Il seguente saggio è già apparso sul n.7 di "Future Shock". Lo ripubblichiamo, ritoccato qua e là, come risposta a quanti (soprattutto, ai nuovi abbonati) ci hanno chiesto chiarimenti sul significato umanistico della scienza e sul contributo della fantascienza al superamento dell'attuale crisi culturale (A.S.).

Il rinnovamento umanistico tra scienza, fantascienza e religione

                                                    di     Antonio Scacco

 

Già nel ventennio tra le due guerre, alcuni saggi famosi dal titolo eloquente: Il tramonto dell'Occidente di Spengler, La fine dell'epoca moderna di Guardini, La crisi della civiltà di Huizinga, ecc., segnalavano la grave crisi culturale che attanagliava la società occidentale. Oggi, le varie catastrofi che, a livello planetario, incombono sull'umanità, ci testimoniano senza ombra di dubbio che la crisi della civiltà non solo occidentale ma mondiale è un avvenimento reale e non il semplice parto della fantasia di qualche Cassandra. Ma, poiché quella che è andata in frantumi è la visione armonica dell'uomo totale, l'estrinsecazione coerente di conoscenze e valori, e l'uomo contemporaneo - afferma Max Scheler - "è diventato pienamente e completamente 'problematico' a se stesso; [né] sa più ciò che egli è essenzialmente, ma allo stesso tempo sa pure di non sapere"1, è ovvio designare il disagio spirituale e materiale dell'epoca moderna come crisi umanistica.

Il dinamismo della scienza moderna

Quali le cause? Gli studiosi sono pressocché unanimi nell'indicare la scienza moderna (quella che nasce con Galilei, per intenderci) come l'artefice principale della crisi. Ad essa è da imputare quella malattia del secolo che Alvin Toffler chiama future shock, per evitare la quale "l'individuo deve diventare infinitamente più adattabile e capace di quanto sia mai stato prima. Deve scoprire modi totalmente nuovi di ancorare sé stesso, poiché tutte le radici di un tempo - religione, nazione, comunità, famiglia o professione - stanno ora vacillando sotto l'impeto da uragano della spinta acceleratrice"2.

Individuata nella scienza la causa principale della crisi umanistica contemporanea, resta da vedere in che modo essa la determini. Partiamo da una constatazione molto semplice.

La scienza, pur esistendo ormai da diversi secoli, non cessa tuttavia di entusiasmarci, o almeno di scuoterci, una volta con la scoperta dell'energia nucleare, un'altra con la conquista dello spazio, poi con l'avvento dell'informatica e dell'ingegneria genetica e, negli anni a venire, chissà con quante altre mirabilia! La scienza, in sostanza, ci rivela continuamente aspetti del mondo osservabile mai notati prima, e ciò perché il suo modo di conoscere la realtà è dinamico, mentre quello prescientifico era statico, ancorato, cioè, ad una visione delle cose fissa e immutabile.

Giustamente ha osservato Asimov: "La scoperta del fuoco, lo sviluppo dell'agricoltura, l'invenzione della ruota, l'invenzione dell'arco e delle frecce erano stati molto importanti, indubbiamente, ma si erano susseguiti a così grande distanza di tempo, e il loro sfruttamento era avvenuto così gradualmente, che le singole persone non avevano praticamente notato il cambiamento"3. Il dinamismo della scienza ci spiega in che modo essa influenzi l'attuale crisi umanistica. La ricerca scientifica, poiché, a causa del suo progressivo espansionismo (mutabilità estrinseca), mette necessariamente in discussione molte delle convinzioni che in passato erano ritenute evidenti, genera nell'uomo un senso di scoraggiamento che lo porta a considerare come illusoria ogni visione umanistica della realtà. Ma ben più profondo è l'effetto della mutabilità intrinseca della scienza sulla crisi dell'uomo contemporaneo.

Come si sa, i risultati della ricerca scientifica non sono fissi e immutabili, ma sempre esposti a cambiamenti e a novità impreviste. Ora, se la scienza stessa non arriva mai a risultati certi e definitivi, è possibile parlare di vera certezza della conoscenza umana? E se non si ha certezza, come si può avere un umanesimo? Ed ecco la tentazione diffusa di scetticismo e relativismo, radice ultima della crisi umanistica contemporanea.

Lo shock culturale causato dalla scienza moderna, che già nel sec. XVII faceva esclamare a John Donne: "... la nuova filosofia pone tutto in dubbio. Si sono persi il sole e la terra, né ingegno d'uomo può bene indirizzare a dove cercarli. Tutto è in pezzi, ogni coerenza se n'è andata"4, trova ampio rispecchiamento in quel corpus formato da un numero ormai sterminato di opere letterarie, che in Italia viene indicato col termine "fantascienza" - termine che ci sembra non traduca perfettamente l'inglese science fiction, al quale va perciò la nostra preferenza5. Ora, il motivo per cui la fantascienza o science fiction è il naturale cahier de doléances del nostro tempo è molto semplice.

La scienza moderna all'origine della science fiction

È tesi unanimemente accolta dagli studiosi che la letteratura in genere ha stretti rapporti con la società. Afferma Angelo Marchese: "... illuminismo e romanticismo, se non si vuole risalire più indietro, sottolinearono in modi diversi ora i nessi fra l'arte e i costumi, i gusti e le tradizioni, ora il suo influsso educativo, ora il collegamento fra sviluppo artistico e progresso civile"6.

Questa tesi è vera soprattutto nei riguardi della fantascienza. Si pensi alla genesi del merveilleux scientifique nella narrativa dello scrittore post-verniano J.-H.Rosny Aîné. Seguace della teoria zoliana del "roman expérimental", secondo cui il lavoro dello scrittore doveva essere simile a quello dello scienziato, Rosny Aîné, come scrive Massimo Del Pizzo, "fonda la scrittura dei suoi romanzi, di quelli sociali, come di quelli "preistorici" e fantastico-scientifici, su una preliminare attività di studio e documentazione che va dalla osservazione degli ambienti e dei comportamenti, fino alla paletnologia, alla paleontologia e alla biologia"7. E se Émile Zola poteva affermare che il romanzo sperimentale era "la littérature de notre âge scientifique, come la littérature classique et romantique a correspondu à un âge de scolastique et de théologie"8, a maggior ragione ciò vale per la science fiction.

Sulla scorta di quanto fin qui si è detto, ci sembra una forzatura sostenere, come fa il Suvin, che la fantascienza affondi le sue radici nell'utopia9. Ognuno vede da sé che Eschilo, Aristofane, Platone, Luciano di Samosata, Tommaso Moro, ecc., non hanno niente da spartire con la science fiction, come invece vorrebbe la teoria suviniana del novum. L'errore commesso dallo studioso canadese è di avere inteso lo straniamento cognitivo, presente in ogni autentica opera di fantascienza, non specificamente in senso scientifico-tecnologico (della rivoluzione galileiana), ma genericamente in senso ideologico (del marxismo).

La science fiction è invece figlia del pensiero scientifico moderno di cui costituirebbe, "sensu lato, una descrizione romanzata del metodo [...], o per meglio dire una metafora epistemologica"10, e conseguentemente le opere dei suoi scrittori più consapevoli riflettono gli sconvolgimenti che le scoperte e le invenzioni provocano nel vecchio ordine sociale riguardo a:

- lavoro. Nella società del futuro ipotizzata da Kurt Vonnegut in Distruggete le macchine (Player Piano, 1952), il lavoro è interamente automatizzato e gli esseri umani, per sottrarsi alla noia di un'inoperosità forzata, non resta che dedicarsi ad attività puramente fittizie;

- politica. Nel romanzo di Damon Knight Fabbricanti di schiavi (A for Anything, 1959), il concetto di democrazia viene del tutto vanificato dall'invenzione del "Gismo", un meccanismo capace di duplicare oggetti e uomini in tutto simili agli originali, che secondo il suo inventore avrebbe dovuto assicurare libertà e uguaglianza al genere umano, ma che invece crea una società feudale basata sulla schiavitù;

- sesso. In un'Inghilterra pre-sessantottina immaginata da Brian Aldiss in La lampada del sesso (The Primal Urge, 1961), ad ogni individuo viene applicato sulla fronte e collegato chirurgicamente al cervello un "Rivelatore di Emozioni", che si arrossa o si illumina ogni volta che il suo possessore prova interesse sessuale per un'altra persona. Ma l'invenzione provoca disordini sociali per la palese violazione della libertà individuale, suscita diffidenze e rancori (si veda la vicenda amorosa tra Jimmy Solent e Rose English), né risolve tutti i problemi legati alla sfera della sessualità;

- religione. Che cosa ci può essere di più sconvolgente per l'uomo del fatto che la scienza intacchi le radici della fede e l'immortalità spirituale sia soppiantata da quella meramente fisica? È la situazione che è descritta con maestria da Clifford D. Simak in Infinito (Whay Call Them back from Heaven?, 1967). Nel 2148, l'umanità è alle soglie di un avvenimento straordinario: il conseguimento dell'immortalità grazie alla scienza. La fede nella vita ultraterrena è abbandonata come retaggio di antiche superstizioni, e gli esseri umani si trasformano in tanti arpagoni per assicurarsi, dopo il necessario periodo di ibernazione, il benessere materiale nella seconda vita, garantita a tutti da un'istituzione che opprime il mondo: il "Centro dell'Eternità".

La scienza quale fattore di umanizzazione

Tuttavia, se la scienza è all'origine della crisi umanistica contemporanea in quanto, con le sue continue scoperte, mette in discussione l'idea che l'uomo si fa di sé stesso e della sua posizione nel mondo (crisi di identità), essa può essere - se ben compresa - fattore di umanizzazione. Vediamo in che modo. Bisogna, anzitutto, dire che, se è la scienza a provocare la crisi umanistica, essa non ne è la causa ultima, la quale invece è da addossarsi all'uomo. L'unica colpa della scienza semmai è di rivelare l'uomo a sé stesso (autoscoperta); ma questi ha poi paura di affrontarsi e di intraprendere lo sforzo richiesto dalla sua umanizzazione (autoaffrontamento), e facilmente si lascia tentare dallo scientismo, dalla scelta cioè della scienza come la principale e l'unica sorgente di valori, di cui sono esempi tipici il pensiero e l'opera del biologo Jacques Monod e dello psicologo behaviorista Burrhus F.Skinner. Il grande valore della scienza è sì la ricerca della verità come fine a sé stessa, ma tale verità è di tipo intellettuale-oggettivo e il suo valore morale è necessariamente unilaterale. Lo scientismo non è, dunque, una conseguenza necessaria della scienza, ma un'indebita esagerazione del suo valore morale.

Pur essendo un'espressione degenere della scienza, è proprio lo scientismo che ci dà un primo segno rivelatore della dimensione umanizzante della scienza, poiché esso presuppone non la mancanza o l'eclisse bensì l'esistenza di ideali etici in chi si dedica alla ricerca scientifica. Come afferma il premio Nobel per la meccanica quantistica Max Born, "ciò che spinge lo scienziato a fare ricerca, come la fede per il devoto o l'ispirazione per l'artista, è una manifestazione dell'ardente aspirazione dell'umanità per qualcosa di stabile, qualcosa in quiete in questo vortice universale: Dio, la Bellezza, la Verità"11. La scienza è, dunque, umanistica perché è essenzialmente ricerca di un ideale. La conferma ci viene dall'indagine socio-psicologica della mentalità scientifica: il vero scienziato si sentirebbe umiliato se la sua ricerca fosse motivata soltanto da esigenze finanziarie od opportunistiche.

Un altro elemento rivelatore della dimensione umanizzante della scienza è costituito dal senso di accentuata sensibilità morale dello scienziato. Una volta scoperta la verità, il ricercatore si sente in obbligo di intervenire sui problemi di ordine etico che la scoperta implica. Chi non ricorda i tentativi fatti da Einstein e Bohr, alla fine della seconda guerra mondiale, per l'uso pacifico dell'energia nucleare? La coerenza, infine, con lo spirito della scienza porta il vero scienziato a non arrestarsi, nella sua ricerca, ai dati osservabili, ma a chiedersi qual è la sorgente ultima dell'intelligibilità del reale. La scienza, in sostanza, non è nemica, secondo una diffusa opinione, della metafisica e della religione. Tale atteggiamento è solo di chi riduce la scienza, tradendone lo spirito, a pura attività tecnica. Lo scienziato autentico, invece, spinge la sua ricerca di comprensione al di là del mero dato empirico, disvelandoci così ulteriormente l'influsso umanizzante della scienza.

Aspetti umanistici della science fiction

Come trova ampio rispecchiamento, in molte opere di fantascienza, il disagio individuale e collettivo causato dal passaggio dall'era prescientifica a quella scientifica o, per dirla con Alexandre Koyré, dal mondo del pressappoco all'universo della precisione, altrettanto avviene per gli aspetti umanistici della scienza che fin qui abbiamo evidenziato. L'idealismo dello scienziato, ad esempio, è efficacemente simboleggiato da Shevek, il protagonista di I reietti dell'altro pianeta (The Dispossessed; An Ambiguous Utopia, 1974) di Ursula K. Le Guin.

Nell'intento di abbattere, con la sua Teoria Generale della Temporalità, la barriera di odio e di incomunicabilità che isterilisce la vita di due pianeti tanto vicini da essere l'uno la luna dell'altro, Shevek lascia il natio Anarres e giunge su Urras, dove rimane disgustato dalla imperante mentalità affaristica e opportunistica: "Su Anarres egli aveva scelto, sfidando le attese della propria società, di fare il lavoro che si sentiva individualmente chiamato a fare. Fare quel lavoro era ribellarsi: rischiare la persona per amore della società. Qui su Urras, quell'atto di ribellione era un lusso, era indulgere alle proprie passioni. Essere un fisico su Urras equivaleva a servire non la società, non l'umanità, non la verità, bensì lo Stato. Vedeva ora di avere commesso un errore nel venire su Urras. Non era disposto a fare fisica per i politici"12.

Anche per quanto riguarda il senso di accentuata responsabilità morale, che spinge lo scienziato a rischiare personalmente - come accadde a Galileo - per difendere la validità delle proprie scoperte, la science fiction ci offre innumerevoli esempi. In Correnti dello spazio (The Currents of Space, 1952) di Isaac Asimov, uno Spazio-Analista, che studia le piccole quantità di elementi che come correnti serpeggiano nello spazio, scopre che il sole di Florina sta per entrare in una fase di pre-nova. Per intrighi di natura politico-economica, si cerca di far passare sotto silenzio la sua drammatica scoperta, ma lo scienziato non si lascia intimorire e decide di rischiare la propria vita, purché la verità trionfi: "Non credo che lei mi creda. Lei non crede che Florina sarà distrutta. Lo capisco dalla sua faccia. Lei sta semplicemente cercando di temporeggiare. Lei non può capire la portata della mia scoperta. Lei non è uno Spazio-Analista. Può ammazzarmi se vuole"13.

La scienza, come abbiamo detto, spinge l'uomo a rifiutare di accettare la realtà osservabile come qualcosa di inesplicabile e di ineluttabile. Essa, sollecitando l'uomo ad acquisire maggiore consapevolezza del mondo e di sé stesso, lo umanizza perché lo stimola a vivere il suo incontro-scontro con la realtà fenomenica in modo coerente con la sua dignità intellettuale. Esemplare in tal senso ci sembra il romanzo di Fred Hoyle, La Nuvola nera (The Black Cloud, 1957), dove un'enorme massa di gas proveniente dagli spazi siderali oscura il Sole e causa sulla Terra gravi alterazioni climatiche e svariati milioni di morti. Sarà lo scienziato Chris Kingsley a capire che la Nuvola non è una brutta manifestazione della natura ma un'intelligenza aliena con cui è possibile dialogare, e a salvare così la Terra dalla catastrofe.

Religione e science fiction

Ci sembra, a questo punto, che sia innegabile riconoscere la scienza quale fattore di umanizzazione. Occorre, tuttavia, aggiungere che essa da sola non basta ad umanizzare l'uomo. Uno dei pilastri su cui poggia l'umanesimo autentico è il concetto di totalità. L'uomo non è un'entità che opera a compartimenti stagni, ma un essere unitario in cui tutti i fattori che lo costituiscono devono convergere in modo armonico. È allora necessario, per realizzare un umanesimo rinnovato in sintonia con l'era scientifica che stiamo vivendo, integrare i messaggi che ci offre la scienza con quelli che ci provengono da altre forme di conoscenza umana e, in particolare, dalla religione.

Anche la science fiction attribuisce alla dimensione religiosa un ruolo importante nella vita dell'uomo moderno. Confessa Philip José Farmer: "La mia educazione religiosa di base avvenne in seno alla Chiesa di Cristo Scientista. Crescendo divenni prima agnostico, e poi ateo. Ma baravo con me stesso quando credevo di essere ormai indifferente alla questione religiosa. Senza la fede in una vita eterna che ci attende, l'esistenza terrestre è qualcosa che può andarsene senza troppo rincrescimento, se non addirittura con un sospiro di sollievo"14.

L'interesse della fantascienza per la religione è testimoniata da un ragguardevole numero di opere: Il pomo (The Apple, 1896) di Wells, La stella (The Star, 1955) di Clarke, Guerra al grande nulla (A Case of Coscience, 1963) di Blish... In particolare, il problema dell'integrazione tra scienza e fede è presente nel recente romanzo di Lino Aldani, La croce di ghiaccio. Alle obiezioni del comandante della base terrestre sul pianeta Geron, così risponde padre Francisco Morales: "Lei pensa che il peccato originale sia un peccato ben localizzato nello spazio e nel tempo. Insomma, lei pensa ad Eva, che trasgredendo all'imposizione divina, mangia del frutto proibito, non è così, Mac Kinley? Ebbene sono trascorsi i secoli ed anche noi abbiamo mutato atteggiamento. Oh, no, non mi fraintenda, siamo ancora tenuti all'interpretazione letterale delle Sacre Scritture, ma non più tassativamente. Di volta in volta, possiamo affidarci all'interpretazione analogica, oppure simbolica, oppure congruente [...]. La scienza non può contraddire le Sacre Scritture. Si tratta solo di interpretare acconciamente la parola di Dio, che in quanto tale non può non essere vera e illuminante"15.

Se la scienza è, dunque, all'origine della crisi umanistica contemporanea, non ha senso cedere a tentazioni neoluddistiche o pronunciare drastici "vade retro" tecnologici. Come avverte Maldonado, "il tentativo di buttare a mare indiscrimina-tamente tutte le conquiste che al presente consideriamo un progresso rispetto a situazioni precedenti, è inaccettabile [...] Quando discutiamo sul miglioramento della qualità della vita, anche se abbiamo un atteggiamento critico nei confronti di una visione tradizionale del progresso, non possiamo dimenticare che il nostro è sempre, e comunque, un discorso di progresso [...] La questione dunque non è il progresso o l'antiprogresso, quanto piuttosto il tipo di alterità che si vuole prospettare: il tipo cioè di realtà-altra da contrapporre (e da sostituire) all'attuale"16. La soluzione risiede, appunto, nello sforzo difficile ma non impossibile di attuare un nuovo umanesimo in sintonia con lo spirito scientifico (umanesimo scientifico): la science fiction è in grado di favorire tale umanesimo.

 

N O T E

1 La citazione è in: E.Cantore, La scienza e l'uomo: significato della crisi umanistica contem-poranea, in "La Civiltà Cattolica", n.2984, 19.10.1974, p.112. Cogliamo qui l'occasione per precisare che le tesi e i concetti di natura filosofici espressi in queste note, sono interamente ricavati - anche quando non è esplicitamente indicata la fonte - dal succitato articolo e dal successivo: Per una integrazione umanizzante tra scienza e uomo, in "La Civiltà Cattolica", n.2986, 16.11.1974, pp.322-336. Per un ulteriore approfondimento del pensiero di Cantore, ricercatore di primo piano all'Institute of Scientific Humanism di New York, rinviamo al suo ampio saggio, L'uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza, Ed.Dehoniane, Bologna, 1988.

2 A.Toffler, Lo choc del futuro, Rizzoli, Milano, 19722, p.42.

3 I.Asimov, Fantascienza e società, in Guida alla fantascienza, Mondadori "Serie Urania Blu", Milano, 1984, pp.64-65.

4 Cfr. A.Koyré, Dal mondo chiuso all'universo infinito, Feltrinelli, Miulano, 19882, p.30.

5 A Pagetti il termine "fantascienza" sembra "assai più efficace di science-fiction (che farebbe pensare a una narrativa di divulgazione scientifica)" (C.Pagetti, Gli italiani in orbita, "Millelibri", sett.'91, p.66). Siamo pienamente d'accordo che, se la science fiction è letteratura, non può essere divulgazione scientifica. Ma, privilegiando il vocabolo italiano, non si rischia di misconoscere il legame che la science fiction ha con la scienza moderna? E come si concilierebbe la parola italiana "fantascienza" con tutta una tradizione - dai "scientific romances" di Wells alla "scientifiction" di Gernsback - tesa a sottolineare soprattutto il rapporto della science fiction con la scienza moderna?

6 A.Marchese, L'analisi letteraria, SEI, Torino, 1990, p.230.

7 M.Del Pizzo, L'opera di J.-H.Rosny Aîné. Dal realismo al naturalismo, dal fantastico alla fantascienza, Schena Ed., Fasano (BR), 1995, p.15.

8 Ibidem.

9 Cfr.D.Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, Il Mulino, Bologna, 1985, pp.112-113 e p.121.

10 G.Celli, Etologia dei robot, in L.Russo (a cura di), La fantascienza e la critica. Testi del Convegno internazionale di Palermo, Feltrinelli, 1980, p.140. Dello stesso parere è anche lo scrittore W.Tenn: "La fantascienza è un nuovo genere di narrativa, l'inizio di una protratta rivoluzione nelle lettere, conseguente alla rivoluzione cui gli ultimi due secoli hanno assistito nella scienza, nell'industria e nella politica [...] si tratta di una letteratura che è frutto del nostro tempo così come quella di Shakespeare lo era del suo" (Sulla narrativa di fantascienza, introduzione all'antologia di racconti Nel migliore dei mondi possibili, Longanesi, Milano, 1978, pp.14-15).

11 In E.Cantore, L'uomo scientifico, op.cit., p.203.

12 U.K.Le Guin, I reietti dell'altro pianeta, Ed.Nord, Milano, 1976. pp.235-236.

13 I.Asimov, Correnti dello spazio, Biblioteca Economica Mondadori, 1955, p.6.

14 P.J.Farmer, La religione è stata la prima forma di fantascienza, in F.P.Conte (a cura di), Grande Enciclopedia della Fantascienza, Del Drago, Milano, 1980, vol.V, pp.93-94.

15 L.Aldani, La croce di ghiaccio, Perseo Libri, Bologna, 1989, pp.123-124.

16 T.Maldonado, Il futuro della modernità, Feltrinelli, Milano, 1987, pp.91-92.

 

ANTONIO SCACCO è nato a Gela (1936), ma i suoi studi classici e magistrali li ha compiuti a Caltagirone. A Bari, dove per trent'anni ha insegnato nelle scuole elementari, ha conseguito la laurea in materie letterarie con una tesi sui juveniles di Robert A. Heinlein. Ha fondato due pubblicazioni amatoriali di narrativa e saggistica di sf: "THX 1138" (cessata nel 1986) e "Future Shock", che attualmente dirige. Scrive su riviste scolastiche e non. Ultimi suoi articoli pubblicati: Le potenzialità educative della fantascienza ("LG Argomenti", 3/'95), Allergia alla (fanta)scienza ("Rocca", 22/'95), Fantascienza a scuola? No, grazie! ("Scuola e didattica", 15/'96). Collabora, come specialista di fantascienza, con la cattedra di Storia della Letteratura per l'infanzia all'Università di Bari. Saggi pubblicati: Il gioco dei mondi (Ediz. Dedalo, Bari, 1985), in collaborazione con V. Catani e E. Ragone; Fantascienza e letteratura giovanile (Bari, La Vallisa, 1988) ed Educazione tra le stelle. L'umanesimo scientifico e la fantascienza (Levante Editori, Bari, 1992). Premi: Fantascienza e letteratura giovanile ha ottenuto il 1° premio per la saggistica al XV Italcon (San Marino, 1989).