Trasloco a quattro mani di Luciano Nardelli Sì, lo sciacquone continuava a perdere, e con insistenza anche, in maniera fastidiosa, ma prima o dopo lui sarebbe riuscito a mettere le mani su quell'inafferrabile idraulico e costringerlo a porre rimedio. Solo allora la sua nuova casa sarebbe stata mondata anche da quell'unico, ma tanto noioso inconveniente. Così lui, Jules, avrebbe finalmente potuto diramare gli inviti alla combriccola di amici che, dopo aver sopportato per più di un anno la tortura di sentirsi spiegare, e in ogni particolare, come avrebbe funzionato la cucina, quale sarebbe stato l'arredamento della mansarda, e quale il colore delle tende giù in taverna, ora sembrava impaziente di ammirare, e probabilmente di criticare, il risultato finale. Si andava verso l'imbrunire, e le due lune di Ultimo stavano già sorgendo, una a ponente e l'altra a levante, tentando di imporre i propri colori in quello sfolgorìo di luci che sarebbe diventato il cielo notturno del pianeta. Jules, ciabatte, calzoncini bermuda multicolori, se ne stava mollemente sdraiato su di una delle poltrone che popolavano la grande terrazza comunicante con cucina e salone. Non eccessivamente alto, ma solidamente piantato, barba e capelli sul rossiccio, in netto contrasto con i penetranti occhi neri dal taglio vagamente orientale, Jules concentrava la sua attenzione sul fumo azzurrognolo della sigaretta e sul barattolo di birra scura, abbandonato sul tavolo da giardino. Solo di quando in quando prestava orecchio alle note di un concerto da camera trasmesso da una stazione locale e diffuso dall'impianto ad alta fedeltà alloggiato in salone, in una nicchia laterale del caminetto. Ultimo non era certamente il nome più adatto per un pianeta che gravitava quasi al centro della galassia. Jules lo aveva eletto a sua dimora proprio perché, la notte, il cielo era tappezzato di stelle. E da quel carosello di luci naturali, lui traeva conforto e qualche ispirazione. Ultimo era anche un bel mondo, ricco di verde e di fiumi, di laghi e di mari azzurri. Quel che ci voleva, insomma, per trarre nuovi spunti per i suoi quadri. Dopo un periodo di effimera notorietà, la critica aveva infatti cominciato a trascurarlo, a metterlo in disparte, insomma. La cosa peggiore, perché, almeno a suo avviso, era preferibile essere denigrati piuttosto che ignorati. Una critica negativa poteva sempre suscitare curiosità, ma il silenzio mai. Quei saccenti, che probabilmente non avevano mai preso in mano un pennello in vita loro, forse nemmeno per riverniciare il radiatore di un calorifero, gli rinfacciavano le sue marine giudicate troppo simili a fotografie, o le sue nature morte che solleticavano l'appetito se si trattava di frutta, o divagazioni sentimentali in caso di fiori recisi. Ma lui non intendeva certo tradire quel suo tocco perfezionista, che sapeva invidiato da molti, per compiacere chi trovava in una losanga sbilenca piu estro che in una roccia a strapiombo su di un mare in tempesta. Così era riparato, alcuni dicevano fuggito, su Ultimo, convinto che la natura vergine di quel mondo, ancora poco popolato, gli avrebbe fatto ritrovare la strada giusta per mettere a tacere anche le malelingue più sfrontate. Per il momento, conclusa la costruzione della casa, si godeva un meritato periodo di riflessivo riposo. In altre parole non faceva altro che mangiare, dormire, leggere e guardare pellicole d'avventura alla televisione, badando bene, ovviamente, a non tirar fuori tele, pennelli e colori. Forse l'indomani sarebbe stata la volta buona. Già sentiva che quella casa cominciava a fargli frullare idee. La posizione era quanto mai felice. L'aveva fatta erigere su di una collinetta verde, a nemmeno un centinaio di metri dalla spiaggia. A sì e no una mezza dozzina di chilometri svettavano i primi contrafforti delle montagne, mentre di lato scorreva, gorgogliando, un bel fiume che, prima di sfociare in mare aperto con un delta lussureggiante, dava vita a un lago abbastanza vasto per soddisfare anche il più esigente e pedante dei pescatori. Unica nota stonata, ma necessaria, il serpente d'asfalto dell'autostrada, che però era inserito in maniera sufficientemente morbida nell'ambiente. A volte, e nonostante lo scarso traffico, quella presenza era consolante, altrimenti si sarebbe considerato sperduto in un giardino deserto, visto che il borgo più vicino sorgeva a una cinquantina di chilometri. Si sentiva più che appagato dalla sua scelta, comunque. Aveva valutato la posizione con oculatezza, anche perché Ultimo non sarebbe rimasto a lungo spopolato, considerata la fame di spazi che c'era e vista la faciloneria con cui il Comitato immigrazione concedeva visti. Ci sarebbero voluti anni, per fortuna, prima che qualche gru cominciasse a far capolino in quel territorio, sconvolgendone la quiete bucolica e lui, prudenzialmente, oltre alla casa si era accaparrato una bella fetta di spiaggia e di terreno, in maniera da poter sempre godere della sua intimità così preziosa, alla quale non intendeva rinunciare. Unico neo quel malaugurato sciaquone, che continuava a sgocciolare con una cantilena ossessionante. Jules aveva già litigato una mezza dozzina di volte con la segreteria telefonica dell'idraulico. E uno di questi giorni sarebbe andato in città e avrebbe piantonato l'officina fino a quando non fosse riuscito a ghermire il responsabile e a costringerlo a rimediare alle sue malefatte. Si alzò, dopo aver spento la sigaretta in un posacenere di vetro blu, perché era l'ora di preparare qualcosa per cena. Si infilò una camicia a fiori e si avviò, ciondolando, per raggiungere la cucina. Lì, smettendo finalmente l'abito dell'intellettuale in periodo di transizione, avrebbe indossato quei panni di cuoco adatti a relegare nel dimenticatoio ogni preoccupazione. Passando nel salone accese il televisore. L'emittente locale offriva uno spettacolino di varietà, con giochi a premi. Niente di interessante, se si eccettuavano le curve provocanti, ben disegnate da succinti costumi di scena, di quelle quattro ballerine che sembravano appena uscite dalle pagine di un fumetto per adulti, tanto erano truccate e agghindate in guisa di amazzoni guerriere. C'era ancora del tempo, prima del notiziario che lui intendeva ascoltare mentre consumava il pasto. Accarezzò le foglie lanceolate di una pianta indigena a basso fusto, che aveva acquistato giorni prima al mercato, ed entrò in cucina. Schiacciò alcuni interruttori e l'ambiente fu invaso da una luce soffusa, lattiginosa, dalle sfumature dorate. Aprì alcune ante della credenza e ne tolse le tre casseruole che aveva deciso di usare. Così, fra un rimestare e l'altro fra le pentole, alla ricerca degli ingredienti necessari, si ritrovò fra le mani un oggetto che non sapeva, o non ricordava, di possedere. Una scatola trapezoidale, in metallo brunito, con nella parte superiore centrale tre fori profondi e a forma di cono. Che cavolo poteva essere? Certo che quando aveva affidato l'incarico a una ditta di traslochi, aveva fatto imballare tutto quanto c'era nella sua vecchia casa, sul secondo pianeta di Arturo, sia quanto giaceva, ancora, nella antica e signorile dimora dei nonni sulla cara Terra. Quando aveva rimesso a posto, alla meno peggio, le centinaia di suppellettili, aveva guardato solo di sfuggita quello che andava riponendo nei mobili, ma quell'affare proprio non gli sovveniva da quale scatolone potesse essere sbucato. Incuriosito, lo tolse dalla scansìa e lo appoggiò sul tavolo, per osservarlo con comodo. L'impressione generale era quella di un tostapane, ma i fori erano tre anziché due, ed erano conici, non rettangolari. Quel metallo scuro, poi, era completamente diverso, per consistenza e colore, da quelli usati per il pentolame di foggia terrestre. Jules prese l'oggetto in mano, guardandolo incuriosito, e si accorse che il peso era notevole. Su di un fianco scorse quello che credette di identificare per un marchio: due tridenti incrociati. E più sotto alcuni simboli, che sembravano un misto fra l'alfabeto runico e quello arabo. Doveva, evidentemente, trattarsi di qualcosa che era appartenuto alla sua famiglia, comperato durante qualche viaggio in chissà quale paese esotico. Lo ripose, ripromettendosi un esame più accurato, magari chiedendo spiegazioni a qualche negoziante del borgo, e aprì il frigorifero, prendendo alcune cipolle. Come sempre, con un'azione coordinata, dispose accanto al piano di cottura tutto l'occorrente. Poi, prima di affrontare l'operazione frittata, andò in bagno per una bella lavata alle mani. Così si era abituato fin da quando aveva imparato che la cucina non era necessariamente il regno esclusivo della mamma. E nel bagno fu subito irritato dal gocciolìo snervante dello sciacquone. Non ci volle pensare. Lì dentro ogni cosa era al suo posto. Il colore bianco delle pareti si intonava perfettamente con quelli della vasca, del pavimento e della mobilia. Accese i piccoli fari a luce alogena e aprì il rubinetto. Fischiettando un motivetto in voga, Jules cominciò a insaponare le mani e si guardò allo specchio, per un sommario esame del suo aspetto. Anche se non aspettava visite, c'era sempre la possibilità di qualche sorpresa, e lui non amava essere colto impreparato. Il sapone gli cadde di tra le mani, colpì il bordo del lavabo, e schizzò a terra scivolando contro la base della vasca. La superficie levigata del gran specchio, tagliato a triangolo scaleno, non rifletteva solo l'immagine del quarantenne che era solito vedere. Chi era quella sirena bionda che si stava spazzolando i capelli dentro il suo specchio? * * * Jules chiuse gli occhi, sentendosi rabbrividire, e quando li riaprì ritrovò nello specchio il rassicurante color carota della sua zazzera, ma le mani gli tremavano ancora. Tentò di riprendere coraggio chinandosi a raccogliere il sapone, bagnato e scivoloso, ma quello gli sgusciò fra le dita come un'anguilla, finendo contro il termosifone. Jules imprecò, dimentico dell'allucinazione. Recuperarlo non era facile. Chissà perché nelle case moderne, sotto i radiatori, lo spazio era sempre così angusto? Si chinò, ma ancora non bastò. Per riuscire a far passare la mano destra dovette praticamente mettersi prono. Quando finalmente riuscì ad afferrare abbastanza saldamente la saponetta, tentò di alzarsi, ma un colpo alla testa lo costrinse ancora a terra. Non un colpo forte, ma comunque sufficiente a farlo strillare, sorpreso e indispettito. Si alzò sulle ginocchia, e accanto a lui trovò l'autore del misfatto. Un oggetto tondo, fatto apparentemente dello stesso metallo con cui era fabbricato l'inusitato tostapane. La parte inferiore altro non era che un fitto intreccio di setole, animali o sintetiche non lo sapeva, arricciate in punta. Una spazzola, pensò subito, rendendosi conto, altrettanto prontamente, che lui non aveva mai posseduto un accessorio da toeletta simile. Nella sua mente, sconvolta, tornò l'immagine della sirena che si ravviava i capelli. Possibile? Eppure lui, in quella mano affusolata al termine di un braccio nudo, tornito ed eburneo, non aveva scorto proprio un oggetto del genere? La spazzola era volata fuori dallo specchio? Guardò con apprensione. La lastra rifletteva i suoi consueti lineamenti, ma gli occhi erano sbarrati come se, sì come se avesse visto uno spettro. Lasciò perdere il sapone, raccolse la spazzola, e si accorse che sul dorso metallico c'era sempre il simbolo dei tridenti. Jules uscì barcollando dal bagno, lasciò l'arnese in cucina e andò in salone. Aprì la porta centrale della credenza e versò, da una bottiglia, una generosa dose di brandy in un napoleone dorato. Il liquido gli scaldò subito il sangue nelle vene, ma non contribuì certo a far rallentare i battiti del suo cuore, che sembrava impegnato in una prova generale di Formula Uno. Accese una sigaretta e aspirò a fondo varie boccate. Bionde ninfe nello specchio. Tostapane inservibili. Spazzole che volavano nel bagno. Santi Numi, com'era possibile che simili fenomeni avvenissero in una casa appena costruita? quale razza di posto aveva scelto per abitare? I casi erano due. O lui era vittima di un esaurimento nervoso, oppure... preferì non continuare a pensare alla seconda ipotesi. Si sedette accanto al videotelefono, e fumò e bevve ancora. Poi afferrò la cornetta e compose un numero sulla tastiera. Tra tutti gli abitanti di Ultimo solo James Kirby avrebbe potuto ascoltare il suo racconto senza prenderlo per matto. Kirby era ferrato in tutte le discipline ai confini della scienza ufficiale, e l'occultismo era la sua specializzazione, il suo pane quotidiano. Quando sul video apparve il volto ascetico, con barba grigiastra e testa pelata, Jules pronunciò una sola frase, riassuntiva del suo nuovo tormento: - James, credo di avere un fantasma che gira per casa.- * * * No, stavolta non era lo sciacquone. O meglio, non era solo quello che insisteva nella propria monotona cantilena. Stavolta il rumore, anzi il suono, perché di una specie di ritmo melodico si trattava, proveniva dal salone. Jules, svegliatosi causa una improvvisa arsura che gli attanagliava la gola, colpa i troppi alcoolici e sigarette impiegati per far barriera contro l'incubo serale, si mise a sedere sul letto. Dal taschino del pigiama a righe trasse un fazzoletto a bolle blu e gialle e si soffiò, vigorosamente, il naso. No, non era stato un ronzìo nelle orecchie. Quello era proprio un suono, a volte acuto, a volte sordo. Mise i piedi giù dalla sponda, centrando in pieno le babbucce di stoffa colorata che lasciava sempre nello stesso punto. Appoggiò i pugni sul materasso e si sollevò. Avrebbe potuto essere, quel suono, il lamento di un tubo d'acqua tormentato al suo interno dalla pressione dell'aria. Ma non proveniva dal bagno. Arrivava direttamente dal salone, e lì, a quanto ne sapeva, non c'erano tubatu-re, poiché lo spazio in cui intendeva accogliere amici e conoscenti non confinava con cucina e bagno. Accese la lampada sul comodino, e ciabattò fuori, con andatura titubante. Il suo, nonostante la visione, era stato un sonno senza sogni, e un'occhiata alla sveglia gli rivelò che le due del mattino erano passate da un pezzo. Aveva dormito come un macigno per più di tre ore. Dopo la telefonata a Kirby si era preparato una cena più frugale del previsto, e non era accaduto alcunché di insolito, tanto che si era quasi convinto trattarsi di allucinazioni dovute al momento di smarrimento che stava vivendo. James sarebbe arrivato solo l'indomani, cioè oggi si corresse ricordando l'ora. Ma lui ormai era convinto, o forse voleva solo convincersi, che si fosse trattato di un fenomeno passeggero. E aveva trovato persino delle spiegazioni logiche per la presenza del tostapane che non era un tostapane e della spazzola. Accese tutte le luci del soggiorno, dopo essere passato dalla cucina per prendere bicchiere e bottiglia di acqua minerale frizzante e gelida. Vuotò un bicchiere intero, riempiendolo subito dopo, e poi accese la prima sigaretta di quello che prevedeva dover essere un giorno molto lungo. I suoni, adesso, erano molto più consistenti, e sembravano provenire dalla credenza. Jules si accomodò su di una poltrona in pelle e ascoltò. Era una miscuglio di toni bassi, inframezzati solo da qualche passo più brioso, che nell'insieme a lui riuscivano incomprensibili, anche se, chissà perché, si sentiva più quieto. Chi produceva quei suoni, se c'era qualcuno di materialmente tangibile a ricavarli da chissà quale inusitato strumento, e a diffonderli, non poteva avere intenzioni malvage. Questa era la convinzione che Jules traeva da quell'audizione notturna. Poi il ritmo cambiò, e lui sussultò. Adesso era più incalzante e provocava la stessa inquietudine che qualsiasi essere raziocinante doveva provare di fronte a una situazione inesplicabile. Jules si alzò, si fece coraggio e andò accanto al monolitico mobile che da solo contribuiva a dare un tono di prestigio al salone. Si sentiva il volto in fiamme per l'emozione. Ma quando apri le due ante lo fece con uno scatto deciso, pronto ad affrontare l'ignoto. Dentro c'era niente. O meglio, c'erano i piatti e i bicchieri dei servizi pregiati, ma non il demonietto verde con la fisarmonica che aveva temuto di incontrare. La musica cessò, improvvisamente, e fu sostituita da un trillo acuto, fastidioso. Un telefono. Anzi, il suo telefono. Si volse e andò all'apparecchio, chiedendosi chi potesse essere il temerario che chiamava a quell'ora di notte. Forse era James. Oppure si trattava di uno sbaglio. Stava per sollevare la cornetta quando si rese conto, con sgomento, che l'apparecchio era muto. Non era quello a squillare. Il trillo, in lontananza, echeggiò ancora due o tre volte, poi smise. Un fruscìo nell'armadio lo fece sobbalzare. Corse in quella direzione e, ammucchiati sopra una pila di piatti, trovò tanti fogli di musica che era certo di non aver mai visto né posseduto. Lui era versato in più arti. Praticava la pittura professionalmente, ma si dilettava anche nella prosa e nella poesia. Ma la musica no. Aveva troppe affinità con la matematica e lui, a far di conto, non era mai stato un campione. Con le mani tremanti e sudate prese quei fogli, li dispose sul tavolo e li guardò a uno a uno. Non ci capì molto. Già aveva poca dimestichezza con le note che, suo malgrado, aveva dovuto imparare a scuola. Immaginarsi se poteva interpretare quegli scarabocchi tracciati da una mano ferma e decisa, vista la loro regolarità. Di simile, a quanto ricordava, c'era solo il penta-gramma, che però era di cinque righe anziché di sette come quello che aveva davanti. Roba della nonna, finita lì in chissà quale momento di confusione. Per quel che ne sapeva lui, ai tempi in cui la sua progenitrice faceva gli occhioni dolci al nonno, il pentagramma poteva davvero essere stato composto da sette righe. O non era possi-bile? Sì, roba della nonna, d'accordo, ma come spiegare la musica? Fantasie, si disse. Prese i fogli e li portò in cucina, riponendoli in un cassetto, a tener compagnia all'impossibile tostapane e alla spazzola. Avrebbe mostrato tutto a James Kirby. Jules confidava nel fatto che quell'uomo, per certi versi impenetrabile, avrebbe saputo dargli risposte concrete e rassicuranti. Chiuse il cassetto e tornò a sedersi in salone, soffiandosi il naso con il solito fazzoletto. C'era silenzio, adesso. Quel silenzio naturale che ci sarebbe sempre dovuto essere a quell'ora di notte. Grazie alla distanza non si sentiva nemmeno il brontolìo dello sciaquone che, senza dubbio, continuava nel suo diabolico concertino, affatto spaventato da quegli episodi sconvolgenti. Si alzò, sempre più inquieto, incamminandosi verso la stanza da letto, ma ci ripensò quasi subito, tornando sui suoi passi. Non sentiva più sonno. Era troppo agitato. Si versò del brandy in un calice, e ne gustò un piccolo sorso. Infilò la porta dello studio e dall'armadio quattro stagioni, che intendeva adibire a deposito delle sue opere finite o in via di ultimazione, fece per prendere il suo ultimo quadro, un paesaggio di quello scorcio di Ultimo così come aveva pensato di interpretarlo in un momento particolarmente felice, vissuto appena pochi giorni prima. Quella sua prima opera sul nuovo mondo non l'aveva ancora portata a termine. La voglia gli era passata appena dopo le prime pennellate, anche se l'abbozzo era completo. Voleva comunque rivedere, a distanza di giorni, quel dipinto incompiuto. Chissà che le ore notturne non gli portassero consiglio? Jules, immerso nei suoi pensieri, continuò a frugare nell'armadio, e cessò solo quando, sbalordito e impaurito, si accorse che i vari ripiani erano tutti assolutamente vuoti, com'erano stati all'inizio. E vuoto era anche quello dove aveva riposto il suo lavoro. Il quadro non c'era più. * * * Anche se James Kirby aveva afferrato la natura di quei fenomeni, non lo dava a vedere. Insaccato nella tunica nera, senza bottoni e con maniche larghe, aveva esaminato attentamente gli oggetti mostratigli dal pittore, soffermandosi con maggior attenzione sui fogli di musica. Non aveva nemmeno toccato il brandy che Jules gli aveva offerto in un bicchiere a stelo. Accavallando le lunghe gambe, Kirby, che con quella barba color cenere e la testa calva sembrava un bonzo che amasse andare controcorrente, fissò negli occhi il suo interlocutore. - Possiedi un pianoforte? - domandò poi, tornando a esaminare i pentagrammi. Jules annuì e lo invitò a seguirlo in taverna, nel piano seminterrato. Kirby si alzò, scolò d'un fiato il liquore e lo seguì, borbottando fra sé qualcosa circa la confusione che poteva nascere quando spazio e tempo si combinavano in un certo modo. Quello di Jules non era un pianoforte monumentale, ma evidentemente era il più adatto allo scopo perché il volto di Kirby, sempre così tetro, si illuminò in un sorriso, il primo da quando era arrivato. Inutile dire che l'uomo non aveva degnato nemmeno di uno sguardo, o aveva finto, quella casa che visitava per la prima volta e che era l'orgoglio di Jules. Così Jules, che si era preparato a schermirsi di fronte a una raffica di complimenti, era rimasto a bocca asciutta. Kirby si sedette, appoggiò i fogli sul leggìo, secondo un ordine che solo lui poteva conoscere, e cominciò a pestare sulla tastiera, traendone la stessa armonia che aveva ossessionato la notte di Jules. Poi smise, improvvisamente, e alzò gli occhi al soffitto, come se fra quelle capriate in legno si celasse la risposta al problema che gli era stato posto. - È musica Varyni. - Affermò con lo stesso tono che avrebbe impiegato per annunciare di aver buttato l'acqua per la pastasciutta. Continuò: - È un popolo acquatico che vive sui floridi mondi di Altair. Come l'hai avuta? Sono gelosi delle loro sinfonie e questa è molto originale, e non è certamente frutto della penna di un principiante. - - Non l'ho avuta, - ripeté Jules, che si era arrampicato su uno degli sgabelli davanti al banco del bar. - L'ho trovata in un armadio. E non so chi ce l'abbia messa.- - Non preoccuparti, - lo consolò James, aggrottando le sopracciglia. - I tuoi non sono fantasmi, ma gente in carne e ossa. Per un qualche fenomeno che non riesco ancora a inquadrare, e tantomeno a comprendere bene, tu, o meglio la tua casa è entrata in congiunzione spazio temporale con qualche luogo di uno dei mondi di Altair, e dove abita una bella figliola, anche, a quanto mi hai riferito. E' la prima volta che vengo a conoscenza diretta di un simile fenomeno. Teorie ce ne sono tante, ma sono teorie e basta. Forse da qui può venire la risposta a una delle questioni più dibattute, ossia i viaggi nel tempo e nello spazio. Ma non precipitiamo le cose. Posso vedere lo spec-chio dove ti è apparsa quella sirena, quella femmina Varyni, insomma? - Jules, rincuorato ora che aveva la quasi certezza di non essere sconfinato nell'aldilà, saltò giù dallo sgabello e invitò l'altro a salire di sopra. Kirby fu lesto a seguirlo, non senza aver raccolto i fogli di musica. Se Jules salì le scale a quasi due gradini alla volta, l'altro se la prese con la massima calma. Anche mentre affrontava le rampe sembrava stesse mugugnando fra sé. Una volta in bagno Jules accese le luci e si piazzò davanti allo specchio. Kirby lo scansò gentilmente, in maniera da potergli restare a fianco. Guardò le loro immagini riflesse e con una smorfia verso Jules disse con quel suo vocione pastoso: - Sei così bianco da sembrare la pubblicità di un detersivo. - E in effetti, in quell'ambiente, lui si sentiva il sangue gelato nelle vene, come se ogni capillare fosse ostruito da cubetti di ghiaccio. Stava per ribattere qualcosa circa il suo stato d'animo, quando lei comparve. Alta, bionda, a torso nudo, le mani incollate al viso per spalmare, evidentemente, chissà quale tipo di crema nutriente. Jules si sentì sciogliere le ginocchia. Provava un tale sconcerto che non riusciva nemmeno ad ammirare i tratti dolci di quel volto femminile che invadeva il suo specchio, fatto intagliare da un maestro artigiano e pagato a peso d'oro. Immaginarsi se riusciva a intuire quel che ci poteva essere sotto il busto. Una coda di pesce, al posto delle gambe, o che altro? Kirby, del suo solito umore, ossia cupo, agitò una grossa mano come in segno di saluto. E fu allora che lei, alzati gli occhi, si accorse che qualcosa non andava anche in quello che doveva essere il "suo" specchio. Tant'è vero che portò una mano alla bocca, sbarrando spaventata gli occhi color verde foresta. Kirby, chino sul ripiano in marmo nero, screziato di bianco, del lavandino, scarabocchiò con una penna alcuni segni su di una pagina del suo quaderno per appunti. Staccò il foglio, quasi strappandolo a mezzo e rimediando all'ultimo istante, e lo sbattè contro lo specchio. La pagina scomparve. O meglio Jules non la vide più per un attimo. Poi riapparve dall'altra parte e la ragazza, pur visibilmente impaurita, e sconvolta al punto che non aveva nemmeno pensato a coprire con un asciugamano il seno fiorente, lo afferrò con entrambe le mani, leggendo avidamente. - Cosa hai scritto? - gridò quasi Jules. Kirby si strinse nelle spalle. - Spero che riesca a capire la mia calligrafia, visto che ho scritto così in fretta. Le ho spiegato che non siamo spettri, ho riferito le coordinate del pianeta, e ho fornito anche il tuo numero di telefono. Poi le ho chiesto che fine ha fatto il quadro. - Un foglio si materializzò dallo specchio, e cadde nel lavabo. Jules vi si buttò sopra, ma Kirby fu più svelto. Sbirciando, il pittore si rese conto che lui, comunque, non avrebbe capito quell'alfabeto. - Dice, - affermò Kirby, - che ha trovato il tuo dipinto, e che lo ha consegnato a uno studioso per farne accertare la provenienza. Poi chiede lei dov'è finita la sua musica, che aveva riposto nello scrittoio. - Kirby prese il pacco di fogli e fece per avvicinarlo allo specchio. Jules fu lesto a strapparglielo di mano. Solo allora si era accorto dell'avvenenza della misteriosa interlocutrice. - Scusa, James, ma sono io il padrone di casa. Credo che tocchi a me. - E tese i fogli verso la superificie lucida. Quelli sparirono, e riapparvero nelle mani della donna, che per la prima volta sorrise, evidentemente contenta. Jules non aveva mollato le pagine fino a quando non aveva toccato, o meglio attraversato, lo specchio e aveva avuto la netta sensazione di avere la mano sospesa in un gelido vuoto. L'aveva ritirata subito, massaggiandola con la sinistra. Bruciava dal freddo, se un simile paradosso era ammissibile, quella sua povera mano così abile nel far danzare pennelli. La ragazza, senza nemmeno accennare a rivestirsi, stava scrivendo un altro messaggio su quella carta robusta, consistente come plastica, che aveva usato prima. Quando il secondo foglio arrivò, Kirby tradusse: - Ringrazia commossa, e promette di restituirti presto il quadro. A lei è piaciuto molto, anche se ha capito che non è ultimato. E' felice di aver ritrovato la sua musica, così potrà completare la sinfonia prima di andare a letto. Era disperata, perché fra pochi giorni doveva presentarla a un concorso, e non era ben sicura di riuscire a rammentare ogni singolo accordo. - - Andare a letto? - si stupì Jules. - Ma se è mattina.- - Tu dimentichi, - gli ricordò Kirby, - che lei vive da qualche parte su un mondo di Altair, a qualche annetto luce da qui, e lì, evidentemente, è sera, se è vero come è vero che la prima volta che l'hai vista lei stava facendo la toeletta del mattino, mentre tu ti stavi preparando per andare a nanna. - - Chiedile, - pregò Jules, - se anche il tostapane e la spazzola sono suoi. - Kirby provò a parlare e lo fece in un idioma dai toni morbidi, ricchi di sfumature, che lasciò Jules a bocca aperta. La ragazza scosse la testa, e i fluenti capelli biondi ondeggiarono, in segno negativo. - Non riesce a sentire, - bofonchiò Kirby, scarabocchiando qualcos'altro sul suo taccuino, e passando la pagina nello specchio. - Come non sente? - protestò Jules. - Io son pure riuscito ad ascoltare la musica. - - E' diverso, - spiegò Kirby, quasi spazientito. - Le voci non sono così acute da superare simili barriere. - Poco dopo arrivò un foglio di risposta, e Kirby guardò lo scritto con attenzione. - Dice di sì, - comunicò Kirby, - ma non ha fretta di riavere quegli oggetti. Chiede come tutto ciò sia possibile, e dice che parlerà con qualcuno dei loro scienziati. - - E che ne so io? - sbottò Jules. - Sono più sbalordito di lei. Forse... - ma l'immagine della donna tremolò, e lui si fermò, intento a guardare. Tese le mani, quasi a bloccare quell'inaspettata fuga, ma la superba figura, ormai, non c'era più. Nello specchio erano rimasti solo loro due. E ora Jules, anziché un cencio lavato, sembrava un galletto bollito, tant'era rosso per l'emozione. - Nell'ultimo biglietto, - annunciò Kirby, - ha scritto il suo nome. E' conosciuta come Arine, la musicista. - - E lei non sa il mio, - si disperò Jules. Stavolta Kirby rise a mascella spiegata. - Non preoccuparti, - lo rassicurò poi. - Glielo ho riferito in uno dei messaggi. - - E adesso? - chiese quasi a se stesso Jules, - quando e come potrò rivederla? - - Evvia, - grugnì, ironico, Kirky. - Sembri un babbuino in calore. Mai visto una femmina nuda, prima d'ora? Ma stai attento, ché quelli di Altair sono sirenidi. Vivono molto in acqua, anche se hanno case come noi, e hanno mani e piedi palmati, come le oche, o le anatre, se il primo animale può urtare la tua suscettibilità. Sono molto diversi da noi, e non so cosa potresti combinare a letto con quella. - - E non chiamarla "quella", - si irritò Jules. - E poi cosa vai a pensare? E' molto bella e avrei piacere di rivederla, tutto qui. Non è cosa di tutti i giorni, in fondo, parlare da un pianeta all'altro attraverso un specchio. Ma tu, piuttosto, com'è che conosci così bene la loro lingua scritta e parlata? - Kirby si strinse nelle spalle. - Perché, - rispose, - io sui pianeti di Altair ci sono stato. Un ciarlatano di grosso calibro, quale io sono, ha bisogno di conoscere anche i dialetti di infima importanza, se vuole restare a galla con la concorrenza che c'è in giro. - Jules raggiunse il salone, e versò del brandy in due bicchieri. - Stasera le parleremo ancora. Certamente andrà davanti allo specchio, per truccarsi prima di uscire per fare le spese del mattino. - Kirby vuotò con una sola, lunga sorsata, il bicchiere. - E no, bello mio, - avvertì. - Io, stasera, devo partire. E tornerò, forse, non prima di due o tre mesi. - - Ma come farò a capire quello che mi scrive? - si lamentò, disperato, Jules. Kirby consultò l'orologio da taschino, un cipollone dorato che doveva risalire alla notte dei tempi, e sorrise. - Vieni subito a casa mia, allora, - lo invitò, ma con tono imperioso. - Ho ancora qualche ora di tempo. Possiedo delle grammatiche Varyni e un corso di fonetica. Te li caccerò nella testa con il mio nuovo lettore ipnotico. - E si versò una nuova e generosa dose di liquore. * * * La testa intontita, ma felice per essere riuscito a balbettare qualche frase nella lingua di Altair, visto il ghigno soddisfatto di Kirby, Jules era rientrato tardi quella sera, ma sperava comunque di essere riuscito ad arrivare in tempo per quell'appunta-mento che non era stato fissato se non con una fugace occhiata. A casa di James aveva appreso parecchie cose su Altair. E quella che gli era rimasta maggiormente impressa era che quei mondi erano preclusi all'uomo. I primi esploratori che vi si erano avventurati si erano imbattuti in una civiltà avanzata, non tanto a livello tecnologico quanto sul piano spirituale. Essendo quei pianeti, poi, non eccessivamente ricchi di materie prime, anche i più cocciuti avevano lasciato perdere. Inutile stare a sprecar tempo con quegli scorbutici indigeni, quando i minerali pregiati abbondavano nel resto della galassia. Lo stesso Kirby aveva soggiornato per non più di due anni sul terzo pianeta. Poi, non ottenendo risultati concreti, aveva preferito piantare baracca e burattini. Fra le due civiltà, insomma, aveva spiegato James, mancava un punto di contatto, o meglio di incontro. Una specie non provava interesse per l'altra, e viceversa. Così ognuno se ne andava per proprio conto. L'universo offriva ben altro all'uomo colonizzatore, che non quei tre mondi popolati da sirenidi capaci di rosolarsi in completo ozio per interminabili ore. A lui, Jules, però, tutto ciò interessava relativamente. Quel che importava era riavere il suo quadro incompiuto, e sopratutto sapere di poter abitare in casa propria in completa intimità, senza trovare su ogni mensola oggetti altrui e per lui inutili. Non osava confessarsi di aver guidato come un pazzo sull'autostrada per non perdere l'occasione di rivedere quegli occhi verdi, dolci e intensi. Una volta in casa aveva avuto il tempo solo per afferrare una lattina di birra e un bicchiere, e raggiungere il bagno portandosi appresso tostapane e spazzola. Ora lì, con il sottofondo cantilenante dello sciacquone, aspettava, non sapeva nemmeno lui cosa. Meglio sarebbe stato far fagotto. Ma aveva speso troppo per quella casa, e non intendeva certo arrendersi senza lottare per affermare i propri diritti. Era quella sirena impicciona a dover abbandonare il campo. Tirò la linguetta del barattolo, versò la birra nel bicchiere e cominciò a sorseggiare il liquido pastoso e aromatico. Lei comparve all'improvviso. Sapeva che su Altair si era di mattina, ma i capelli già ben acconciati in una folta coda di cavallo dietro la nuca, gli rivelarono che doveva essersi alzata da tempo, in maniera da rendersi ben presentabile. Ammirando quel busto scultoreo, Jules pronunciò qualche parola di saluto nell'idioma che aveva appena appreso grazie all'ipno-lettore, senza rendersi conto che lei non poteva sentirlo. Come aveva fatto lui, allora, a percepire la melodia che proveniva da così tanto lontano? Un altro mistero nel mistero, e non c'era James per aiutarlo a risolverlo. La spiegazione, come sempre, arrivò dallo specchio e sotto forma di un auricolare doppio, con allegato un biglietto su cui c'era scritto, e in ottima grafia umana, "Usa questo, Jules". Si stupì nel leggere il suo nome, ma ricordò che James lo aveva scritto su uno dei biglietti spediti oltre lo specchio. Lui obbedì, anche se si sentì ridicolo con quelle antenne in testa che lo facevano assomigliare a una farfalla. Forse la musica era stata diffusa da un apparecchio simile, e per questo lui l'aveva percepita distintamente. Poi ricordò che Kirby aveva accennato a qualcosa, circa la differenza di penetrazione fra voce umana e suono artificiale. Provò a parlare in altairiano. - Tu sei Arine, - disse con voce rauca per l'emozione. Lei rise, poi si rasserenò e parlò in corretto linguaggio umano. - Lascia perdere, - disse amabilmente. - Son più pratica io nella tua lingua, che tu nella mia. Il mago Aghepio è un eccellente istruttore. - Le parole gli arrivarono nitide, fluide, e il timbro di quella voce era melodioso. E poi si sosteneva che quelli di Altair non possedevano una tecnologia molto avanzata. Evidentemente avevano saputo celarla sufficientemente bene agli occhi dell'invasore umano. Quell'affare che aveva in mano sembrava un giocattolo di panno per i bambini, e invece era capace di simili meraviglie. - Cosa ci fai in casa mia? - cominciò lei, con un certo cipiglio, ma senza acrimonia. Jules, a quelle parole di aperta sfida, ritrovò il suo spirito battagliero. - Ti sbagli, ragazza mia. Questa è casa mia, non tua. - Lei rise ancora. Poi riprese. - Ho avuto paura, - confessò, - quando ti ho visto per la prima volta. E volevo cacciarti con tutte le mie forze. Ti ho lanciato contro la spazzola. E poi mi sono rivolta ad Aghepio. Lui ti ha guardato, non visto, e ha capito. - - E cosa c'è da capire, oltre al fatto che ci stiamo parlando da non so quanti anni luce di distanza? - - Lui ha constatato, - rispose lei, - che tu e io abbiamo costruito le nostre case nello stesso posto. Su mondi diversi, ma nello stesso punto, capisci? - Jules non capiva, e lei se ne accorse subito. - C'è una falla nello spazio tempo, - spiegò pazientemente, - tra il mio mondo e il tuo. E noi due abbiamo fatto edificare le nostre case proprio in quel sito. Tu su Ultimo, e io su Zena. E abbiamo traslocato con tutte le nostre cose. Capisci, ora, perché gli oggetti passano da un armadio all'altro? Abbiamo tutto in comune, anche il posto dove aver cura della nostra persona, e qui, dove stiamo parlando, c'è la connessione maggiore. - - Aghepio ti ha spiegato come possiamo liberarci da questa situazione? E' imbarazzante. Io ho appena traslocato, e non ho alcuna intenzione di rifarlo. E poi ho dato fondo, ormai, a tutti i miei risparmi. - - Neanch'io voglio farlo, - rispose lei, mettendo le mani dietro la nuca e sollevando il petto in un ampio respiro. Lui sentì le ginocchia tremare alla vista di quel torso nudo in tensione muscolare. - Qui, - continuò lei, - mi sono appena sistemata, e qui ho intenzione di andare avanti con il mio lavoro. - - Che si fa, allora? - domandò Jules, ritrovando un po' di sangue freddo. - Ci rimettiamo al giudizio di un tribunale per vedere a chi dei due tocchi sloggiare? - Lei si massaggiò le spalle robuste con le mani palmate. - Non so a cosa tu ti riferisca, ma io non ho intenzione di litigare. Pensi che, come usate voi, potremmo convivere?- Jules si sentì mozzare il fiato in gola. - Convivere come? - ebbe il coraggio di chiedere. - Io sono sola, - rispose lei. - E tu anche, ritengo. Non credo che ci disturberemo molto, parlandoci attraverso lo specchio. E poi si può forse lavorare insieme. Sai che il tuo quadro, anche se appena abbozzato, ha suscitato molto interesse in Aghepio? Credo che quando lo avrai finito voglia chiedertelo in prestito, per farlo valutare da qualcuno dei nostri Vecchi più esperti. - - Anche la tua musica ha interessato molto il mio amico James. Anzi, mi ha incaricato di chiederti se puoi prestargli un tuo lavoro. Anche noi abbiamo dei... Vecchi che se ne intendono. - - Allora, - concluse lei, con tono sbarazzino, - restiamo qui tutti e due. Mi interessa molto parlare con te. - - Mi è stato riferito, - osservò Jules, - che voi di Altair non siete molto socievoli nei nostri confronti. Quanti sono sbarcati sui vostri mondi sono tornati indietro delusi. - - O quelli, - fece lei, con aria saputa, - non avevano molto da dire. Uomini venali, con pochi interessi, eccettuati i metalli e le femmine. - - Anch'io sono un uomo, - dichiarò Jules, pronto a difendere a spada tratta i valori della progenie umana. - - Tu sei diverso, - rispose Arine, sgranando gli occhioni. - Tu sai raccontare la natura. Anche i nostri Vecchi se ne sono accorti. E ritengono, ora, di poter tentare e accettare un contatto con voi. Almeno con gente come te, che ama la bellezza e sa essere sensibile. E poi sei simpatico, anche. Vogliamo conoscerci meglio? - - E come? - si stupì lui, pensando a quanto potesse durare, e sopratutto costare, un viaggio fino ad Altair. - Così, - rispose lei, semplicemente. E prima che Jules se ne rendesse conto era uscita dallo specchio. Lui si sentì letteralmente sconvolto di fronte a quella superba statua vivente, che indossava soltanto un perizoma, di uno scintillante verde smeraldo, e che si intonava perfettamente alla carnagione brunita. Altro che pelle eburnea, pensò ricordando la sua prima impressione. Quel colore pallido doveva essere stato un effetto distorto, causato dallo specchio. Lei sembrava, al contrario, plasmata nel bronzo, o meglio ancora nell'oro. Arine era alta almeno quanto lui, con un fisico atletico, ma costruito armoniosamente, tanto che lui nemmeno notò, quasi, piedi e mani palmati. Quelle differenze anatomi-che non davano proprio fastidio alcuno. - C'è il mare, qui intorno? - chiese lei con noncuranza, come se invece di trovarsi su di un mondo alieno fosse fra le mura domestiche. Jules non si stupì di quella domanda, considerato che i sirenidi di Altair, almeno secondo quanto gli aveva raccontato James, passavano molte ore in acqua e al sole, per appagare le necessità del loro fisico. - E' giusto l'ora del mio bagno serale, - rispose il pittore, non senza imbarazzo, e mentendo spudoratamente. Si rese conto di temere, inconsapevolmente, un confronto con quello splendido corpo abbronzato. Lui era da troppo poco tempo su Ultimo per essere riuscito a conquistare una valida tintarella. In altre parole temeva di assomigliare a una tavoletta di cioccolato bianco. Lei gli si avvicinò con un passo sciolto. Odorava di sale, e il suo corpo pareva emanare un calore solare. Lo guardò diritto negli occhi. - Sì, sei simpatico, - affermò come seguisse un suo intimo pensiero, - e lavoreremo bene, insieme. E poi sei anche bello. - E gli appoggiò le braccia tornite sulle spalle, attorno al collo. Jules si sentì avvampare fino alla radice dei capelli, come uno scolaretto. Poi, anche pensando al beneficio che ne avrebbe tratto l'arte, tossicchiò e assunse un contegno più consono alla situazione. LUCIANO NARDELLI
(Trieste, 1944) è giornalista e responsabile della
redazione triestina del Messaggero Veneto.
Coniugato con due figli. L'attività letteraria risale
agli inizi degli anni Sessanta. |
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