La banalizzazione

della fantascienza

                                                     di                 Maurizio Battista

 

Apprendere dell’esistenza di Future Shock ha contribuito a mitigare l’opinione piuttosto pessimista che mi sono fatto sul destino della "science fiction", nonostante quest’ultima sia attualmente piuttosto "gettonata". Personalmente considero la fantascienza una vera e propria forma di letteratura, con tanto di valenze sociali e culturali, oltre che un semplice genere di intrattenimento, e in questo senso mi sono sempre considerato una "mosca bianca": dopo la lettura di diversi numeri della "fanzine" barese, ho provato - per usare una metafora - il sollievo che sente l’ammalato quando scopre che la sua patologia non solo è curabile, ma è condivisa anche da altri individui.
L’unica mia apprensione riguarda la "salute" di Future Shock. Antonio Scacco in un suo articolo ricorda che i lettori della rivista sono poco più di una ottantina: secondo me qcolossus.jpg (21319 byte)uesta scarsa diffusione non può essere attribuita ad un deficit di qualità, ma semmai proprio all’atteggiamento dei media, che fagocitano avidamente la "science fiction" banalizzandola e allontanando l’interesse del pubblico dai contenuti.
A questo proposito, confesso che da qualche tempo mi sembra di vivere - parafrasando Brown - in un "assurdo universo". Come i lettori avranno certamente notato, infatti, recentemente le sale cinematografiche italiane sono state monopolizzate dall’insipido quanto spettacolare Indipendence day, che attira migliaia di spettatori, forse gli stessi che la serie X-Files tiene incollati al video... Su un altro fronte, circa duecentomila lettori ogni mese acquistano Nathan Never, attualmente il fumetto di fantascienza più venduto in Italia. Ne consegue un comprensibile quanto inevitabile interessamento da parte dei media verso tutto ciò che è - o si ritiene che sia - fantascienza. I mezzi di comunicazione, però, con un atteggiamento molto superficiale, appropriatisi degli ultimi anelli di questa serie (come la definirebbe George Kubler), nella maggior parte dei casi non risalgono alla fonte originaria, ovvero si accontentano di commerciare gli aspetti più banali del sottobosco della "science fiction".
A sostegno della mia tesi, è sufficiente constatare come, nelle strutture narrative utilizzate dal cinema, dalla televisione e dai fumetti, si assista il più delle volte ad un processo di svalutazione. Tutti gli espedienti classici della fantascienza vengono sistematicamente spogliati della loro funzione letteraria e sociale, cosicché ad essere evidenziata è la sola componente spettacolare. Se, ad esempio, Straniero in terra straniera di Heinlein o Cronache Marziane di Bradbury, adoperano la figura dell’alieno come uno strumento per scandagliare le profondità dell’animo umano, nel fumetto scadente o nel B-Movie l’alieno rimane un orripilante Bem (Bug-Eyed Monster) il cui ruolo è quello di minacciare la bella di turno che verrà salvata all’ultimo momento dall’eroe. A causa di questo contorto meccanismo, il mondo dello spettacolo propone una versione della fantascienza simile a quella delle origini, che qualcuno chiamava "Super-Scienza": film contemporanei come il citato Indipendence Day ripropongono stereotipi che venivano utilizzati già negli anni 30 sui primi numeri di "Amazing Stories", e sembrano ignorare l’evoluzione letteraria della fantascienza, prodottasi soprattutto nel periodo che va dal 1939 ai primi anni ’60 (Epoca d’oro, Fantascienza Sociologica, New Wave) in virtù dell’approfondimento psicologico dei personaggi e dell’interesse per le tematiche sociali.
Anche Isaac Asimov, in un brillante articolo intitolato Come si chiama il nostro campo (The Name of Our Field, 1978), ha stigmatizzato tale processo di banalizzazione. Il buon vecchio dottore analizza l’etimologia dell’espressione "science fiction", coniata nel 1929 da Hugo Gernsback, per poi distinguerla da un termine moderno in voga in America, "sci-fi", molto diffuso soprattutto tra coloro che, lavorando nel mondo dello spettacolo, non leggono fantascienza. Asimov mostra di non apprezzare questa nuova parola, che ha un inquietante assonanza con "hi-fi" e che dovrebbe rappresentare un nuovo modo di chiamare la fantascienza, e chiarisce così il suo pensiero: "Possiamo definire lo "sci-fi" robaccia che a volte gli ignoranti reputano "SF". Per esempio, Star Trek è "SF", mentre Godzilla Meets Mothra è "sci-fi"".
Quest’ultima distinzione ci porta a non generalizzare nel momento in cui ci accostiamo ad un medium diverso da quello letterario ma che comunque si presta a veicolare il genere fantascientifico. Non tutto ciò che viene prodotto nel campo del cinema, della televisione e dei fumetti è "sci-fi": esistono autori che, seguendo la via tracciata dai grandi scrittori di fantascienza, attraverso le loro sceneggiature cinematografiche e fumettistiche creano dei prodotti di qualità.
Purtroppo è mia opinione personale che costoro siano la minoranza sia in Italia che all’estero. La banalizzazione della fantascienza infatti è diretta conseguenza anche del generalizzato prevalere delle esigenze di vendita su quelle artistiche. Il mercato cinematografico è l’emblema di questo fenomeno: lo scopo dei produttori, quando investono il loro denaro, non è fare un buon prodotto bensì vendere con un notevole margine di guadagno. I danni maggiori si producono quando l’aspetto qualitativo è completamente trascurato. Attualmente, persino il filone cosiddetto "natalizio", sottogenere del cinema italiano, ha recepito l’ondata di crescente interesse per la fantascienza, e ha materializzato il suo sforzo di adeguarsi alla moda in un film come A spasso nel tempo, che rappresenta un’aberrazione del filone introdotto e interpretato con ben altri risultati in ambito cinematografico da Ritorno al futuro.
La situazione non cambia molto per quanto riguarda il mondo del fumetto. Mi riferisco in particolare a quelle produzioni improvvisate che si limitano a seguire la tendenza del momento, nell’ambito delle quali operano sceneggiatori che saccheggiano la narrativa fantascientifica, storpiandola e rasentando il plagio, e danneggiando soprattutto quanti si dedicano con serietà allo stesso lavoro.
In relazione a questo voglio raccontare ai lettori di Future Shock un episodio accadutomi durante un dibattito. Il direttore factotum di una piccola casa editrice, eludendo una mia imbarazzante domanda sul rapporto tra un fumetto di fantascienza da lui prodotto e il potenziale bacino di lettori rappresentato dai fedelissimi della collana Urania, ammise che l’interesse per la "science fiction" era motivato semplicemente dal fatto che "va di moda". Questo dopo che il sottoscritto gli aveva ripetuto la "difficilissima" domanda più volte. Figuratevi che inizialmente aveva confuso i "lettori di Urania" con i "lettori di Urano". Fraintendimento comprensibile, perché la parola "Urania" per lui era del tutto aliena!
Viste le premesse, da un certo punto di vista il fatto che i media ignorino iniziative culturali come Future Shock potrebbe essere visto una garanzia di qualità, ma preferisco non ragionare così, per non cadere nella trappola della discriminazione. Infatti, mentre sono certo che molti appassionati di letteratura fantascientifica non sostengono la rivista in questione solo perché non sanno della sua esistenza, analogamente sono sicuro che tra i numerosi fruitori dei vari media citati ci siano potenziali lettori di fantascienza, che non attingono alla fonte solo perché non sono adeguatamente informati. Vi sono numerosi pseudoesperti in materia interessati a creare per vari motivi una sorta di barriera tra gli appassionati di cinema e fumetto e tutto ciò che è vera fantascienza. Che cosa succede-rebbe se il fan sfegatato del film Blade Runner (il quale magari ritiene sia Ridley Scott l’autore della trama e ignora chi sia Philip K. Dick) provasse a leggere Ubik? Potrebbe non rimanerne entusiasta? Sono pronto a scommettere che costui diventerebbe ben presto un accanito consumatore di "science fiction" - scoprendo magari dove nascono la maggior parte delle sceneggiature fumettistiche e cinematografiche - e non rinuncerebbe certo ad una rivista di informazione e approfondimento come Future Shock.
Per questo motivo, penso che il nostro dovere di lettori sia quello di tutelare la "salute" della rivista, diffondendola il più possibile, a dispetto del colpevole disinteresse dei media verso tutto ciò che è cultura e approfondimento