| |
CLIFFORD
DONALD SIMAK, Infinito (Whay Call Them Back
from Heaven?, 1967), Libra Editrice, 1978, pp.263.
Di fronte all'avanzare inarrestabile del progresso
tecnico-scientifico, l'atteggiamento di Simak non è né
di aperta condanna, ma neanche di entusiastica
accettazione. Parla con ammirazione di nuove invenzioni,
di viaggi intergalattici, di scoperte di civiltà e razze
aliene, ma vede anche con tristezza che gli esseri umani,
man mano che cresce il loro potere tecnologico sulla
natura, vanno impoverendosi di quei valori morali e
spirituali, che li hanno guidati lungo i secoli. Nasce da
qui la nostalgia per un passato
irreparabilmente perduto, il rimpianto per la civiltà
agricolo-pastorale in cui l'uomo viveva in mezzo ai prati
e ai boschi e in cui i rapporti con i suoi simili erano
improntati a schiettezza e semplicità.
Questa concezione filosofica è presente nel periodo
della maturità umana e letteraria di Simak, a cui Infinito
appartiene. Vi si narra la brutta avventura capitata a
Daniel Frost, funzionario del Centro dell'Eternità.
Siamo nel 2148, e la popolazione della Terra è cresciuta
a dismisura, arrivando all'astronomica cifra di
quarantasette miliardi di individui, cifra che è
destinata, nel giro di un decennio, a raddoppiarsi
perché molti individui morti sono stati ibernati e
attendono di essere risuscitati, quando la tecnica per
diventare immortali sarà pienamente funzionante.
Naturalmente, nessuno vuole vivere la seconda vita da
poveraccio e si trasforma in arpagone per accumulare,
prima della morte, quanto più ricchezza è possibile,
ricchezza che viene affidata al Centro dell'Eternità.
Ora, si sa che i funzionari di qualsiasi ente non sempre
hanno un'onestà adamantina e a questa regola non fanno
eccezione i dirigenti del Centro dell'Eternità, uno dei
quali, Marcus Appleton, coadiuvato da un altro collega,
architetta un piano per impadronirsi dei beni dei
defunti. Un giorno, Frost viene malauguratamente in
possesso di un documento scottante, che rivela
l'attività criminosa di Appleton. Ma questi non gli dà
il tempo di smascherarlo, gli lancia la falsa accusa di
aver sabotato il programma di risurrezione del Centro e
lo fa condannare a una pena severissima: il bando dal
consorzio umano e civile. Solo e senza mezzi, nutrendosi
di rifiuti e dormendo in scantinati pieni di topi,
lottando per sopravvivere contro altri emarginati come
lui, Daniele Frost alla fine riesce a cavarsela. Lo
aiuterà nella lotta per far emergere la verità,
l'avvocatessa Ann Harrison, che si è innamorata di lui.
La vicenda che fin qui abbiamo esposto, costituisce solo
lo strato superficiale, la cifra esteriore, il semplice
canovaccio narrativo di Infinito. In
realtà, tutto l'interesse di Simak è focalizzato su un
tema di natura squisitamente teologico-religiosa:
l'immortalità. Può permettere Dio, in un futuro
prossimo o remoto, che l'uomo raggiunga, con i mezzi
della scienza, l'immortalità fisica? L'altra
immortalità, quella autentica di cui parlano tutte le
religioni del mondo, sarà definitivamente soppiantata?
Quale ruolo è chiamata a svolgere la scienza di fronte a
tale angosciante problema?
Coerentemente con la sua concezione filosofico-religiosa,
Simak difende il credo della Chiesa nel destino
ultramondano dell'uomo, come dimostrano le seguenti
parole messe in bocca ad uno dei personaggi che affollano
il romanzo: "Sono i vostri discorsi
sull'immortalità fisica che hanno condotto a questo.
Perché la gente dovrebbe leggere ancora la Bibbia, o
credere in essa, o credere in qualsiasi altra cosa,
quando c'è la promessa legale
legale, noti bene,
non spirituale!
dell'immortalità? E come potete
promettere l'immortalità? L'immortalità significa
vivere all'infinito, e nessun mortale può promettere di
vivere all'infinito, capisce?" (p.133). Ma anche la
scienza, per Simak, non può non confermare quello che
sostiene la fede, come afferma un altro personaggio di Infinito,
la scienziata Mona Campbell: "[
] la
vita non viene distrutta [
]. La morte è la
trasposizione della cosa che chiamiamo vita in un'altra
forma" (p.241).
Indubbiamente, c'è in Simak una ricca e profonda istanza
umanistica, che però non riesce a pervenire al suo
sbocco naturale, cioè a intessere un rapporto
costruttivo con la scienza, nei confronti della quale
l'Autore tende ad assumere un atteggiamento di distacco e
quasi di fatalistica accettazione.
Antonio
Scacco
|
|