| Conferenza tenuta alla "Fancon '94" di Courmayeur (29/4/1994) Anatomia comparata dell'alieno "assoluto" di Giuliano Giachino
Ogni essere umano è racchiuso entro una corazza che lo accompagna
indissolubilmente dall'inizio alla fine della sua vita, questo nostro corpo, un universo a
sé, collegato a quello altrui dal solo debole ponte delle parole, dei gesti e delle
espressioni; e poiché, almeno per ora, la telepatia non è che un sogno (o un incubo)
della Fantascienza, ciascuno di noi con i suoi pensieri, le sue paure, il suo inconscio,
tutti quanti definitivamente unici, personali, privati, raccontabili ma non comunicabili,
rappresenta per gli altri, almeno per molti versi, un vero e proprio alieno, anche se
questa 'alienità' rimane in sottofondo e di norma non se ne ha, nella vita di tutti i
giorni, la percezione p Ma questa sensazione, di essere altro rispetto a chi ti sta di fronte, tende a venire maggiormente in superficie, a farsi più evidente, in particolari circostanze: ad esempio in una società quale la nostra, che è in continua evoluzione e sta rapidamente facendosi multirazziale, oppure in tempi di crisi di valori quali quelli che stiamo vivendo, ed ecco allora che coloro che ci circondano e con cui entriamo in contatto sia direttamente che attraverso i giornali, i mass-media, i diversi mezzi di comunicazione, cessano di essere semplicemente dei diversi, degli 'altri' da noi nella sostanza ma non nell'immediata percezione, e ci danno invece una netta sensazione di estraneità e di diversità. In tempi come questi, che ci confrontano quotidianamente, volenti o nolenti, con la diversità, ce la buttano in faccia, e ci costringono su questa diversità ad interrogarci, a fare dei ragionamenti e degli esami di coscienza, credo che parlare degli alieni della fantascienza rappresenti al confronto un qualcosa di facile, tranquillizzante, direi quasi di familiare e domestico. Ed è per questo motivo, e non solamente per via del fatto che altri oratori più esperti di me tratteranno o hanno già trattato dell'alieno come il diverso, l'altro da te, dal punto di vista etico, morale e filosofico, che ho scelto di parlarvi oggi, tra gli innumerevoli che popolano l'universo della "science-fiction", di un tipo di alieno particolare, che ho chiamato l'alieno assoluto: quello, intendo dire, che più alieno non si può, che non c'è verso di trovargli una qualche somiglianza o parentela con l'essere umano, perché appartiene ad una diversa categoria dell'esistente, è fatto in un altro modo, di cose diverse, è un minerale, un liquido, è di fuoco, è incorporeo, e magari alla fine non è affatto sicuro che esista veramente, neppure nella finzione della storia raccontata. Farò, con molta libertà di scelta e di classificazione, un excursus di questo tipo di alieni sulla base di come gli scrittori di "science-fiction" li hanno immaginati, vi dirò come sono fatti (ed ecco spiegato il titolo scherzoso di Anatomia comparata dell'alieno: in fondo io sono un medico), e proverò a verificare assieme a voi se questi alieni così diversi ed assoluti lo sono poi veramente sino in fondo; e se alla fine mi avrete perdonato qualche inesattezza inevitabile e talvolta consapevole e voluta, perché fedele al mio personale sense of wonder, e sarò riuscito a suscitarne un poco anche in voi, a far nascere il desiderio di leggerla in chi ancora non conosce la storia e magari di rivisitarla in chi già la conosce, allora ci saremo divertiti assieme. Gli alieni a forma di cristalli Da dove cominciare? Credo che questa sia una domanda del tutto retorica. In realtà, la scelta è obbligata, e non posso che cominciare da lì, proprio da dove la maggior parte di voi già si aspetta: dai cristalli, dai Cristalli sognanti (The Dreaming Jewels, 1950) di Theodore Sturgeon. E da dove altrimenti, se non dalle creature più straordinarie e più diverse, almeno a mio parere, che uno scrittore di "science-fiction" abbia mai concepito? Dalle creature che assomigliano a delle gemme, e sognano, e sognando sono in grado di copiare, plasmare e duplicare gli esseri viventi? Pur avendo riletto gran parte del romanzo di Sturgeon, non sono riuscito a trovare se, da qualche parte, lui ci precisi di che colore sono, i cristalli: ma forse l'autore non ce lo dice volutamente, ed anche questo dettaglio è lasciato al nostro sense of wonder. Ma io, gli occhi di Junky il giocattolo, il babau a molla nascosto nella scatola, li ho sempre visti rossi, come due grossi rubini lucidi e sfaccettati, tiepidi al tatto, che paiono quasi pulsare lievemente di una vita assopita, immensamente lontana, inconoscibile; e gli altri cristalli, quelli sparsi in tutto il mondo, nei greti dei torrenti, frammisti ai ciottoli delle strade di campagna, sommersi in fondo al mare o incastonati nella roccia, li immagino di tutti i colori possibili, diamanti e smeraldi e topazi e zaffiri, preziosi e segreti, silenziosi, inerti e muti in apparenza, ma in realtà vivi. Vivi, e talmente vivi da comprendere la disperazione di un altro essere vivente, farla propria, ed operare il miracolo di restituire Zena alla vita. Ascoltiamo per qualche attimo le parole di Sturgeon, più efficaci di qualunque mia descrizione: "Così...., egli parlò ai cristalli. Non esistono parole per descrivere ciò che egli disse. Non si servì di parole; la cosa che voleva dire uscì dalla sua mente in una traboccante ricchezza di particolari, in un'ondata impetuosa che comprendeva tutto. In quel messaggio egli mise ogni frammento di pensiero che era apparso nella sua mente nel corso di vent'anni, ogni idea che aveva riposato dimenticata dentro di lui, tutti i libri e tutta la musica e tutta l'arte e tutta la scienza che egli aveva conosciuto, tutti i suoi timori e le sue paure e le gioie e i momenti di commozione e di dolore e di dubbio........ ..... e questo messaggio passò da un cristallo all'altro, come l'eco di una melodia, e con la rapidità del lampo. Parlò ai cristalli dei magnifici denti bianchi di lei, e della sua voce musicale. Parlò..... della curva delicata delle sue guance, e della profondità d'espressione che si trovava nei suoi occhi. Parlò del suo corpo, ed enumerò i mille e mille criteri di valutazione umani, secondo i quali era bello. Parlò della voce frusciante, suadente, eloquente della sua piccola chitarra, e della sua voce meravigliosa, e del tremendo pericolo che aveva affrontato........ Descrisse senza artificio la sua nudità; rievocò le lacrime segrete, che lei aveva celato tante volte dietro l'arpeggio melodioso delle sue risate; descrisse le sue gioie, i suoi dolori, parlò delle sofferenze che aveva subito, ed infine parlò della sua morte"(1). Credo di non dovere, e potere, aggiungere nulla. "Jo abbassò lo sguardo. L'oggetto era multicolore, sfaccettato. Ero io. Io sono Jewel, io sono il gioiello"(2): non si tratta proprio dell'incipit, ma quasi, del lungo racconto Stella Imperiale (Empire Star, 1966) di Samuel Delany, dove troviamo un altro bell'esempio di alieno apparentemente minerale. Dico apparentemente perché anche qui, come nel caso dei cristalli sognanti, l'alieno di minerale ha solo l'apparenza, mentre in realtà è costituito da un vero e proprio protoplasma: in questo caso addirittura la forma di cristallo rappresenta la modificazione, simile alla fase di spora di un batterio, utilizzata da un organismo per incistarsi, cristallizzarsi e difendersi così da una situazione di pericolo. Jewel, la gemma, è il protagonista-narratore, che, dal punto di vista di un osservatore onnisciente, ci racconta la storia ciclica della fanciulla San Severina dai capelli di fuoco, e del ragazzo Comet Jo, che partirà incontro all'avventura portando con sé solamente un'ocarina, e si tufferà in una turbinosa saga tra i mondi, scoprendo e rivivendo a poco a poco brandelli e ricordi della sua vita passata e futura. Ci racconta di come incontrerà più volte San Severina dai capelli azzurri, e di come la prima volta sarà forse l'ultima per lei, che già lo conosce e lo ricorda; e ancora, di quando sarà giunto infine alla Stella Imperiale ed al gorgo spaziotemporale che la circonda, ed avrà davanti a sé una bruna fanciulla inconsapevole, che gli insegnerà e suonerà per lui le canzoni ascoltate tanto tempo prima da uno sconosciuto ragazzo con l'ocarina. Ed alla fine (o all'inizio) di tutto, dopo tanti anni ed ancor più numerosi passaggi nel cuore della Stella Imperiale e nei labirinti temporali ciclici della saga, San Severina dai capelli di fuoco sarà ancora e di nuovo la vecchia e grinzosa Charona, nel suo mantello d'argento, che narra di avventure e di stelle sotto l'ombra del ponte di Brooklin, su di un pianeta lontano.......: un lungo racconto avventuroso, ben scritto, avvincente, colmo di autentico senso del meraviglioso. L'alieno di fuoco Questi alieni sono esseri appartenenti, almeno apparentemente, sotto l'aspetto di cristalli, al regno minerale. Ma, nella "science-fiction", non pochi sono gli esempi di alieni appartenenti al mondo naturale in genere, di esseri composti di aria, acqua o fuoco, o addirittura di plasma nucleare. Alcuni di essi rappresentano ormai dei veri e propri classici nel genere, come ad esempio l'immenso, affascinante mare di acqua e di protoplasma che ricopre un intero pianeta e che troviamo in Solaris di Stanislav Lem, oppure le Sfere di Fuoco dell'omonimo capitolo di Cronache marziane di Ray Bradbury, che ricordo solamente perché ritengo quasi doveroso farlo; o ancora, la nube di plasma nucleare vivente e pulsante che fuoriesce dal sole in La nube (Out of the Sun, 1958) di Arthur Clarke, e muore, cessa di esistere, a causa del suo contatto con il freddo inconcepibile della materia solida, cioè con la superficie rovente del pianeta Mercurio. Un alieno immenso, forse il più assoluto degli alieni, la cui fine ci ricorda, con le parole di Clarke, la precarietà e l'aleatorietà della presenza umana nell'universo: "Può ben darsi che nessun uomo, dopo di noi, veda più emergere dal Sole uno di quei titani. Può ben darsi che le nostre strade e le loro non s'incontrino più. Ma può anche darsi che essi stessi un giorno ci scoprano, mentre noi, fieri del nostro sapere e persuasi d'essere i signori del creato, seguitiamo a ruotare intorno alla loro fiammeggiante dimora. Ciò che allora troveranno, potrà non piacergli. Potranno vederci, noi e gli abitanti degli altri pianeti, come vermi che infestano la superficie di astri troppo freddi per mondarsi dalla corruzione della vita organica. Ed altri astronomi, forse, potranno allora osservare da altri mondi ciò che chiamiamo l'esplosione di una Nova: un Sole che allunga le fiamme a lambire la faccia dei suoi figli, e questi che tornano puri, e luminosi, e sterili, come in principio"(3). Un alieno di fuoco come la nube di Clarke, cioé a dire un alieno senz'altro 'assoluto' dal punto di vista che qui consideriamo, ma che possiede però invece molte, se non addirittura tutte, le caratteristiche interiori e psicologiche dell'essere umano, è Lucifero, la massa infuocata di plasma stellare che guida la spedizione scientifica umana alla Supernova del Sagittario nel breve ma stupendo racconto Kyrie di Poul Anderson . Ispirandosi apertamente alla vicenda medievale di Abelardo ed Eloisa, Anderson ci narra con la consueta maestria la storia dell'incredibile amore tra l'alieno di fiamma ed una telepate umana, e, conciliando perfettamente la poesia e l'astrofisica, ci spiega come questo amore non potrà mai aver fine: Lucifero è sì caduto nella supernova, attratto dalla sua spaventosa forza gravitazionale, ha sì cessato di esistere in un singolo e brevissimo istante; ma per un osservatore esterno, al di fuori della stella, al di fuori del raggio di Schwarzschild, ce lo dicono le teorie dell'astrofisica, questo istante equivale all'eternità. La telepatia non è limitata né dallo spazio né dal tempo, e l'ultimo grido disperato di Lucifero continuerà ad echeggiare, per tutto il resto della sua vita, nella mente di Eloise. Nei luoghi più remoti dello spazio siderale, raggiungibili dagli uomini, nei loro viaggi tra le stelle, solo con il planoform, il mezzo che consente di percorrere in un singolo istante le segrete vie sottese alla curvatura dello spazio stesso, in luoghi così lontani che neppure la fioca luce di una singola stella riesce a perforare il nero bozzolo di oscurità assoluta che li circonda, ma si perde nel nulla prima di raggiungerli, lì si annidano presenze terrificanti ed oscure, estranee e spietatamente ostili, capaci di sferrare contro la mente degli esseri umani un colpo di maglio psichico rovinoso e feroce, che porta alla follìa: e dall'interno di questa follìa, coloro la cui mente é stata toccata non sanno comunicare telepaticamente, assieme a rosse colonne di terrore, altro che immagini confuse, che ricordano i Draghi delle antiche leggende. Questi sono gli alieni di cui Cordwainer Smith ci narra nel suo racconto Il gioco del Topo e del Drago (The Game of Rat and Dragon, 1955), "entità - usando le parole stesse dell'Autore - simili ai Draghi delle antiche tradizioni popolari terrestri, belve più astute delle belve, diavoli più tangibili dei diavoli, vortici famelici di vita e di odio formati con mezzi ignoti dalla materia tenue e sottile dello spazio interstellare "(4). La descrizione di esseri così terribili, rapidi e mortali, capaci di colpire all'improvviso spostandosi di un milione di chilometri in meno di due millisecondi, rappresenta, a mio parere, una delle più riuscite ed affascinanti allegorie di quello che è lo scenario naturale di gran parte della fantascienza, dello spazio siderale, della sua immensità ed estraneità all'umano: e così Smith riesce a fare, in questo racconto, dello spazio stesso un solo, immenso ed avvolgente alieno di silenzio e di tenebra. Se posso aggiungere che a queste immagini affascinanti la narrazione unisce la sottile e ben calibrata ironìa derivante dalla natura degli esseri, chiamati 'i Soci', che combattono i Draghi al fianco dell'uomo e gli consentono di vincere, credo non mi resti altro da fare che invitarvi caldamente alla lettura della storia. No, non vi dirò chi sono i Soci: non voglio bruciarvi in alcun modo mezz'ora di puro e genuino divertimento. Ma nelle profondità dello spazio siderale (e nella fantasia degli scrittori di "science-fiction") vagano da tempo immemorabile anche altre entità, vere e proprie menti disincarnate che, a voler essere precisi, non possono essere definite 'aliene' in senso stretto, in quanto create, in un tempo lontanissimo, dall'uomo stesso, quell'uomo che ha perduto la memoria del passato e che non ricorda più di avere, un giorno, popolato l'universo e posseduto le stelle. Qualcuno di voi, a questo punto, avrà già cominciato a riconoscere lo scenario, e sarà sul punto di formulare con il pensiero la medesima domanda di Alvin, il protagonista, di fronte all'intrusione telepatica, nella sua mente, di un intelletto infinitamente più grande del suo: - Che cosa sei? - Ed io vi darò la medesima risposta che fu data a lui: - Io sono Vanamonde. - Stiamo parlando, naturalmente, del romanzo La Città e le Stelle (The City and the Stars, 1956) di Arthur C. Clarke, e di Vanamonde, la mente incorporea giunta finalmente all'incontro con l'uomo, al termine della sua paziente, interminabile e solitaria ricerca tra le stelle. E quello che Clarke ci offre nelle ultime pagine, attraverso la mente di Vanamonde, è forse lo scenario più sterminato, nello spazio e nel tempo, che l'intera letteratura di "science-fiction" sia mai stata in grado di offrire. Attraverso la mente di Vanamonde, il lettore è costretto a gettare il proprio sguardo attraverso un vero e proprio torrente di parsec di spazio e di eòni di tempo, sino ai confini dell'Universo stesso, dove, all'interno del Sole Nero, - ricordate? -, la Mente Pazza attende di ritornare libera. Anche Vanamonde rappresenta, come i Draghi, un simbolo dello spazio siderale: ma in questo caso esso non é estraneo ed ostile, tale da poter essere vinto ma comunque inconoscibile, ma bensì razionale; immenso, ma pur sempre alla portata dell'uomo; permeato di poesia e di speranza: una visione, quella di Clarke, visionaria sì, ma per molti versi illuministica quanto quella di Smith era disperata. Ascoltiamo: "Un giorno l'energia del Sole Nero si sarebbe esaurita, ed avrebbe lasciato libero il suo prigioniero. E allora, alla fine dell'Universo, quando il tempo stesso sarebbe stato debole ed esitante, e vicino a fermarsi, Vanamonde e la Mente Pazza si sarebbero incontrati tra i corpi spenti delle stelle. Quel conflitto avrebbe scosso e lacerato il velo del Creato. Eppure si trattava di un conflitto che non aveva nulla a che fare con l'Uomo, che non ne avrebbe mai conosciuto l'esito finale............ In questo Universo la notte stava scendendo; le ombre si stavano allungando verso un oriente che mai più avrebbe conosciuto un'altra aurora. Ma altrove le stelle erano ancora giovani, e la luce del mattino indugiava; e lungo la strada già seguita un tempo, un giorno l'Uomo si sarebbe di nuovo incamminato"(5). L'alieno-giocattolo Quello di cui vi parlerò ora è un alieno particolare, al punto che ho esitato molto prima di introdurlo in questa rassegna: ma a me piace moltissimo, forse perché riesce a colpire alcune corde della mia sensibilità, rievocando i ricordi dell'infanzia, e quindi eccolo qua: è un alieno solamente a metà, in realtà è un mutante artificiale o qualcosa del genere, un ibrido tra alieno, mutante e robot, e fa parte del vasto Underpeople che popola il Ciclo della Strumentalità di Cordwainer Smith: è lo Spielter, l'alieno-giocattolo che compare nelle pagine di una delle storie d'amore più affascinanti, a mio parere, di tutta la fantascienza, La donna che pilotò "L'Anima" (The Lady Who Sailed "The Soul", 1960): "La bambina stava giocando con uno Spielter. Si stancò del suo aspetto di pulcino, perciò lo fece ritornare nella posizione che gli avrebbe fatto ricrescere il pelo. Quando gli tirò le orecchie per dargli il tocco finale, l'animaletto assunse un aspetto abbastanza strano. Una brezza leggera fece rovesciare sul fianco l'animale-giocattolo, ma lo Spielter si raddrizzò pacificamente e mordicchiò soddisfatto il tappeto"(6). Questo stranissimo alieno compare solo in due paginette, inserite quasi come un break, una pausa, ad interrompere la narrazione della grandiosa avventura nello spazio di Helen America e di Mister Non-più-grigio, a bordo delle navicelle trasportate nel vuoto dalle immense vele silenziose sospinte dalla luce del sole: e l'immensità di questa visione ci pare quasi filtrata attraverso gli occhi della bimba, che la ode narrare dalla madre mentre gioca con lo Spielter. Ma poi il tempo passa, la bimba cresce, dimentica i sogni e le illusioni, lo spazio e le vele solari si rivelano tanto, tanto lontani, e lo Spielter invecchia, si rompe, quasi non funziona più, e la ragazza ormai quasi lo vorrebbe buttare. Ma, grazie a Smith, capace di mescolare sapientemente visioni grandiose e la sottile poesia dei ricordi e delle piccole cose, la leggenda resterà una leggenda e lo Spielter non morirà. Ascoltiamo: "La bambina era cresciuta, si era sposata, e adesso aveva anche lei una figlia. La madre non era cambiata, ma lo Spielter era vecchio, molto vecchio. Era sopravvissuto a tutti i suoi trucchi abilissimi, e da qualche tempo era congelato nel ruolo di una bambola dagli occhi azzurri e dai capelli biondi. Per un sentimentalismo ispirato da un senso delle proporzioni, la madre aveva vestito lo Spielter con un grembiule azzurro ed un paio di mutandine in tinta. L'animaletto strisciò senza far rumore sul pavimento, sulle minuscole mani umane e sulle ginocchia. Il volto che era una caricatura di un volto umano si alzò, ciecamente; e squittì per chiedere il latte. La giovane madre disse: - Mamma, dovresti sbarazzarti di quel coso. E' consumato e orribile, e stona con il tuo bel mobilio. - Credevo che gli volessi bene, - disse la donna più vecchia. - Certo, - rispose la figlia. - Era carino, quand'ero una bambina. Ma adesso non sono più una bambina, e quello non funziona neppure più. Lo Spielter si era alzato in piedi e aveva afferrato la padrona per la caviglia. La donna più vecchia lo staccò dolcemente, e posò sul pavimento un piattino di latte ed una tazza piccolissima. Lo Spielter cercò di fare la riverenza, come era stato programmato fare, scivolò, cadde e gemette. La madre lo raddrizzò ed il piccolo, vecchio animale-giocattolo incominciò ad attingere il latte con la tazzina, a succhiarlo con la piccola, vecchia bocca senza denti. - Ti ricordi, mamma......., - disse la donna più giovane, e si interruppe. - Che cosa devo ricordare, cara? - Quando quel coso era nuovo, tu mi parlasti di Helen America e di Mr. Non-più-grigio. - Si, tesoro, può darsi. - Non mi raccontasti tutto, - disse la donna più giovane, in tono di accusa. - No, naturalmente. Eri una bambina. - Ma era spaventoso. Quei confusionari, il modo orribile in cui vivevano i Navigatori. Non capisco proprio come avessi potuto idealizzare quella faccenda e definirla un romanzo d'amore. - Ma lo era. Lo è, - insistette l'altra. - Un romanzo d'amore? Ma neanche per sogno! - disse la figlia. - E' come te e quello Spielter scassato. Indicò la piccola, vecchia bambola viva che s'era addormentata accanto al latte: - Mi sembra orribile. Dovresti proprio sbarazzartene. E il mondo dovrebbe sbarazzarsi dei Navigatori. - Non essere così dura, tesoro, - disse la madre. - E tu non fare la vecchia sentimentale, - replicò la figlia. - Forse lo siamo davvero, - disse la madre, con una specie di risata affettuosa. Senza farsi notare, raccolse lo Spielter addormentato, e lo posò su di una sedia imbottita, dove nessuno lo avrebbe calpestato e ferito"(7). I terrestri che eravamo Nel mio vagabondaggio nel mondo della "science-fiction" alla preparazione di questa chiacchierata, ho incontrato alcune volte esseri che devono essere considerati per certi versi più propriamente dei mutanti, in quanto derivati dagli esseri umani, ma per altri versi invece dei veri e propri alieni, data l'entità della trasformazione che essi hanno subito, che li rende irrimediabilmente altri da noi: e mi concederete quindi di inserirne qui alcuni che mi paiono interessanti, tanto più che il tema della Convention comprende, oltre agli alieni, anche i mutanti ed i robots. Il primo di questi alieni parla di sé in questo modo: "Vi sono delle superfici riflettenti, quaggiù. Mi descriverò come mi vedo. Sono una cosa grande e molle, gelatinosa. Liscia, arrotondata, senza bocca, con bianchi meati pulsanti pieni di nebbia al posto degli occhi. Appendici elastiche che un tempo erano le mie braccia; masse tondeggianti che scendono formando grumi di materia molle e viscida. Lascio una traccia umida quando mi muovo. Chiazze di un grigio malsano, maligno, vanno e vengono sulla mia superficie, come se si irradiasse una luce dall'interno........... AM ha vinto, semplicemente............, si è vendicato.......... Non ho bocca. E devo urlare"(8). Questa, che pare la descrizione dell'alieno più ripugnante ed estraneo che si possa immaginare, altro non è che la forma in cui l'ultimo uomo è stato mutato per vendetta da AM, l'onnipotente computer che odia di un odio inarrestabile l'umanità intera in Non ho bocca e devo urlare (I Have No Mouth, and I Must Scream, 1967) di Harlan Hellison, il breve racconto delirante che ha posto definitivamente termine, poiché più in là non è possibile andare, alla lunga serie di storie che parlano della ribellione dei computers nei confronti dell'uomo. Per quanto terrificante, questo racconto mi dà, paradossalmente, una sorta di sollievo, poiché attribuisce alla macchina una capacità d'odio che forse l'uomo non riuscirà mai, neppure dal profondo delle maggiori nefandezze del suo animo, ad esprimere verso un qualsiasi alieno (o mi sbaglio?). State a sentire: "Odio. Lasciami dire quanto ho finito di odiarvi da quando ho cominciato a vivere. Vi sono trecentottantasette virgola quarantaquattro milioni di miglia di circuiti stampati in strati sottili come ostie che riempiono il mio complesso. Se la parola odio fosse impressa su ogni nanoangstrom di quelle centinaia di milioni di miglia non eguaglierebbe un miliardesimo dell'odio che provo in questo microistante per te"(9). Il Computer e l'ultimo uomo: una bella coppia, non è vero? Quale dei due è l'alieno, e quale l'essere umano? Non provate neppure a dare una risposta, perché vi avviso subito che essa può essere rovesciata su se stessa in tutti i modi possibili. Un secondo esempio di alieni derivati dagli esseri umani, e a mio vedere, ancor più straziante del precedente, in quanto colmo di implicazioni simboliche radicate nel nostro inconscio e nel nostro istinto di immortalità e di conservazione della specie, è rappresentato dai nostri Figli, dai figli degli uomini che, nel romanzo Le Guide del Tramonto (Childhood's End, 1953) di Arthur C. Clarke, sono divenuti un qualcosa di diverso dai loro padri e dalle loro madri, un qualcosa che sta a noi come noi stiamo alle amebe, ed assurgono quindi ad una diversa e per noi inconcepibile esistenza, il cui prezzo è una catastrofe che annienta definitivamente la Terra e tutti i suoi antichi abitanti. Il finale del romanzo, onirico e visionario, stona un poco con il resto, scritto in una prosa ragionata e razionale: nonostante ciò Le Guide del Tramonto resta, a mio parere, uno dei grandi classici della "science-fiction". Un altro tipo di alieno, più difficile da reperire nella letteratura di "science-fiction", è quello dell'essere in apparenza del tutto simile all'essere umano, ma che invece 'più alieno non si può', addirittura dal punto di vista biologico e biochimico: è il caso di Jeannette, la splendida fanciulla nativa di un lontano pianeta, che intreccia una delicata storia d'amore con il protagonista terrestre, combattendo l'opposizione e l'odio della xenofobia e del razzismo. Ma sarà tutto inutile, e quando il razzismo avrà trionfato e Jeannette avrà perso la vita, una impietosa e raccapricciante rivelazione dimostrerà completamente, definitivamente, irrime-diabilmente, la sua natura del tutto non umana. Gli amanti di Siddo (The Lovers, 1952) di Philip José Farmer, è un romanzo complesso, inquietante, ricco di implicazioni, di interrogativi e di risposte non date, ma che mi ha comunque colpito: dovrò rileggerlo, per cercar di comprenderlo più in profondità. Il Diavolo nelle vesti di alieno Ma si può essere alieni "assoluti" non solamente dal
punto di vista anatomico e biologico, come nel caso di Jeannette, ma anche, ed a mio
parere con ben più radicali implicazioni, dal punto di vista etico, morale, ed
addirittura religioso: ed alcuni scrittori di "science-fiction" hanno provato ad
affrontare, direi con successo, anche questa te Credo che un certo numero tra di voi conoscerà il romanzo A Case of Conscience (1958), letteralmente "Un caso di coscienza ", di James Blish, noto in Italia con il titolo roboante ed enfatico di Guerra al Grande Nulla, ed avrà quindi presente l'incredibile alieno simile ad un rettile proveniente dal pianeta Lithia. Il suo nome è Egtverchi: egli giunge sulla Terra sconosciuto, e nell'arco di pochissimi mesi, rivelandosi anticonformista, dialettico, deciso, moderno, e tessendo un'ampia ed articolata rete di relazioni basate sui mass-media, riesce a mietere consensi, simpatia, approvazione, appoggi, divenendo in breve un personaggio potente ed alla moda. Si tratta, semplicemente, di un fenomeno di costume come tanti, magari effimero e destinato a passare senza lasciare traccia, oppure c'è sotto qualcos'altro, qualcos'altro di oscuro e potenzialmente mortale? Secondo il protagonista, il gesuita Ruiz Sanchez, è proprio così: Egtverchi, come il baco nel frutto ancora sano, è giunto sulla Terra per pervertirla, per recarvi il seme del male assoluto; proprio lui, che giunge da un pianeta meraviglioso, bellissimo, incontaminato, e proprio perché su questo pianeta il peccato apparentemente non esiste né è mai esistito, rappresenta una diretta emanazione del Maligno. Quando, su Lithia, verranno effettuati pericolosi esperimenti nucleari, il gesuita approfitterà dell'occasione, e scaglierà contro il pianeta l'esorcismo; e mentre il pianeta esplode e ritorna nel nulla (con la n minuscola o maiuscola?), i lettori sono chiamati a fare la scelta più difficile: si è trattato del banale errore di una formula? Oppure di una preghiera esaudita? Un romanzo di tanti anni fa, per certi versi forse un po' datato, per altri invece attualissimo. Da rileggere, in specie di questi tempi. Avendo parlato di Egtverchi, ritengo doveroso, prima di passare ad altri tipi di alieno, ricordare brevemente come la "science-fiction" ci offra anche degli alieni che ribaltano completamente la situazione precedente, sia dal punto di vista scenico che etico e psicologico: nel già citato romanzo di Arthur C.Clarke Le Guide del Tramonto infatti, compaiono i Superni, una razza superiore che ha il merito di aver riportato sulla Terra la pace, l'equità e la giustizia che gli uomini non erano stati capaci di darsi da soli (anche se hanno fatto tutto ciò, a mio parere, con una buona dose di quello che definirei benevolmente paternalismo). Per lunghi anni i Superni continuano a guidare i destini dell'umanità rimanendo nell'ombra, senza mostrarsi mai agli uomini apertamente, ed hanno per non farlo una ragione precisa. Quando finalmente lo faranno, dopo un lungo periodo di preparazione, un brivido di atavico terrore attraverserà comunque la mente degli uomini alla loro vista. Ascoltate: "Non c'era da sbagliarsi. Le ali di cuoio, le piccole corna, la coda forcuta, erano là sotto gli occhi di tutti. La più terribile di tutte le mistiche narrazioni si era avverata, uscita da un passato ignoto. Ma ora stava sorridendo, in un sua maestà di ebano, con le luci del sole scintillante sul suo corpo terribile ed un bimbo umano accoccolato sopra ogni braccio"(10). L'inafferrabile alieno Abbiamo parlato via via, sino a questo punto, di alieni minerali, di acqua e di fuoco, e poi di alieni incorporei vaganti nelle profondità dello spazio; di alieni-giocattolo, di esseri umani trasformati in alieni, di alieni che hanno l'apparenza degli esseri umani, ed infine di alieni che incarnano il Maligno, o perlomeno ne hanno l'aspetto esteriore. Ma ho anche accennato, all'inizio, ad alieni così strani ed inconsueti da non esser affatto certo che essi esistano veramente, neppure nella finzione della storia raccontata. Vorrei terminare con questi, perché, più degli altri, possiedono una valenza simbolica. Un primo esempio classico credo sia rappresentato dai Ragni e dai Serpenti di cui si narra, dall'inizio alla fine, ma senza che essi compaiano mai, neppure una singola volta, nel romanzo Il grande Tempo (The Big Time, 1958) di Fritz Leiber. Si tratta, secondo me, di un romanzo complesso, di difficile lettura, ma affascinante, la cui impostazione ed il cui significato devono molto alla storia personale di Leiber, che, per un certo periodo della sua vita, ebbe a frequentare gli ambienti del teatro. L'azione si svolge, in classica unità di spazio e di tempo, in un luogo chiamato 'Il Locale', un luogo atemporale e fuori dallo spazio. Al suo interno, come su di un immaginario palcoscenico, si dipanano in una recita ripetitiva ed imprevedibile le nevrosi e le ossessioni dei soldati impegnati nell'incredibile Guerra del Cambio: uomini e mostri, esseri umani ed alieni provenienti da tutte le epoche e da tutti i mondi, che, agli ordini di inconoscibili entità superiori, i Ragni ed i Serpenti appunto, combattono tra di loro manipolando e modificando il passato. Una cavalcata di ussari sulla Nevski Prospect di Leningrado ha mutato la storia, e mentre la seconda guerra mondiale è stata vinta dai nazisti, già qualcuno trama nell'ombra, progettando di rapire, nel corso di una rappresentazione shakespiriana, Elisabetta d'Inghilterra, e di sostituirla con un'emissaria dei Serpenti. In questa scatola cinese di rappresentazioni e recite che sconfinano l'una nell'altra, la realtà della Storia si modifica, si fa aleatoria e temporanea, e le nevrosi e le alienazioni della nostra esistenza aleggiano nel Locale in un inestricabile intreccio di riferimenti reali ed immaginari: ma quali sono reali, e quali immaginari? Si può forse dire con Greta, l'entraineuse che lavora nel Locale, e con le parole stesse di Leiber: "Se avete mai avuto dubbi sulla vostra memoria, se essa non vi dà sempre lo stesso ritratto del passato, se avete la sensazione di star mutando nella personalità per opera di forze esterne al vostro controllo, se temete i Demoni del Tempo e dello Spazio, allora, pur senza averne conoscenza diretta, la Guerra del Cambio vi ha sfiorato"(11). Sullo sfondo, nell'ombra, senza comparire mai, i Ragni ed i Serpenti sono il chiaro simbolo del Regista, del Burattinaio, del Destino, tutti con l'iniziale maiuscola, e magari anche del nostro Inconscio, che spesso ci spinge in direzioni che noi ignoriamo e lui solo conosce e giudica. Infine, un secondo ed ultimo esempio di alieni che non esistono, o meglio non esistono in quanto tali, ma bensì in quanto simboli di qualcosa di molto più importante, di un aspetto dell'animo umano che è poi quello che qui maggiormente ci interessa, perché accomuna oggi tutti i presenti: l'interesse per il fantastico, il sogno ed il meraviglioso. Gli alieni che simboleggiano i nostri sogni sono gli Spettri che si dice popolino un lontano pianeta ai margini della galassia, un pianeta montuoso e selvaggio, immerso in una nebbia quasi perenne che, calando all'alba e levandosi al tramonto, offre allo spettatore uno spettacolo di straordinaria bellezza. Su questo mondo misterioso ed affascinante, una spedizione scientifica organizzata, efficiente e diretta da un uomo realista e concreto, giungerà un giorno a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che gli Spettri, in realtà, non sono mai esistiti, ma altro non sono che una leggenda, un sogno, un'illusione nata da coincidenze fortuite, equivoci, falsi avvistamenti, e favorita dalla natura del luogo e dalle condizioni atmosferiche: e con la scomparsa degli Spettri, dei sogni, delle illusioni, i turisti che accorrevano numerosi disertano il pianeta, che ritorna fatalmente, a poco a poco, abbandonato e deserto. Al mattino calano le nebbie (With Morning Comes Mistfall, 1973) di George R.R. Martin, è uno dei più amari, e poetici, apologhi sull'immaginario, sull'eterno contrasto tra realtà e fantasia, sul lato fantastico ed irreale della nostra vita e sul suo inaridimento allorché viene privata del meraviglioso. State a sentire; basta una piccolissima differenza, basta che la non esistenza di un qualcosa che in effetti non esiste venga documentata, perché nulla sia più come prima, e per sempre: "Per il resto il pianeta non è cambiato molto. Le nebbie si levano ancora al tramonto, e calano all'alba. Il Fantasma Rosso è ancora aspro e bellissimo nella luce del primo mattino. Le foreste sono ancora lì, e le tigri delle rocce cacciano ancora. Mancano solo gli spettri. Solo gli spettri"(12). E allora? È vero, lo abbiamo visto all'inizio, siamo tutti alieni l'uno per l'altro: ma abbiamo anche visto che perfino gli alieni totali, gli alieni "assoluti", i più apparentemente diversi, hanno in sé una buona quota di umano, sia nel bene che nel male, né potrebbe essere diversamente, perché umani sono coloro, gli scrittori di fantascienza, che li hanno concepiti e creati; ed allora forse la verità ultima é che gli alieni in realtà non esistono, o almeno non esisterebbero, se solo noi fossimo capaci di gettare più frequentemente verso di loro, cioè verso noi stessi, l'uno per l'altro, il debole ponte della conoscenza e della comprensione reciproca. Credo di aver terminato: vi ho raccontato, aggiungendovi qualcosa di mio, delle favole già raccontate da altri, che magari le avevano già sentite raccontare da altri ancora. Ma, in fondo in fondo, ho la sensazione di non essere stato io, in realtà, a narrarvele; ho la sensazione che a farlo siano stati in realtà loro, quelli che io prendo a simbolo della creatività, della fantasia, dell'immaginazione, coloro che sognano, e sognando copiano i sogni degli uomini e li fanno germogliare, crescere, diventare veri: i cristalli, i cristalli sognanti. Theodore Sturgeon? E chi era costui? No, non è stato lui a scrivere la storia, forse Theodore Sturgeon non è neppure mai esistito. O meglio, è certamente esistito, ma in realtà egli era un cristallo, un cristallo che ha sognato, ed ha scritto la storia sognando, e la storia si è scritta da sola: ed è sempre così, quando un uomo fantastica e scrive.
N O T E
(1) Theodore Sturgeon, Cristalli sognanti, Libra Ed., 1973, pp.226-227.(2) Samuel Delany, Stella imperiale, "Robot" n.13, aprile 1977.(3) Arthur C.Clarke, La nube, in Il secondo libro della fantascienza, Einaudi Ed., 1961, p.360.(4) Cordwainer Smith, Il gioco del Topo e del Drago, in Il ciclo della Strumentalità, vol.1°, Fanucci Ed., 1989, p.27.(5) Arthur C. Clarke, La Città e le Stelle, Libra Ed., 1975, pp.301-302.(6) Cordwainer Smith, La donna che pilotò "L'Anima", in Il ciclo della Strumentalità, op.cit., p.177.(7) Ibidem, pp.206-207.(8) Harlan Hellison, Non ho bocca, e devo urlare, in I Premi Hugo 1955-1975, Nord Ed., 1978, p.543.(9) Ibidem, p.538.(10) Arthur C. Clarke, Le guide del tramonto, Mondadori Ed., 1955, p.59.(11) Fritz Leiber, Il grande tempo, Nord Ed., 1975, p.6 (adattamento mio).(12) George R.R. Martin, Al mattino calano le nebbie, in "Robot" n.27, Armenia Ed., 1978, pp.142-143.
GIULIANO GIACHINO (Torino, 1943) è laureato in Medicina e
Chirurgia ed è primario del Servizio di Nefrologia e Dialisi dell'Ospedale di Rivoli
(Torino). Appassionato di Science Fiction e Letteratura del fantastico sin dal 1957, ha
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