Racconto apparso su "La Collina" (n.1 - aprile 1980) e rivisto appositamente dall'Autore, per la cui gentile autorizzazione si pubblica.

IL MOSTRICIDA

                                          di      Inìsero Cremaschi

Il capitano Giannone si svegliò con la consueta emicrania e la bocca impastata. Pensò di rinfrescarsi il palato con l'acqua polverizzata al rum prima di salire alla cabina di comando. Era di nuovo il suo turno.

All'ingresso del corridoio D, venne incrociato da un esagitato gruppetto di passeggeri: - Comandante, senta! - Era la voce dell'ingegner Cavallini. Nel gruppo spiccavano le signore, e qualche ragazzina in tuta spaziale rosa, che lo chiamavano con la voce angosciata di un flauto otturato. Giannone fu costretto a fermarsi. Una signora avvolta in un elegantissimo kimono, magra come lo scheletro di un rodg venusiano, lo fissava con le pupille dilatate:

- Non posso più vivere con questo incubo. Comandante, faccia qualcosa.

La signora in kimono esprimeva il terrore collettivo. L'ingegner Cavallini, invece, protestava per principio: La pubblicità dell'agenzia di viaggi & crociere ci ha garantito ogni sicurezza. E adesso farò un rapporto molto circostanziato. Ammesso che si esca vivi da questa trappola invasa dai mostri.

- Quali mostri, ingegnere? Non c'è niente di anormale, sulla "Garibaldi". Tutto procede regolarmente.

Le relazioni con i passeggeri non erano la specialità del capitano Giannone. Ma fece del suo meglio per calmare gli animi, quindi tentò di raggiungere l'ascensore che portava in cabina di comando.

Si intromise un'altra lady, terribilmente ghiacciata e tagliente: - Ma è la verità, glielo assicuro. L'abbiamo sentito anche noi.

- Ma che cosa?

- Latrava, muggiva, soffiava. Le garantisco che è un autentico mostro alien. Si è rifugiato nelle stive. . .

La signora elegantissima e scheletrica, intanto, si avvicinava all'abisso di una crisi di nervi: - Oh, i miei poveri bambini che non rivedranno mai più la loro mamma!

Anche altre due signore invocavano l'aiuto dei capitano Giannone, e del padreterno, affinché i loro figli potessero godere ancora della luce dei loro occhi materni. Nel miscuglio di sospiri e frasi senza senso, spiccò la voce bianca di un ragazzino:

- Che bello!

- Che cosa, incosciente?

- Il mostro, no? Chissà come ha fatto a entrare nella nave? Mamma, me lo fai vedere?

- Se non stai zitto, ti stacco la testa a sberle.

- Va bene. Ma prima voglio toccare il mostro con un dito.

- Capitano, ha visto che c'è sul serio? Lo dicono anche i bambini, la voce dell'innocenza e della verità. Ci liberi dal mostro, altrimenti finiremo nelle spire dello spazio, e moriremo tutti. Morirà anche lei, comandante.

- A me non frega niente di morire dentro o fuori lo spazio. Io farò rapporto al Tour Operator. Parola di ingegner Cavallini!

Il gruppo dei passeggeri siera ingrossato. Quattordici adulti e sette ragazzi urlavano e imploravano. Chiedevano il libera nos a malo dalla terrificante presenza che si nascondeva nei meandri della "Garibaldi", esalando fino alle cabine il suo animalesco odore grasso, ruggendo furiosamente da far tremare le boccette del make up nelle borsette delle signore. Tre ragazzi, invece, piangevano perché, almeno per una volta nella vita, volevano vedere un autentico mostro spaziale.

Il comandante Giannone riusciva a dominarsi con molta fatica. Lentamente. anche nel suo cervello si stavano addensando ipotesi spaventose. Tentò di ritirarsi, ma i passeggeri gli chiusero di nuovo il passaggio. L'ingegnere gli mostrò il pugno. La signora scheletrica, in pieno delirio, era scivolata sul pavimento. Il marito le sosteneva la testa, mentre il figlio osservava con interesse scientifico gli occhi materni strabuzzati in un'espressione di orrore cosmico.

Il trambusto aveva richiamato i tenenti Farrell e Mancini, capitani in seconda, i quali imposero il silenzio. Quindi parlarono brevemente, esponendo la loro interpretazione sull'origine degli strani fenomeni che da qualche ora si succedevano a bordo. Anche loro li avevano avvertiti: erano tremolii insoliti, scuotimenti delle paratie, boati, vibrazioni elettromagnetiche alternate a qualche attimo dì paurosa sospensione.

- Signori, tutto dipende dalla parallasse che, come tutti sanno, è l'angolo compreso tra due visuali... cioè la distanza fra i due punti che si chiama base...

- Basta! Buffoni. Liberate la nave da quella creatura orripilante, quel mostro rosso...

- Come fate a sapere che è rosso?

- L'ha detto chi l'ha visto!

- Ma finora non l'ha visto nessuno. Signori, vi esorto alla calma e alla ragionevolezza.

La calma non venne. E nemmeno la ragionevolezza. Qualche pugno cadde sulle vòlte craniche, fra urli di dolore che fecero perdere definitivamente il bon-ton alle madame. Fu necessario l'intervento di un automa a rotelle che costrinse i turisti nella living room di prima classe. Ma l'ingegner Cavallini volle l'ultima parola:

- Siamo dunque arrivati alla violenza! Anziché debellare i mostri, si ricorre alla repressione contro di noi... Signori, voi siete tutti testimoni!

- Ingegnere, si convinca che i mostri non esistono. Comunque, non sulla rotta Terra-Planetoidi.

La protesta venne affogata nel tè con pasticcini. Il comandante Giannone dovette tenere una riunione ad alto livello. Appariva stravolto dalla tensione nervosa, dall'aria elettrizzata dei compartimenti stagni, dalla mancanza di aria, di moto, di luce naturale.

- Che si fa?

- Propongo di simulare una perlustrazione nelle stive, - disse il tenente Farrell. - Naturalmente alla presenza di una delegazione di passeggeri. Insomma, faremo un giretto e torneremo alla living room. Così il terrore verrà annullato...

- Però, quegli strani fenomeni esistono davvero! - meditò il tenente Mancini.

- Sciocchezze. La "Garibaldi" è in rodaggio, e qualche assestamento alla struttura è inevitabile!

Lo staff della nave optò per una perlustrazione senza passeggeri. I cosmomarinai scesero scalette a chiocciola, superarono le sale macchine, si infilarono nella botola pneumatica che limitava il sud e il nord della "Garibaldi". Procedevano nel buio. Il mostro, se c'era, non avrebbe dovuto accorgersi del loro arrivo.

- Avrà le branchie o i tentacoli?

- Silenzio, cretino!

Giannone fermò la fila dei marinai. Nessun rumore. Ma a qualcuno sembrò di avvertire un respiro profondo e molteplice, oltre il gruppo dei generatori, come di una creatura fornita di una dozzina di polmoni. Attraversarono la sala, in punta di piedi. Giannone diede l'ordine di accendere sincronicamente le torce a deviazione neutrinica: l'angolo si illuminò vivamente, un intrico di tubi, cavi, cosmografi, mappe, bolòmetri, bombole, sestanti celesti e casse di piombo coperte da ragnatele e polvere.

- Un'ombra!

Gli astromarinai erano vecchi lupi dello spazio, ma lenti di riflessi e di muscoli; condizionati da anni ai pigri movimenti imposti dagli interstizi delle cosmonavi, non furono lesti a slanciarsi in avanti, e l'ombra fece in tempo ad eclissarsi.

Giannone si avvicinò a Farrell: - Salga con Mancini attraverso il condotto dell'aria condizionata, e ridiscenda per lo scarico dell'aria viziata. Si ritroverà alle spalle del mostro, e noi lo chiuderemo in trappola.

- Ma. . . allora esiste!

- Non lo so. Ma qualcosa esiste.

- Comandante, non esageriamo. Sarà qualche topo. O qualche clandestino. Non è la prima volta che càpita.

- Tenente, faccia come le ho detto.

- Signorsì.

Farrell e Mancini non ebbero il tempo di risalire lungo il condotto d'aria, perché il capitano ricevette, via radio, una comunicazione di Pierotto, il capo macchinista: lo supplicava di correre, di precipitarsi, perché stava succedendo il finimondo.

Nella cupola di plancia si erano accesi tutti i segnali dell'emergency, e tutte le batterie gracchiavano: pericolo. Ma quale? Ancora non si sapeva. La situazione sembrava normalissima, ma quando Giannone tese l'orecchio sentì un tuono catarroso salire proprio dal profondo della stiva, poi un rumore secco e cadenzato come la goccia di un rubinetto. Il comandante si passò una mano sulla guancia barbuta, e avvertì l'irregolarità dell'aria vibrante, una elettricità che pulsava e scuoteva i peli della barba, gli orologi a quarzo, i cavi e tutti gli strumenti; i bolòmetri subirono un pauroso fading: le lancette guizzavano su e giù, a vuoto.

Giannone stava per perdere l'aplomb della presenza di spirito. Pierotto, vicino a lui, sudava mentre seguiva calcoli sul taccuino:

- Capitano, due motori si sono fermati. Mi sa che un ugello è intasato e che stiamo percorrendo una curva parabolica fuori programma.

- Lo vedo. Chiama Farrell e Mancini.

Quando Pierotto toccò una leva di acciaio, che proprio alla partenza aveva perduto il pomello isolante, mandò un urlo monstre. Il capo macchinista rotolò a terra: - Comandante, la scossa!

- Che cosa?

- La corrente! La "Garibaldi" è percorsa da una corrente elettrica, o elettromagnetica, o qualche altra diavoleria. . . c'è un contatto, insomma.

- Impossibile.

- Anche prima ho sentito la scossa. Chieda a Rokossowski, se non ci crede.

Rokossowski era un bel ragazzo ucraino dai capelli albini e la barba a doppia punta. Fumava tranquillamente la pipa, nella sua qualità di capo servizio, semisdraiato sulla poltroncina anatomica. - Si, capitano - confermò. - Credo di avere localizzato la fonte di energia. Viene dalla stiva G, ma non posso ancora dire di che cosa si tratti. Mi dà l'idea di una batteria sincrotronica o giù di lì, che produce emanazioni di onde sconosciute, simili a scariche elettriche.

- Da quanto tempo dura?

- In effetti, è un flusso a intermittenze. Si avverte l'emanazione per qualche minuto secondo, più o meno forte, e poi scompare.

Il capitano diede l'ordine che tutti gli uomini a disposizione lo seguissero nella stiva G. Fecero un lungo giro tra corridoi e ascensori per evitare le sale passeggeri. Ma a mezza strada incontrarono il maître, con una faccia da pogrom.

- Comandante - disse il maître, - c'è un altro guaio.

- Non ho tempo per altri guai, adesso.

- Succede che i passeggeri si sono tutti riuniti nella sala di prima classe.

- Meglio. Cosi staranno tranquilli.

- Comandante, anche quelli della classe turistica si trovano nella prima classe. Ci sguazzano, e non vogliono tornare al ponte inferiore.

- Li lasci dove sono. Non mi sembra il momento di badare al regolamento.

- Ma il regolamento è esclusivo e tassativo: soltanto i passeggeri di prima classe hanno libero accesso in tutti i locali della nave.

- Lo so, lo so, porcaccia di una costellazione! Ma a bordo abbiamo un corpo estraneo che sta per mandare a catafascio tutta la baracca. Ha capito o no?

- Ho capito, comandante, ma il regolamento dice che lei, con la sua autorità, deve intervenire per fare sloggiare i passeggeri della classe turistica. . .

Gli scrupoli classisti del maître avevano fatto perdere minuti preziosi alla spedizione. La pausa poteva essere fatale. Bisognava accelerare i tempi. Giannone e i suoi uomini si gettarono giù per le scale, e in 10" si immersero nelle tenebre della stiva G, nel silenzio profondo ed enigmatico dei magazzini annonari, fra casse di succhi di frutta, carne congelata e prosciutti di Langhirano. I cosmomarinai si divisero a gruppi di tre, procedendo nel mistero, con le spalle contro le barricate di legumi in scatola e latte condensato.

All'altezza dei sottaceti ebbero un sussulto: era apparsa una sagoma insolita, seguita da un guizzo luminescente, simile a un fuoco fatuo. Qualche cosmomarinaio tremava penosamente. Giannone doppiò la scorta di pere e susine, si avvicinò cautamente alla collina di riso e maccheroni. Non c'erano dubbi, qualcuno respirava nel buio, e una leggera scia fosforica si rifletteva sulle scatolette del succo di pomodoro. Diede l'ordine di sparare, e ali astromarinai spararono. Un rantolo inumano si alzò da un franare "angoissant" di pacchi e scatoloni di pasta.

- E' imprigionato. Attenzione, rimuoviamo il materiale.

Il mostro era tramortito. Giaceva appiattito quasi unidimensionalmente a terra, con un respiro affannoso che lo scuoteva da testa a testa. Gli astromarinai, con le armi puntate, guardarono con raccapriccio le dodici teste disposte circolarmente al corpo, le otto braccia-zampe molto simili a quelle degli scimpanzé, il corpo a ciambella col buco e una strana, nauseante coda bovina. Non era più grande di una capra. Nessuno capiva con quali mezzi di locomozione potesse muoversi.

Qualcuno voleva ucciderlo senza complimenti, ma il capitano si oppose: - Lo portiamo su, e lo isoliamo. Può essere un ottimo esemplare di studio. Il problema è come prenderlo, visto che emette scariche elettriche.

Rokossowski propose di usare un verricello isolato con materiale amorfo. L'idea fu accettata.

Quattro robusti cosmomarinai portarono il trofeo, tra gli sguardi inorriditi dei passeggeri. Ma i ragazzi saltavano, eccitati, e "coûte que coûte" volevano toccare il mostro.

- Indietro, incoscienti! Questo vi fulmina.

- Lo voglio vedere meglio, mamma, voglio vedere il mostro.

Le madri, col singhiozzo nella trachea, minacciarono i figli di trasformarli in poltiglia mutante, se non stavano zitti; e la creatura spaziale fu gettata con malagrazia in una cabina isolata, dalle pareti trasparenti. I ragazzi, e qualche adulto coraggioso, facevano la fila per ammirarlo:

- E' orribile. Pensa che poteva farci naufragare. Io dico che puzza. Macché, è pulitissimo. Io me lo sogno. Io svengo, aiuto. Hai visto che bel pelame lucido? Ma è nauseante! E incantevole, che occhi vivaci, avete visto? Saranno almeno cinquanta occhi. Che forma strana, però. Chissà come ha fatto a entrare, sto bestione peloso. Io lo so. Ma va' che non lo sai. Invece sì, èstato quando siamo sbarcati sull'asteroide. Ermes IV? Si, quando la guida aveva dimenticato aperto il portello 14, te lo ricordi? Sì, è vero, e il capitano urlava come un mostro. Il mostro ha avuto tutto il tempo per entrare. Forse c'è anche la femmina, e i piccolini. Chi ti dice che sia un maschio? Ma, così, a occhio. Figuriamoci. Be', finalmente succede qualcosa in questa spazio-crociera di vecchi bacucchi. Io lo voglio stereofilmare, quando si sveglia. Zitto, ha aperto un occhio. Ne ha aperti sei, dodici, ventiquattro... Ci guarda, mamma mia, che occhi neri, fa quasi paura. Io invece dico che ha più paura lui di noi.

La creatura extraterrestre sembrava rannicchiarsi su se stessa, quasi arrotolarsi, docile e silenziosa, attenta ai movimenti degli esseri umani che fluttuavano oltre la barriera trasparente; seguiva con curiosità le estremità dei ragazzi che le facevano gesti di saluto; il figlio della signora magra eseguiva grandi segnalazioni in alfabeto Morse, con la lontana speranza di essere inteso. Ma la capra non capiva.

- Ragazzi, perché non la battezziamo? Propongo di chiamarla Ketty.

- Bene, giocate pure, bambini. Mi pare proprio una bestia simpatica.

La "Garibaldi", eseguiti gli opportuni calcoli col cervello elettronico e fatta la prova col lapis, aveva ripreso la rotta verso il più vicino asteroide sopra il quale i turisti,accompagnati da un giovanotto distratto e indifferente, sarebbero scesi per cinque minuti, ad ammirare dal Kulm la flora e l'inesistente fauna di quel mondo abbandonato nel guazzabuglio di un universo in sfasciumi.

Anche il mostro,fatti gli opportuni calcoli sulla situazione, si mosse con prudenza, testa dopo testa. Ma ad ogni mossa sprizzava scintille dal pelame, come se migliaia di aghi emettessero corrente di energia. I motori, i cervelli, gli impianti della "Garibaldi" ne furono turbati. E quando Ketty cominciò a rotolare furiosamente tra le pareti della cella, l'astronave riprese il volo irregolare, i quadranti impazzirono di nuovo, il capo macchinista Pierotto non riusciva più a controllare la traiettoria del meraviglioso scafo che, ormai, percorreva a zig zag gli spazi incontamìnati del cosmo.

Fu chiamato il capitano; poi i tenenti; alla fine anche i sergenti. Si tenne consiglio, e la decisione fu unanime: - I biochimici e gli zoologi dovranno rinunciare a studiare questa specie. Dobbiamo sopprimere il mostro. Non è possibile isolarlo in modo da annullare gli effetti delle sue radiazioni.

Ma un ragazzo lentigginoso, dagli occhi azzurri e lo sguardo passionale, uscì dal suo nascondiglio e corse nella sala turistica per dare l'angoscioso annuncio: - Vogliono uccidere Ketty! - I ragazzi protestarono, decisi a non permettere l'assassinio. Intervennero anche gli adulti. L'orrore, in virtù anche del whisky e della vodka, era ormai passato; le signore più sensibili si erano riprese e giocavano a radiobridge, ornate di tutte le sfavillanti pierreries; i baldi giovani avevano ripreso la corte alle troppe ragazze della compagnia.

Quando tutti i passeggeri furono a conoscenza delle intenzioni mostricide del capitano, ci fu una esplosione di proteste e si organizzò istintivamente una marcia di opposizione.

Giannone chiese che cosa stava succedendo.

- Succede, caro capitano, che lei è un bruto.

La signora magra come lo scheletro di un rodg selenita fu particolarmente violenta: accusò Giannone di essere senza cuore: - Il mio bambino si è affezionato a Ketty.

- Ketty? E chi è?

- La creatura spaziale. Il mio Sirius la guarda e la studia con un interesse incredibile, e lei vuole ucciderla.

- Non sono io che voglio ucciderla; è necessario, ecco tutto. Altrimenti continuerà a interferire nella nostra rotta, con pericolo di farci perdere il controllo. . .

- Non sia cosí catastrofico. Una povera bestia innocua, cosí tranquilla. Ha visto che espressione di bontà ha negli occhi? Non le manca che la parola. E poi, è cosí pulita, cosí carina...

- Carina poi. Non fatemi ridere. Le sue radiazioni sono pericolosissime, possono fondere i catodi, intaccare i geni umani. . .

Perfino l'ingegner Cavallini perorò in favore di Ketty. Il capitano lo accusò inutilmente di essere un uomo contraddittorio, privo di carattere e di opinioni radicate. L'ingegnere si offese, e giurò che avrebbe esposto rapporto alla direzione dell'agenzia di viaggi: - Non sono mai stato insultato cosí bassamente, in vita mia!

Gli argomenti razionali degli uomini, le implorazioni delle signore, le urla dei ragazzi non servirono a niente. La morte della capra spaziale era stata pronunciata. I cosmomarinai dovettero di nuovo ricorrere alle armi.

Rokossowski propose un compromesso: anziché uccidere il mostro, avrebbero potuto espellerlo dalla "Garibaldi", lasciarlo al suo destino. Ma le donne si torsero le belle mani ingioiellate di clair de lune: - No, no, poverina, morirebbe subito, nel freddo siderale.

La disputa divenne incandescente. La conclusione era che non poteva restare a bordo. Ci fu una pausa quando il maître fece presente al comandante che i passeggeri con biglietto turistico non potevano trattenersi nella sala di prima classe. Giannone, con l'ultimo brandello di self control, lo pregò di allontanarsi. Il maître brontolò ancora che era proibito dal regolamento: - Il regolamento non si discute, e appena tocchiamo Terra io darò le dimissioni.

Col verricello isolante, Ketty fu sollevata dal suolo e gettata nella cabina di decompressione. Zampettava nell'aria, scaricava le sue ultime riserve magnetiche, spalancava gli occhi: in silenzio. Le donne piangevano senza ritegno. Rokossowski cercava di persuaderle che, in fondo, non si trattava che di un mostro, pericoloso per giunta.

- Non è vero, non è un mostro. E una simpatica bestiola.

- Ma se loro stesse, per prime, hanno implorato il capitano di eliminarlo!

- Quando? Lei si sbaglia.

- Proprio lei, signora, è svenuta all'idea del mostro.

- E vero. Ma io pensavo a un mostro autentico, come quelli che si vedono nei fìlm, non questa capretta che forse deve allattare i suoi piccoli.

- Si renda conto, signora, che si tratta pur sempre di un alien.

- Non è vero. Gli alien non sono mai esistiti.

Non riuscirono a tranquillizzare le anime ricche di sensibilità. Le donne singhiozzavano, colpite nel profondo dei loro istinti materno-protettivi. Gli uomini sparavano minacce di infernali denunce. I ragazzi, preoccupati degli ultimi guizzi del flusso energetico della creatura spaziale, si erano fatti incredibilmente isterici e davano calci a tradimento sulle rotule degli indaffarati cosmomarinai. Dal groviglio dei corpi, nello stretto spazio del corridoio, si scatenava una battaglia di urla e di colpi:

- I mostri non esistono, capitano. Se uccide Ketty, è lei il mostro. Lo sa che Ketty ha già fatto amicizia con mia figlia?

La capra era ormai sistemata nella cabina. Il capitano in persona premette il pulsante. Il portello esterno si spalancò, l'aria fuggí negli spazi vuoti e il corpo a ciambella, color rame tenero, della bestia extraterrestre fu risucchiato dal vuoto, guizzò un secondo al riflesso delle costellazioni, poi fu inghiottito dalle profondità.

I ragazzi diventarono silenziosi. Le donne, con gli occhi rossi e il maquillage disfatto, cercarono di consolarli. La signora magra volle l'ultima parola; si voltò verso il capitano, prima di ritirarsi nella cabina di prima classe, e puntò il dito:

- Mostro!

INÌSERO CREMASCHI, nato a Fontanellato (Parma) nel 1928, naturalizzato milanese, dal 1999 vive a Palazzolo sull'Oglio (BS), con la pittrice Elisa Clerici. Ha esordito con la poesia, vincendo il Premio Firenze 1959. Hanno fatto seguito nove romanzi, fra i quali Pagato per tacere (ed. Silva, 1962); A scopo di lucro (Mondadori, 1965, semifinalista al premio Strega 1966), Cuoio nero (Rizzoli, 1970) e Le mangiatrici di ice-cream (Fabbri, 1973); Dossier extraterrestri, con Gilda Musa (Rusconi, 1978); Il mite ribelle (Editoriale Nuova De Agostini, 1984), Premio Insula Romagna). Ha curato diverse antologie fra cui: Zoo-fantascienza (dall'Oglio, 1973), Universo e dintorni (Garzanti, 1978) e Futuro (editrice Nord, 1978), oltre a Cosa leggere di fantascienza (editrice Bibliografica, 1979). Ha al suo attivo una decina di originali televisivi, fra cui la riduzione di A come Andromeda di Hoyle, che ha segnato l'ingresso della fantascienza alla RAI-TV. Come critico letterario, è stato concuratore di "TuttoIibri TV" e ha collaborato a numerose riviste culturali e a quotidiani come il "Corriere d'informazione", "Paese Sera", "l'Unità". Su "Future Shock", ha pubblicato i racconti Nemico naturale (n.26), Il mostro cibernetico (n.29) e La frana (n.33).