fratelli Fabbri, Milano, 1973,
pp.4-5.
2 P.B.Medawar, Difesa
della scienza, Armando, Roma, 1978, p.27. Sul
rapporto non antinomico tra scienza e immaginazione e
sulla conseguente legittimità di un impiego a scuola
della fantascienza, si leggano le interessanti
osservazioni di Christo Boutzev, docente di fisica
all'Università di Sofia, riportate nel mio articolo Fantascienza
e scuola, pubblicato su "Future Shock",
n.2, aprile '87, p,1.
3 Cfr. I.Asimov, Fantascienza
buona e fantascienza cattiva, in Guida alla
fantascienza, Mondadori, "Serie Urania
Blu", 1984, pp.196-200.
4 Cfr. C.Pagetti, Il
senso del futuro, Ed.di Storia e Letteratura, Roma,
1970, p.14.
5 E.Cantore, L'uomo
scientifico. Il significato umanistico della scienza,
Edizioni Dehoniane, Bologna, 1988, p.494.
6 L.Aldani, La
fantascienza, La Tribuna, Piacenza, 1962, p.104.
7 G.M.Bertin, Nietzsche.
L'inattuale, idea pedagogica, La Nuova Italia,
Firenze, 1977, pp.129-130.
8 L.Aldani, Utopie in
negativo, in "Nova SF", Libra Ed., Bologna,
n.3, 1967, p.88.
9 A.Toffler, Lo choc
del futuro, Rizzoli, Milano, 1972, p.421.
10 S.Solmi, Della
favola, del viaggio e di altre cose, Ricciardi,
Milano, 1971, p.68.
11 Il mondo
fantascientifico, per la verità, è consapevole di tale
situazione: si pensi alla già citata legge enunciata da
un maestro della science fiction, Theodore
Sturgeon.
13 G.Dorfles, La
fantascienza e i suoi miti, in Nuovi riti, nuovi
miti, Einaudi, Torino, 1977, p.225.
13 C.Pagetti, op.cit.,
p.49.
14 U.Eco, Sulla
fantascienza, in Apocalittici e integrati,
Bompiani, Milano, 1978, p.373.
15 H.Harrison, La
fantascienza come letteratura, in F.P.Conte (a cura
di), Grande enciclopedia della fantascienza, Del
Drago, Milano, vol.VII, 1980, p.5.
16
Cfr.G.Caimmi-P.Nicolazzini, Le storie future, in
"Robot", Armenia, n.33, Milano, 1978, p.183.
17 I.Asimov, L'odierna
funzione della fantascienza, in "Clypeus",
VIII, 1974.
ANTONIO SCACCO è nato
a Gela (1936), ma i suoi studi classici e magistrali li
ha compiuti a Caltagirone. A Bari, dove da più di
vent'anni fa l'insegnante elementare di ruolo, ha
conseguito la laurea in materie letterarie con una tesi
sui juveniles Robert A.Heinlein. Ha
fondato due pubblicazioni amatoriali di narrativa e
saggistica di sf: "THX 1138" (cessata nel 1986)
e "Future Shock", che attualmente dirige. I
suoi articoli sono apparsi su: Scuola Italiana Moderna,
Schedario, LG Argomenti, L'Ora del Racconto,
Pugliascuola, Le scienze, la matematica e il loro
insegnamento, Rocca, La Vallisa. Collabora con Rita
D'Amelio, titolare della cattedra di Storia della
Letteratura per l'infanzia all'Università di Bari. In
perfetta coerenza con il suo cognome - non si dice nomen
est omen? - gli piace giocare a scacchi e partecipare ai
tornei indetti per la sua categoria (3a nazionale); ha vinto diverse coppe. Ha la
passione per il ballo liscio, ma non disdegna il limbo,
il mambo, il cha-cha-cha... Saggi pubblicati: Il
gioco dei mondi (Ediz. Dedalo, Bari, 1985), in
collaborazione con V. Catani e E. Ragone; Fantascienza
e letteratura giovanile (Bari,La Vallisa,1988)
ed Educazione tra le stelle. L'umanesimo
scientifico e la fantascienza (Levante
Editori, Bari, 1992). Premi: Fantascienza e
letteratura giovanile ha ottenuto il 1°
premio per la saggistica al XV Italcon, il raduno annuale
degli appassionati e studiosi di fantascienza organizzato
per l'anno 1989 dalla Repubblica di San Marino.
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