Racconto vincitore del 2° premio del Concorso di narrativa (III Edizione) bandito da "Future Shock". Così si è espressa la Giuria, composta da Bruno Brunetti (docente Università di Bari), Massimo Del Pizzo (docente Università di Bari), Renato Ghezzi (saggista), Luciano Nardelli (giornalista e scrittore) e presieduta da Antonio Scacco: "Tra i racconti pervenuti, L'ultima vittoria è quello che presenta una maggiore ricerca formale, innanzitutto perché il "punto di vista" muta continuamente e con esso il tipo di linguaggio. L'apertura è molto efficace (linguaggio spezzato, frammentario...) e incuriosisce molto, con l'effetto di portare il lettore sull'itinerario voluto dall'Autore. Il tema è molto "fantascientifico", in senso positivo, benché si tratti poi di un argomento frequentatissimo dalla letteratura di sf: la guerra planetaria e lo sfondo catastrofico. C'è una caduta nell'ultima pagina proprio quando viene spiegato il mistero (l'alieno come specchio ecc.): forse è troppo spiegato. Comunque il testo mantiene un suo equilibrio narrativo anche per la scelta felice di chiudere con le stesse parole di apertura (segno di circolarità che sembra rimandare un po' al senso dell'ineluttabile...)" (prof.M.Del Pizzo). L'ULTIMA VITTORIA di Giuliano Giachino (dis. di P. De Vito) Nessuno...
nessuno!!... può narrato o scritto avere storia questa!
Nessuno uomo, dappertutto in galassia, anc Fatica, sudore......... oh la mia mente! ricordare difficile.... attimi in cui tutto è chiaro.... quasi; poi buio.... provare, tentare.... inutile...., se riuscissi.... se capace.... nessuno capisce capisca carebbe, ca...capi...rebbe, ca pi re bbe!!!!!! si, si, capirebbe capirebbe capirebbe!!!! Nessuno uomo capirebbe se un uomo scriverebbe, e anche se un uomo scriverebbe nessuno uomo su i pianeti leggerebbe e capirebbe..... io provo....., io ho ancora un pò di mente.... forse per poco; e anche i antropoidi.... se conoscesse parole di uomini.... non capissero, sono morti tutti tutti, uomini uccisi tutti hanno; non più antropoidi tutti uccisi, uccisi, u....... morti................ Astro, navi, tutte, arruggi, nite, tutte, inutili, sui, i, pianeti, o, nello, spazio, in deriva nello spazio in deriva la mia mente in deriva! funzionamento, ecco il problema! non ricordo, io, niuno ricorda il... funzio, namento, delle, stesse, astro, navi, arruggi, nite, alla, deriva. Io, noi, tutti, tornati indietro, ......mente...... diminuita.......... Ne... ne..., ricordare..., fatica...., ne, ne, anderthal? si, si, ne an der thal, neanderthal, neanderthal!!!! Come allora...., ancora neanderthal! come al principo principiale principiazione cominciazione ricominciazione..... di nuovo neanderthal siamo........ oh, che guerra lunga è stata, lunga lunga. Ma lunga. È stata! ma poi antropoidi uccisi tutti, terminati, stermitati, ster(?)minati. Vittoria, vittoria, vittoria, vitttt.... oh la mia mente.... o.... la....mia............................... Trecento anni sono un tempo terribilmente lungo per una guerra, ma le capacità di adattamento dell'uomo superano l'immaginazione dell'uomo stesso, e la guerra è divenuta così per tutti, anno dopo anno, generazione dopo generazione, quasi un fatto naturale, una situazione di normalità. Ma ora essa sta finalmente terminando, e gli uomini hanno a portata di mano la Vittoria Finale. In tempi lontani, la guerra ha avuto come teatro gran parte della Galassia, ed è stata lunga e terribile, combattuta da entrambe le parti senza esclusione di colpi. Ora essa volge al termine; ora, dopo alterne vicende, successi e sconfitte, le astronavi umane hanno ormai confinato gli antropoidi sul loro pianeta originario, il quarto del sistema di Saphir, e stanno per impadronirsi anche di quello. Non so che cosa mi abbia spinto ad iniziare questa specie di diario, questo frammentario resoconto degli avvenimenti degli ultimi giorni: da una parte, infatti, sono certo che quanto sto per narrare non potrà essere di utilità ad alcuno dopo che il conflitto sarà terminato; dall'altra ho concluso che non vi sono ragioni precise, se non l'impulso irrazionale di documentare in una registrazione obbiettiva una serie di elementi ai quali io solo attribuisco importanza, e che gettano paura e sgomento nel mio animo. In breve: nell'euforia causata dall'approssimarsi della Vittoria una lunga serie di fatti strani, inconsueti, apparentemente estranei l'uno all'altro, è stata del tutto sottovalutata, ed essi sono stati etichettati come incidenti casuali, senza che se ne indagassero le cause e le motivazioni, senza che si cercasse di evidenziare il solo sottile elemento in grado di legarli tra di loro, che io credo di avere purtroppo identificato. Il lavoro che svolgo all'interno del corpo di spedizione terrestre è quello di esperto di guerra psicologica, e ciò fa sì che io goda di un minimo di credibilità presso gli alti Comandi: fu basandomi su questo che, dopo aver meditato a lungo, osai chiedere con insistenza una riunione dello Stato Maggiore, al fine di presentare una relazione ufficiale ed attrarre su questi fatti l'attenzione dei responsabili della spedizione terrestre. Alla fine, essa mi fu concessa, ma non prima che avessi dato fondo ad ogni mezzo a mia disposizione per ottenerla: e questo avrebbe dovuto sin da allora mettermi in guardia circa l'inutilità dei miei sforzi. Fu infatti già molto tempo prima di terminar di parlare, davanti ai militari riuniti nella grande sala virtuale di Comando, a bordo della nave ammiraglia in orbita attorno al pianeta nemico, che mi resi conto, dai mormorii che manifestavano l'irritazione e l'ostilità dell'uditorio, di avere fallito. "Psicoesperto Seipelt, quale vuole essere, in definitiva, lo scopo ultimo di questa sua relazione?": la voce dell'Ammiraglio Morgenstern troncò il filo delle mie parole come uno schiaffo; e dopo un attimo, tremante di indignazione repressa, il suo ologramma soggiunse, marcando con forza ogni singola parola: "Quale significato può avere questo suo atteggiamento, nel momento in cui la guerra è praticamente risolta a nostro favore?". Mi feci coraggio, e ribattei: "Il mio non è un atteggiamento, né quelli che espongo degli stati d'animo soggettivi. Riferisco semplicemente dei fatti obbiettivi di gravità tale da non poter essere ignorati, cercando di trarne le conclusioni più logiche possibili". "Molto bene, lei ha centrato il problema. Delle conclusioni! Le chiedo delle conclusioni pratiche, se possibile. Centocinquanta miglia sotto di noi abbiamo un pianeta in agonia, la cui resistenza è agli sgoccioli. Abbiamo a portata di mano l'occasione di por fine in modo conclusivo ad un conflitto durato generazioni: e lei ci chiede di soprassedere all'attacco? E perché mai? Per indagare sull'origine di una serie di incidenti marginali di secondaria importanza, nessuno dei quali è in grado di influire sull'attuale situazione? Si rende conto di quello che dice?". Alzando la voce per superare il brusio dei commenti ostili che si era levato nei miei confronti, replicai ancora, ed insistetti: "Abbiamo sotto di noi un pianeta in agonia, è vero. Ma a trenta anni luce di distanza ed a tre di transfert sub-eterico c'è la Terra, da cui molti di noi mancano da quasi vent'anni, e da cui da oltre sei mesi non riceviamo notizie! Le onde iperluce dovrebbero consentirci di ricevere messaggi in circa venti giorni: perché ciò non avviene più da sei mesi? Perché, negli ultimi due mesi precedenti a questi, le comunicazioni con la Terra sono state caotiche e frammentarie? Abbiamo mai seriamente esaminato il significato degli ultimi messaggi ricevuti alla Terra prima dell'interruzione dei contatti?". "D'accordo, Psicoesperto Seipelt, le concedo che si tratti, come d'altra parte è noto a tutti, di una serie di fatti inspiegati, che dovranno essere chiariti al più presto". Gli occhi del capitano di brigata Heinrich erano più freddi del solito, mentre prendeva la parola fissandomi dritto nel viso, da pochi metri di distanza; e sotto il ghiaccio di quello sguardo, mi sorpresi a pensare, quasi come una sorta di difesa, come in realtà egli fosse a bordo della sua nave, a centinaia di miglia di distanza, e solamente l'olografo facesse sì che la sua immagine mi apparisse così vicina e reale, quasi tangibile. Dopo un attimo di pausa, proseguì: "Ripeto, dovranno essere chiariti al più presto. Ma non in questo momento. Avremo tutto il tempo, una volta terminata la guerra, ed è questione di giorni ormai, per ristabilire i contatti con la Terra e scoprire che cosa è avvenuto. Ma non vedo come ciò che può essere avvenuto sulla Terra abbia una qualsiasi relazione con la guerra che stiamo combattendo qui e, grazie a Dio, vincendo. Per qualche ragione non sono in grado di mettersi in contatto con noi, ma senza dubbio ricevono i nostri messaggi, e riceveranno presto la notizia della nostra Vittoria!". La mia risposta fece cadere su tutti un silenzio di gelo: "Sulla Terra ricevono con ogni probabilità i nostri messaggi, ma non riescono più ad inviarcene a loro volta. Perché? La mia ipotesi è che, sulla Terra, non siano più capaci di comprendere il funzionamento e quindi di far uso delle onde iperluce". La piccola navetta spaziale andava alla deriva nello spazio ormai da settimane, fuori rotta, silenziosa, senza dare alcun segno di vita via radio. Dal suo interno, un uomo barbuto e dallo sguardo allucinato guardava, attraverso ad un oblò, il grande incrociatore da guerra che manovrava per accostarsi e procedere al recupero; guardava passivamente, senza intervenire in alcun modo, ignorando i quadri di comando costellati di luci e di pulsanti di cui non comprendeva più il significato, le carte nautiche sparpagliate sul pavimento della cabina, frammiste a parti elettroniche, avanzi di cibo, strumenti delicatissimi infranti al suolo ed ormai inservibili. Non capiva, non ricordava più. Quando i primi astronauti passarono dall'incrociatore alla navetta attraverso un improvvisato tunnel a tenuta stagna, l'uomo si fece incontro ad essi con passi malfermi. Mentre si aggrappava ai primi di loro si potè vedere che piangeva. "Il fatto che la recluta Weber sia incorsa in un grave atto di insubordinazione, abbandonando alla deriva la propria navetta senza portare a termine i compiti che le erano stati affidati, rappresenta un episodio di competenza puramente tecnica e disciplinare. Sono già stati presi provvedimenti in proposito. Le dirò, Psicoesperto Seipelt, che questo fatto non mi preoccupa più di tanto, essendo del tutto marginale di fronte all'enormità della sua ipotesi circa la situazione sulla Terra. Ma è tuttavia mio preciso dovere respingere l'interpretazione che lei dà di questo episodio, che appare dettata da un incomprensibile atteggiamento disfattista. Non è tollerabile che lei strumentalizzi in questo modo un comune episodio di insubordinazione!". Una specie di rictus feroce pareva deformare l'espressione di Morgenstern, mentre parlava, sovrapponendosi alla normale espressione del suo volto e dandogli, di momento in momento, un aspetto via via più febbrile, insensato, quasi demente. Nessun altro oltre a me, tra i presenti, pareva rendersene conto. Sentii la mia voce tremare per l'orrore, mentre rispondevo: "Le ribadisco, Ammiraglio Morgenstern, che la recluta Weber non si è resa responsabile di insubordinazione. La recluta Weber si trova tuttora in un gravissimo stato di confusione psichica, di cui ammetto di non conoscere l'origine. Ma è incontestabile che, al momento in cui il suo apparecchio venne recuperato, egli non era più in grado - intendo dire "capace" -, di manovrarlo, e non lo è tuttora. Gli episodi di questo tipo sono stati otto, negli ultimi due mesi, ed è probabile che altri quattro apparecchi che risultano dispersi lo siano per ragioni della stessa natura. I dati a mia disposizione non lasciano dubbi sul fatto che non si tratti di altrettanti casi di diserzione, ma di qualcosa di estremamente più grave". L'asteroide Nemes era una lucida sfera di metallo sospesa nell'immensità dello spazio. Al suo interno, strumenti e macchine sofisticate e perfette operavano silenziosamente, docili alla volontà degli uomini, per creare e fornire energia, luce, calore ed ossigeno alla città contenuta nelle sue viscere. Più giù, nel profondo del suo cuore, forze inimmaginabili erano tenute prigioniere, e solo di tanto in tanto era permesso loro di riversare all'esterno i fiumi di energia necessari. Giù, nel centro della sfera, una porzione di spazio non più grande di un pugno era il titanico motore del pianeta artificiale: una minuscola sfera in cui era concentrata più materia e più energia che in un intiero mondo, un buco nero in miniatura, il frammento imprigionato di una stella in agonia che, precipitando su se stesso, produceva attrazione, forza di gravità: E gravità è una forma di energia. Quando l'asteroide Nemes morì, tutto avvenne silenziosamente. Nello spazio aperto e vuoto non s'odono suoni, e se anche si potessero udire, né suoni né luce possono sfuggire ad un buco nero che precipita su se stesso. Quando l'asteroide Nemes morì, fu per un banale errore umano. E non vi fu più tempo per correggerlo, perché tutto era finito prima di cominciare. Non più controllate artificialmente, le forze di gravità poterono agire liberamente, in tutta la loro furia: e l'asteroide precipitò verso il suo centro, come un fiore appassito che si richiude, come un guscio vuoto che si sgretola, giù, giù, sempre più giù, metallo, uomini, macchine, in una frazione di secondo, in un pozzo che ha per fondo un punto grosso come un pugno che tutto annulla ed assorbe dentro di sé. "Ed io vi ripeto che la scomparsa dell'asteroide Nemes non può essere attribuita ad un attacco nemico. Né prima né dopo la sua scomparsa sono state segnalate forze avversarie in quel settore dello spazio. Inoltre, se l'asteroide fosse stato attaccato e distrutto, avrebbe dovuto avere almeno il tempo di chiedere soccorsi, o quanto meno se ne sarebbero ritrovati i resti. Invece esso è semplicemente scomparso, senza lasciare tracce. Ciò porta ad una sola conclusione: l'asteroide è imploso su se stesso, ed è stato inghiottito dal buco nero centrale". La risposta, quasi gridata, dell'Ammiraglio Morgenstern, fu repentina: "Ma perché questo possa essere successo deve esser venuto meno l'intiero complesso di protezione antigravità! E ciò richiede una collettiva, sistematica, direi meticolosa serie di errori di manovra da parte dei tecnici addetti! Si tratta di un'ipotesi assurda ed, in ogni caso, impossibile da verificare!". La tensione nella grande sala era ormai divenuta palpabile. Lentamente, mi alzai in piedi appoggiando le mani sul tavolo davanti a me, come per raccogliere le mie ultime energie, e passai adagio lo sguardo sul viso dei personaggi che mi fronteggiavano. Vidi volti duri, ottusi, volti di uomini privi di dubbi, certi della loro causa, capaci di mirare diritto al proprio scopo, che era quello di uccidere, distruggere, sterminare. Cercai di immaginare come apparissero ai loro occhi i nostri nemici, gli antropoidi: senz'altro estranei, diversi, alieni, anche se il loro aspetto era nel suo insieme antropomorfo, anche se avevano anch'essi, come noi, due braccia e due gambe, due occhi e, dietro di essi, una mente capace di pensare. Cercai di leggere i pensieri che si agitavano nella mente dei militari con cui mi stavo confrontando, e conclusi che essi mi erano estranei almeno quanto l'intelletto e il modo di pensare degli alieni. Il frastuono delle grida e delle contestazioni che cresceva attorno a me mi portò alla realtà, e tentai ancora una volta di ribattere, di far valere i miei argomenti: ma quando i miei occhi incontrarono nuovamente quelli di Morgenstern vi scorsero, ormai chiari, i segni della follia, e capii che non v'era più speranza, capii l'inutilità dei miei sforzi e di avere fallito. Ed allora, gridai, gridai con tutte le mie forze per superare le loro voci, e senza più alcun timore urlai loro in faccia la mia verità, l'ultima: quella che, proprio perché era la verità, essi non erano più in grado di comprendere. Un cenno di Morgenstern ha dato il via alle operazioni di sbarco ed all'attacco che ci darà l'Ultima Vittoria. Soldati di tutti i gradi corrono attorno a me sui vari ponti della nave, affrettandosi a raggiungere la propria postazione di battaglia, mentre faccio lentamente ritorno ai miei alloggiamenti. In essi ritroverò le mie carte, i microfilm, i documenti che dimostrano ciò contro cui ho cercato di mettere in guardia lo Stato Maggiore, le registrazioni degli interrogatori effettuati, i grafici che documentano il rapido crollo del quoziente d'intelligenza ed il deterioramento dei tests psicologici di tutti i soggetti che ho esaminato: soldati e civili, tecnici, medici, addetti ai trasporti, elementi della truppa e dei comandi. Il mio tentativo non ha avuto successo, ho agito troppo tardi, e non intravedo ormai alcuna via di salvezza, per nessuno degli antropoidi e per nessuno degli uomnini. Tra pochi attimi, come aprirò la porta della mia cabina, rivedrò Ann, la mia compagna, la tecnica biologa con cui, in questi ultimi giorni, ho condiviso paure e angosce, e che ha collaborato con me, passo dopo passo, nel far luce su quanto si sta preparando per noi: e la vedo venirmi incontro barcollante, come ubriaca, la luce dello sguardo offuscata, gli occhi in cui brilla solamente più la paura e la richiesta disperata dell'ultimo aiuto. La vedo aggrapparsi a me, e le sue labbra mormorano a fatica le parole che non voglio udire, mi ricordano la promessa che ci siamo fatti vicendevolmente di fronte alla consapevolezza dell'irreparabile, mi chiedono tra lacrime silenziose di aprire per lei, prima che la sua mente cessi di esistere del tutto, l'ultima via di fuga. Con infinito amore la prendo tra le braccia e la corico sul piccolo letto, e lei, chiudendo gli occhi, mi rivolge l'ultimo sorriso; poi mi allontano per qualche istante. Sento le mie mani tremare violentemente, dopo qualche attimo, mentre ritorno verso di lei, con la siringa. L'attacco finale al pianeta degli antropoidi è in pieno svolgimento, ed io vi assisto dalla sala comandi di una navetta da esplorazione, posatasi al suolo in una zona già controllata dai terrestri, a pochi chilometri dal fronte e dalla principale città aliena: attraverso l'oblò, posso scorgere all'orizzonte la luce rossa degli incendi che divorano le costruzioni e gli apparecchi da ricognizione terrestri che sorvolano la città a bassa quota, segnalando con razzi luminosi le ultime sacche di resistenza. Ogni volta, guidati da queste luci, i grossi incrociatori di Morgenstern intervengono per completare l'opera con sventagliate di laser che striano di violetto il cielo turbolento. So di essere in grave pericolo, so di poter venire coinvolto nella battaglia: la mia nave può essere oggetto di una delle ultime reazioni degli alieni, o può anche, nella grandinata di colpi che si abbattono a poca distanza, venir colpita per errore da una raffica terrestre. Ma non ho più paura, forse mi sono recato fin quaggiù, nell'infuriare della battaglia, perché coltivo inconsciamente la speranza che questa, proprio questa, sia la mia fine, in un'esplosione improvvisa, indolore e definitiva. Cento volte meglio finire così, che non quello che mi aspetta altrimenti! Mille volte meglio uscire dal giuoco in un attimo, che non veder realizzati dentro di me, con atroce lentezza, ciò che ormai sono in grado di prevedere, dopo averlo letto negli occhi di altri, della recluta Weber, dello stesso Morgenstern, ed infine, con strazio infinito, in quello di Ann. Già avverto i primi sintomi: le immagini cominciano ad apparirmi attraverso una nebbia rossastra, ed il corso dei miei pensieri si fa sempre più stentato e confuso, come se ad ogni lampo di luce proveniente dall'oblò, ad ogni boato di distruzione, mi venisse tolto un qualcosa dall'interno; come se la mia lucidità ed il mio intelletto svanissero lentamente man mano che i nostri nemici vengono scovati, neutralizzati e distrutti. Con mani tremanti, attivo l'olografo che mi permetterà di vivere le fasi finali dello scontro come se mi trovassi in prima linea: la parete della cabina opposta all'oblò svanisce nel nulla, e le immagini riprese dalle telecamere poste sugli elmetti dei combattenti mi proiettano nel corpo a corpo che si sta svolgendo nel Quartier Generale degli antropoidi, in cui un commando di terrestri è riuscito a penetrare. Davanti a me - potrei toccarlo - il capitano Heinrich avanza all'interno di grandi sale semideserte, aprendosi la strada con raffiche di laser sotto le quali gli ultimi antropoidi cadono al suolo. Ma sul suo viso non vedo quello che mi sarei aspettato, la gioia crudele della Vittoria: la sua espressione è vacua e confusa, quasi impaurita, ed i colpi della sua arma paiono diretti meccanicamente verso il bersaglio, come i riflessi automatici di un animale decerebrato. Lo vedo barcollare, colpire per errore uno dei nostri. Il suo sguardo vaga attorno, si posa su grandi pannelli luminosi in cui la lotta ha aperto neri squarci irreparabili, su sinuosi linee colorate verticali di significato ormai per sempre ignoto; le sue dita sfiorano le sporgenze delle pareti, scanalature e pulsanti non fatti per dita umane, preziosi meccanismi alieni votati ormai ad essere dimenticati. Lo vedo cadere carponi, e trascinarsi adagio lungo le pareti di un grande vano, cercando di raggiungerne la porta: oltre ad essa un soldato ha scovato, nascosto in un angolo, quello che può essere l'ultimo degli antropoidi, e lo ha fulminato con una scarica di laser. Mentre il corpo bluastro dell'alieno si accartoccia al suolo, l'uomo si è strappato la divisa e, aggrappatosi ad una trave, si dondola su e giù, nudo, ridendo ebete. Distolgo lo sguardo, e spengo l'ologramma. Attraverso l'oblò intravedo nuove immagini, che mi appaiono sfocate, e riesco a comprendere confusamente che i primi incrociatori terrestri stanno cominciando a schiantarsi al suolo, senza motivo, senza essere stati colpiti da armi nemiche, come se fossero rimasti privi di guida. Basta, basta! Non ho più il coraggio di guardare. Che orrendo processo di degradazione, vissuto in completa consapevolezza! Ciò che ho visto rappresenta la prova che a tutti coloro che attaccano il pianeta accade la medesima cosa, come era accaduta in precedenza ad altri, e prima ancora a tutti coloro rimasti sulla Terra, allorché essa si fece muta, ed il mio cuore diviene un singolo ago di dolore rovente al pensiero di cosa deve essere avvenuto laggiù. Tra poco tutto ciò accadrà anche a me stesso. Rivedo ancora, con angoscia, lo sguardo allucinato e demente della recluta che scoprì di non saper più pilotare la propria astronave e, come se fosse presente vicino a me, quello di Ann la dolce, che con l'ultimo bagliore della ragione mi chiede, consapevole, il dono di una fine rapida e degna. La comprensione della verità sta per sfuggirmi del tutto, ma per pochi momenti l'ho tenuta salda dentro di me; si, è così, non vi sono dubbi: gli antropoidi non sono un'"altra" razza, un nemico alieno, da combattere e distruggere, non lo sono mai stati. Nella nostra stupidità non abbiamo capito, non abbiamo voluto comprendere che, per qualche arcano e sconosciuto equilibrio dell'universo, essi rappresentano una parte di noi stessi, un qualcosa a noi complementare, degli esseri diversi ma in qualche modo indispensabili alla nostra esistenza, all'integrità della nostra psiche e del nostro intelletto. Distruggendo loro, stiamo distruggendo noi stessi, stiamo distruggendo la nostra stessa mente. Tra non molto, anche il mio viso porterà dipinta l'espressione ebete che ho appena scorto su quello di Heinrich. Perché non ho avuto il coraggio di uccidermi? Di aprire anche per me la sola via di fuga possibile, quella che ho aperto per Ann? Questi sono i miei ultimi pensieri razionali, e sono sterili ed inutili. Davanti a me, intravedo la fine della nostra civiltà, ... o forse un nuovo faticoso ed interminabile inizio. La morte della tecnologia......., l'incapacità di comprendersi........, le antiche astronavi che giacciono arrugginite ed inutili su innumerevoli pianeti, o vanno silenziosamente alla deriva nello spazio, per sempre, senza che nessuno ne comprenda più il funzionamento. Ma è tardi, tardi, già provo fatica a scrivere, i tasti del computer ondeggiano davanti ai miei occhi, il significato dei segni che vi sono impressi mi è più oscuro di momento in momento. Devo fermarmi ogni poche parole per riflettere......, ho vuoti di.... memoria sempre più frequenti, sintassi sta sfuggendo. In un feroce sforzo di volontà, mi concentro per capire ancora una volta l'errore che abbiamo commesso distruggendo, in un delirio di potenza e di dominio, un'altra forma di vita. Ecco, ecco verità ultima che gridai in faccia a comando terrestre, non compreso: sto, stiamo, io pagando questo errore con continua, progressiva, inarrestabile regressione intellettiva. Antropoidi muoiono fisicamente e, man mano che scompaiono, noi ci camminiamo sempre più verso le.... o.... rigini, verso stupidità di bestia, uomo neanderthal, che un giorno, forse grazie forse ad equilibrio..... inioto con esseri sconosciuti ed lontani, lontani, cominciò a rizzarsi in pi ,edi ed a guardarsi torno, nella foresta pri ,mor ,diale. Cosa sarà, cosa sarà, in poco, di noi razza? Imaginarlo provo, fatica......, con mente fonda in nebbia. cerco di maginare come venir narrato il nostro destino, nostro epitaffio, da chi fosse con intelletto.... riuscito a stare integro e in ,tatto. Cercherò, proverò di farlo sino se avrò forza, sino che capace, sino riuscirò a saper che sto facendo; ecco, ecco: Nessuno.... nessuno !!.... può narrato o scritto avere storia questa! Nessuno uomo, dappetutto in galassia, ancora può.......... narrare scriver dire parlare............ io provo............ GIULIANO GIACHINO (Torino, 1943) è laureato in Medicina e Chirurgia ed è primario del Servizio di Nefrologia e Dialisi dell'Ospedale di Rivoli (Torino). Appassionato di Science Fiction e Letteratura del fantastico sin dal 1957, ha iniziato a scrivere SF nel 1975, con una produzione quantitativamente scarsa, ma costante nel tempo sino ad oggi. Ha vinto, nel 1976, il Premio "The Time Machine", con il racconto Enrosadìra, pubblicato su "The Time Machine" nel 1976, e successivamente sul supplemento de "Il Lavoro" di Genova nel 1978; nel 1979, è stato vincitore del V Premio "Mary Shelley", con il racconto Vampiro, pubblicato su "The Time Machine" nel 1979, e successivamente su "Cosmo Informatore" (Ed.Nord, Milano) nel 1980; nel 1993, ha conseguito il VI Premio "Courmayeur" (sotto lo pseudonimo di Alice Martelli), con il racconto Lo scudo di Anghor, pubblicato nel volume "La lingua Fantastica" (Keltia Ed., Aosta) nel 1994. È autore anche di conferenze: Il prolungamento della vita e l'immortalità tra medicina e fantascienza, tenuta alla "Fancon 1992" di Courmayeur, e successivamente pubblicata nel volume "Il Tempo tra Scienza, Fantastico e Mito" (Keltia Ed., Aosta); e di articoli: Cos'è il "Cyborg": come ti guardo, così ti guido, pubblicato su "Più", supplemento de "La Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari, nell'ottobre 1992; Anatomia comparata dell'Alieno "assoluto", tenuto alla "Fancon 1994" di Courmayeur. I due articoli appariranno prossimamente su "Future Shock". È approfondito conoscitore della musica e delle tematiche proprie delle Opere di Richard Wagner e della natura, della cultura e della mitologia della regione dolomitica. |
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