MASSIMO DEL PIZZO, Viaggi e passaggi. Letture di Jules Verne, Solfanelli, Chieti, 1995, pp.109, L.10.000.

Già nel titolo del suo saggio, Massimo Del Pizzo ha posto giustamente in rilievo il tema fondamentale che anima l'opera romanzesca di Jules Verne: il viaggio. Viaggio che non è mai fine a se stesso ma che, oltre al divertissement, comprende altri momenti fondamentali. Innanzitutto, è conoscenza culturale e geografica ed attenta osservazione del continuo trasformismo etico e sociale. E' anche iniziazione perché al termine di esso il protagonista "si interroga sul senso del progresso, l'origine, la fine" ed entra conseguentemente nell'ambito di un sapere nuovo e non più preconcetto. E' catarsi perché dalla maturazione del pensiero che ne consegue scaturisce una più libera coscienza individuale con rimozione di pregiudizi e luoghi comuni. E così la fine del viaggio darà l'avvio al processo in cui "l'excursion sérieuse commencera, car lìimagination sera désormais leur guide, et ils voyageront dans leurs souvenirs" (Voyage à reculons, Le Cherche Midi éditeur, 1989, p.239).

"L'excursion sérieuse", tappa successiva che è d'obbligo considerare nell'opera verniana, comprende le linee di uno sviluppo fantascientifico che scaturisce dal desiderio dell'Autore di mettere alla prova, con situazioni limite, l'impatto delle scoperte scientifiche e tecnologiche sulla realtà del XIX secolo così difforme a seconda delle diverse situazioni storiche, geografiche ed etnico-culturali. E' quindi una "fantascienza" che deva fare continuo riferimento alla realtà in piena ottemperanza al presupposto sul quale poggiano i "Voyages extraordinaires". Non quindi gli "esercizi della fantasia" di Wells bensì forzatura immaginaria, "al limite del possibile", sul tema del rapporto uomo-macchina.

Accortamente Del Pizzo, in Viaggi e passaggi, fa rilevare che in Verne non manca l'osservazione critica della realtà minacciata dalla scienza; il romanziere a volte propone addirittura le due varianti on-off da una stessa situazione; basti pensare agli sviluppi ed ai finali contrastanti se non addirittura opposti di Robur le Conquérant e Maître du Monde, di L'île mystérieuse e L'éternal Adam (con tutte le riserve, a proposito di quest'opera, riguardo l'attribuzione della paternità). Conclusioni diverse ma sempre "nei limiti del possibile". Il mantenersi scrupolosamente "au ras du réel", le trame avvincenti, audaci ma sempre prive di spericolate acrobazie fantastiche, un'onestà narrativa priva di ricercatezze superflue, hanno in gran parte sancito il successo di un'opera che "si è costruita uno spazio nel gusto, nel costume, nella morale e nel sogno della società di un'epoca". Sicuramente non sarebbero mancate a Verne le occasioni di sconfinare nell'impossibile; basti citare il momento in cui in Autour de la Lune un bolide infiammato illumina la faccia nascosta del satellite terrestre: niente di più facile che inserire un elemento riferibile, ad esempio, a qualche forma di vita animale o vegetale al posto di quell'inquietante punto interrogativo ("Pouvaient-ils donner une affirmation scientifique à cette observation si superficiellement obtenue?").

Sempre dunque l'attenzione verso quella base scientifica della quale solo la letteratura fantastica successiva avrebbe fatto volentieri a meno. Ed ancor più Verne si discosta dagli scrittori di fantascienza "sensu stricto" per quella sua costante, quasi ossessiva e tormentata preoccupazione di analizzare gli effetti dell'incontro-scontro fra il nuovo e la tradizione, argomento sviluppato in senso drammaticamente negativo ne Le Château des Carpates nel quale la distruzione finale dei luoghi dove si sono svolti i fatti è un segno abbastanza esplicito del pessimismo verniano sul destino dell'uomo e delle sue scelte; un pessimismo che, dopo aver letto l'ultimo romanzo rimasto inedito fino al 1994 (mi riferisco a Paris au XXe siècle, Hachette, Le Cherche Midi) non appare più caratteristica degli ultimi anni di vita dello scrittore ma già ben strutturato fin dalla giovane età. E' lo scetticismo di una persona già perfettamente conscia della natura e dei limiti delle acquisizioni scientifiche, delle loro applicazioni pratiche e dei preoccupanti, negativi influssi sulla morale. E' l'amara constatazione di chi, come osserva Massimo Del Pizzo in Viaggi e passaggi, teme che "la sofisticatissima artificialità del robot (...) metta in crisi l'identità stessa dell'ideatore, del produttore, del programmatore di macchine intelligenti dato che queste tendono a diventare, a tutti gli effetti, il suo doppio". E' il timore di chi ci "ammonisce sulle possibili modificazioni perverse dei rapporti uomo-macchina".

                                                          Alessandro Bisogni