Vite Simulate di Vittorio Catani Armando tornò in sé con una carta di credito in mano. Si sforzò di prendere coscienza del luogo. Il cicalino di un computer ronzava. Era in ufficio, ma il mobilio era cambiato e le sedie girevoli avevano un'offensiva imbottitura cremisi. Dalla carta di credito lo fissava il piccolo ologramma di un volto: HENRY BERGSON (1858-1941) L'indagatore del tempo soggettivo Sulla scrivania era aperta una cartella con una nota del dottor Ayroldi, e un dépliant: T I M E C A R D La vostra nuova carta-vita Se il tempo è denaro, con Timecard sfruttate tutto il vostro tempo vitale. Scoprite e finanziate angoli impensati di tempo con la vostr T I M E C A R D ! Armando sentì le vertigini e sedette. Tutto normale, pensò. Biascicò qualcosa. Su uno schermo s'affacciò la faccia di Lupoli: - Che ti prende? Barra... dico a te. - - Tutto normale. Grazie. - Lupoli uscì dall'inquadratura. Armando videofonò al Personale che andava via perché stava poco bene, ripose la card nel fascicolo e uscì. Fuori vide con sorpresa che era notte fonda. Guardò l'ora: le 00:48. Dunque erano già in vigore i preannunciati orari di turnazioni globali. La sua auto era parcheggiata nel solito garage; avviò e diresse verso casa. Le luci erano poche come se fosse periferia, e parevano affievolite da uno strano velo scuro. Il traffico in pratica non esisteva, il che lo indusse a sbirciare meglio l'orologio: 14 agosto. Bari era deserta per questo, dunque. Filò a rotta di collo per viale Unità d'Italia accorgendosi di due nuovi sensi vietati dopo averli imboccati. A casa evitò di accendere la luce, ma Anna era sveglia e lo udì. - Sono rincasato prima - le disse. - Sono sottosopra... niente di grave, Annarella, è solo che... mi è appena capitato il rientro. Capisci? Era previsto in questi giorni ed è successo in ufficio poco fa, ma... Tutto a posto, credimi. - Anna si agitò e disse con voce impastata: - Non riesco a dormire. Rientro? Oh, finalmente Armando, sono contenta. Mi sembra trascorsa una vita da quando... Domani ne parleremo per bene. Chiameremo Meo. Buonanotte. - Armando aveva un ottimo senso della posizione degli
oggetti d'arredo. Spesso di notte si alzava e senza
accendere la luce, tastando qua e là, girava tranquillo
per andare al bagno o prend E lui? Non seppe rispondersi. Aspettiamo domani, sono appena rientrato da un'esperienza di Tempus Fugit di un anno e mezzo. Tutto OK, tutto in ordine. * * * Si svegliò alle sei mentalmente affaticato da sogni turbinosi. Andò nel bagno e sul lavabo l'elaboratore moda-mirror, il momir, rispecchiò la sua immagine variandola in mille recenti abbigliamenti ancora estranei alla sua coscienza ritrovata. Udì i passi di Anna che preparava il caffè. Disattivò il momir disorientato da quegli autoritratti, interminabili come un mazzo di tarocchi. In cucina vide che lei aveva ancora movimenti del capo a piccoli scatti quasi meccanici. L'abbracciò in silenzio dalle spalle. - Vado in bici, - le disse. Ondeggiando leggermente Anna si voltò: - Stai meglio, Mandy? - Lo chiamava così quando era preoccupata. A tavola era pronto e sedettero. - Mandy, tu non devi fare mai più quella cosa... Oh, ma prima rispondimi. - Se sto meglio? E' presto per dirlo, Annarella. Tutto mi riaffiora in modo così nuovo... e consueto. Cara, è come se mancassi da un anno e mezzo. Be', non è la prima volta eppure adesso non so spiegartelo. - - Tu non devi mai più... - riprese Anna. Non riuscì a proseguire e gli strinse la mano in cui Armando aveva il pane tostato. Continuò a fatica: - Il Tempus Fugit è un circolo chiuso, Meo te l'ha detto tante volte. - Soltanto un occhio di Anna era lucido e lui ne fu commosso. La donna aggiunse: - Ti ricorderai di avvisare Meo? - - Sì, lo chiamo, però... - Era il 14 agosto. - Chissà dov'è oggi. Proverò. - Si fissarono ma il momento di Anna era passato, e lei negli occhi aveva il grigiore di uno schermo senza segnale. Anna sorrise, ma solo con le labbra. * * * Sotto il sole martellante - un cosmico faro da terzo grado - Bari era un deserto pietrificato, esibiva forme solitarie incomprensibili in quanto segni svuotati delle loro funzioni. Armando pedalò senza fretta secondo un itinerario casuale. Era bello rientrare in piena coscienza di sé proprio in una giornata simile. Amava la città deserta, situazione rarissima. Gli spazi ne venivano esaltati: il centro gli era sempre apparso soffocante, e invece ora vedeva quanto fosse arioso e imponente. Diresse verso certi antichi palazzi monumentali di largo Adua e via Buozzi; la luce accecante sottolineava quel difetto congenito della sua vista, gli scotomi. Ombre scure guizzavano nella sua visuale, una folla ectoplasmica che s'infoltiva nelle arcate buie dei portoni. Dopo pochi chilometri imboccò la statale Sud per Torre a Mare, lì il litorale fiancheggiava la periferia estrema non ancora campagna. Armando amava le zone di confine per la loro ambiguità a definirsi; non situazioni al limite, ma messa a nudo della vera natura delle cose. Gli apparve una catena di piccole dune martoriate, pareva che da sud i detriti stessero invadendo la città, invece era la città che si sarebbe dovuta estendere, no? Fra zolle, tufi e roccia spaccata emergevano macchie corrosive e puzzolenti di fangovivo, la nuova peste cittadina; e pneumatici, preservativi, componenti elettronici avariati. La discarica era l'inconscio della città. Infilò rapido una valigetta e si spinse su una sommità. A riva i gabbiani stridevano. Erano testardi, veloci in picchiata e immangiabili. Che ci faceva lui, lì? Da stanotte un anno e mezzo di ricordi frantumati gli ribolliva, e la cosa diventava insopportabile benché lui semplicemente vivesse - ora con completa consapevolezza - alcuni fatti di quel periodo di Tempus Fugit. Meo sosteneva che essere in TF era un 'pensare en surplace', vivere mettendo (per così dire) il pilota automatico alla mente. Be', scaduto il TF il pilota si era auto-disinnestato. Tutto normale, no? Tutto OK. Restò lì finché non fu un'ora decente. Poteva telefonare a Meo, ma non ne aveva voglia. * * * Quello stesso giorno Anna convenne che Ziggy, la gatta, notava qualcosa di cambiato in Armando. Gli soffiava come un serpente se lui voleva prenderle i cuccioli. - Ziggy! Non mi riconosci? - chiese costernato. - Noterà un tuo atteggiamento differente. Il tuo modo di fare di un anno e mezzo fa, ma nel frattempo lei l'ha dimenticato. - In cosa era cambiato, realmente? Disse: - Spero che si riabituerà. Stamani ho videofonato a Meo, ma non c'era. - - Non preoccuparti, l'ho rintracciato io. - Quello era diventato un giorno-sì di Anna, notò Armando; ora lei pareva quasi normale. Anna continuò: - L'ho invitato per quest'oggi... stai un po' zitto. Ci sarà anche Tecla che ho chiamato da Papua. Se non ti spiace posso dirlo anche a Gerardo e Nita. - Lui non obiettò, ma si chiuse in studio e conservò un silenzio scontroso. Gli invitati si materializzarono all'ora convenuta; la prima fu Tecla. - Ben- rientrato, papino - disse. Armando era sprofondato in poltrona, e appena la simulazione viva si accese alla sua destra lanciò un'occhiata e si aggobbì guardando fisso davanti. C'era una linea dove finiva la sua stanza, e cambiava la qualità della luce. L'ologramma tremolava per la distanza (un intero emisfero terrestre), ma lui aveva colto bene le immagini. Tecla era nuda e in compagnia, santoddio. - Papino, ti prego... Non ci vediamo così, senza TF, da un anno e mezzo. - Armando si voltò di scatto. - Così, dici? - Le indicò la sua nudità (benché mascherata da una trama fitta di tatuaggi mobili multicolori), poi alluse al partner. Un maori, doveva essere. Ricciuto, naso rincagnato, gli occhi due laghi lucenti e nero come la pece. Controllandosi disse ad Anna: - Posso sapere esattamente come nostra figlia attua le sue immersioni ancestrali inconsce? - Tecla rubò la risposta alla madre: - Ma papi, ascoltami almeno. Non è cambiato nulla... Voglio dire, sto benissimo e il lavoro va avanti magnificamente. Questo è Zamane, Adesso è lui la guida del gruppo. E' splendido cosa sta venendo fuori, credimi. Molte olovisioni hanno acquistato i nostri incontri di unioni ancestrali pubbliche... - - Unioni pubbliche? - Armando si aggrottò. - Possiamo farti vedere qui come noi due... - - Tecla! - esclamò Anna. - Ti prego, risparmia queste cose a tuo padre, almeno. E' appena rientrato, no? - L'ologramma di Tecla si pietrificò. Zamane pareva già la statua di un dio. Una lacrima brillante solcò lenta la guancia liscia della ragazza. - Ma mamma... papino... io... - Armando sentì all'improvviso una grande tenerezza per sua figlia: - Scusami. Vorrei che tu fossi qui con me. - Avrebbe voluto lì Piero ma al diavolo, anche lui era sempre via. Una nuova luce si accese alla sua sinistra. - Buon pomeriggio - dissero all'unisono Gerardo e Nita sorridenti. Sedevano in un locale con arredo e pavimento stonanti clamorosamente coi suoi. Seguirono convenevoli quasi non ci si vedesse da una vita. - Un momento - interruppe Armando seccato. - TF o meno ricordo bene che ci siamo olovisti ier l'altro noi quattro, no? - - Ah-ah, è vero! - sghignazzò Gerardo. - Ad ogni modo ti trovo benissimo, vecchio, e non so trattenermi dal dirtelo. Vero? - Nita approvò con calore. - Perfetto - rispose Armando. - Anche voi siete perfettamente voi stessi. - - C'è un motivo - spiegò Anna - per cui i nostri amici hanno chiesto di partecipare.- - Be' - cominciò Nita. Ad Armando parve più timida e impedita del solito. - Il fatto è che... insomma, credo di essere interessata a questa cosa. Al Tempus Fugit, voglio dire. Sì, direttamente interessata. - - Lo sapete che ha certi suoi problemi, e vorrebbe provare - concluse Gerardo. Calò un silenzio penoso. - E' difficile dare un'opinione obiettiva - disse infine Armando restando sul generico. In quel momento apparve Meo. Poiché Meo e i Càstano non si cnoscevano, Anna fece le presentazioni accennando al motivo della loro presenza; poi Meo disse: - Armando, scusa se non sono lì personalmente ma verrò a visitarti al più presto. Comunque ho già i dati essenziali, Anna mi ha trasmesso il tuo check-up automatico. - Consultò un minivideo che pareva incorporato nell'avambraccio sinistro, e forse lo era. - Il tuo rientro sta avvenendo con reazioni psicofisiche nei limiti. Ovviamente... be', è la seconda volta che hai quest'esperienza e ciò modifica certi risultati. Ma in fondo... - Con l'olo di Meo l'accostamento casuale tra luci, mobili e decorazioni murali faceva tornare le vertigini ad Armando. Colse lo sguardo sorpreso diretto a Meo dai due amici, poi ricordò: i Càstano conoscevano Meo di nome (lui e Anna gliene avevano parlato) ma lo vedevano solo ora. Vedevano come la biotecnologia aveva strappato Meo alla morte dal terrificante incidente aereo. - Ma in fondo - continuava Meo - importa solo che tu ritrovi definitivamente il tuo equilibrio. - Nita disse: - Dottor Reali... come le è stato anticipato da Anna avrei deciso... di provare anch'io e vorrei un suo parere preventivo . - Fissarono una visita privata, ma Meo puntualizzò: - Mi corre obbligo di avvisarla. Personalmente sono contrario al TF. Ad Armando la prima volta raccontai una storia. - Armando sbuffò. Era quella dell'uomo e del gomitolo. L'uomo era impaziente di superare i momenti noiosi o peggiori della vita per assaporare solo quelli sereni o brillanti. Forse era solo curioso sul suo futuro. Da un folletto ebbe un gomitolo: ogni volta che ne tirava il capo la sua vita saltava avanti mesi o anni, a seconda della lunghezza del filo svolto. Nascose il gomitolo in un cassetto; spesso infilava la mano dentro e tirava il filo. Un giorno aprì il cassetto e si accorse che... - Il gomitolo era alla fine - concluse Meo con un sorriso eloquente. Si udì un ridacchiare sommesso: era Armando. Continuò, sotto gli sguardi desolati di Anna e Tecla. Intervenne Gerardo: - Signori - disse rumorosamente, - ne so poco ma vorrei dire anch'io la mia. Una piccola testimonianza. - Si incupì, torcendosi le mani. Era insolito per lui, e Armando lo fissò divertito. - Una volta - disse Gerardo, - sì, circa dieci anni fa... attraversavo un periodo particolare... sapete, arrivano sempre i momenti di conti e bilanci e a una certa età gli anni volano eccetera... - Guardò intorno, quasi a scusare quelle banalità. - Avanti! - lo incitò teatralmente Armando. - Continui, la prego, signor Cliente! - Ricominciò con la sua risatina. - Be', in breve mi svegliai una notte e pensai che trentadue anni erano volati come un battito di ciglia. Poi mi congelò un pensiero: un altro piccolo battito di ciglia e magari mi sarei ritrovato con dieci anni di più. Eccomi: adesso ho quarantadue anni! - Ebbe uno sguardo disperato, poi scoppiò in una risatona. Armando capì che era tornato il Gerardo di sempre, aveva solo scaricato i suoi dozzinali erg di tensione. Meo disse con voce professionale (poteva modularla sinteticamente): - Signora Càstano, sapeva già ciò che ha detto suo marito? - - N... no. Ma capisco cosa intendeva dire. - Gerardo disse: - Mi pare che il TF somigli molto a ciò che ho raccontato. E' simile a ciò che accade nella vita. - - Secondo van Aalt infatti - fece Meo divagante - il TF è anche un'allegoria della vita. C'è poi il cosiddetto dilemma di De Johnette: il TF simula la vita o la morte? - - Cos'è la vita? Cos'è la morte? - fece Armando agitando vistosamente le mani. Nita riprese: - Io... io comunque vorrei provare. Una sola volta. Per due o tre mesi. - Fissò decisa Armando e Gerardo, tornato serio. - Solo una volta - assentì Gerardo - un breve, breve tempo per superare questo tuo momento e io ti sarò vicino, tesoro, - Pose un braccio sulla spalla di Nita, attirandola a sé. Per un battito di ciglia di due o tre mesi, pensò Armando. Tecla esclamò: - Io non lo farei. Mai e poi mai. - Tecla e Zamane furono i primi a dissolversi. Armando sentì con tristezza che la scomparsa del luminoso olo della figlia rabbuiava il suo cuore, oltre all'angolo della stanza. Poi fu la volta di Gerardo e Nita. Rimasero loro tre ma, discreta e reticente, Anna li lasciò soli; aveva perso il suo smalto e Armando non la trattenne. Meo gli chiese: - Allora, a noi due. Che intenzioni hai? - Lo fissò. Silenzio. - Sappilo bene - continuò Meo. - Da me non avrai mai più questo genere di aiuto. Non so se te ne rendi conto, ma è una dimostrazione di autentica amicizia. - Armando si raggomitolò in poltrona, cocciuto. Meo imprecò, poi disse: - E va bene, mi costringi alla predica. La prima volta pensavo di aiutarti e acconsentii alla prescrizione di Tempus Fugit, con un TF di tre mesi una noiosa convalescenza in ospedale vola e la cosa può giustificarsi... Mi accorgo di avere sbagliato. La seconda volta invocavi problemi esistenziali. - Meo roteò innaturalmente gli occhi. - Chi non ne ha, Cristo! Hai attraversato in surplace un bel pezzo di vita. Come ipnotizzato, capisci? Uno zombie, un cadavere, hai perso un anno e mezzo... fumato! - Armando l'interruppe. - Fumato? Allora senti cosa ti dico. Anzitutto con me non barare, lo sai che non è come per un ipnotizzato. Questo ritira il suo interesse da tutto il mondo escluso l'ipnotizzatore, e il TF non è così. Comunque ho trentaquattro anni. Dodicimila e quattrocento giorni. Anche trascurando i primi cinque anni (tremila giorni) sai quanti ne ricordo? O meglio, sai di quanti ricordo qualche momento? Due primi giorni di scuola. Qualche compleanno. Un regalo del babbo o della zia. La prima scopata. Il matrimonio, altre circostanze canoniche. Vari oggetti in casa e alcune olo-cassette portano i ricordi (non i giorni, comunque) a mille, duemila. C'è una data di quattro, cinque anni fa, di cui tu possa rievocare tutte le 24 ore? Questo è niente. Io lavoro da dieci anni: oltre 3000 giorni tranne rare eccezioni tutti anonimi e uguali come una galleria grigia, tutti perduti. Be', non venire a farmi prediche. TF o no non cambia proprio nulla, anzi così qualche vantaggio ci sarà. Per me è camminare saltando le pozzanghere, e tanto vale. - - Cos'è, assuefazione al TF o una nuova moda suicida? Sei un pazzo, uno che non vuole affrontare la realtà, che non si cura di chi gli sta intorno. - Meo modulò repentinamente la voce su un tono di serenità: - Armando, per il tuo bene occorre una buona terapia di supporto. - - Addio, Meo. Ci vediamo. - - Puoi contarci - disse Meo bellicoso. L'olo si spense e Armando rimase solo a rimuginare. Terapia di supporto! Si sentì invadere da uno strano torpore ed ebbe una specie di sogno a occhi aperti. Entrava di notte nello studio di Meo mentre quello riposava su una lettiga. Sulla scrivania c'era un telecomando, l'afferrava e cominciava a spegnere Meo: le corde vocali sintetiche, gli occhi, il braccio col minivideo, un polmome, un organo artificiale dopo l'altro. Meo si alzava zoppicando, seguiva una silenziosa colluttazione. Lui gli tagliava una grossa arteria di plastica e cercava di infilargliela in gola... Si scosse, turbato. Poi gli salì un pensiero: ci sono attività che non si arrestano mai, neanche a Ferragosto. Attività lecite e illecite. Si diede ad un frenetico giro di insolite videotelefonate, certe notizie circolavano anche prima del suo periodo di TF... Quando finì erano le 19:32. Ricominciò a ridacchiare, poi prese del denaro, la bici e uscì. * * * Le strade deserte restituivano un'afa rovente che era tutta la violenza solare accumulata nel giorno. A oriente il cielo era un sipario cremisi, gonfio in volute brillanti. Il rogo accendeva le cime dei palazzi riverberando sull'asfalto. Pedalò verso nord, nel cuore delle fiamme. Il bagno di fuoco s'incupiva appena preludendo a ombre di cenere. Armando sentì stringerglisi al centro del petto, ma non per la bellezza violenta dello spettacolo. A lui tramonto e crepuscolo facevano bruciare la sua solitudine, il rammarico di cose non fatte, lo scempio dei giorni affogati in azioni banali dimenticate per sempre. E non c'era soltanto la questione della memoria del proprio passato, ovviamente. Quel pomeriggio, con Meo, lui aveva avuto la chiara cognizione del suo stato: si era risvegliato dopo molti mesi per scoprire che non era cambiato niente. Quando aveva deciso di imbarcarsi nella seconda esperienza di TF, aveva preventivato di attraversare indenne un temporaneo fortunale di eventi per approdare alla bonaccia. Invece non poteva pretendere di cambiare cose e persone. Doveva accettare Anna, Tecla, il lavoro così com'erano. Purtroppo da qualche tempo non era più capace. Qualcuno parlava di simbologie sessuali: cielo rosso come una grande vagina. Lui vi si tuffò, e quando arrivò a Palese di quella vagina restavano striature sottili accese come braci nell'aria incupita. Si diresse verso la zona vecchia del paesino, nel dedalo di straduzze. In giro vide un paio di facce paesane che non lo curarono. Cercò una certa porta e bussò. Aprirono. Poichè conosceva i codici verbali da usare lo introdussero in silenzio, poi lo lasciarono in una stanza buia con mobili di legno vecchio. Arrivò un ragazzino e gli consegnò una bustina di plastica. Neanche dieci minuti era durato, e già stava tornando. Fu certo che Meo sapeva cosa ormai succedeva in giro, forse però non immaginava quanto rapidamente Armando si fosse istruito. Aveva la bustina ma no, non aveva deciso ancora niente. Confusamente, cercò di scavare nelle sue ragioni. Che non fossero il paravento di qualcos'altro? Ripensò alla vita che lo attendeva e di nuovo sentì i ceppi gravarlo, la vecchia camicia di forza strisciargli addosso. No, sarebbe stato insopportabile. Poiché scuriva accese il fanale della bici. Pensò ad Anna sola a casa con la sua faticosa convalescenza, poi si arrestò sotto un lampione. La mano tremante si ritrovò in tasca. Mancavano sei minuti alle nove, massimo un'ora e sarebbe stato a casa. - Arrivo, Annarella - sussurrò. - Perdonami. - Pochi attimi dopo Armando si scoprì nel suo letto, steso a un metro da Anna. Dietro si muoveva un'ombra, poi si affacciò il volto spigoloso di Meo che lo fissò accigliato. - Allora, sei rientrato? - Ancora Meo tra i piedi! - Cos'è accaduto? - domandò. - Un'altra delle tue bravate - disse Meo. - Hai preso una dose da elefante. Poi ci dirai come te la sei procurata, eh? - L'immancabile vertigine. Ora ricordava! Aveva acquistato il Tempus Fugit e l'aveva ingerito sotto il lampione, ma doveva aver pasticciato con le dosi. Sforzò la memoria: rivide il ritorno da Palese già imbottito di TF, ricapitolò un paio di scene posteriori, ma non doveva essere durato che un paio di giorni, un battito di ciglia troppo misero. Evidentemente ce l'aveva avuto scritto in faccia che s'era ubriacato di TF. E con questo? - Sto benissimo - rispose. Non erano stati che due giorni ma dentro ne custodiva ancora la piccola oasi, lontana anniluce dalla presunta amorfità di non-esistenza che altri pretendevano fosse quell'esperienza. Si sollevò. - Lasciatemi, debbo uscire. - - Ah-ah! - fece Meo. - Resti qui con le flebo. Inoltre non ti sarà facile ripetere il gesto, amico, ficcatelo bene in testa. - Anna lo aiutò amorevolmente a rilassarsi sul guanciale. Si percepiva il suo silenzioso rimprovero, la sua preoccupazione. Lui girò la testa contro il muro, dio, ricominciava la tortura. Avevano rovinato tutto! Aveva cercato solo un altro paio d'anni via dal rumore di fondo del mondo. Non significava scaricarsi delle proprie responsabilità, il 'pilota automatico della mente' consentiva una vita di relazione apparentemente normale e tanto bastava. Il resto dovevano restare cavoli suoi! * * * Giunse settembre, e nelle mattiniere passeggiate in bici Armando presentiva il vento dell'inverno. Una domenica girovagò di buonora tra le strade solitarie, poi si diresse verso parco XVII Luglio. L'asfalto era bagnato di pioggia; nel parco, dagli alberi e dalle cataste di foglie secche scolavano rivoli d'acqua con una specie di allegro chiacchiericcio, i prati fumavano. Le tinte avevano tonalità grigioverdi limitate ma fresche. Nel laghetto gli anatroccoli sostavano a riva. Armando sedette su una panchina, e non udì i passi alle spalle. Ormai l'unica cosa che sopportava era quel po' di natura che ancora restava, il silenzio e l'odore delle piante, la vista degli animali. Quando alzò gli occhi si accorse di un giovane in tuta da lavoro poggiato alla palizzata; gettava qualcosa alle anatre. Il ragazzo esclamò: - Vengo ogni mattina a quest'ora. Mi conoscono! - Si accorse che era una ragazza. Bionda, il viso minuto e i capelli corti, buffi occhialini tondi d'oro. - Piacciono anche a me - rispose alzandosi. Voltata, la ragazza rivelò occhi chiari e aspetto gradevole. Gli rispose: - Già, servirebbe un buon gagnoglietto! - Tornò a gettare la sua roba nel lago. Armando rimuginò accigliato quella parola, poi ricordò che nel linguaggio confidenziale ora erano di moda continui neologismi e forme verbali che lui non aveva modo di seguire. La ragazza aggiunse: - Ma il guardiano, Genco, è scarso a... - Un altro termine incomprensibile. Il mangime continuò a crepitare sullo specchio liquido. Ogni tanto la ragazza, senza girarsi, gli diceva qualcosa. Doveva essere un tipo estroverso, di quelli che vivono intensamente la loro gioventù. Se amava gli animali doveva anche essere sensibile, a lui sarebbe piaciuto dirle... Finalmente realizzò con apprensione che stava capendo sì e no il dieci per cento delle parole. Possibile che fosse a quel punto? Quell'incontro sembrava uno specchio del suo progressivo isolamento. Si rese conto che in altri tempi sarebbe inorridito. Da bambino, ad esempio. Alle volte non riusciva a comunicare con i suoi e la cosa lo spaventava a morte. Avrebbe dovuto... Si perse in questi pensieri. Allorché si riscosse, si accorse che era completamente solo nel parco. E pioveva, con un'ostinazione disperata. * * * Un pomeriggio invernale Armando sedeva in salotto. Improvvisamente saltò sul cuscino. - Anna, - urlò. La donna guardava l'olovisione. Ebbe a sua volta un sobbalzo: - Mandy? - chiese scrutandolo. - Niente, niente. - Tornò a sfogliare la rivista, ma dentro aveva una tempesta. Proprio ora doveva aver avuto un rientro e non si sentiva in grado di verificarlo. Le solite vertigini, ma che significava? Ne aveva sempre sofferto. L'unica prova era che un attimo prima gli era parso di star seduto con sua moglie leggendo un articolo diverso... Una specie di déja vu. La stessa rivista, "Congetture", ma un altro argomento. Questo sott'occhi era un servizio sulle scaramucce belliche in Antartide, dove nasceva una nuova zona di tensioni internazionali. Quell'altro, invece... non parlava pure di guerra? Forse. Eppure... Era un'impressione, o Anna appariva ingrassata? E la bocca socchiusa di lato, col filino di saliva: una novità. Gli sembrò di vederla in una moda-mirror deformante, un momir che variasse le fattezze più che l'abbigliamento. Bene, decise rilassandosi sullo schienale, mi congratulo con me stesso se questo è davvero un rientro. Con la storia di Palese era stato uno stupido, perché si era accorto di rientrare. Rammentò che poi però aveva escogitato una nuova tecnica, il 'rientro mascherato'. Se avesse potuto assumere il TF in circostanze perfettamente ritrovabili al rientro (da organizzare quindi con meticolosa precisione), ebbene, forse non si sarebbe accorto che rientrava. Sembrava complicato ma era almeno il caso di tentare. Risultato, un battito di ciglia (ma anche un'oasi di pace) di due, tre anni, senza verifiche e falsi rimorsi. Meo non poteva pedinarlo ventiquattrore al giorno, e lui doveva aver trovato il modo. Poteva subito controllare focalizzando la memoria per richiamare dettagli dell'eventuale periodo appena trascorso in TF ma, era questo il punto, qualcosa gli diceva che lo sforzo della rievocazione non valeva la qualità dei suoi ricordi. - Mandy, - implorò Anna - ti prego. Devi dirmi cosa succede. - In Anna lesse un corpo disfatto, occhi che avevano perso ogni luce. Si era insospettita, ma la sua nuova tecnica non ne risultava inficiata. Pensò una serie di TF e rientri di cui non si sarebbe neanche reso conto. Forse, come alcuni sostenevano, veramente il pensare era superiore all'agire: lui sarebbe giunto a non pensare e non agire. Come dire al mondo: mi avete imposto di star qui, ma non mi avrete! Oltre alla pace provò una sensazione nuova di rivincita, di liberazione dalla schiavitù della memoria. Era come galleggiare tra le nuvole. Sorrise ad Anna, le si accostò stringendole la mano. - Sta' tranquilla, cara. Sta' tranquilla, solo un malessere momentaneo. - Lei lo guardava in modo straziante. * * * Sul sottofondo dei cicalini dei computer squillavano i telefoni. - Un momento, - disse Armando. - Pronto? - Le 20:38. Sulla scrivania giaceva una lista di precedenze. Da uno schermo si affacciò Lupoli, il viso deformato dalla vicinanza alla telecamera: - Barra? Ti sta cercando il dottor Ayroldi ma hai le linee occupate. - - Digli che lo richiamo tra qualche minuto. - - Pronto? - C'era un silenzio profondo negli auricolari. La linea cadde. Armando ripose il microfono e si rilassò; nella stanza trascorsero alcuni secondi di silenzio benedetto, poi il telefono tornò a squillare. - Pronto? - La voce che gli parlò era vagamente familiare. - Signor Barra? Un momento, prego. - Ticchettii. Il timbro maschile era pieno, quasi auto- ritario. - Resti in linea, signor Barra, c'è un messaggio urgente per lei. - - Chi parla? - chiese Armando, ma udì il segnale di attesa. Stava per riattaccare allorché tornò la forte voce maschile: - Non chiuda, signor Barra. E' importante per lei. - Armando ascoltò ancora il silenzio, incerto, poi lentamente posò il ricevitore aperto sulla scrivania e si alzò. Uscì dalla stanza, attraversò un piccolo corridoio, un vestibolo. Ma da quando avevano spostato i bagni giù nei sotterranei? Scese molti scalini; giù fu aggredito da un biancore asettico e una luce violenta. Si rinserrò nel bagno, e con entrambe le mani si appoggiò al lavabo. Socchiuse gli occhi semiaccecato. Varie cose importanti nella vita di un uomo, pensò, accadono nel cesso. La mano andò al taschino, prese la bustina e l'aprì. Due blister argentei con 20 macrocapsule di TF splendevano come due stelle. Gli costavano un patrimonio. Era bello guardarle. Le mani artigliarono i bordi del lavabo. Il largo momir al muro s'autoattivò, ma lui evitò lo sguardo che gli avrebbe restituito. Percepì comunque il grottesco balletto di vestiti e acconciature variopinte. C'era qualcosa di ancora migliore dei rientri mascherati, perdio. Tra vent'anni, ad esempio: sarebbe stato vivo? Chi poteva saperlo? Ecco una scommessa che forse valeva la pena accettare, una scommessa con se stesso. (Doveva disattivare quel falso specchio e il suo bombardamento automatico di Armando-stimolazioni). Un momento, cosa significava morire se si era sotto l'effetto del Tempus Fugit? Fino a che punto si sarebbe coscienti di quanto ci accade? Tutto sommato poteva essere vivo e vegeto: ecco dove nasceva la scommessa! Venti anni di pace. Altrimenti l'alternativa era... Ancora titubante estrasse un blister. Oltre all'abbigliamento, il momir - vide di sfuggita - stava variando freneticamente anche i suoi tratti somatici. Per l'acquisto di queste capsule si era indebitato fino al collo. E che importava? Tanto lui stesso avrebbe lavorato anni per pagarle ma, ovvio, a psicopilota inserito, quindi col vantaggio praticamente di non accorgersene! Era stato tuttavia un problema, procurarsi la montagna di denaro occorrente. Sul momir credé di cogliere ripetutamente le fattezze di un Armando decrepito. Distolse lo sguardo e pensò alla sua famiglia, ma gli parve inutile e stantio. Con autoironia pensò ad un epitaffio, ma scoprì che a se stesso non aveva nient'altro da dire. Rilesse il foglietto d'accompagnamento: Si fissa stabilmente ai recettori nervosi che presiedono al flusso della coscienza temporale modificandoli per la durata di... Sorvolò sulle differenze e analogie con stato onirico, ipnosi, sonnambulismo eccetera. Stavolta avrebbe evitato controindicazioni o sovradosaggi. Da assumere ad intervalli di un minuto l'una dall'altra. Ogni macrocapsula vale per un anno di Tempus Fugit. Estrasse la sua Timecard: - Scoprite e finanziate tutto il vostro tempo vitale! - Henri Bergson lo guardava dal minuscolo mezzo-busto olografico, e Armando gli strizzò un occhio. Con un rombo tellurico, il momir gli esplose in faccia la sua stessa carne putrida, gli tagliuzzò il corpo con un miliardo di schegge accecanti. VITTORIO CATANI (Lecce, 1940) scrive narrativa fantastica e di fan-tascienza dal 1962. Ha pubblicato sulle maggiori riviste specializzate italiane ("Urania", "Galaxy", "Galassia", Robot", "Nova sf") e su vari quotidiani e periodici ("La Gazzetta del Mezzogiorno", "L'Unità", "Bit", "L'Eternauta", "La Vallisa", "Via Lattea", "Pragma"); ha avuto traduzioni in Francia, Germania, Ungheria, ex Cecoslovacchia. L'eternità e i mostri (La Tribuna, Piacenza, 1972), antologia personale di racconti; Il gioco dei mondi (Dedalo, Bari, 1985), saggio critico sulla fantascienza (con E.Ragone e A.Scacco); Gli universi di Moras (Mondadori, 1990), romanzo che ha vinto la prima edizione del Premio Urania, riproponendo una firma italiana su "Urania" dopo trentacinque anni; I guastatori dell'Eden (Liguori, Napoli, 1993), romanzo pubblicato nella collana per giovani "Altroquando". Si occupa di narrativa fantastica anche attraverso conferenze, trasmissioni radio e tv, spettacoli teatrali. Vive a Bari, dove lavora come funzionario della Banca Commerciale Italiana. |
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