Libri tra cinema e
fantascienza: di Marino Cassini Tra Natale e Capodanno del 1895 nasceva il cinema. Sette anni dopo, nel 1902, nasceva con Méliès il cinema di fantascienza. I fratelli Lumière, di certo condizionati dal momento magico che stava vivendo l'Europa immersa nel boom della scienza e della tecnica, ritennero opportuno adeguarsi ai tempi rendendo visibili i risultati conseguiti col filmare dal vivo e all'aperto cronache di attualità e documentari, come "Entrée d'un train en gare de La Ciotat", "La sortie des Usines Lumières a Lyon", "Le Couronnément du Tsar Nicolas II" e altre interessanti riprese effettuate da palloni aerei, treni, funivie e persino dall'ascensore della Torre Eiffel, con la macchina fissata ad un apposito carrello. Mélies inventa il cinema di fantascienza Solo in seguito George Méliès, con una fantasia
degna del mago Houdini, di cui aveva acquistato il
teatro, comprese il valo Fu, quindi, George Méliès ad inventare il cinematografo inteso come fenomeno popolare e commerciale, e al tempo stesso fu anche l'inventore del cinema fantastico e fantascientifico. Intuita l'importanza del mezzo, strappò subito la macchina da presa dal documentario e dall'attualità, per trasferirla in un teatro di posa dove inventare storie fantastiche, dove manipolare i trucchi più elaborati che la sua fervida fantasia, unita alla conoscenza delle trovate geniali dell'illusionista Houdini, gli suggerì. Ed ecco apparire per la prima volta i fondali dipinti e mobili, i trucchi di scena, le animazioni, le accelerazioni, le inversioni, le sovrapposizioni e tutto quello che una macchina da presa, saldamente ancorata al suolo, poteva digerire. La fantasia di Méliès avrebbe potuto da sola sopperire alla creazione di temi, ma il regista non poté o meglio non volle prescindere dall'utilizzo della pagina già pubblicata e accettata da un largo pubblico. Nacque con lui il connubio film di fantascienza-libro che tanta importanza avrà in seguito; una intuizione appropriata quant'altra mai perché molto più facilmente lo spettatore poteva essere conquistato da ciò che gli veniva presentato sullo schermo se l'argomento era già passato al vaglio della sua mente. Il primo film di fantascienza Il primo film di FS fu, quindi, tratto da un libro che faceva parte della prestigiosa collana "Viaggi straordinari" di Jules Verne. Viaggio nella Luna (1902) si rifà, con numerose licenze, non solo al Verne di Dalla Terra alla Luna, ma anche a I primi uomini sulla Luna dell'altro padre della FS che fu G.H.Wells. Il costo del film fu assai alto per quell'epoca: 10.000 franchi d'oro, ma ne valse la pena. Il film, lungo 260 metri, inizia con la didascalia di una frase tratta dal coro delle Folies Bergères per accompagnare gli astronauti nel missile puntato verso la Luna e termina col loro ritorno. Il film è diviso in trenta quadri in cui si narra la partenza del razzo, un proiettile sparato per mezzo di un cannone (è notevole la rassomiglianza del proiettile con le illustrazioni delle opere verniane dell'edizione Hetzel); lo sbarco sulla Luna tra le rocce seleniche da dove gli astronauti ammirano il "chiaro di terra"; l'incontro-scontro con i seleniti; la fuga dai seleniti e il ritorno sulla Terra dove i primi eroi dello spazio sono fatti oggetto di grandi festeggiamenti. Riassumere il soggetto in questo modo è rovinarne l'effetto visivo. Occorre guardare qualche quadro per afferrare l'importanza e anche il sottofondo umoristico che lo pervade, perché a Méliès piaceva giocare con la decima Musa, vedi ad esempio il proiettile che si conficca in un occhio della Luna antropomorfa. Il regista ci offrì pure il primo aspetto dell'essere ultraterrestre cinematografico, del diverso, dell'alieno visto, secondo la descrizione che Wells fa dei seleniti nel suo romanzo, rappresentandoli come insetti chitinosi, a mezzo tra il crostaceo e l'uccelliforme, dotati di grossi occhi; gli "aliens" che in FS verranno definiti i mostri dagli enormi occhi sporgenti. Méliès girò altri film tratti da libri tra cui La colonna di fuoco liberamente tratto da She. La donna eterna di Rider Haggard e I viaggi di Gulliver (1902) in cui creò il trucco che dà l'illusione del gigantismo, mettendo così le premesse per altri film del genere tra cui Dr.Cyclops del 1939. Il filone fantapolitico Ma come il cinema s'impadronì della letteratura fantascientifica per il fantastico che il genere offriva e per la possibilità di spaziare indifferentemente con la fantasia in luoghi reali e immaginari, così non potè esimersi dall'"occuparsi visivamente" di tutte quelle situazioni sociali così attuali nei primi decenni del secolo che affrontavano i rapporti fra potere e lavoro, fra padrone e operaio, fra ricchezza e povertà; di analizzare le utopie, le fantasie politiche, la prefigurazione di società future, argomenti di cui la letteratura si era già occupata in passato e continuava ad occuparsi, e di affrontare temi e idee che portarono al comunismo, al colonialismo, alla guerra e alla dittatura. Una parte importante della letteratura fantascientifica fa capo al filone della fantapolitica che nasce nel 1500 non tanto in virtù di romanzi, quanto per opere particolari quali Utopia (1516) di Thomas More, La città del sole (1623) di Tommaso Campanella, Nova Atlantis (1621) di Francis Bacone, le intuizioni di Cyrano de Bergerac sparse nelle sue opere L'autre monde ou Les Etats et Empires de la Lune (1657) e Les Etats et Empires du Soleil (1662), il Somnium (1634) di Keplero, I viaggi di Gulliver (1726) di Jonathan Swift, Micromegas (1752) di Voltaire. Come media visivo il cinema non poteva sottrarsi al filone fantapolitico, proponendo film in cui prevale più l'antiutopia che l'utopia, in particolar modo dopo la "rivoluzione di ottobre" del 1917 e con l'affermarsi del marxismo. A questo proposito un film emblematico e importante nella storia del cinema è Metropolis (1926) di Fritz Lang, tratto dal romanzo scritto da sua moglie, Thea von Harbou. L'argomento è noto: una città divisa in due parti sovrapposte, quella esposta alla luce del sole è abitata da un despota e dai capitalisti; l'altra situata sottoterra è sede delle macchine e degli operai che non hanno il permesso di accedere alla parte superiore. Fa eccezione Maria, la predicatrice dell'amore fra i lavoratori. Di lei si innamora Fred, il figlio del despota, che la segue nel mondo sotterraneo. Il padre, timoroso che il figlio si lasci irretire dalle idee umanitarie di Maria, incarica l'inventore delle macchine, Rotwang, di creare un essere meccanico con le fattezze di Maria, ma progettato e condizionato in modo che predichi la rinuncia all'amore. L'inventore, che odia il despota, crea, invece un essere meccanico, un doppelganger, un sosia con le fattezze della ragazza il quale predica non la rinuncia all'amore, ma incita gli operai alla ribellione, che immancabilmente scoppia. Interviene la vera Maria che riesce a far comprendere agli operai che la distruzione delle macchine, per ritorsione al despota, significa anche la loro rovina. Il film termina con la riconciliazione tra datori di lavoro e lavoratori, stretta di mano tra padroni e capioperai, punizione dello scienziato, matrimonio di Maria e Fred. La conclusione venne svalutata dalla critica per la sua faciloneria e suscitò subito opposti pareri. I distributori americani tacciarono il film di comunismo, mentre il messaggio di riconciliazione fra potere e operai venne apprezzato da Hitler. Lang dichiarò apertamente di non amare questo film per la sua falsa conclusione. Fu la moglie a volerla. Il finale lasciava tutto come prima, con una riconciliazione riformista tra capitale e lavoro, e con la dimostrazione che una rivoluzione provocata da lavoratori irresponsabili, da nemici delle macchine, trova le sue prime vittime proprio tra i figli dei lavoratori. Preferenze di Lang a parte, Metropolis è un film straordinario in cui utopia sociale e fantascienza si uniscono in un dirompente senso del fantastico. I pericoli della tecnocrazia Di notevole effetto per quei tempi risultò l'invenzione dell'automa meccanico, del robot femminile, cui persino in epoca recente si ispirarono i creatori di altri robot, ad esempio il 3PO del film Guerre stellari. Il robot-Maria non fu, comunque, il primo robot ad apparire sullo schermo: ci aveva già pensato quel genio poliedrico di Méliès con Gugusse e l'automate e Coppelia, la poupée animée. In anni più recenti sono da ricordare il robot Robbie di Il pianeta proibito e Gort di Ultimatum alla Terra. A dieci anni di distanza da Metropolis Williams Cameron Menzies, nel 1936, su un soggetto di G.H.Wells, gira Nel duemila guerra e pace un film straordinario per le vicende raccontate, per la scenografia, per le colossali costruzioni che richiese. Il film può essere diviso in tre parti: la fine della civiltà dopo una guerra totale; la lenta ripresa dell'uomo guidato e dominato sempre da un despota, per lo più ignorante e sanguinario; l'affermazione della tecnologia e della civiltà delle macchine. Il film è una analisi della dittatura e anche dei pericoli della tecnocrazia, quando questa è fine a se stessa. Gli scienziati sono visti come artigiani arroccati nel loro mondo, pronti a preparare il risorgere della società sulle ceneri del passato. Una utopia che ritorna su se stessa. Passano due decenni ed ecco un altro notevole esempio di fantapolitica: Nel 2000 non sorge il sole (1956), tratto dal romanzo di George Orwell "1984". È una versione fedele dell'antiutopia orwelliana. Il mondo è diviso in tre blocchi, Eurasia, Astasia e Oceania. In quest'ultimo blocco, immerso dal regista Michael Anderson in una atmosfera kafkjana, regna una forma di totalitarismo che potrebbe benissimo derivare tanto dal fascismo quanto dal comunismo. Lo slogan guida di tale società è: "La libertà è schiavitù". Il protagonista tenta di ribellarsi al potere totalitario del Grande Fratello (allusione alla tipica forma di omaggio russa con cui Stalin veniva chiamato Piccolo Padre), un fantomatico leader guerrafondaio che spia i suoi sudditi per poterli tenere succubi per sempre. Il Grande Fratello controlla tutti gli individui attraverso schermi televisivi; la sua Psicopolizia controlla l'ortodossia dei pensieri di tutti; il Ministero dell'Amore controlla le nascite e corregge i deviati con torture fisiche e psicologiche. Romanzo e film diffondono un senso di angoscia, di persecuzione, di impotenza. Le istruzioni al popolo calano dall'alto verso il basso per mezzo di enormi schermi presenti in ogni strada e in ogni piazza, creando una specie di "bispensiero", come lo definisce Orwell, cioè la possibilità di credere contemporaneamente a due verità diverse e dimenticare così quelle informazioni eterodosse che potrebbero contraddire i nuovi dati. È un fascio di istruzioni che si incarna in una sola persona, in un dittatore antiutopico che giudica e condanna secondo il modo con il quale l'individuo si uniforma alla sua dottrina. Questa "divinità antiutopica" è evidentemente un espediente narrativo, anche se trae ispirazione dalla realtà. Abbandonarsi conformisticamente, per paura o per pigrizia mentale, all'ideologia dominante può ingenerare l'idea che si realizzino tempi migliori; che venga il giorno perfetto; che si possa creare il migliore dei mondi possibili. Ed ecco che così, tramite l'antiutopia, l'utopia ritorna su se stessa. Il film è da vedere perché rappresenta una delle più ambiziose utopie negative portate sullo schermo e poi perché crea una serie di situazioni efficaci quali lo spionaggio televisivo, l'insistenza sul tema della privacy perduta e quello della resistenza armata descritta e rappresentata con una certa virulenza. Topoi che ritroveremo in altri film come L'uomo che fuggì dal futuro (1971) di George Lucas e I giorni della Fenice (1966) di Truffaut. Fahrenheit 451 Il primo, pur non derivando da un libro in particolare, sebbene richiami alla memoria opere letterarie di Wells, di Orwell e di Huxley, racconta la vicenda del protagonista che si innamora della sua compagna e reinventa l'amore fisico e infine fugge dalla megalopoli sotterranea. Del film quello che più interessa lo spettatore è lo spirito liberatorio che lo caratterizza e la tensione provocata dall'irreggimentazione degli individui in una società futura costretta a rifugiarsi e a vivere sottoterra dalla pioggia radioattiva provocata da una guerra nucleare. Il film di Truffaut è tratto dal libro di Ray Bradbury Fahrenheit 451. Libro e film ci immergono in una società futura orientata in senso televisivo dove l'individualismo è bandito o almeno reso impossibile alle masse e gli studiosi sono considerati criminali mentre i libri vengono ritualmente bruciati. Ecco un altro classico di utopia negativa. L'educazione e l'informazione e anche il divertimento vengono propinati da immensi schermi televisivi presenti in ogni casa. La città è un mostro meccanico che anestetizza le coscienze piegandole al più ottuso conformismo e sradicandole dalla realtà. Il protagonista, Montag, un pompiere il cui compito è quello di bruciare i libri, si ribella e troverà la salvezza in una piccola comunità di ribelli come lui, che hanno rinunciato ai falsi valori della civiltà per accostarsi agli autentici valori della cultura, conservando, non nella sostanza, ma nella memoria i testi e riuscendo così a tramandare una cultura che nessun "pompiere" potrà mai bruciare. In Fahrenheit 451 abbiamo una netta contrapposizione fra il mondo dei pompieri, i distruttori di ogni forma di letteratura, e il mondo degli uomini che vivono a contatto con la natura, gli arcadi conservatori dei grandi capolavori letterari. Gli antagonisti del sistema tecnologico sono i difensori di una cultura libresca e di un ideale aristocratico. Gli esuli dalla società sono di fatto l'élite colta borghese, cioè gli anacronistici vessilliferi di una visione del mondo che tutta la società, non importa se ammaestrata, tende a superare, sicché alla controutopia dell'uniformità asettica e felice si ribatte con l'utopia del ritorno a una società classista che affida il monopolio della cultura (umanistica naturalmente) ad una parte di privilegiati. Contro il pericolo di un potere assoluto e imbattibile, costruito su salde basi, si auspica un ritorno al passato. Un problema che riguarda l'uomo contemporaneo posto tra i rischi della rivoluzione e la certezza della restaurazione. Gli anni della "guerra fredda" Nell'immediato dopoguerra e per qualche decennio perdurò su tutto il mondo uno stato di tensione fra i due maggiori blocchi usciti vincitori dalla II guerra mondiale che il giornalista americano Lippman definì "guerra fredda". Nella letteratura fantascientifica e nel cinema vennero a determinarsi alcuni punti focali attorno ai quali si coagulò l'attenzione di molti scrittori e registi: il timore atomico, la paura che qualcuno schiacciasse volontariamente o involontariamente il pulsante sbagliato, il maccartismo e la caccia alle streghe, l'inquisizione anticomunista. Si tratta di un clima ambiguo in cui la paura tende a cristallizzare situazioni sempre identiche e ripetute all'infinito. L'alieno che viene dallo spazio è colui che viene per assoggettare la terra in quanto l'equazione è: invasore spaziale = comunista. Pertanto l'alieno o il diverso deve essere braccato e ucciso. Ed ecco ritornare sugli schermi il racconto di Wells, Guerra dei mondi, prodotto nel 1953; La cosa da un altro mondo (1951), tratto da un romanzo breve di Campbell jr.; L'invasione degli ultracorpi (1956) del regista Dan Siegel e il remake Il terrore dello spazio (1978) di Philip Kaufman, tanto per citarne alcuni fra i più noti. Alla base della reazione dell'uomo di fronte al diverso proveniente dagli spazi sta la ricerca della identità personale. Emblematico in tal senso è Il villaggio dei dannati (1960), tratto da un libro di John Wyndham The Midwich Cuckoos (pubblicato nella collana "Urania" col titolo I figli dell'invasione). La morale è che bisogna persino uccidere i propri figli se in essi si annida l'invasore dotato di poteri eccezionali ed extrasensoriali. La paura atomica, tema non nuovo sia in letteratura sia nel cinema, è chiaramente espressa nel racconto di Harry Bates Klaatu, prologo ad una invasione, trasportato sullo schermo da Robert Wise col titolo Ultimatum alla Terra (1951). Anche l'extraterrestre Klaatu (Michael Rennie) viene accolto come gli "invasori" precedenti ma, protetto com'è da un robot gigantesco, non si cura della reazione degli uomini. Il suo compito è preciso: è venuto dallo spazio per ordinare all'uomo di desistere dagli esperimenti atomici. Si tratta di un apologo pacifista e rispecchia lo spirito di una certa fantascienza classica. La paura della guerra atomica Ma alieni a parte, la paura di una terza e ultima guerra mondiale, quella atomica, ossessiona in quegli anni gli americani e ad essa si aggiunge il timore dell'errore. Alcuni romanzieri e cineasti hanno prodotto descrizioni agghiaccianti dei modi in cui potrebbe scoppiare e delle conseguenze che potrebbe avere una guerra atomica. Basterà citare lo scrittore Nevil Shute che scrive L'ultima spiaggia, da cui Stanley Kramer (con un cast eccellente composto da Ava Gardner, Fred Astaire, Anthony Perkins), trae spunto per il film omonimo, girato nel 1959, in cui viene descritto il mondo distrutto dalla guerra atomica. Solo uno sparuto gruppo di esseri ha trovato rifugio in Australia. Ma si tratta di un breve rinvio perché anche loro dovranno soccombere ad una inevitabile fine a causa del fall-out che inesorabilmente li raggiungerà. Rimane quindi loro l'assillo filosofico di come spendere il tempo che rimane e quale morte scegliere. Suggestiva la scena di uno di loro che, in missione con un sottomarino per scoprire se ancora ci sono superstiti, sbarca a San Francisco da cui non fa più ritorno. Toltasi la tuta antiradiazioni, rimane seduto sul molo, con le spalle rivolte verso una città spettrale e deserta. E di là saluta i compagni che lo guardano attraverso il periscopio. Un altro film sul filone atomico è quello tratto dal libro di Burdick Wheeler A prova di errore a cui si affianca, per uniformità tematica, Il dottor Stranamore, tratto dal romanzo Red Alarm di Peter George. Da qualche anno è scemata la preoccupazione di una possibile guerra nucleare sebbene non sia totalmente scomparsa. La maggioranza sembra pensare che se non è scoppiata fino ad ora, probabilmente non scoppierà più. Ma tra il '60 e il '75 vennero pubblicate e filmate numerose descrizioni di possibili rovine future dovute all'energia nucleare. Il film A prova di errore di Sidney Lumet, tratto dal romanzo di Burdick Wheeler, girato nel 1964, con Henry Fonda e Walter Matthau, ipotizza la situazione di un bombardiere nucleare con una bomba H a bordo che, in volo di addestramento, superato il punto di non ritorno alla base, non tiene più conto di alcuna istruzione che gli viene impartita per radio. E vola fino a sganciare l'ordigno su Mosca. Il film si basa su un drammatico colloquio fra il presidente americano e il premier russo, avvertito di quanto sta per accadere. Invano si cerca di evitare il peggio. Il presidente americano, per evitare ritorsioni, che avrebbero avuto come esito la distruzione del mondo, offrirà al governo russo "come riparazione" la distruzione di New York. Nell'istante in cui Mosca verrà distrutta, sulla metropoli americana verrà sganciata una bomba atomica. Quella della guerra nucleare scatenata per caso o per un atto di sabotaggio è una probabilità considerata all'interno del Pentagono. È noto, infatti, che per azionare un missile a testata nucleare occorrono tre chiavi, in possesso di tre persone diverse, da usarsi contemporaneamente. Per di più la decisione ultima spetta al Presidente e a due importanti personaggi del suo staff. Il dottor Stranamore (1963) è un altro esempio del pericolo che il potere impazzito può provocare ed è anche un esempio geniale e grottesco di fantapolitica che ha per base il militarismo e l'assurdità di sistemi di difesa meccanizzati. Nel film diretto da Kubrick l'humor è totale, surreale e sconvolgente. La conversazione tra i due Presidenti è ormai un pezzo classico da antologia. Ma pezzi classici sono pure la figura del generale folle Jack the Ripper (Jack lo Squartatore) che dà l'ordine di bombardare, convinto che i Russi stiano avvelenando l'acqua del mondo libero e la figura del colonnello Mandrake che rappresenta una garbata satira sulla decadenza militare britannica. E un vero pezzo di bravura - scrivono Curtoni e Lippi - sono pure "le sequenze dell'aereo che culminano col volo della bomba verso il suolo, mentre tutto è silenzio tranne le urla festose del comandante che cavalca l'ordigno sventolando il cappello come ad un rodeo". Mattatore assoluto del film fu Peter Sellers che ricoprì tre ruoli. La cinematografia fantascientifica degli ultimi anni sembra aver accantonato il problema atomico per dedicarsi alla fantafiaba terrestre o stellare (vedi ET, Guerre Stellari ...); a "space opera" dove convivono umani, aliens, robot e replicanti. Ma il timore di una guerra e di un eventuale errore non è scomparso. Ce lo ricorda il successo di pubblico per il film War-Game. Giochi di guerra che pone l'atroce problema: e se a sbagliare non fosse solo l'uomo ma addirittura la macchina a cui l'uomo si affida? * Da "LG Argomenti", per gentile concessione dell'Autore. BIBLIOGRAFIA Lino L. Ghirardini, Storia generale del cinema (1895-1959) con problematica introduttiva, Milano, Marzorati, 1959, voll.2. Francesco P. Conte (a cura di), Grande enciclopedia della fantascienza, Milano, Editoriale Del Drago, 1982, voll.11. Collettivo "Un'Ambigua Utopia" (a cura di), Nei labirinti della fantascienza, Milano, Feltrinelli, 1979. James Gunn, Storia illustrata della fantascienza, Milano, Armenia, 1979. Jacques Sadoul, Storia della fantascienza, Milano, Garzanti, 1975. V.Curtoni-V.Lippi, Guida alla fantascienza, Milano, Gammalibri, 1978. MARINO CASSINI (Isolabona, 1931), laureato in lettere, dirige la Biblioteca Internazionale per la Gioventù "E.De Amicis" del Comune di Genova e la rivista di letteratura giovanile "LG Argomenti", oltre a collaborare ad altre riviste letterarie legate ai problemi dell'infanzia ("Sfoglialibro", "Andersen" ...). Si occupa di narrativa, con una particolare predilezione per la fantascienza. Al riguardo, Fernando Rotondo ha scritto: "... Per Cassini, fare della fantascienza è raccontare quello che si immagina possa trovarsi "oltre la porta", aldilà della collina... le cognizioni scientifiche sono dosate con accuratezza e rappresentano la base di realtà da cui può erompere l'accadimento straordinario..." (AA.VV., Andersen Archivio 89, Feguagiskia'studios Edizioni, Genova, 1989, p.33). Il suo primo romanzo di fantascienza s'intitola Da un metro a tre centimentri (Milano, L'Ariete, 1964), a cui sono seguiti: L'ultima arca (Milano, Le Stelle, 1982), Gli ultimi sopravvissuti (Milano, Le Stelle, 1984) e I mostri del lago scarlatto (Milano, Mursia, 1990). Principali riconoscimenti ottenuti: Premio "Il Navigante" (1967), Premio "Ancora d'oro" (1969), finalista Premio "Bancarellino" (1970), Premio Speciale "Andersen-Baia delle Favole" (1987). |
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