WALTER MILLER Jr., Un cantico per Leibowitz (A Canticle for Leibowitz, 1959), "Classici Urania" n.116, Mondadori.

La natura di queste mie note vuole essere duplice. Sì, perché il romanzo di Miller, che personalmente definisco 'drammaticamente affascinante', con tutto il susseguirsi di eventi, fino all'ennesima distruzione dell'umanità, ben si presta ad una 'doppia lettura': quella del credente e quella dell'ateo, dell' agnostico o del nichilista.

Per il credente, nonostante l'ingenuità del culto di 'san Leibowitz' che traspare nella prima parte del romanzo, e la creduloneria evidente su questo 'santo', che, secondo i monaci dell'ordine, avrebbe combattuto contro il demonio in persona, si vede la voglia di rinnovamento dopo la catastrofe nucleare. Già nelle preghiere, che riecheggiano i Salmi Biblici: "Dalla caduta del cesio liberaci, o Signore, dal fall-out liberaci, o Signore…", si nota la voglia di riconciliarsi con Dio e con la propria specie. Come diceva sant'Anselmo d'Aosta, il fatto che l'uomo cerca un Qualcosa di soprannaturale, di superiore a lui, è la migliore prova che deve esserci Qualcuno che ascolta benevolmente queste preghiere.

E' chiaro, sempre secondo l'ottica del credente, che tutte le conseguenze della Terza guerra mondiale sono da imputarsi all'uomo e alla sua superbia. Ricordiamo il peccato di Lucifero, la Superbia, uno dei sette vizi capitali. Con la superbia di divenire simile a Dio, l'uomo arriva a gestire forze incontrollabili, come un bambino che si mette a giocare con una mina. Il risultato di questa superbia - altro nome per definire la conoscenza del Bene e del Male - è che l'umanità ricomincia a percorrere quella strada distruttiva che, in precedenza, aveva già sperimentato, specialmente quando, nel rifugio antiatomico di san Leibowitz, vengono ritrovati appunti e libri che, opportunamente studiati, faranno migliorare l'uomo post-atomico.

Tutto si rimette in moto… fino a quando, dimenticando il precedente olocausto nucleare, le nazioni scateneranno una Quarta guerra mondiale, questa volta definitiva: sul globo terracqueo, dell'umanità non resta traccia. Per colpe esclusivamente proprie.

Prima di continuare, vorrei soffermarmi sulla signora bicefala che compare nell'ultima parte di Un cantico per Leibowitz e che ha una testa da settantenne o giù di lì, assieme ad un'altra testa, di bambina. Testa, quest'ultima, con gli occhi chiusi. E' blasfemo che questa donna, mentre cadono le bombe, confessandosi, affermi testualmente di "voler perdonare Dio" per averla fatta nascere così. Allo sbalordimento del confessore, ella lo ripete con forza e convinzione, dimenticando che quello che le è accaduto è colpa dei suoi antenati, i quali, dimenticando Dio, si scannarono per amore del Potere e che ripetono l'errore fatale proprio nel momento in cui la signora si confessa.

La pista di lettura del non credente parte dal presupposto che, nonostante tutte le religioni di questo mondo e tutta la buona volontà messa in atto dai componenti di esse, la sofferenza, la cattiveria, l'ingiustizia, la morte, sono continuate. Qualcuno sorriderà di questa affermazione. Ma sorriderà di meno se gli viene chiesto il "perché" di tutto questo. Perché nascere, soffrire, morire, in un continuum senza sosta? Qual è lo scopo di tutto ciò?

Questo romanzo è la prova che l'uomo, pur essendo capace di vette altissime, è anche altrettanto capace di non saper badare perfettamente e compiutamente al suo sviluppo e al suo benessere. Già all'inizio, si capisce che san Leibowitz (che, guarda caso, è un cognome ebreo), oltre ad essere un mistico, era prima ancora uno scienziato esperto di fisica e di rifugi antiatomici. Quando vengono scoperte, come ho detto più sopra, alcune carte custodite nel rifugio e libri di matematica e fisica, oltre che di sapere vario, l'umanità riprende la strada che era stata interrotta dalla Terza guerra mondiale.

L'ingenuità della gente di quel tempo e, soprattutto, dei frati è disarmante davvero. Comunque, da lì inizia il nuovo cammino che porta, pian piano, a risultati migliori di quelli prima della catastrofe, visto che si arriva a costruire astronavi in grado di compiere viaggi intergalattici. Ma ciò non impedisce all'umanità di combattersi ancora in un'ultima, definitiva Quarta guerra mondiale.

A nulla vale che qualcuno si salvi, ed è bene che Un cantico per Leibowitz finisca lì, in quanto, c'è da esserne certi, nonostante la buona volontà e la voglia di essere ottimisti, la violenza rappresenta sempre una sconfitta per tutto e per tutti: Religione, Politica, Società… Ed è più che giusto che la signora bicefala affermi di voler perdonare Dio. Certo! Perché non è giusto che la gente soffra spesso, i bambini vengano uccisi e seviziati, i deboli emarginati comunque, trincerandosi dietro l'alibi del Mistero di una Redenzione incomprensibile.

Incomprensibile perché, se noi fossimo Dio, per prima cosa avremmo impedito la morte e la sofferenza. La storiella del Bene e del Male regge sino ad un certo punto, come pure tutte le argomentazioni sui nostri guai. Il non credente capisce ed ammette che non tutto per ora, o per sempre, è, e sarà, spiegabile. Ma ciò non cambia la sostanza dell'esistenza reale e verificabile. Tutti i Paradisi, i Nirvana e qualsiasi altra forma di 'beatificazione' finale, per il non credente realista, non sono altro che forme di accomodamento mentale per soffrire meno. Esattamente come una droga. Sembra che faccia bene, ma poi, al risveglio, la situazione è esattamente la stessa, se non peggiore.

Miller c'invita a chiederci: in questo palcoscenico, qual è l'Universo, noi siamo attori, marionette o, parafrasando Pirandello, come i famosi "sei personaggi in cerca d'autore"? In ogni caso, leggendo il suo romanzo, altamente educativo, tutti, credenti e non, sono esortati ad apprezzare e a rispettare questa nostra esistenza, la quale, nonostante le brutture d'ogni genere, val la pena di essere vissuta.

                                                            Rocco Grippa