| Racconto segnalato alla
III Edizione del Premio di narrativa bandito da
"Future Shock". LINEA PIATTA di Franco Clun (dis. di P. De Vito)
Da quando è iniziata
la mutazione non passa giorno che non mi guardi allo
specchio e non provi il violen Quando avrò finito questa lettera tenterò ancora di uccidermi. Perché scrivo? Non lo so, visto che nessuno mi leggerà. Forse lo faccio per convincermi d'essere ancora una creatura pensante, perché non sopporto l'idea d'essere vissuto e di essermene andato senza lasciare nulla, come non posso tollerare oltre questa esistenza: il mondo come un tempo lo conoscevo non esiste più. Stamane mi hanno riportato indietro ancora: loro non vogliono che muoia. Questa volta non mi hanno legato. Quanto tempo è già passato? Poche ore? Giorni? Ricordo solo che mi trovavo al di là della ringhiera, inclinato all'indietro, e che pensavo sarebbe bastato lasciare la presa perché tutto finisse. Mi lancerò nel vuoto, mi dicevo, là sotto non c'è terrore o rimpianto, solo liberazione. Ricordo d'essere caduto attraverso l'aria e di non aver neppure sentito l'impatto coi sassi che mi venivano rapidamente incontro. Dicono che quando viene la fine tutta la vita ripassi davanti agli occhi. Non è vero, la vita di un uomo non è così breve, ma c'è il tempo sufficiente per ricordare molte cose, io lo so bene. La prima volta mi sono risvegliato immerso nel fluido nutritivo, sdraiato nella vasca e collegato allo scintillante macchinario che provvedeva ad ogni mio fabbisogno. L'illuminazione della stanza era moderata e i suoni venivano assorbiti da ogni punto della parete. La maggior parte della luce cambiava colore, ma lievemente, e con la soave gradualità di un'aurora, perché non ci si rendeva conto dell'alterazione se non chiudendo e riaprendo gli occhi dopo un poco. Ma non era possibile che riuscissi ad aprire gli occhi, perché io ero morto. So che ero morto, e affermo una cosa del genere con l'assoluta certezza di dire la verità perché ero stato io a uccidermi. So che ero morto perché ho visto il punto alla fine della galleria farsi sempre più luminoso e udito una voce ripetere il mio nome; perché quando ho chiuso gli occhi, prima di essere scagliato verso il ritaglio di luce, ho potuto vedere anche attraverso le palpebre abbassate; perché quando sono entrato nella macchia di luce, tutto è diventato accecante; perché, quando mi sono risvegliato, le cicatrici ai polsi erano già quasi sbiancate. La seconda volta sono stato quasi tutta la notte giù in spiaggia, davanti al mare che rotolava fino ai miei piedi la sua spuma scura. Per tutta la notte ho guardato di fronte a me l'oscurità infinita che riecheggiava cupa e indistinta, e mi è sembrato che quello dovesse essere l'aspetto giusto della morte. Quante volte è già accaduto? Dieci, venti? Non ricordo. - Marty bene? Svegliato? - Il professor Carli mi interroga con la premura di sempre. - No, non mi ha svegliato, dottor Carli, io sto bene e lei? - Sorpresa, Marty. Mi è impossibile non notare il suo sforzo allorché si costringe a parlare lentamente. E' una grande manifestazione di gentilezza, non tutti dimostrano la stessa sensibilità nei miei confronti. In genere non riesco ad afferrare neppure un decimo dei loro discorsi, ma la premura di Carli non fa altro che aumentare la mia sofferenza. Mi hanno lasciato il lavoro, con le mani sono abile quanto loro, e forse di più, ma i giocattoli che costruisco non interessano più ai bambini. - Un giocattolo utile? chiedo. - Qualcosa che io possa costruire? - Libro! - Vuole dire che avete trovato dei libri antichi? Mi piaccioni i libri, alcuni li ho letti e riletti una dozzina di volte, in un certo senso hanno preso il posto di tutti i vecchi amici, ed è bello rivederli di tanto in tanto. Potrei scambiare il leggero inarcarsi delle sopracciglia di Carli per un moto di sorpresa, se non sapessi che ciò è impossibile: loro conoscono tutto, prevedono tutto. - No: distrutti, inutili. Mi porge il volume, e il mio entusiasmo lascia il posto alla delusione. Un libro scritto da loro. Probabilmente hanno rinvenuto qualche frammento dell'originale, forse anche solo qualche pagina, e da questo hanno intuito tutto: l'intreccio, la trama, lo stile dello scrittore, e li hanno riprodotti. Il libro sarà sicuramente identico all'originale, forse anche superiore, non ci sono altri come il professor Carli che li sappiano ricostruire, ma il risultato è qualcosa di freddo, morto. Molte scritture non sono che il frutto di sogni, loro non sanno più cosa sia un sogno. Capolavori costati una vita all'autore ri-scritti in una settimana, in un giorno. - Grazie, è molto bello. Grazie. - Oggi libero, - mi dice. Libero? Cosa significa libero? Ho una casa, certo, loro provvedono a tutte le mie necessità con attenzione soffocante, e questo mi ricorda continuamente quanto sono diverso. I miei stessi figli evitano di parlarmi. E' una fortuna che Vanessa non sia qui a vedere come sono ridotto. Lei lo aveva sempre saputo. "In che razza di mondo viviamo, eh?" diceva sempre. "Ma potrebbe essere peggio", obiettavo. "Certo", rispondeva, "potrebbe essere perfetto". Vanessa... ora non posso neppure stare con le persone che una volta vedevo con piacere, so cosa direbbero, ormai mi è nota la struttura del loro pensiero, la logica implacabile del loro ragionamento. La morte, solo la morte potrebbe liberarmi da questo incubo. Prima di morire mi piacerebbe avere i nostri figli accanto al letto: se hai dei figli non muori veramente, una parte di te vive scorrazzando in bicicletta, lavando la macchina ogni domenica, leggendo libri di fantascienza, badando alla casa, ma queste sono cose che ormai non si fanno più, e loro non capirebbero mai. La mia testa è debole e riesco a pensare solo alla morte. Ci penso ininterrottamente, e questo concetto occupa tutto il mio animo. Vorrei essere libero di scegliere, ma non me lo permettono, non mi lasciano andare. Sono troppo prezioso, sono un vivente reperto archeologico, un uomo di Neanderthal del ventunesimo secolo. Loro non hanno alcun dubbio, solo certezze. I dubbi sono figli dell'insicurezza, e io che ho sempre odiato le domande, ora so quanto è sterile la perfezione, sempre identica a sé stessa. L'assoluto è letale, non fornisce tensione, alcuna incertezza. Vivo in un mondo dove non vi sono risorse sprecate, inquinamento, effetti collaterali e sono diventato inutile, senza senso. Se almeno il sole restasse alto, se almeno non ci fosse la notte. Durante il giorno c'è il lavoro, i giocattoli, ma quando il sole se ne va tornano i ricordi, simili a falene. Troppe volte ho risalito il corso della mia vita con la memoria, faticosamente, come una barca risale il fiume. Ho riletto centinaia di volte i libri che mi sono rimasti, cos'altro mi lega al passato? Mi rimangono solo i ricordi, e questi non bastano per vivere. Mi rivesto in fretta, mi infilo il libro in tasca e lascio le bianche pareti dell'ospedale, accompagnato dagli sguardi compassionevoli di medici e infermieri. I riflettori sciabolano il cielo e illuminano un'ala da trasporto che sorvola silenziosamente la città. Lungo i viali luminosi le auto sfrecciano come argentei proiettili. Eccoli lì: pelle bianca, biondi; radunati nelle piazze di marmo bianco, puliti e attenti, con occhi azzurri che brillavano d'intelligenza impossibile. Felici e del tutto soddisfatti di loro stessi e del mondo. Dirigo i miei passi verso il museo, così chiamo casa, l'unico luogo in cui mi sento davvero a mio agio: anch'io sono un'antichità. I veri musei non esistono più. Non sono rimaste testimonianze tangibili dell'esistenza del passato, tutto ciò che apparteneva all'ultima generazione è stato cancellato: un cumulo di errori non avrebbe potuto insegnare nulla ai nuovi uomini. Attraverso il parco rimpiangendo gli strilli festosi dei bambini. Mi piacciono i giardini, amo il profumo della terra bagnata dalla pioggia, amo riposare sdraiato sull'erba e osservare le nubi. Nel parco ci sono cose su cui dondolarsi, su cui scivolare e rotolare, ma sono desolatamente vuote. Siedo su una panchina nell'ombra e guardo i bambini. Non mi piacciono, mi ricordano i giorni in cui erano diversi, in cui la loro gioia riempiva laria, quando correvano qua e là attraverso i prati verdi, gridando, tenendosi per mano, facendo il girotondo, arrampicandosi sugli alberi e ridendo di continuo. Mi ricordano il tempo in cui Rodolfo e Martina mi caracollavano incontro e mi si arrampicavano su per i pantaloni. Quando li prendevo sulle ginocchia e raccontavo loro storie alle quali nessun bambino avrebbe saputo resistere, storie di castelli incantati, di cavalieri splendenti in sella a cavalli alati, di principi e principesse. Oggi i bambini non gioiscono più. Eccoli seduti in cerchio a discorrere fra loro. Fa paura vederli così. Un bambino non più alto di un soldo di cacio, accompagnato da una bimba dai capelli rossi che deve avere circa tre anni, si avvicina. Mi guardano fisso negli occhi e mi domandano: - Lei è Marty Ferrari, non è così? Lei è l'uomo non evoluto. Sento che il mio volto è in fiamme, ma cerco di dominarmi. Non devo vergognarmi, non è stata colpa mia se il procedimento non ha funzionato; Dio sa che ci ho provato, che avrei voluto essere come tutti gli altri. Ma i bambini non mi danno nessuna occhiata di sdegno, e non c'è nessuna gomitata d'intesa fra loro: sono troppo intelligenti per approfittare dell'unica persona sprovvista del dono. In fondo sono gli unici con cui riesco ancora a parlare senza sforzarmi troppo, i bambini sono molto più pazienti degli adulti. - Si, sono Marty Ferrari, - rispondo, e nervosamente mi infilo le mani in tasca, scovando così il libro che il dottor Carli ha scritto per me. Lo osservo: la rilegatura è accurata, e sul frontespizio campeggiano lettere dorate che compongono il titolo: Le Mille e una Notte. - Sapete cos'è una favola? - chiedo. - Favola: breve narrazione in prosa o in versi, di intento morale, didascalico, avente per oggetto un fatto immaginario i cui protagonisti sono per lo più cose o animali, - risponde il più piccolo. - No, non è questo. - Racconto popolare di argomento fantastico, con personaggi immaginari quali fate, gnomi, streghe e simili... - Neppure questo. Una fiaba è suono di voci familiari, tocco di mani gentili, è un sogno, una corsa del pensiero attraverso incantevoli visioni. Non capiscono o, al contrario, capiscono troppo bene. Non dicono nulla, e si allontanano, già annoiati dalle mie farneticazioni. Voglio ringraziare la morte quando verrà, perché mi libererà da tutto questo. C'è stato un periodo in cui mi sono sforzato di seguire il significato delle cose, e squarci di luce mi avevano fatto pensare per un istante d'essere sul punto di scoprirne il segreto, ma non c'era verso di riempire i vuoti che i nuovi uomini lasciavano nei loro processi ragionativi. Spesso, quando i pensieri si stendono davanti a me come una palude grigia, senza fine e avvolta di nebbia, mi sembra di riconoscere il contesto delle cose e di riuscire ad afferrare la complessità dei concetti, ma è inutile: io non possiederò mai la loro acutezza di ragionamento, la nuova maniera di vedere e giudicare. I frutti dell'albero della scienza pendono da un ramo troppo alto per me. Solo pochi anni fa, quando nessuno degli uomini si era ancora sottoposto al Processo Evolutivo Accelerato, per ogni essere vivente la crescita era una necessità, e la bellezza era concepita come cambiamento, miglioramento; oggi non c'è più bellezza nel mondo. Da quando la dottoressa Montaldi ha scoperto come anticipare i processi evolutivi dell'uomo tutti gli uomini normali sono scomparsi, cambiati. Tutti tranne me. Dio solo sa se anch'io avrei dovuto e voluto essere come loro. La mutazione è solo interna: un'accelerazione di tutti i processi mentali, una comunicazione infinitamente più veloce fra cellule cerebrali che ha creato una nuova generazione di creature con un'intelligenza infinitamente superiore alla mia, e ha dato un nuovo significato alla parola uomo. Gli uomini si sono evoluti di milioni d'anni in un istante, hanno acquisito un nuovo modo di pensare. La curva che rappresenta la crescita della capacità intellettiva umana nel tempo è schizzata verso l'alto in modo verticale. Se il mio potenziale intellettivo venisse rappresentato sullo stesso grafico, ne risulterebbe una balbettante linea appena rivolta verso l'alto. Sembrerebbe piatta, piatta come il mio destino. Ora lascio a quelli attorno a me il compito di ragionare, io non riesco a seguire neppure il discorso più banale: gli uomini evoluti hanno sviluppato un'intuizione quasi telepati-ca, e nelle loro comunicazioni tutti i processi logici vengono saltati a piè pari. Loro sanno giungere tutti alla stessa conclusione partendo da pochi dati frammentari e confusi, e per questo nessuno si dà mai la pena di parlare con me. Mi hanno lasciato ai piedi della scala, mentre per loro non ci sono altri gradini da salire. Io sono solo una curiosità, un'anomalia, un reperto; sono come un uomo preistorico strappato al suo passato, sono l'ultimo uomo normale in un mondo di uomini super intelligenti. E mi sento solo. Il suicidio è la speranza di chi non crede più. Sì, in questa vita c'è una porta che posso aprire per sfuggire a me stesso. Sono rincasato. A lungo sono rimasto a guardare il soffitto, con le sue nervature che irradiano una misteriosa energia, poi ho aperto il cassetto dello scrittoio e ho preso questo foglio di carta ingiallita. Le lacrime mi salgono agli occhi, la scrittura ha il potere di gettarmi fra le onde dell'oceano dei ricordi. Vanessa è morta da tempo, dimenticata da tutti, ma in me vive ancora il suo volto, il suo ricordo mi accompagna e mi darà il coraggio di fare quello che devo. Continuerà a vivere e a tessere la sua tela un pensiero, una parvenza di me? Sono ancora qui. Non vogliono lasciarmi andare, hanno ricostruito il mio corpo, interamente, ma la mia mente è sempre la stessa. Me la cavo abbastanza bene con queste protesi. All'inizio è stato difficile, non riuscivo a radermi senza tagliarmi, a infilarmi il cibo in bocca, a scrivere. Ho dovuto sopportare la loro assistenza, ma come vedete è tutto passato. Non ci sono più difficoltà. No, credo proprio che non avrò difficoltà a infilarmi in bocca la pistola che ho rubato e premere il grilletto.
FRANCO CLUN è nato a Milano (1962) e vive con moglie e figlia a Cerro al Lambro. E' da sempre appassionato di fantascienza e fantasy. Nel 1992 ha frequentato un corso di scrittura creativa tenuto da Giuseppe Pontiggia; dello stesso anno è il suo debutto sulle riviste amatoriali. Il primo racconto è stato pubblicato su "Diesel", sono seguite altre uscite su "Yorick", "Fondazione Romana di Fantascienza", "Fandom Newsletter" e "Fanzine". Altri racconti sono stati segnalati ai concorsi "Courmayeur '93 e '94", "Ercole Labrone", "Brown", "Future Shock" e sono arrivati in finale al premio "Città di Montepulciano", "Silmarillion" e "Prione". Nel 1995 ha vinto il 1° concorso "Howard" e nel 1996 il premio "Italia" (finalista anche nel 1994). In campo professionale ha pubblicato racconti nelle antologie della Keltia Editrice, Quand'ero piccolo e Terra natia; nella raccolta Fantasia di Stampa Alternativa; ne I racconti del Prione, volume antologico che raccoglie i racconti finalisti dell'omonimo premio letterario; su "Punto di vista", rivista di letteratura; e su "Space Opera" della Keltia Editrice. Dal 1994 collabora con Franco Forte alla redazione di "Shining" e da un anno è redattore di "Delos", la prima rivista italiana di fantascienza su Internet. |
||||