Una chance per il futuro:

la fantascienza

                                           di      Antonio Scacco

Il rapido progredire, oggi, della scienza e della tecnologia sottopone l’uomo, nel breve volgere della sua esistenza, a una serie di mutamenti così inattesi, profondi e molteplici che, in passato, si verificavano solo nell’arco di centinaia di anni. Afferma Asimov che "prima dell’Ottocento erano esistiti i cambiamenti, ma erano stati così impercettibili da non avere alcuna influenza sulla vita dei singoli individui […] prima dell’epoca moderna, il futuro era per l’umanità esattamente identico al presente"1. La visione del mondo era, per l’uomo del passato, del tutto rassicurante, tanto che l’umanista Carolus Bovillus poteva dire: "Hunc mundum haud aliud esse quam amplissimam hominis domum"2. L’avvento della scienza moderna sconvolse sin dalle fondamenta tale concezione prescientifica.

L’uomo, un naufrago nell’oceano dell’Universo?

Secondo uno dei più famosi astronomi contemporanei, Harlow Shapley, lo scardinamento della visione antropocentrica del mondo si è attuato attraverso una serie di "sistemazioni" successive. La sistemazione più importante, e più nota, fu dovuta a Copernico, il quale rimosse la Terra – e l’uomo – dal centro dell’Universo per sostituirvi il Sole. Ma dopo tre secoli, si scoprì che neanche il Sole è al centro dell’Universo. Un’altra sistemazione si rese, dunque, necessaria: passare cioè dall’eliocentrismo al galattocentrismo. Infine, la sistemazione più radicale. Poiché le osservazioni astronomiche contemporanee ci dicono che le galassie si allontanano sempre di più le une dalle altre, l’idea stessa di un centro è da escludere del tutto. La sconfortante conclusione è che l’uomo è come un naufrago nello sconfinato oceano dell’Universo, senza alcun punto di riferimento: egli "[…] diventa periferico tra i miliardi di stelle della sua propria Via Lattea; e d’accordo con le rivelazioni della paleontologia e della geochimica, è classificato come una recente, e forse effimera manifestazione nell’eternità cosmica"3.
Letterati e studiosi hanno cercato di dare una definizione dell’epoca moderna, di tracciarne un’identikit, di fissarne le coordinate storico-culturali, di esorcizzarne gli aspetti negativi e di valorizzare quelli positivi. Partendo da premesse etico-religiose calviniste, lo scrittore e storico inglese Thomas Carlyle così definiva, nel 1829, il tempo moderno: "Se ci chiedessero di caratterizzare con una sola parola questa età che è la nostra, noi saremo tentati di definirla non: l’età eroica, o religiosa, o filosofica, o morale, ma soprattutto: l’età meccanica […]. Non soltanto l’esterno e il fisico è adesso guidato dalla macchina, ma anche l’interno e lo spirituale […]. Gli uomini sono diventati dei meccanismi nella testa e nel cuore, così come nelle mani"4.
Differente è, naturalmente, la valutazione della nostra epoca se, anziché respingerla in blocco come fa Carlyle, la si accetta. È, questa, la posizione di Piero Angela, per il quale la soluzione dei tanti problemi suscitati dalla modernità dipende dalla consapevolezza o meno che si ha del principio di Archimede: "In economia, in politica, nella società, continuamente vi sono "corpi" che vengono immersi in "liquidi", provocando una serie di cambiamenti di livelli e di equilibri: ignorando spesso il principio di Archimede, crediamo che certe "immersioni" possano avvenire senza che il livello salga, o senza che vi siano "spinte" dal basso verso l’alto. In realtà, invece, esistono sempre delle retro-azioni; non soltanto, ma esse sono rese oggi più complesse e più attive proprio dal crescente ritmo di sviluppo delle nostre società"5.

Il "future shock" di Toffler

È proprio sul ritmo di sviluppo, sui mutamenti rapidi che avvengono (a volte, a velocità esponenziale) nel mondo d’oggi, che è rivolta l’attenzione del sociologo americano Alvin Toffler. Egli nota che, quando un individuo è sottoposto a mutamenti eccessivi in un breve arco di tempo, va incontro ad un particolare malessere: lo "shock da futuro" (future shock). Quale il rimedio? Quello di invertire lo specchio del tempo: "In precedenza, gli uomini hanno studiato il passato per gettar luce sul presente. Io ho capovolto lo specchio del tempo, persuaso che anche un’immagine convincente del futuro possa prodigarci penetrazioni preziose dell’oggi. Ci riuscirà sempre più difficile capire i nostri problemi personali e pubblici se non ci serviremo del futuro come di uno strumento intellettuale"6.Ma quando i pericoli vengono non più dall’esterno, come nelle epoche passate, ma dall’interno della stessa organizzazione sociale, come si fa a non parlare di società del rischio? È la tesi portata avanti dal sociologo Niklas Luhmann, per il quale la definizione di cui sopra è dovuta "soprattutto agli sviluppi tecnologici rapidi in campi che si avvalgono del contributo scientifico della fisica, della chimica e della biologia. Più di qualsiasi altro fattore, l’espansione immensa delle possibilità tecnologiche ha contribuito a far sì che l’attenzione pubblica si rivolga ai rischi ad essa connessi"7.
Tuttavia, la "civiltà delle macchine" non ha prodotto solo guasti ambientali o nevrosi individuali e collettive ma, modificando il modo di pensare e di esperimentare lo spazio e il tempo, ha dato anche vita a inedite forme artistiche. Secondo lo storico Stephen Kern, molte espressioni letterarie prodotte nel periodo che va dal 1880 all’inizio della prima guerra mondiale, si spiegano con la diffusione delle nuove tecnologie: "James Joyce era affascinato dal cinema e nell’Ulisse tentò di ricreare nelle parole le tecniche di montaggio usate dai primi autori cinematografici. I futuristi adoravano la tecnica moderna e la celebrarono nelle arti e nei manifesti. Parecchi poeti scrissero poesia "simultanea", come risposta alla simultaneità dell’esperienza resa possibile dalla comunicazione elettronica […]. Altre tecniche fornirono metafore e analogie per le strutture in mutamento della vita e del pensiero"8.

La valenza umanistica della scienza

Gli autori fin qui citati non si limitano solo a tracciare la diagnosi dei mali del nostro tempo, ma si sforzano anche di indicare delle possibili terapie. In realtà, la crisi culturale che attanaglia la società occidentale non è del tutto priva di una via d’uscita, come denunciavano, nel ventennio tra le due guerre, certi famosi saggi: Il tramonto dell’Occidente di Spengler, La fine dell’epoca moderna di Guardini, La crisi della civiltà di Huizinga, ecc.. Secondo il fisico e filosofo Enrico Cantore, ricercatore di primo piano all’Institute of Scientific Humanism di New York, se infatti è la scienza all’origine della crisi d’identità di cui soffre l’uomo moderno, tuttavia è essa stessa a spingerlo – facendogli scoprire aspetti di se stesso (autoscoperta) che prima, nell’era prescientifica, ignorava - ad una maggiore umanizzazione (autoaffrontamento). Una valutazione, pertanto, della condizione umana nell’era della scienza "non dovrebbe limitarsi alla crisi di identità. Più specificamente e più profondamente si deve parlare di crisi di crescita"9.
Vediamo, adesso, le varie ipotesi, che gli autori da noi citati formulano, per risolvere i problemi che affliggono l’homo tecnologicus. Quel che sorprende, dal nostro punto di vista, è che tali ipotesi trovano riscontro, a volte implicitamente, a volte esplicitamente, nella narrativa di fantascienza o science fiction. Thomas Carlyle, ad esempio, parla di "un doloroso scontro senza confini del nuovo con il vecchio […]. È verso una libertà superiore alla mera libertà dall’oppressione dei suoi simili, che l’uomo oscuramente mira"10. È uno scenario, quello tracciato da Carlyle, che fa da sfondo a tante opere di fantascienza: si pensi a La città e le stelle (The City and the Stars, 1956) di Clarke, dove il protagonista lotta contro i tabù della sua gente. A sua volta, Piero Angela indica, quale strumento in grado di affrontare il futuro, la "simulazione mentale"11, idea presente in L’uomo stocastico (The Stocastic Man, 1975) di Robert Silverberg. Infine, l’esigenza avanzata da Niklas Luhmann "di assicurare contorni di trasparenza in un mondo che con la prassi dell’osservazione di secondo ordine è divenuto intrasparente"12, non costituisce forse il tema dominante della produzione narrativa di Philip K.Dick?
Ma l’autore in cui il riferimento alla science fiction è fatto senza perifrasi, è Alvin Toffler. Egli riconosce la capacità immunizzante della fantascienza contro la malattia del nostro tempo, il future shock, e scrive: "Non possiamo avvalerci, in questi corsi, di una letteratura del futuro, ma disponiamo di una letteratura sul futuro, consistente non soltanto nelle grandi utopie ma anche nella fantascienza contemporanea […] la fantascienza ha un valore immenso come forza per ampliare la mente in vista della creazione dell’abitudine di prevedere il futuro. I nostri figli dovrebbero studiare Arthur C.Clarke, William Tenn, Robert A.Heinlein, Ray Bradbury […]"13.
Il pensiero di Toffler non poteva non trovare rispecchiamento nella narrativa fantascientifica. Ad esempio, l’inglese John Brunner, in una breve premessa al suo romanzo Codice 4GH (The Shockware Rider, 1975), dichiara: "Coloro che, come me, aspirano a raffigurare in termini di narrativa gli aspetti del futuro […] non tirano a indovinare. Spesso sono debitori – e in questo caso io lo sono specificamente – nei confronti di coloro che analizzano le illimitate possibilità del domani per fini pratici […]. L’ambientazione di Codice 4GH deriva in buona parte dallo stimolante studio Future Shock di Alvin Toffler".

Fermate il mondo! Voglio scendere

Ma è nel racconto di Raphael A.Lafferty, La lunga notte di martedì (Slow Tuesday Night, 1970), che i concetti di velocità esponenziale dei cambiamenti e di shock da futuro trovano una puntuale e magistrale esemplificazione. Nel futuro viene scoperto il modo di rendere le decisioni della gente più rapide ed efficienti. Quello che in passato richiedeva mesi o anni, ora richiede solo un breve intervallo di tempo. In un periodo di otto ore, una persona può intraprendere e concludere una o più carriere, tutte ugualmente complicate e impegnative. Quasi in modo istantaneo si formano e si dissolvono immensi imperi finanziari e opere dell’ingegno o invenzioni, in pochi attimi concepite e lanciate sul mercato, con altrettanta celerità conoscono l’obsolescenza. Ecco come un filosofo compone la sua opera:

Un uomo pensoso, di nome Maxwell Mouser, aveva appena prodotto un’opera di filosofia attinica. Aveva impiegato diversi minuti a comporla. Per scrivere lavori di filosofia si usavano gli abbozzi flessibili e gli indici delle idee; si regolava l’attivatore perché distribuisse la tecnologia desiderata in ciascuna sottosezione; si ricorreva all’inseritore di paradossi e al miscelatore di analogie sorprendenti; si calibrava il taglio particolare dell’opera e l’impronta della personalità. Doveva per forza venir fuori un buon lavoro, perché l’eccellenza era diventata il minimo automatico per produzioni del genere.

- Spargerò qualche ciliegina sulla torta, - disse Maxwell, e abbassò l’apposita leva. Questa fece piovere manciate di parole tipo "ctonico", "euristico" e "promizeidi" attraverso tutta la stesura, così che nessuno potesse dubitare che si trattava di un’opera di filosofia14.

Per effetto dell’andamento vorticoso che ha assunto l’esistenza della collettività umana, all’interno di essa si sono create tre microstrutture sociali, ben distinte e parallele; gli Albiani, che svolgono le loro attività dalle quattro a mezzogiorno, i Meridiani, che lavorano da Mezzogiorno alle venti, e i Notturni, dalle venti alle quattro del mattino. Ognuno di questi organismi disfà ciò che l’altro ha precedentemente lasciato: ad ogni cambio di turno, edifici di centinaia di piani vengono costruiti, occupati, abbandonati, e ancora demoliti per fare posto a strutture più moderne. Solo degli esseri mediocri avrebbero utilizzato una costruzione abbandonata dai Meridiani o dagli Albiani o dai Notturni. Sicché, nell’arco di otto ore, la città cambia radicalmente aspetto non una, ma più volte.
E la vita affettiva delle persone come è regolata? In una realtà sociale così profondamente alienata come quella descritta da Lafferty, dove massificazione e consumismo, omologazione culturale e deresponsabilizzazione umana dettano legge, non ci può essere spazio per i sentimenti autentici. L’amore può nascere in un contesto che favorisca il sorgere di interiorità aperte all’incontro e al dialogo con l’altro, mentre l’appiattimento unidimensionale del senso della vita al semplice soddisfacimento di sensazioni epidermiche o al conseguimento di posizioni sociali di prestigio, non può che condurre all’isolamento o a incontri anonimi e frustranti del seguente tenore:

Ildefonsa Impala, la donna più bella della città, era sempre interessata ai nuovi ricchi. Andò a trovare Freddy verso le otto e trenta. La gente decideva in fretta, e Ildefonsa, arrivando, aveva già preso la sua decisione […]. L’amore, per Ildefonsa e il suo sposo, era stato una cosa fulminea e consumante. Inoltre, avevano prenotato soltanto la luna di miele di lusso da un’ora.

Freddy avrebbe voluto continuare la relazione, ma Ildefonsa lanciò uno sguardo a un indicatore di tendenza. Il modulo a mano avrebbe mantenuto la sua popolarità soltanto per il primo terzo della serata. E Freddy Fixico non era uno degli uomini di successo assidui. Riusciva a fare una bella carriera soltanto una sera alla settimana, in media. Per le nove e mezzo erano già tornati in città e divorziarono presso la Corte delle Cause Piccole15.

Dall’etica alla metafisica

Dai pochi esempi fin qui citati, si può fondatamente sostenere che la fantascienza è, per i giovani, veramente una chance per il futuro; né si possono considerare esagerate le belle, appassionate parole pronunciate da Robert A.Heinlein nel corso di alcune lezioni tenute all’Università di Denver nel 1957: "In senso generale, tutta la science fiction prepara la gioventù a vivere e sopravvivere in un mondo di perenne mutamento, insegnando che il mondo cambia. Più in particolare, la science fiction sottolinea il bisogno di libertà di pensiero, e l’ansia della conoscenza"16. Anche uno studioso del calibro di Gillo Dorfles ha sostenuto che non tutti gli scrittori di fantascienza sono "consapevoli di agitare problemi così rilevanti e cruciali; i più anzi li ammanniscono, inconsciamente su "ordinazione" perché è risultato da numerose inchieste qual è il pasto fantastico che le masse trovano più sapido e allettante". Tuttavia, "molti [dei loro] libri (e dei film o dei fumetti da essi tratti) sono effettivamente creati a buon fine, mirano cioè a ristabilire i valori d’una morale prevalentemente sana e saggia"17.
Le parole di Dorfles ci spingono a soffermare la nostra attenzione su un aspetto particolare della crisi della modernità che, come gli altri aspetti sopra accennati, trova rispecchiamento nella science ficiton: la religione. Partiamo da una premessa: nella storia dell’umanità, non c’è stato mai alcun popolo che si sia professato ateo. Tutti hanno ammesso l’esistenza di Dio, anche se a volte lo hanno confuso, come i primitivi, con le forze della natura (jerofanie) o, come gli antichi greci e romani, gli hanno attribuito azioni e sentimenti umani (antropomorfismo).
Afferma Ildebrando A.Santangelo: "Il problema dell’Universo si riduce a questo dilemma: o è la materia che produce l'intelligenza, cioè il meno che produce il più; o è l’intelligenza che produce la materia, cioè il più che produce il meno. Nel primo caso non c'è intelligenza che organizza e progetta, non ci possono essere leggi, ma soltanto il caos, il corso della forza cieca e quindi della violenza, dell'ineluttabilità, del fato, e, giunti all'uomo, dell'odio; io stesso sono il prodotto del caso e di istinti. Nel secondo caso c'è il corso dell'intelligenza che vuole, che organizza, che fa le leggi, che sceglie, e quindi, giunti all'uomo, c'è il corso dell'amore; io stesso, in tal caso, sono il prodotto e la scelta di un amore infinito contro tutte le forze cieche e le forze del male che non avrebbero permesso o voluto che io esistessi. Ora abbiamo visto da per tutto un ordine, delle leggi, dei fini o scopi da raggiungere: ciò rivela un Creatore Ordinatore" 18.
La presenza della religione, specialmente di quella cristiana, non può non avere un influsso benefico sulla società come ci documenta il seguente brano di Frederik B.Artz, citato da Erich Fromm in Avere o essere?: "Per quanto riguarda la società, i grandi pensatori medioevali ritenevano che tutti gli uomini siano uguali agli occhi di Dio e che anche i più umili siano dotati di infinito valore. In campo economico, insegnavano che il lavoro è una fonte di dignità, non già di degradazione, e che nessuno dovrebbe essere usato per scopi indipendenti dal suo benessere, mentre salari e prezzi dovrebbero venire stabiliti secondo giustizia. Nella sfera politica. insegnavano che la funzione dello stato è morale, che la legge e la sua amministrazione dovrebbero essere compenetrate dagli ideali cristiani di giustizia, e i rapporti tra governanti e governati fondarsi sulla reciprocità. Lo stato, la proprietà e la famiglia sono, in questa concezione, affidati da Dio a coloro che li gestiscono, e vanno quindi usati per favorire i disegni divini. Infine, l’ideale medioevale comportava la ferma credenza che tutte le nazioni e tutti i popoli sono parte di un’unica, grande comunità19.

La scienza è nemica della metafisica?

Purtroppo, con l’avvento della scienza, l’equilibrio culturale e politico del Medio Evo andò in frantumi. La scienza acquistò, come abbiamo visto più sopra, un’importanza così rapida e invadente, che cominciò a respingere da sé (specialmente sotto l’influsso del positivismo e dello scientismo) tutte quelle forme di vita e di pensiero che le erano estranee, tra cui in primis la religione. Bisogna però aggiungere che l’azione di compressione esercitata dalla scienza nei confronti della religione, non è qualcosa di preordinato. La scienza non è necessariamente nemica della metafisica, anzi, come afferma B. d’Espagnat, è "la fisica [che] rianima la metafisica". La responsabilità del divorzio tra scienza e religione ricade, in ultima analisi, sull’uomo. Questi rifiuta lo sforzo di un maggiore impegno etico che le mutate condizioni storico-culturali gli richiedono, e, stordito dal sogno di un’illimitata potenza che la scienza sembra prospettargli, è trascinato in un vortice travolgente, come in una reazione a catena, che "[…] spinge l’uomo a utilizzare la scienza per aumentare la sua potenza, a sua volta utilizzata per ottenere dalla scienza nuovi frutti. Si tratta di una specie di ebbrezza che oscura lo sguardo e lo distoglie da altri orizzonti. Ne consegue un’atrofia progressiva delle facoltà e della vita puramente interiore, tutti elementi costitutivi del clima indispensabile alla fede religiosa. La stima esclusiva dell'efficacia materiale nata dalla scienza vincola il cuore alle realtà puramente terrene e materiali, e poco alla volta lo rende impenetrabile al mondo divino. Questo, infatti, suppone innanzitutto un impegno personale di fronte a Dio, una comunione interiore con una realtà che si manifesta soprattutto nel silenzio del cuore: tutte cose estranee al mondo nato dalla rivoluzione scientifica"20.
L’inaridimento del senso religioso non può non avere conseguenze negative per la convivenza umana. Anzi, a ben riflettere, l’attuale crisi della modernità dipende proprio dall’eclisse del sacro, come evidenziano le seguenti parole del filosofo Nicola Abbagnano: "Quando viene meno l'uomo come unità di misura di ogni cosa, ecco che comincia il regno dell'arbitrio, della sopraffazione, perfino del genocidio legalizzato. È il regno in cui Robespierre dà la mano a Stalin, Hitler strizza l'occhio a Pinochet. Qua si uccide un uomo perché è "rosso", là lo si massacra perché è "nero". Ma la logica che fa scattare la spirale mortifera è sempre e dovunque la stessa. Quando Dio è stato schiodato dal cielo della trascendenza e negato e dissolto dall'immanenza, sul trono rimasto deserto si è assiso non l'uomo concreto, ma un'entità astratta che ha usurpato il suo nome. È allora che ogni freno è caduto e che si è aperto il varco all'irrompere nella storia di ogni ignominia"21.

Un esempio di fantascienza religiosa

Il romanzo di fantascienza che mette in risalto il valore della religione per una convivenza umana degna di questo nome, è Un cantico per Leibowitz (A Canticle for Leibowitz, 1959) di Walter Miller Jr. Vi si narrano le vicende dei frati di San Leibowitz, uno scienziato convertito che ha fondato l’ordine monastico con lo scopo di salvare i pochi libri rimasti dopo una catastrofe nucleare, di tramandarli alle generazioni future e di far così rinascere la civiltà umana. Alla maniera dei monaci benedettini, anche quelli leibowitziani copiano e impreziosiscono di miniature i libri, che vengono detti "Memorabilia". Alla fine, la civiltà ritorna al suo antico splendore, ma l’umanità è rimasta schiava dei vecchi vizi morali. La Terra è nuovamente sconvolta – e questa volta definitivamente – da un altro olocausto nucleare, e i monaci di San Leibowitz, con uno sparuto gruppo di terrestri, partono a bordo di un’astronave verso un altro sistema planetario, per portare in salvo la fede e la cultura.
Il messaggio religioso del romanzo di Miller è stato spesso frainteso dai critici, i quali hanno puntato la loro attenzione soprattutto sui risvolti politici e culturali della vicenda22. Secondo noi, l’Autore ha voluto principalmente dire che, senza una visione religiosa e trascendente della vita, ogni costruzione umana è fondata su basi fragili e, prima o poi, come un colosso dai piedi d’argilla, è destinata a crollare. Vengono alla mente le parole di Fromm a proposito di un falso idolo che l’uomo d’oggi si sarebbe creato, la "religione cibernetica": "[…] l'uomo ha fatto di se stesso un dio avendo la capacità tecnica di una "creazione seconda" del mondo, sostitutiva della prima creazione a opera del dio della religione tradizionale. O, per dirla altrimenti: abbiamo fatto della macchina un dio e ci siamo resi simili a dío servendo la macchina […], noi cessiamo di essere i padroni della tecnica per diventarne invece gli schiavi, e a sua volta la tecnica […] rivela l’altra sua faccia, quella di dea della distruzione (come la Kalì degli indiani) […]. Mentre a livello conscio continua ad aggrapparsi alla speranza di un futuro migliore, l’umanità cibernetica rimuove l’evidenza del fatto che è divenuta l’adoratrice della dea della distruzione"23.

Ritornando al romanzo di Miller, c’è un brano che, secondo noi, mette bene in evidenza l’idea che la scienza senza la fede non può non ritorcersi contro l’uomo:

Don Paulo non aveva preteso di convincerlo. Ma fu con il cuore pesante che l’abate notò la paziente condiscendenza con cui il thon lo ascoltava: era la pazienza di un uomo che ascolta un argomento che ha da molto tempo confutato con propria soddisfazione.

- Ciò che consigliereste in realtà, - disse lo studioso, - è che noi aspettiamo ancora un poco. Che sciogliamo il collegium, o che lo trasferiamo nel deserto, e in un modo o in un altro – senza possedere oro o argento – facciamo rivivere una scienza sperimentale e teorica, in un modo lento e difficile, senza dirlo a nessuno. Che noi salviamo tutto per il giorno in cui l’Uomo sarà buono e puro e santo e saggio.

- Non è questo che intendevo…

- Non è questo che intendevate dire, ma è ciò che significa quello che avete detto. Tenere la scienza chiusa in un chiostro, non tentare di applicarla, non tentare di far nulla fino a che gli uomini non saranno santi. Ebbene, non andrà. Voi lo avete fatto qui, in questa abbazia, e per intere generazioni.

- Noi non abbiamo nascosto nulla.

- No, non l'avete nascosto; ma vi ci siete seduti sopra, cosi quietamente, e nessuno sapeva che era qui, e voi non ne avete fatto nulla.

Una breve collera lampeggiò negli occhi del vecchio ecclesiastico…

- Devo leggervi un elenco dei nostri martiri? Dovrò citarvi tutte le battaglie che abbiamo combattuto per serbare intatti questi documenti? Tutti monaci diventati ciechi nella copisteria? per il vostro bene? Eppure voi dite che non ne abbiamo fatto nulla, li abbiamo nascosti nel silenzio.

- Non intenzionalmente, - disse lo studioso, - ma in effetti voi l'avete fatto... e per gli stessi motivi che, come voi sottintendete, dovrebbero essere i miei. Se voi tentate di salvare la saggezza fino a che il mondo diventerà saggio, Padre, il mondo non l’avrà mai.

- Capisco che l’incomprensione è radicale! – disse burberamente l’abate. – Servire prima Dio o servire prima Hannegan… questa scelta spetta a voi.

- Ho poca scelta, allora, - rispose il thon. – Vorreste forse che lavorassi per la Chiesa? – Il sarcasmo nella sua voce era inconfondibile24.

La rivalutazione dell’immaginazione

Oggi, alle soglie del terzo millennio, il divorzio tra scienza e religione che c’era stato soprattutto nel XIX secolo e agli inizi del presente, sembra che si vada colmando. I più prestigiosi esponenti del mondo scientifico, soprattutto quelli della fisica quantistica (si pensi a Max Planck, Niels Bohr, ecc.), hanno rigettato il credo scientista secondo cui la scienza può spiegare tutto, il mondo e l’uomo. Secondo il fisico e teologo Thierry Magnin, la ripresa del dialogo scienza-metafisica "è un fatto culturale innegabile alla fine del XX secolo […]. Al punto attuale di riflessione, sembra almeno possibile dire che la scienza del XX secolo ci orienta in modo nuovo verso la domanda di senso e quindi sull’interrogativo su una trascendenza. Si tratta di un radicale cambiamento in confronto allo scientismo del XIX secolo e quello all’inizio del XX secolo. E anche un passo importante per la nostra libertà di fronte alla domanda di Dio"25.
Da quello che fin qui abbiamo detto, è innegabile che la fantascienza sia, nei suoi esempi migliori, uno strumento molto valido per rendere possibile alle nuove generazioni un atterraggio morbido tra i profili accidentati – emergenti dalle nebbie del domani – della società del XXI secolo. Ma lo è anche per un motivo molto più specifico. Oggi, il ricercatore scientifico non si considera più un semplice fotografo della natura, un raccoglitore di fatti, secondo il riduzionismo metodologico del positivismo. Egli assimila la sua attività piuttosto a quella dell’esploratore, in cui entrano in gioco delle idee preconcepite, che provengono da una specie di anticipazione dell’esperienza. Ma dove trovano la fonte queste idee precostituite? È l’immaginazione dello scienziato la loro matrice: si pensi al principio di complementarità che N.Bohr elaborò ispirandosi largamente alla psicologia del profondo26.
E il gioco delle proiezioni futurologiche, delle ipotesi più o meno azzardate, delle anticipazioni azzeccate o errate, il "continuo dialogo tra ciò che potrebbe essere e ciò che è" di cui parla il premio Nobel F.Jacob nel suo saggio Il gioco dei possibili, non è l’elemento-base, la caratteristica peculiare, la struttura portante della science fiction?

 

N O T E

1 Isaac Asimov, Fantascienza e società, in Guida alla fantascienza, Mondadori, "Urania blu", Milano, 1984, pp.64-65.

2 Cfr. Enrico Cantore, L’uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1988, p.497.

3 Harlow Shapley, Le stelle e l’uomo, Mondadori, Milano, 1961, p.134.

4 Thomas Carlyle, Segni dei tempi, in Valerio Castronuovo, La rivoluzione industriale, Sansoni, Firenze, 1973, pp.114-115.

5 Piero Angela, La vasca di Archimede, Garzanti, Milano, 19824, p.5.

6 Alvin Toffler, Lo choc del futuro, Rizzoli, Milano, 19722, p.12.

7 Niklas Luhmann, Sociologia del rischio, Bruno Mondadori, Milano, 1996, p.98.

8 Stephen Kern, Il tempo e lo spazio, Il Mulino, Bologna, 1988, pp.12-13. Kern cita Wells e definisce la sua macchina del tempo "un simbolo della speranza di tutta la tecnologia di accelerare i processi di cambiamento". Per un quadro completo dei riferimenti alla fantascienza presenti nel saggio di Kern, si veda la recensione di Massimo Del Pizzo su "Future Shock" n.3 (nuova serie), maggio 1989, pp.12-13.

9 E.Cantore, op. cit., p.511. L’Autore accoglie la tesi dello psicologo Erik H.Erikson, secondo cui "l’evoluzione socio-genetica dell’uomo sta per giungere a una crisi nel senso pieno del termine, a un crocevia da cui si diparte un sentiero per la fatalità e uno per la ripresa e un’ulteriore crescita" (p.510).

10 T.Carlyle, op. cit., p.117.

11 P.Angela, op. cit., p.129. Il concetto di simulazione mentale, cioè di essere in grado di pre-vedere il pericolo prima che si presenti entro il nostro orizzonte visivo, costituisce il leitmotiv di tanti romanzi di fantascienza basati sulla telepatia.

12 N.Luhmann, op. cit., p.258.

13 A.Toffler, op. cit., p.421.

14 Raphael A.Lafferty, La lunga notte di martedì, in Associazione genitori e insegnanti (Nine Hundred Grandmothers, 1970), Mondadori, "Urania" n.852, 1980, p.144.

15 Ibidem, pp.142-143.

16 Citato in G.Caimmi-P.Nicolazzini, Le storie future, in "Robot" n.33, Armenia, Milano, 1978, p.183. La tensione educativa di Heinlein è documentata dai romanzi scritti per la gioventù (juveniles) e da quelli della terza fase della sua carriera letteraria.

17 Gillo Dorfles, Nuovi riti, nuovi miti, Einaudi, Torino, 1977, p.225.

18 Ildebrando A.Santangelo, Il senso dell’esistenza, Comunità Editrice, Adrano, 1985, p.110.

19 Erich Fromm, Avere o essere?, Mondadori, Milano, 197916, p.184.

20 Jean-Marie Aubert, Il giovane e la scienza, Edizioni Paoline, Catania, 1963, pp.31-32.

21 I.A.Santangelo, op, cit., p.119.

22 Cfr.Collettivo "Un’Ambigua Utopia" (a cura di), Nei labirinti della fantascienza, Feltrinelli, 1979, p139, dove si mette in rilievo l’opera meritoria dei frati di San Leibowitz di portare "la razza umana verso un nuovo rinascimento e il ritorno della civiltà al livello che aveva raggiunto ai nostri giorni", ma poi il giudizio conclusivo è che il "romanzo è, ideologicamente, quanto mai equivoco".

23 E.Fromm, op. cit., p.200.

24 Walter Miller, Un cantico per Leibowitz, Ed. La Tribuna, Piacenza, 1964, pp.287-288.

25 Thierry Magnin, La scienza e l’ipotesi di Dio, Ed. San Paolo, Torino, 1994, p.75.

26Cfr.G.Holton, Immaginario scientifico. I temi del pensiero scientifico, Einaudi, Torino, 1983.