| WILLIAM
GIBSON, Luce virtuale (Virtual Light,
1993), "Urania" n.1285, Mondadori, Milano,
1996, pp.300. L.5.900. Come notava Renato Ghezzi
in un articolo, Due o tre cose che penso del Cyberpunk,
pubblicato su "Future Shock" n.10/1992, i
romanzi di Gibson non mantengono le promesse dei loro
rutilanti incipit: "[...] a parte qualche
buona im Luce virtuale, già apparso nella collana "Interno Giallo" della Casa mondadoriana, non fa eccezione a questa regola. Allettante è, per il lettore, l'inizio del romanzo, con quelle cannoniere che sorvolano la città con la morte "appesa sotto il torace in un liscio baccello nero", con le ziggurat su cui "scorre la carne luminosa dei giganti, urlando la sua litania di sogni notturni alle avenidas in attesa", con l'aria fuori dalla finestra che "tocca ciascuna fonte di luce con una pallida corona epatica, una tinta biliosa che sfuma impercettibilmente in una opalescenza marrone". Ma qual è, dopo un tale tamburellare di immagini, l'idea avveniristica da cui si dipana la trama di Luce virtuale? Dobbiamo leggere i due terzi dell'opera per fare la conoscenza di quelli che, a prima vista, sembrano dei normali occhiali da sole, ma che in realtà sono occhiali a luce virtuale. Ma a cosa servono e come funzionano? E, qui, Gibson naviga nel vago e nell'inverosimile. Egli ci dice che hanno "dei piccoli stimolatori intorno alle lenti che agiscono direttamente sui nervi ottici" e che qualsiasi cosa "possa essere digitalizzata, la puoi vedere là dentro [...]. Se si mette questi occhiali uno senza occhi, basta che il nervo ottico sia sano, può vedere l'input". Poi l'Autore aggiunge che gli occhiali contengono delle informazioni preziose per la ricostruzione della città di San Francisco. Cosa di cui è del tutto all'oscuro Chevette Washington quando, quasi per gioco, se ne impossessa. Gli occhiali fanno però gola ad un gruppo di speculatori finanziari. Inizia così per Chevette un'estenuante fuga per gli angiporti di San Francisco. Si ha insomma la netta sensazione che il ricorso all'invenzione degli "occhiali" sia solo un pretesto e che l'interesse di Gibson sia rivolto, in Luce virtuale, alla descrizione della vita stentata e ai margini della legalità che una folla di personaggi conduce: Berry Rydell, il poliziotto sempre nei guai; Chevette, la ragazza che trasporta messaggi informatici attraversando, con la bici, San Francisco; Skinner, una specie di patriarca del popolo del Ponte; Yamazaki detto "Scooter", un assistente universitario che conduce una ricerca sulla struttura architettonica del Ponte; Sublett, il poliziotto non-violento, affetto da una grave allergia che gli fa gonfiare la faccia e le mani come palloncini... La descrizione di questi personaggi è fatta con stile realistico che si compiace di espressioni volgari e, a volte, anche repellenti. Ma quello che dispiace, in Luce virtuale, è l'aperto sbeffeggiamento della religione: ad esempio, ad una setta pseudocristiana è attribuita la credenza che Dio sia dentro la Tv. Non è che si voglia negare il fatto che attualmente gli USA siano attraversati, come del resto tante altre nazioni nel mondo, da aberrazioni anche di tipo religioso, come recenti fatti di cronaca dimostrano; ma fare di tutta l'erba un fascio ci sembra francamente eccessivo. Antonio Scacco |
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