Racconto vincitore del Premio Letterario (1977) H.P.LOVECRAFT organizzato dal Centro Ricerche "Yuri Gagarin" di Napoli INCIDENTE SUL LAVORO di Gian Filippo Pizzo
A Vito, "dream master" in questione Cosa provate quando vi risvegliate al
mattino? C'è chi si leva senza sforzo, subito sveglio al
primo raggio di sole che filtra dagli scuri. C'è chi ama
crogiolarsi per lunghi minuti nel tepore de Perché c'è ancora un'altra cosa: i sogni. Infatti, appena superato il panico del risveglio, appena ricondotte in noi le cognizioni che ci consentono di vivere e che sembrano abbandonarci mentre perduriamo nel limbo del sonno, arriva il secondo momento di esitazione. Il più delle volte non ricordiamo affatto i sogni - gli incubi - che ci hanno accompagnato, ma solo le sensazioni che ci hanno dato, impalpabili sentimenti di terrore che ti avvinghiano. Poi passa; la luce, il contorno di oggetti familiari, voci amiche ti offrono un appiglio e ti aggrappi tenacemente e torni all'esistenza. * * * Ieri il mio risveglio è stato molto duro. Avevo gli occhi aperti, ma non riuscivo a vedere, proprio come un neonato staccato a viva forza dal suo privato universo. Stamani è stato se possibile ancora peggio, ma qualcosa di nuovo è intervenuto: sono riuscito a ricordare il sogno. E' stato un sogno lunghissimo durato sin da quando ho preso sonno ieri sera. Ma c'è qualcosa d'altro, quello che mi lascia tremante; mi sono reso conto che è questo l'incubo di ogni notte da non so più quanto tempo. E mi sono reso conto di altre coincidenze (coincidenze?). Questo sogno io l'ho già fatto, prima di ammalarmi, molti anni fa, da bambino, in un'occasione che ho sempre cercato di scacciare dalla mente: la morte dei miei genitori nell'incendio che distrusse la città. Perché questo improvviso ricordo a distanza di tanti anni? Non lo so e in fondo non me ne importa; sono preso da altri problemi. Stamani è stato tremendo, c'è voluta tutta la mia residua forza di volontà per destarmi. Se mi accade ancora, avrò la forza di ribellarmi? Non ho più volontà. E mi sento spossato, anche fisicamente. * * * ... palazzi altissimi, grattacieli talmente elevati da sembrare obliqui, come un attimo prima di una rovinosa caduta. Io su uno di questi, guardando in basso senza riuscire a scorgere la terra, mentre intorno altri grattacieli, lontani. Moltissime persone insieme a me, tutti seduti su lastre di marmo bianco, spesse appena un dito, sporgenti come mensole dall'edificio. Alle nostre spalle, un terrazzo vastissimo conduceva ad una scalinata, con un portone chiuso in cima. Gli altri, non sapevo chi fossero. Come me, aspettavano, seduti con le gambe penzolanti nel vuoto. Nella luce che si diffondeva dovunque senza che venisse da nessuna parte - il cielo era terso e profondo e senza sole - riconobbi due persone. Uno, un amico del quale avevo dimenticato il nome, forse un vecchio com- pagno di scuola o un vicino di casa che avevo perso di vista... forse era Pietro, morto ancora in età scolare per un male incurabile, che ritrovavo adulto? Cercai di cogliere il suo sguardo, ed egli mi vide e mi fissò con gli occhi vuoti, privi di interesse. L'altra, mia madre. Mia madre, anch'essa ritrovata vecchia come avrebbe dovuto essere se fosse vissuta, presenza che avrebbe dovuto essere rassicurante se ella stessa non fosse stata atterrita dal vuoto... Era vicinissima, cercai di parlarle ma quell'atmosfera ovattata ripudiava ogni suono. Eravamo tutti silenziosi, immobili, quasi senza respirare, temendo che questo potesse alterare il nostro precario equilibrio, già messo in crisi dal vento che in un momento imprecisato si era levato e che continuamente aumentava d'intensità. Ora riconoscevo anche altra gente; alcuni, persone incontrate per caso, forse in un bar, forse in un bordello, forse occasionali compagni di viaggio. Altri erano amici, o donne che avevo avuto, ma non riuscivo a riconciliare le loro fattezze con quelle schedate nella mia memoria, mi sfuggivano né per la verità tentavo di ricordare. Tutta la scena era caratterizzata da una immobilità totale, a parte il vento. Non mi chiedevo cosa facesse lì tutta quella gente, cosa ci facessi io; era così, lo accettavo implicitamente. Poi la staticità si ruppe. Qualcosa (qualcuno) cadde. Qualcuno urlò. Anche il silenzio si era rotto. Le grandi vetrate del grattacielo cominciarono a rompersi, o a staccarsi intere dalle finestre, e caddero su di noi. Nessuno si muoveva, mentre i cristalli si frantumavano e si precipitavano su di noi, talvolta sfregiandoci, a volte mancandoci, ma continuando la loro caduta in un turbinio scintillante. Come ipnotizzati, nessuno faceva il minimo gesto, preoccupato solo del proprio equilibrio e dominato dalla paura che quello strano sedile si rompesse come le lastre di vetro. Forse alle mie spalle, oltre la porta sulla scalinata, c'era la salvezza. Ma non potevo muovermi. E questa sofferenza indicibile è durata tutta la notte. * * * Ora sono completamente sveglio, e la paura è quasi scomparsa. Una dottoressa dal camice bianco è accanto al mio capezzale; mi sta facendo un'iniezione endovenosa. Mi parla con voce rassicurante, con quel tono che sanno usare solo i medici e i sacerdoti. Io non rispondo, non posso parlare. Anche gli altri sensi non funzionano bene. Non riesco a vedere perché il punto focale della mia vista è diventato indefinito e inoltre ho perso la visione stereoscopica. Credo di aver perso anche il senso dell'equilibrio, perché mi gira la testa anche se sono coricato. Soprattutto, ho perso la memoria. Non ricordo più nulla, non capisco cosa faccio in ospedale, che malattia ho. Qui sono tutti molto evasivi, non mi dicono nulla con la scusa che fa parte della cura. A quanto pare stanno seguendo una terapia molto complicata, ma non vi sono medicine, né strumenti, né sedute psichiatriche. Forse mi curano quando dormo? Se è così chiederò che smettano, perché è certamente questo a provocarmi quegli spaventosi incubi. A che stavo pensando? Non riesco più a coordinare i pensieri, mi sembra che il cervello non mi appartenga più. Traslazione da piani di dimensione ortogonale. Cosa significa? Mi è venuta in mente improvvisamente. Non credo che abbia un significato, è solo delirio. Forse è tutto un delirio, compresa la clinica, i dottori, la premurosa dottoressa Anna che si appresta a darmi un sedativo. E' passato così in fretta questo giorno; pensavo di essermi svegliato da pochi minuti e invece è già ora di dormire. Buonanotte. Riuscirò a svegliarmi, domani? Mentre giro la testa, mi accorgo che il cuscino è imbrattato di un liquido vischioso. Sembra sangue. Ricordo, nel sogno, la scheggia di vetro che mi taglia la guancia... Ma già il narcotico fa il suo effetto. * * * Sempre la stessa scena. Occupo lo stesso posto, vedo le stesse facce, resto immobile sulla mensola. E' cambiato solo il tempo: adesso sono più avanti, mentre già infuria la tempesta di vetro, monotona, e il vento fischia e qualcuno comincia a urlare, sempre più forte. Alzo gli occhi per guardare le mensole sopra di me. Prima non me ne ero accorto, ma ce ne devono essere a centinaia su tutta la facciata, tutte piene di gente. Adesso cominciano a rompersi anch'esse, a staccarsi, come prima le vetrate. La gente comincia a cadere, urlando, ma sempre con lo sguardo vitreo, come se l'urlo fosse istintivo e non dettato da pura disperazione. Come già quella dei vetri, è una caduta lenta. I corpi sembrano danzare, planando verso il lontano suolo, verso un confine sconosciuto. Tra pochi istanti verrà anche il mio turno; molti miei vicini sono già caduti, forse colpiti dagli altri, forse si sono tuffati da soli. Mi sento tirare, ma non verso sotto, non capisco... Sono sveglio, e sono guarito. Finalmente ho saputo tutto, ho ricordato tutta la vicenda. Mi chiamo Frank, Frank Lacey, e sono direttore di un progetto di ricerca sugli universi perpendicolari, finanziato dall'ONU. Non vi meravigliate se occupo un posto così importante nonostante la mia giovane età. Il fatto è che sono stato io stesso a scoprire l'esistenza degli universi ortogonali. Forse è meglio raccontare le cose partendo dal principio. Dopo la laurea in matematica e topologia applicata, fui chiamato a lavorare al progetto Parauniversi, che sono dei piani di esistenza paralleli al nostro continuo e che si pensa siano originati da minime alterazioni nel passato storico. Esistono molti di questi piani. (Per esempio: in uno Cristo non è mai nato; in un altro i Romani persero la guerra Punica; oppure i Sudisti vinsero la guerra di Secessione; o Mussolini si alleò con gli inglesi invece che con Hitler). Ce n'è a migliaia e sono stati scoperti dalle ricerche congiunte di Jenkins e Isaac dopo che Frank Prosper riuscì a decifrare i princìpi basilari della matematica marziana (teoremi più importanti: uno è uguale a due; un angolo retto è uguale ad un angolo acuto). Nel corso di una indagine fisica, avvenne un incidente. Di solito mi occupo del lavoro teorico, ma quella volta, per una serie di circostanze, dovetti accompagnare uno studioso di storia in un universoparallelo. Purtroppo successe un guaio: un trasformatore di corrente indotta, non si sa per quale motivo, invertì improvvisamente la polarità. Così andammo a finire da un'altra parte e ci rendemmo conto che non era un parauniverso, ma un altro piano di esistenza, forse addirittura in un altro continuo. In mancanza di meglio lo definimmo "perpendicolare". La cosa più importante è che questo diverso piano di realtà, a differenza dei normali universi paralleli, sembra essere dominato da leggi fisiche completamente diverse da quelle nostre. Appena mi riportarono indietro la prima volta, ero completamente fuori fase: vertigini, nausea, tutti i sensi che funzionavano in disaccordo tra di loro. Ci sono voluti molti viaggi avanti e indietro da quell'altro mondo per riportarmi alla normalità. Ma adesso sto bene, e, quel che più conta, sono in grado di trasferirmi quando voglio senza subire lo shock del passaggio. Naturalmente mi sono offerto volontario per proseguire la ricerca. Ci sono molte cose da chiarire, ancora non siamo completamente sicuri che si tratti di un'altra dimensione, potrebbe essere stata un'allucinazione. E' vero, esistono i filmati, ma allora come si può spiegare che io abbia trovato delle persone che conoscevo e che sono morte? Potrebbbero essere dei sosia? Io credo di no; è una sensazione, certo, eppure sento che è così. Sento che quella che vidi è veramente mia madre, la stessa che mi cullò da bambino e che morì nell'incendio. Non voglio credere ad una spiegazione metafisica, ma devo comunque scoprire la verità! * * * ... palazzi altissimi, vento, il cielo illuminato ma senza sole... è sempre la stessa scena, ma ancora più avanti nel tempo. Stavolta rientro proprio nel punto che ho lasciato, gente che urla che cade. Io sono tranquillo, l'esperienza ha dimostrato che ai viaggiatori non succede nulla - e, d'altronde, essi non possono intervenire - perché essi non sono originari di quella dimensione. Se potessero influire, ci sarebbero continuamente delle gravi alterazioni nelle forze cosmiche. Inoltre, i miei amici sono pronti, stanno guardando la scena sul monitor e al minimo pericolo mi riporteranno indietro. In quel momento, mi assale improvvisa una consapevolezza: io sono originario di questa dimensione. Tutto il resto è vero, ma è avvenuto al contrario; dalla mia dimensione sono andato a finire in quella della Terra. Adesso, sono tornato indietro, al mio posto. Questo significa che la macchina traslatrice non avrà effetto. Guardo nel monitor al polso e i visi costernati dei miei colleghi mi danno ragione: la macchina non funziona. La mensola si è appena rotta. Cadiamo. Io non urlo: ho fretta di arrivare in fondo.
GIAN FILIPPO PIZZO è nato a Palermo il 5 ottobre 1951. Dopo la maturità scientifica, si è laureato a Palermo in Scienze Politiche. Dal 1979 vive a Firenze, dove lavora come bibliotecario presso l'Università. Si occupa professionalmente di informatica. Ha cominciato ad occuparsi attivamente di fantascienza (SF) dopo il 1972, collaborando con il Centro Cultori SF di Venezia. Dal 1974 al 1979 ha pubblicato, assieme agli altri soci del Circolo Siciliano Fantascienza, di cui è stato fondatore, la fanzine "Astralia". Nel 1978 ha collaborato alla realizzazione del convegno su La fantascienza e la critica di Palermo, curando la mostra libraria ed il relativo catalogo Vent'anni di fantascienza in Italia (ed. La Nuova Presenza, Palermo). Ex giornalista pubblicista, ha collaborato con le terze pagine dei quotidiani "Il Giornale di Sicilia", "L'Ora di Palermo" e "La Città di Firenze". Dal 1986 tiene una rubrica fissa mensile su "Il Giornale dei Misteri". Come saggista ha vinto il 1° premio del CMNA con un articolo sulla SF italiana. Come scrittore ha vinto il Premio 'Lovecraft' 1977 per Incidente sul lavoro, è stato finalista al 'M.Shelley' 1984 con Autoscacco, segnalato al 'Tolkien' 1982 con Le voci del vento, al premio 'Italia' 1992 con Com'era lassù, e al 1° premio di poesia 'Angelo De Ceglie'. E' stato tradotto all'estero: in Belgio, Ungheria, Cecoslovacchia, Finlandia. Ha vinto il Premio Nobel per la pace nel 1978. |
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