Estratto da Sotto l’Ego Centrale dello stesso autore, volumetto (Torino, 1998)

GLI ETERNI

(Dis. di Vincenzo de Letteriis)

                                                       di   Guido Pagliarino

 

VITA ETERNA

"Cari studenti, era il 10 giugno dell'ormai lontano 2117 dell'Era Cristiana, nonché primo dell'Era dell'Uomo: anno fatidico che aprì un tremendo periodo di quattro secoli. Quest’era si chiuse solo una cinquantina d’anni fa; ufficialmente, 42 anni or sono, quando si tornò a contare gli anni secondo il calendario cristiano. Nel XXII secolo, cari studenti, la grandissima maggioranza delle persone era ormai rigorosamente materialista. I pochi superstiti credenti vivevano quasi isolati. Fu in tale clima che, in quel 10 di giugno, gli scienziati del Bertrand Russell di Londra, istituto di ricerca finanziato da due ricchi uomini d’affari, dopo anni di esperimenti prima sulle drosofile e altri insetti dalla vita brevissima e poi su cavie e topi, annunciarono al mondo l’invenzione del procedimento Blocco Deterioramento/Rigenera-zione/Riaggregazione Cellule, che fu poi detto popolarmente Vita eterna. Si trattava di un’invenzione fino ad allora giudicata scientificamente impossibile; eppure fu fatta. Si potrebbe ritenere, però, che si fosse trattato di puro caso. Non così, tuttavia, la pensano altri studiosi: fra non molto il chiarissimo Eugenio Serra, professore di Teologia, il quale ha cordialmente accettato d'intervenire oggi in immagine olografica alla nostra lezione, vi fornirà il suo parere, ben diverso dal mio, ma rispettabile. Vi esorto, cari allievi, come già vi chiesi ier l'altro, ad applaudirlo non appena il suo ologramma apparirà seduto al mio fianco; e mi permetto inoltre di rammentarvi che l'insigne docente, dalla lontana Università di Pechino, ci vedrà e sentirà proprio come se fosse fra di noi; vi invito, dunque, a un attento ascolto nel più perfetto silenzio. Riprendo: fu per quell'inusitato traguardo scientifico che proprio il 2117 fu scelto, quasi al suo scadere, quale anno primo del nuovo calendario. La relativa legge fu votata, simbolicamente, il 25 dicembre di quello stesso anno, giorno proclamato festa del Natale del Libero Genio Umano, che divenne il 25 dicembre dell'anno I dell'Era dell'Uomo, periodo che noi storici, tanto i laicisti come me quanto i credenti, chiamiamo invece, ormai, Era dell'Antiumanesimo. Già nel 2, dopo alcuni mesi di generale entusiasmo, iniziarono i bisticci e, presto, si arrivò a gravissimi eventi con gran versamento di sangue. Il processo Vita eterna era talmente lento che ben pochi di coloro che s'erano messi in lista potevano fruirne; ed era talmente costoso che ne restavano comunque escluse moltissime persone. Potevano goderne solo pochi magnati, per primi i due che avevano finanziato la ricerca, nonché alcuni importanti uomini politici oltre, ben inteso, gl'inventori e i loro parenti. Tutti gli altri, a parte quei pochi credenti che miravano a ben altra Vita e ai quali esistere eternamente sulla Terra non interessava affatto, non potevano certo essere d'accordo. Ci furono molti attentati, sia da parte di ricchi contro altri ricchi in lista d'attesa, per diminuire il numero dei concorrenti, sia di fanatici terroristi politici, attuati contro i miliardari che non erano stati, fino ad allora, sottoposti al procedimento e che dunque potevano ancora essere uccisi: quanto a quelli che già l'avevano superato, erano ormai del tutto immortali. Essi non potevano essere ammazzati in nessuna maniera! Pare incredibile, ma è così: ne dirà di più, fra poco, il professor Serra. I terroristi politici attentarono pure alla vita di tutti i parenti dei ricchi uccisi, anche se non ancora in lista. Perché? Per ottenere che i denari degli assassinati finissero legalmente in eredità allo Stato; e pretendendo, con la minaccia di attentati ai politici, che si istituisse con quei soldi una pubblica Lotteria della Vita eterna, affinché ciascuno potesse avere, almeno, una minima speranza di eternità. Insieme agli attentatori, anche molti comuni cittadini, possibili beneficiari, la richiedevano a gran voce. Però non vennero affatto esauditi. Furono invece alcuni politici non ricchi a sufficienza ad appropriarsi di quei denari e a porsi essi stessi in lista d'attesa. Intanto s'erano moltiplicati i furti e le rapine ai danni dei miliardari, sovente attuati da bande di decine di persone che, non appena compiuto il crimine, quasi sempre s'uccidevano fra loro per il bottino, solitamente insufficiente a pagare l'eternità per tutti loro. Tutto questo, come avevo premesso, durò per quattrocento anni. Durante i primi tre secoli, un mondo sempre più insanguinato. Poi, un poco alla volta, quelle violenze andarono diminuendo fino a scomparire del tutto. Perché mai? Perché era accaduto che gli eterni, col passare del tempo, sempre di meno fossero apparsi agli altri come dei privilegiati. Anzi, nel corso delle generazioni, i comuni mortali li avevano visti intristirsi sempre di più, fin quasi alla disperazione! Gli ultimi casi di violenza, e solo più da parte di alcuni sprovveduti, si ebbero una cinquantina d'anni fa: sono episodi che i vostri nonni certamente rammentano ancora. Cari allievi, meditate su quegli orrori! Considerate quanta superbia può esserci, a volte, nella scienza! Oh... bene, lascio senz'altro la parola al professor Eugenio Serra, che sta apparendo proprio adesso al mio fianco in forma olografica".

* * *

"Cari ragazzi", attaccò il cattedratico dopo aver pregato gli studenti d'interrompere il loro fluente applauso, "verrò sùbito al dunque perché, purtroppo, per il gran numero di utenti di trasmissioni olografiche interagenti la Compagnia delle Telecomunicazioni concede a ciascuno non molto tempo: Come mai si affievolì e poi cessò del tutto la lotta per conseguire la Vita eterna? Perché mai tutte le sostanze e gli strumenti necessari al procedimento, nonché le formule, vennero infine distrutti dai loro stessi custodi e senza neppure attenderne l'ormai certo ordine delle autorità? Ebbene, semplicemente perché, poco alla volta, fu chiara la sofferenza che provavano gli eterni, quella che fu poi detta la loro Noia. Non solo noia nel senso corrente ma anche e soprattutto in quello classico di tormento. Più ancora, nel senso addirittura di Inferno! Ma sia ben chiaro che quest'ultima mia affermazione è indirizzata solo a chi di voi sia credente, perché io intendo proprio dire Inferno, in senso stretto! Dunque, se qualcuno dei presenti è ateo, è liberissimo di non ascoltarmi e di pensare a tutt'altro. Come dicevo, col passare dei secoli gli eterni furono presi da sempre più insopportabile avversione per la vita. Questa infatti, pur sempre, non risparmiava loro né le sofferenze psichiche né quelle fisiche. Se un eterno, per esempio, subiva un rovescio di fortuna, rischiava di passare il resto dell'eternità come un barbone. Se perdeva una mano in un incidente, gliene cresceva sì un'altra ma fra atroci sofferenze. Oppure, se soffriva d'emicrania congenita, che pare proprio sia del tutto incurabile, questa gli sarebbe tornata e tornata per sempre. Inoltre è ben vero ch'essi non dovevano più sopportare l'ansia della morte, ma quest'ultima, dopo una ormai troppo lunga esperienza nel dolore, era stata sostituita, e forse più gravemente, dall'angoscia di una eternità di sofferenze. Va ricordato a questo punto che il procedimento Vita eterna era qualcosa di quasi assurdo, assolutamente contrario alle leggi naturali. Il suo meccanismo era rimasto tutto sommato oscuro agli stessi inventori. Essi semplicemente avevano puntato ad allungare la durata dell'esistenza, non ad eliminare la morte. Invece la loro scoperta, se così si può chiamare ed io lo nego, l’aveva abolita. Proprio così: un fatto ascientifico. Ebbene: io affermo che qualcosa o, meglio, Qualcuno era intervenuto in modo soprannaturale affinché quel processo impossibile funzionasse. Chi di voi ha un’altra spiegazione me la può fornire! …Bene, visto che nessuno contesta, faremo adesso una breve considerazione teologica. Vi ricordate cosa s'intende con essenza del peccato originale? Certo non si tratta di un atto sessuale, come invece ancora credono gli ignoranti di teologia, bensì di un puro atto di superbia. La superbia di volere essere simili a Dio! È il peccato che non solo Adamo ed Eva ma moltissimi esseri umani commisero e commettono: la superbia di credere che l'uomo sia il centro del mondo; una ribellione contro il Creatore. Questo è il sommo peccato che, quando non ci si penta in tempo, conduce all'Inferno. Bene, ciò premesso, state ben attenti! possiamo finalmente avviarci verso la conclusione. Chi fu più superbo ed ateo degli eterni? Io credo nessuno. In secondo luogo, e questo come potrebbe mai apparire un fatto scientifico, umano?! essi sono assolutamente indistruttibili. Alcuni di loro, nessuno ne rida anche se vi apparirà ridicolo! a un certo punto, colmi d'angoscia, tentarono ogni strada per morire, prima sotto anestesia poi, pensando che proprio questa fosse la causa del loro fallimento, rinunciandovi: taglio del capo, esplosione di bomba, fame e sete, affogamento, chiusura stagna in camere senz'aria... Alla fine, nulla ottenendo, questi eterni s'accordarono e tentarono di farsi annichilire tutti assieme da una bomba nucleare... Non ridete, per favore! È un fatto tragico. …Grazie. Dicevo dunque: sembra assurdo ma essi, anche in quell'estremo caso, dopo essere stati ridotti a meno che atomi si ricomposero, del tutto incolumi. Provata dunque la loro assoluta indistruttibilità, è corretto dedurre che, anche quando un giorno il Sole collasserà, quando la nostra Terra sarà morta, anzi addirittura quando l'intero universo, per l'inversione del Big Bang, tornerà infine nel nulla, quegli eterni dannati continueranno ad esistere, nell'interminabile Inferno di quello stesso nulla! Un Inferno senza essere prima morti? mi chiederete. Nossignori. Sappiate infatti che il procedimento Vita eterna, ma meglio lo si chiamerebbe Morte Eterna, contemplava, come passaggio necessario, proprio la morte: per un istante solo, ma morte vera, anche cerebrale. Solo poi avveniva il richiamo in vita, alla Vita eterna. Aggiungerò ancora un concetto, a maggior conforto della mia tesi, e poi vi saluterò: dove si potrebbe mai situare lo stato infernale se non al di fuori di Dio cioè al di fuori dell'Essere che è come dire dell'Eterna Infinita Felicità Trascendente? Dunque quello stato non può trovarsi che nel nulla o… nell'immanente! che continuerà, per così dire, ad esistere, con quei dannati ma, per il resto, come vuoto nulla, anche quando l'universo sarà imploso. Oh… mi scuso, vedo che il nostro collegamento sta rapidamente svanendo. Arrivederci a tutti".

* * *

Tra le ovazioni, l'immagine del cattedratico si dissolse.

Questa volta però non tutti gli studenti avevano applaudito: non quattro atei, non due nipoti di eterni e non una giovane nota a tutti per il suo animo grande, che fu anzi sentita dire alla vicina: "Eppure io credo lo stesso che alla fine dei tempi anche quei disgraziati… Il loro potrebbe essere solo un Purgatorio, no? Quanta superbia può esserci, in certi teologi!".

 

UN PROGETTO ILLOGICO

"Come già saprete dal vostro docente di Teoria della Scienza e come è pacificamente accettato da più di seicento anni, Karl Raimund Popper stabilì che ogni congettura, per potersi definire scientifica, debba essere suscettibile di essere falsificata: così, ad esempio, era sì filosofica, ma non scientifica, l'ottocentesca psicoanalisi, perché il concetto d'inconscio, per definizione, non è sperimentabile e, quindi, non si può scientificamente falsificare. Viceversa, era certamente scientifica l'ipotesi cosmologica geocentrica perché poté essere falsificata con certezza da Isaac Newton. A sua volta era scientifica la teoria niùtoniàna perché poté essere ridotta a semplice caso particolare della più ampia teoria einsteiniana; e pure quest'ultima era scientifica in quanto, ed è ciò che in definitiva qui ci interessa, fu parzialmente abbattuta dal Gruppo Posteinsteiniano dell'Università di Torino che, grazie alla sua scoperta delle onde ultrafotoniche, dimostrò nel 2615, giusto due anni fa, la possibilità di superare, in teoria infinitamente, la velocità della luce; ed è proprio su questa scoperta che..."

La campanella di fine lezione aveva sonato; e Otto Bauer, cinquantenne ordinario di Astrofisica Posteinsteiniana all'Università di Berlino, nonché direttore dell'Ente Ricerca Spaziale, troncò immediatamente la lezione: "Il resto alla prossima puntata", disse a mo’ di saluto; e alzatosi con mossa nervosa, puntò a gran passi verso il suo studio. Era rimasto in ansia per quasi tutta l’ora perché, poco dopo l’inizio della lezione, la sua prima assistente gli aveva telefonato dell'arrivo di un plico della Commissione Fondi: la decisione ch'egli attendeva da mesi.

* * *

"Maledizione!".

Il docente fu udito per tutto il piano: "Asini fanatici! Credono di mandare al diavolo la nostra ricerca quei topi di sacrestia, quei sottosviluppati psichici!". Il Bauer, fino a un attimo prima del tutto porporino per l'eccitazione, tanto sul viso e sul collo che sulla testa completamente calva, non appena letto il plico era sbiancato, poi era rimasto senza parole per tre secondi buoni, con la fulva barbetta caprina che gli tremava insieme al mento, infine era esploso. Inconcepibili infatti, per lui, sia il responso sia la motivazione: a lettere maiuscole, addirittura, come per offenderlo!

Si respinge la richiesta di fondi perché

IL PROGETTO È MANIFESTAMENTE ILLOGICO.

Il Presidente della Commissione

Prof. Dr. Marisa Zanti

"Io la strozzo, quell'imbecille", finì di sfogarsi il deluso ricercatore e abbatté il corpaccio sulla poltroncina della sua scrivania.

La sua assistente, realizzando sulla memoria di tante altre crisi di nervi di quell'irascibile che, a quel punto, la scarsità d'aria nei polmoni gli avrebbe impedito di zittirla, finalmente intervenne: "Scusi, professore, ma mi pare sia previsto un ricorso, non è vero?".

"Mm...", grugnì, o quasi, l'altro; e non rispose.

Già, questo è il momento in cui deve tenere il broncio, pensò, trattenendo un sorriso, la dottoressa; e lo lasciò tranquillo, recuperando dalla scrivania del suo direttore una tesi di laurea di cui era correlatrice e fingendo, lì in piedi, d'iniziare a leggerla. Come s'aspettava, dopo un poco il professore parlò: "Lei capisce, cara Steiner, che questo c'impedirà, chi sa per quanto, di cercare la vita extraterrestre. Eppure, con la nuova possibilità di lanciare nello spazio onde ultrafotoniche sono certo certissimo che, a differenza che con le lentissime onde radio, questa volta avremmo successo. Purtroppo, sono quasi altrettanto sicuro che la risposta al nostro ricorso sarà di nuovo negativa".

"Non capisco proprio perché abbiano detto di no".

"Lo capisco io!" s'adirò di nuovo: "Per ragioni, ma pensi un po' lei! re-li-gio-se. Si rende conto che razza d'idioti? Per ragioni religiose!".

"Scusi l'ignoranza: cosa c'entra la religione?".

"La sua non è affatto ignoranza: è la loro che è ignoranza! Sono convinto che quella commissione di bigotti, perché, come lo è notoriamente la presidente, lo saranno di certo anche tutti gli altri! ha avuto paura che noi avessimo successo, vanificando così la loro fede: pensi dove andrebbe a finire il loro credo se noi scoprissimo esseri intelligenti di altri pianeti".

* * *

"Maledizione! ma la Zanti ha davvero così tanto da fare?!": Il professor Bauer attendeva da venti minuti, in piedi, nel corridoio dell'ultimo piano del Ministero della Scienza; come una sentinella s'era piantato davanti alla porta dell'ufficio della presidente della commissione.

Un'ora prima, era saltato su un suborbiter di linea in partenza per Parigi: voleva, anzi pretendeva! immediate spiegazioni; e guai se non fossero state esaurienti.

"Lei non ha appuntamento", commentò con voce incolore il cyborg usciere al piano: "È già gran cosa che la professoressa abbia accettato di riceverla".

Sulla faccia dello scienziato s'accese un'espressione cattiva. Mosse di scatto verso la macchina piantandole gli occhi negli obiettivi. Il cyborg indietreggiò un poco; però se il Bauer, sulle prime, aveva sofferto d’una qualche cattiva intenzione, non soltanto, giunto davanti all’usciere, non l'espresse ma, trapiantandosi sulla bocca un sorriso, gli parlò con forzata mitezza: "La prego di sollecitare. Mm... Sarò riconoscente".

"Così sì!" approvò il cyborg; e andò a bussare all'uscio della presidente; poi, dischiudendo la porta senza aspettarne l'invito e ficcando la testa nella stanza, sussurrò: "Quel Bauer...".

"Sì, ho finito", rispose ben forte una voce femminile: "Ho sentito le lamentele del professore, ma stavo appunto per riceverlo. Tra un minuto, fallo passare".

"Il signore è servito", disse il cyborg piantandosi davanti al Bauer e tendendo la mano destra, sulla quale il professore posò un soft-dream, dischetto appositamente sintetizzato dall’industria elettronica per i cyborg.

"Questo sogno l’ho già sognato", disse il cyborg con delusione, dopo avere esaminato la mancia.

* * *

La presidente, premio Nobel per la fisica, era una donna sulla settantina, asciutta, occhi cerulei, capelli candidi cortissimi, naso lungo e stretto, bocca sottile. Nessun trucco: unica superstite civetteria, la totale eliminazione delle rughe col metodo ambulatoriale Darendhörf.

Il Bauer, anche se ben sapeva che non gli sarebbe stato facile, s'era ripromesso di mantenersi tranquillo. Nel salutare la Zanti, riuscì addirittura a esprimere un bel sorriso: "Non capisco perché mai la nostra domanda non sia stata accettata, presidente: non ce l'avete mica spiegato! Francamente, non vedo proprio perché..."

"Perché si tratti d'un progetto illogico?" sorrise a sua volta la presidente dall'altro lato della scrivania, facendogli cenno d'accomodarsi.

"Appunto! Dopo la scoperta delle onde ultrafotoniche..."

"Non è questo il punto, professore. Si tratta di filosofia. Infatti..."

"Che cavolo c'entra la filosofia?! Mm… Mi scusi, non desidero essere scortese; solo capire..."

"Allora ascolti, se vuol capire": gli occhi le s’erano induriti un poco: "Il punto è che lei è un notorio ateo e ha voluto presentare una congettura dichiaratamente atea".

Il viso del Bauer s'abbuiò: "Ecco, proprio come pensavo!".

"Aspetti, professore, perché non ha proprio capito. Sappia infatti che quasi tutti i membri della commissione, a parte me e un altro, sono atei come lei; e il punto è proprio questo: che l'ateismo non si concilia affatto con l'idea che ci siano altre creature intelligenti".

"Ma che cosa racconta?! Caso mai è all'incontrario! Parliamoci chiaro: siete voi credenti che avete paura si trovino extraterrestri e che cada così la vostra bubbola religiosa!". Divenne paonazzo.

"Nemmeno per sogno, professor Bauer; e poi come avremmo potuto prevalere io e un altro solo membro contro dieci atei? Ma se adesso non si calma, senz'altro la congederò".

"Mm... Va bene, purché mi spieghi. Ma se non mi convincerà..."

"Mi darà un pugno sul naso?". Espresse una breve risata.

"N...no, naturalmente; ma nel ricorso che farò, certamente mi sentiranno!".

"È un suo diritto; e adesso, se vuole, ascolti: per quanto riguarda quei principi religiosi che lei teme, sappia, ma questo glielo dico a puro titolo informativo, che noi crediamo che la Rivelazione riguardi esclusivamente il genere umano e nulla dica, invece, degli altri innumerevoli progetti di Dio per l'universo, compresi possibili extraterrestri. Aggiungo che sarebbe meraviglioso incontrare altre intelligenze! Noti che ho detto possibili volutamente: se invece io fossi stata atea, avrei invece detto inverosimili".

Il Bauer scosse la testa con disapprovazione.

"Sì, invece. Faccia bene attenzione: perché la commissione ha ritenuto a maggioranza, professor Bauer, che secondo la sua stessa conclamata visione atea credere a creature extraterrestri sia illogico e che finanziarne la ricerca sarebbe stato un buttare via denari? Ebbene, va detto intanto che l'ipotesi di voi atei è che la vita sia nata per puro caso; non è vero?".

"Si capisce".

"… e lei sa quanto me che l'idea che in un universo unico, relativamente troppo piccolo e troppo giovane, il puro caso fosse autore della vita, e per di più intelligente, fu infine accettata da tutti come inverosimile: in base a quell'ipotesi non avrebbe dovuto esserci neppure il genere umano; e lei sa che sin dalla fine del millennio scorso gli scienziati atei si volsero a un'altra congettura, quella dell'esistenza di innumeri universi paralleli: solo in tal modo, infatti, si poteva continuare ad ammettere che, almeno su di un pianeta, la Terra, di uno di quegli innumerevoli cosmi fosse sorta per puro caso la vita e, oltretutto, intelligente. Ma se fu necessario immaginare biliardi e biliardi e biliardi di cosmi per ammettere almeno una vita intelligente sorta per caso, è del tutto ovvio che altre creature intelligenti, oltre all'uomo, e per di più nel nostro stesso universo, sono praticamente da escludere. Dunque, soldi buttati.

"Mm...".

"Solo l'ipotesi degli scienziati credenti, cioè che ci sia un Ente personale, un Dio creatore e ordinatore, rende non illogica l'idea di extraterrestri nel nostro cosmo" - il Bauer taceva, interdetto -; "e le assicuro di nuovo che io per prima vorrei che fossero scoperti e non solo perché sarebbe meraviglioso incontrare altre creature di Dio, ma perché sarebbe una prova sperimentale, cioè scientifica, che abbatterebbe la congettura degli atei e renderebbe credibile anche per loro l'esistenza del Creatore. Ecco perché, pensando che fossi stata io a bocciare la sua richiesta, lei ha sbagliato appieno".

"… ma s’io fossi stato invece un credente?".

"I membri della commissione sono persone rispettose delle altrui coerenti congetture. Come uomini di dubbio, perché scienziati, sanno bene che non sono popperianamente scientifiche né l'ipotesi degl'innumeri universi né quella dell'Ente creatore, in quanto non sono sperimentabili né quegli altri cosmi né Dio; semplicemente, sono accettate in assenza di altre congetture verosimili; e hanno il 50% di probabilità ciascuna: proprio, di nuovo, come al tempo del matematico Pascal e della sua scommessa su Dio al 50%! Se lei fosse stato credente, professore, certamente, in nome del dubbio scientifico e della logica, anche la maggioranza atea della commissione le avrebbe risposto di sì, non avendo da opporre che il proprio pari 50% a-scientifico; ma così, quando lei per prima si dichiara ateo..."

"Un'ipotesi al 50%, vero? Mm... dopotutto, è un'idea che si potrebbe anche considerare. Anzi, senz'altro, avvalendomi del diritto d'appello, presenterò una nuova congettura secondo un'ipotesi deista. Ma lei è proprio sicura che poi i fondi me li daranno, non è vero?".

LA SPIRALE D’ORO

"La Spirale d'Oro, signor giudice, era certamente la più ardua mèta accademica della Terra, così dura a raggiungersi che, prima di me, nei cinquant'anni dalla sua istituzione nel 2568, appena un centinaio di persone era arrivata al traguardo. Era un obiettivo splendido: il superlaureato aveva diritto, vita natural durante, a un'altissima rendita; con questa, avrebbe potuto proseguire le proprie ricerche serenamente, senza più alcuna necessità di lavori mercenari. Fin da ragazzo, l'avevo sognata, sin da quand'ero un garzone sedicenne nella bottega dei miei genitori a Modena: armi laser d'autore. Non che quell'arte mi dispiacesse. Anzi, non mi limitavo a eseguire i progetti ma tante volte apportavo migliorie di mia invenzione a molti modelli di fucili e pistole. Il mio sogno, però, era di giungere infine alla ricerca teorica pura, a tempo pieno. Per questo dedicavo allo studio le ore serali e ne rubavo molte al sonno. Pagavo, spendendovi quasi intero il mio salario, le tasse di primarie università del mondo, in America e in Asia. Potevo frequentarne almeno in parte le lezioni nel corso della notte, approfittando dei diversi fusi orari di quei continenti e grazie all'apparecchio che mio padre m'aveva regalato, il Teletrasporto Istantaneo Esseri Viventi Green-Beruschi. Così, col passare del tempo, esame dopo esame, conseguita la maturità generale a Bologna, ottenni prima la laurea in matematica e fisica a Princeton e quindi il dottorato superiore in filosofia universale a Tokio. Avevo ormai trent'anni. In tutto quel tempo non m'ero concesso un solo svago. Ero stato talmente preso dallo studio che non avevo neppure frequentato donne ed ero rimasto scapolo; si potrebbe dire: come un monaco del sapere. Intanto, ormai defunti mio padre e mia madre e ereditata la loro bottega, per mantenermi ne avevo proseguito l'arte, ottenendone buoni redditi e mantenendo la libertà del mio tempo da inflessibili orari: non ne avrei avuto di certo altrettanta se avessi scelto una professione dipendente, fosse pure quale ricercatore in qualche istituto; anche se, per contro, sarebbe stata sicuramente un'attività di maggiore prestigio, rispetto a quella d’armaiolo; ma questo non m’importava. Per altri venti interminabili anni, ancora studiai e studiai per prepararmi alle quasi insuperabili prove per la Spirale d'Oro: studiai e fabbricai armi, fabbricai armi e studiai. Finalmente pronto, all'inizio dell'anno scorso sostenni e passai i tre previsti livelli d'esame a Mosca, Roma e Parigi e discussi la tesi generale a Oslo; ed ebbi infine il mio superdiploma! Avevo ormai compiuto i cinquant'anni. Non appena cominciò a giungermi la ricca rendita della Spirale, liquidai la bottega, col ricavato acquistai attrezzature scientifiche e affittai un efficiente ed ampio laboratorio a Cambridge; e finalmente, mi dedicai alla ricerca pura, puntando questa volta al Premio Nobel. Ma il bel sogno non durò! Appena due mesi dopo, signor giudice, scoppiò la guerra e fummo invasi; e uno dei primi provvedimenti del governatore militare fu, come purtroppo la nuova legge consente, di indirizzare a proprio maggior stipendio tutte le rendite della Spirale d'Oro. Per vivere, cercai allora, ma vanamente! un impiego adatto alla mia preparazione: tanto negli istituti di ricerca e nelle università quanto nelle industrie, troppi giovani a fare la fila, con la bava alla bocca! Lei lo sa come sono quasi tutti i ragazzi oggigiorno: se solo provi a metterti in concorrenza con loro, t'aspettano con un sublimatore e ti fanno sparire! Per mangiare, non avendo più denaro, fui costretto a vendere le mie attrezzature usate, per quattro soldi; d'altronde, non potendo più pagare il fitto del laboratorio, non avrei nemmeno saputo dove custodirle. Finalmente, essendo uno dei pochissimi esperti d'armi d'autore, trovai lavoro presso un giovane armaiolo di Londra, che aveva appena rilevato da altri la sua bottega e sapeva il mestiere poco e male: riprendendo così, ma da salariato, il lavoro di prima. Insomma, ben altro, ormai, che le mie amate ricerche! Tutta una vita spesa per nulla; anzi, addirittura per discendere da padrone a dipendente e agli ordini di un pivello, per di più. La mia rabbia montava, e montava, e montava. Alla fine, quattro giorni fa, essa scoppiò. Saputo che il dì seguente, anniversario della conquista, il governatore sarebbe sfilato con altri dignitari per Regent Street, presi uno dei fucili della bottega e mi appostai a una finestra delle soffitte della biblioteca civica che avevo raggiunte nascostamente. Quand'egli passò, tutto pomposo, sulla sua slitta ad aria, gli saettai giù un raggio abbruciante, nell'intento di fargli una bella scriminatura al centro della testa. Mi creda, volevo solo che soffrisse un po', non certo ammazzarlo: checché ne pensi il signor pubblico ministero, il raggio abbruciante non uccide. Per il governatore, sarebbe stata una ben misera punizione a confronto della mia sofferenza spirituale; e oltretutto, signor giudice, lo mancai! In verità, ora che la mia ira è sbollita, ne sono davvero felice. Avevano ragione i miei genitori: mai la vendetta. Essa è nemica della giustizia; e spero che lei, signor giudice, voglia comprendere la sincerità del mio pentimento. Una cosa è comunque certissima, e la prego vivamente di credermi: la ribellione politica non c'entrava proprio per niente!".

* * *

Dopo molte ore, il magistrato rientrò in aula con la sentenza.

"L'imputato si alzi!".

Come prescritto, il giudice lesse con voce tagliente: "Imputato Roberto Ferrari, la giudichiamo... colpevole! e la condanniamo a trent'anni di lavori forzati nelle Miniere Luride di Titano. La seduta è tolta".

Il condannato s'accasciò sulla sedia, la testa fra le mani, affranto.

Il magistrato allora, invece di uscire lo mirò a lungo; poi, con voce addolcita, gli disse: "Ho una figlia che ama come lei la sapienza ed è ormai prossima alla sua terza laurea. Ho dunque ben compreso i suoi sentimenti, dottor Ferrari; ma per un attentato a uno di noi, non sono previste attenuanti. La legge è legge e un giudice non può disattenderla. Un giorno...". Qui si trattenne. Avrebbe voluto aggiungere: "... forse, noi magistrati riusciremo a ripulire legalmente i pianeti da quei politici ladri, spocchiosi e guerrafondai che fanno leggi soltanto a loro tornaconto e protezione e rubano alla gente onesta inducendola all'anarchia; ma per ora siamo ancora troppo disuniti".

Il condannato alzò finalmente il capo e guardò il giudice Virih Tril: forse si trattava soltanto di un effetto ottico; eppure, gli parve proprio che in uno dei quattro occhi di quel probo magistrato brillasse una lacrima e che entrambe le sue bocche tremassero un poco.

IL RISCATTO DEGLI ETERNI

Il 2662 fu l'anno cruciale.

PROFESSOR BAUER BOIA! Ormai su migliaia di muri campeggiava l'ingiuriosa scritta nelle più diverse linguedialetto, dal Neogallico all'Italiota, dall'Allemannico all'Espalìndo, dal Mandarcìno al Nippanglo; o in una delle due lingue universali, Neoanglomùndi e Latino: sotto quell’ingiuria, a volte, era scritto: Her'Hom'lov'hearth - Hic est patriae amans: Qui c'è un patriota. A un certo punto, cominciarono ad apparire anche scritte in Larkuano.

La Terra era scaduta a colonia da quasi mezzo secolo, preda dei Larku, popolo imperialista d'una lontana galassia: quattr'occhi, di cui due normalmente aperti solo al buio, sensibili agli infrarossi, una coppia di bocche, ma quella superiore solo apparente, con esclusiva funzione di naso; per il resto, gli extraterrestri erano del tutto come gli esseri umani.

Tutta colpa, e vergogna, del professor Otto Bauer dell'Università di Berlino, quell'incosciente che, dopo la scoperta dei raggi ultrafotonici da parte del Gruppo post-einsteniano dell'Università di Torino, ne aveva spediti a raggiera nello spazio a velocità superluce, per contattare altre possibili specie intelligenti. Ai bellicosi Larku, una volta raccolti quei messaggi, non era parso vero d'aver rinvenuto, senza sforzo, un nuovo mondo abitabile da assoggettare e, preparata la guerra, dopo un paio d'anni, tempo terrestre, erano apparsi in forze nel sistema solare colle loro astronavi superfotoniche.

Si racconta che, nel frattempo, lo scienziato avesse atteso invano risposte da extraterrestri, alla fine lamentandosene quasi di continuo e lanciando sempre più spesso al cielo una sua usuale invettiva: "Maledizione"! Sino a che la risposta gli era sì giunta ma nella forma di un raggio nemico che l'aveva sublimato insieme a tutto il suo laboratorio, per cui neppure aveva fatto in tempo ad accorgersi del suo successo. Ben misera consolazione per gli sconfitti terrestri ch'egli fosse stato punito dalle stesse creature che, proprio lui, aveva indirizzato alla Terra.

Contro i Larku non avrebbe potuto esserci che sconfitta: non solo avevano attaccato di sorpresa ma possedevano una tecnologia ben superiore. Solo su di un punto erano inferiori: i terrestri avevano da gran tempo i cyborg, umanoidi elettronici; loro solamente i robot, brutti e goffi; ma sufficientemente efficienti. Si sussurrava che si fossero astenuti dalla costruzione di cyborg per ragioni meramente religiose. Peraltro, possedevano vantaggiosamente armi e computer più sofisticati; e soprattutto, il popolo Larku viaggiava fra le galassie mentre i terrestri s’erano espansi appena per il sistema solare con lentissime astronavi a fotoni: velocità massima tre quarti circa della luce. C’era stata una sola puntata, con equipaggio cyborg, verso l'unico pianeta del sole Proxima Centauri, spedizione del tutto passiva perché quel mondo, una quasi-stella, s'era rivelato non solo inabitabile ma, a differenza di Marte e di alcuni satelliti di Giove e Saturno, del tutto intrasformabile in pianeta ospitale, con acqua e atmosfera terrestre: era stato un inutile viaggio a velocità subluce durato una ventina d'anni fra andata, esplorazione e ritorno.

Dopo la scoperta della forza ultrafotonica, non s'era fatto in tempo a progettare mezzi superluce; solo a lanciare i dannati segnali.

Quei briganti di Larku avevano colpito dappertutto, sulla Terra, su Marte e sui satelliti, fino alla vittoria. L’attacco era durato solo poche ore. I nemici avevano combattuto di persona, usando i robot solo per funzioni secondarie, mentre le forze armate terrestri avevano lanciato a difesa soltanto i cyborg guerrieri, immediatamente sublimati insieme ai mezzi da guerra che conducevano; e l'umanità si sarebbe per sempre chiesta: se invece di delegare quegli umanoidi elettronici senz'anima e dalla scarsa elasticità mentale noi stessi avessimo combattuto, avremmo perso lo stesso? Probabilmente sì, era stata ogni volta la conclusione, ma, almeno, non ci sarebbero stati né vergogna né rimpianti.

La resa era stata senza condizioni. I Larku avevano instaurato immediatamente i loro tirannici governatorati sulla Terra e sugli altri pianeti dell'uomo.

Popolo misteriosissimo, non s’era riusciti a sapere quasi nulla della sua storia. Di sicuro, si conosceva soltanto quanto i Larku non intendevano celare o, persino, volevano diffondere, notizie che le televisioni olografiche terrestri potevano, o dovevano, trasmettere: ad esempio, le riprese delle scritte ribelli sui muri con l'ammonizione che i colpevoli sarebbero stati rintracciati e atrocemente puniti. Si era saputo, tra le poche altre cose, che gli occupanti avevano un'unica religione, che chiamavano il Credo Misteriosofico; ed era noto, ché sovente i Larku lo invocavano anche in pubblico, ch'essi adoravano un dio che chiamavano Sommo sul Cosmo. Si sussurrava, inoltre, che considerassero sé stessi come degli eletti e che, per quanto riguardava i popoli soggetti, considerassero intelligenti, non eletti ma eleggibili per merito, solo alcuni dei colonizzati, che lasciavano alle loro precedenti cariche, se di secondaria importanza, oppure ammettevano a collaborare con loro in incarichi minori. La maggioranza dei conquistati veniva invece ritenuta, senz'altro, come un insieme bruto d'individui senz'anima. Si trattava, insomma, d'una filosofia religiosa iniziatica, simile all'antico, ma mai defunto, Gnosticismo dei terrestri. I Larku non avevano eretto alcun luogo di culto sui nostri pianeti. Si bisbigliava, ma non se ne aveva alcuna prova, che avessero i loro templi entro le astronavi in orbita. A turno, una volta ogni trenta rotazioni della Terra, pari a trentatré giorni larkuani, vi salivano coi loro teletrasporti, assai più potenti e sofisticati di quelli terrestri perché potevano condurre anche molti larkuani assieme riorganizzandoli perfettamente all'arrivo, senz'alcuna commistione di atomi di individui diversi. In quelle occasioni, essi indossavano vistosi paramenti. Gli occupati avevano inoltre constatato, dapprima sulla loro stessa pelle, che, come fra gli esseri umani, pure tra gli invasori c'erano i cattivi, egoisti e prepotenti, e i buoni, di solito altruisti e abbastanza pietosi anche verso il genere umano. Dopo qualche settimana, s'era saputo, di preciso, che quei guerrafondai dei loro dirigenti politici e militari erano senz'altro tutti fra i cattivi; anzi, fra gli spietati: questa notizia era stata diffusa, nel mezzo delle riprese d’una parata militare, da tutte le televisioni olografiche, verosimilmente su incarico diretto degli stessi capi larkuani, affinché la consapevolezza della loro cattiveria servisse a meglio mantenere l'ordine. Era inoltre stato trasmesso ufficialmente, sempre da tutte le televisioni, che, senza dubbio per interessate ragioni di ordine pubblico, i larkuani avevano concesso agli occupati una limitata autonomia, tanto religiosa quanto istituzionale: un po' com'era stato per gli antichi Romani nel loro impero. Naturalmente, tutto questo era stato pubblicizzato qual gesto di infinita magnanimità. Le nostre Chiese, dunque, non erano state disciolte, ma solo assoggettate a un tributo in denaro, col più assoluto divieto, pena la morte per i capi religiosi, di esprimere opinioni politiche. Per quanto riguardava i nostri centri urbani, gli amministratori fino al livello di sindaco, figura quest’ultima resa soggetta a un prefetto larkuano, erano rimasti terrestri; ma scelti fra coloro che i capi dei Larku consideravano, secondo l’eccentrico criterio dell’immediata sottomissione, intelligenti. Invece, i tribunali erano divenuti esclusivamente larkuani; e così pure per le leggi.

* * *

Al tempo dell'invasione io, Louis Villon, già vivevo da gran tempo coi miei simili, gli eterni, sull'atollo corallino di Paki-Hi, al centro del Pacifico. Vi eravamo stati costretti dalla legge, ormai da quasi cento anni. Essendo noi immortali, gli altri esseri umani avevano preso a perseguitarci: prima per invidia, poi, al contrario, per razzismo, nel disprezzo della nostra situazione: i mortali s’erano accorti della nostra disperata tristezza, che ci veniva dal dover vivere per sempre nel dolore umano, sofferenza ormai intollerabile, perché troppo a lungo sopportata; eravamo insomma stati considerati una sottospecie incapace di gioia.

Ci era stato consentito di costituire là sull'isola uno stato autonomo, autosufficiente sia grazie alle risorse di quella terra, potenziate coi moderni metodi fertilizzanti, sia agli apparati produttivi e ai cyborg che vi avevamo noi stessi condotto; infine, grazie al nostro limitato numero, neppure un migliaio di persone. Nessuno dei primitivi abitanti era rimasto su Paki-Hi. S’erano trasferiti altrove per ordine superiore, sia pure con in tasca le altissime indennità che il governo terrestre aveva loro assegnato. Tutt'attorno e sopra all'isola il governo di quel tempo aveva fatto istallare un campo di forza insuperabile dalla materia, che impediva a noi di allontanarci e a qualunque mortale di entrare. Nel corso d'un secolo, il mondo s'era dimenticato della nostra esistenza o, meglio, aveva voluto obliarci, cancellando la nostra memoria dai testi e dagli archivi elettronici di storia. Alcuni ancora sapevano che c'eravamo, ma volevano che non ci fossimo. Grazie alla televisione olografica le cui onde, anche se con qualche disturbo, potevano superare il campo di forza, noi avevamo invece notizie dal mondo; ed eravamo venuti a sapere della guerra e dell'immediata tirannia dei Larku. Avremmo incontrato direttamente gli occupanti solo qualche tempo dopo l'invasione: i Larku infatti, al principio, non s'erano affatto interessati a noi, forse, sulle prime, neppure rilevando la nostra minuscola Paki-Hi, sperduta nell'oceano e da tempo cancellata, per ordine del governo terrestre, da tutte le carte geografiche e da ogni elettromappamondo.

Va ora detto che, in tutto il tempo della nostra immortalità, e perciò pure in quello trascorso sull'isola, il nostro numero era rimasto invariato: infatti, dopo il processo Vita eterna cui ci eravamo, tanto tempo prima, volontariamente sottoposti, nessuno di noi aveva più potuto avere figli: la sterilità era stata l'effetto secondario che avevamo dovuto subire per ottenere di non invecchiare ulteriormente e di non morire mai: come poi mi sarebbe venuto di pensare, una metafora del nostro arido spirito.

La Vita eterna era stata una scoperta casuale, contro le stesse intenzioni dei suoi inventori che solo avrebbero voluto prolungare la durata dell'esistenza: scoperta talmente a-scientifica da venir considerata a mente fredda, da quasi tutti, un fatto assolutamente soprannaturale, anche perché non solo noi non si moriva più di vecchiaia o per malattie ma, neppure, per fatti traumatici: addirittura, qualunque incidente si subisse, foss'anche la perdita della testa o, addirittura, un'esplosione, e ne erano nate innumeri barzellette fra i mortali, sùbito noi ci si rigenerava, sia pure tra sofferenze tremende. Inoltre, essendo stati noi tutti degli atei materialisti, la nostra sofferta immortalità era stata vista, alla fine, come una condanna celeste. Quest'idea, peraltro, aveva indotto alla religione tanti mortali miscredenti; ma era ingiusta, perché considerava Dio non l'Essere dell'infinita misericordia, ma un gretto persecutore vendicativo. Eppure quei convertiti tenevano senz'altro la nostra disperata eternità sofferente come una punizione celeste per la nostra superbia; e una parte di quei cattivi credenti era giunta ad affermare che noi si vivesse addirittura la nostra sempiterna punizione infernale: così, a quanto sapevamo dalle televisioni olografiche, la nostra isola era stata popolarmente ribattezzata Inferno.

Pure noi eterni, prima o dopo, eravamo passati al Credo: avevamo infatti a nostra volta realizzato che la nostra ascientifica immortalità non poteva essere che un prodotto del Soprannaturale; ma sperando, o volendo non disperare, ch'essa non sarebbe durata per sempre. Devo dunque sottolineare che anche per noi, o almeno per i più, la conversione non era stata pura, ma aveva avuto a scopo quell'egoistica speranza. Anch'io ero fra questi molti credenti per interesse.

Fra noi immortali, ero uno dei più antichi. Pur apparendo come un trentenne, avevo infatti più di seicento anni. Ero stato, a suo tempo, un giovane multimiliardario francese; solo i ricchissimi potevano permettersi di sostenere il costo del processo ed io, allora terrorizzato dall'idea della morte, ero stato fra i primi a sottopormi al medesimo.

Come tutti gli altri, ero ormai stanchissimo della vita e desideroso di morire.

* * *

Un mese dopo l'invasione, quarantasei anni or sono e quasi cento dopo l'inizio della nostra reclusione sull'atollo, i Larku avevano preso possesso anche della nostra isola, abbattendone la barriera di forza. Ritenendo di non avere alcuna possibilità di sconfiggerli, non s'era potuto che accoglierli bene; anzi, su consiglio del nostro presidente annuale in carica Natale Gennari, un italiano di quattrocento anni e dell'apparente età di cinquanta che, un tempo, era stato un politico, avevamo, tutti d'accordo, dichiarato agli invasori d'essere prigionieri antigovernativi e d'avere in odio gli altri terrestri, ciò che, d'altronde, corrispondeva al vero; e avevamo accolto senz'altro le truppe larkuane come liberatrici, fra gli applausi. Tenendo i Larku in gran conto i collaborazionisti, eravamo dunque riusciti a guadagnarci la loro simpatia. Tutti eravamo stati dichiarati intelligenti e il Gennari era stato nominato sindaco; al suo fianco era stato posto, come prefetto, il larkuano Tropih Tril, che s'era istallato sull'isola con una cinquantina di armatissime guardie del corpo. Per iniziativa del nostro sindaco e su suo preciso ordine, ci eravamo tutti impegnati a non rivelare agli occupanti, finché non l'avessero scoperta da soli, la nostra immortalità: Non si voleva infatti che pure i larkuani prendessero a perseguitarci, anche se non per le stesse ragioni degli esseri umani: sapevamo infatti che la vita media degl'invasori era di circa quattrocento anni terrestri e supponevamo che avessero dunque, a loro volta, tutto il tempo di stancarsi talmente dell'esistenza da non avere alcun motivo per invidiarci: temevamo invece che fosse la nostra indistruttibilità a preoccuparli e a indurli a imprigionarci; mentre si sperava al contrario, e in effetti così era poi stato, che credendoci comuni esseri umani essi ci avrebbero consentito, come a tutti gli altri terrestri, libertà di movimento per il pianeta.

Affinché non fossimo sùbito scoperti, Natale Gennari, fin da quando era giunta notizia della vittoria dei Larku e si attendeva, di lì a poco, anche l'invasione della nostra isola, aveva immediatamente disposto perché si componessero e archiviassero false registrazioni di nascita per tutti noi e si stilassero, paralleli, i nostri documenti personali di riconoscimento, ove tutti, a seconda dell'età apparente, figurassimo nati sull'isola fra i venticinque e i settant’anni prima. Era stato un rischio, ma di successo; infatti, sino al 2662 gli occupanti mai si sarebbero accorti della nostra immortalità, fors'anche perché, ai loro quattr'occhi, i terrestri, sia anziani sia giovani, apparivano assai simili tra loro.

Il governatore Tropih Tril era il secondogenito del magistrato Virih Tril, giudice a Londra, che era diventato famoso o, dal punto di vista dei politici larkuani, famigerato. Mentre il figlio apparteneva alla categoria dei cattivi, il padre era fra i buoni; e, del tutto avversario del sistema tirannico della sua gente e degli intrallazzi vergognosi che i loro politici commettevano, Virih Tril era riuscito a organizzare un gruppo di magistrati che, una decina d'anni dopo l'invasione, aveva preso a metterne molti sotto accusa per attività antipatriottica, di fatto per furto continuato, ottenendo, sulle prime, non pochi successi. Ma ben presto gl'inquisiti, troppo forti per quei soli giudici, erano passati al contrattacco ed erano stati infine i magistrati a venire perseguiti per il reato di alto tradimento. Alcuni, come lo stesso Virih Tril, avvertiti in tempo erano riusciti a fuggire; gli altri erano stati giustiziati o inviati ai lavori forzati nelle Miniere Luride di Titano o negli Altiforni Naturali di Io, in mezzo agli abbrutiti e vendicativi detenuti terrestri: in conseguenza, nessuno di loro era sopravvissuto a lungo.

Quanto al figlio del Tril, sin dalla condanna in contumacia del padre s'era messo contro di lui; e ne aveva avuto un'importante promozione iniziando una rapida carriera che l'avrebbe portato a essere, dopo pochi anni soltanto, il Governatore della Terra.. Il suo posto sull'isola era stato preso da un altro funzionario larkuano, un certo Crakkih Spen, creatura di nessuna ambizione e dall'apparenza paciosa.

* * *

Tutti noi eterni, nonostante la libertà di movimento concessaci, avevamo continuato a vivere, di norma, su Paki-Hi, molti neppure mai allontanandosene, gli altri viaggiando talvolta, ma per breve tempo. Quanto a me, mi spostavo del tutto saltuariamente. Usavo ogni volta un teletrasporto esseri viventi acquistato dal mondo esterno dopo l'abbattimento della barriera di forza e che avevo ricevuto a mezzo del servizio posta-teletrasporto attivato dai Larku, pagando contrassegno; senza problemi perché, fin dall’inizio del nostro esilio, la valuta del nostro piccolo stato era rimasta quella stessa della Terra, l'unità platino, poi mantenuta in vigore dai larkuani.

* * *

Giunse dunque, come avevo premesso, il cruciale 2662, l'ormai da poco trascorso Anno della Ribellione.

Passarono ancora alcuni mesi senza che nulla di nuovo accadesse, a parte il proliferare sui muri delle scritte PROFESSOR BAUER BOIA - Qui c'è un patriota! fino a quando, era il 12 di aprile, qualcosa, successe.

Quel pomeriggio, ricordo, ero intento a leggermi la targhetta-libro del classico, finalmente ristampato, I miserabili, da poco acquistato a Parigi: la videolettura era una delle poche attività che, appassionandomi, riuscisse ad allontanarmi, per un poco, dal pensiero della mia immortalità.

Improvvisamente, saranno state le cinque, il teletrasporto ronzò: qualcuno chiedeva il permesso d'entrare, per suo mezzo, in casa mia. Vidi sul monitor che si trattava d'una terrestre sulla quarantina, non brutta anche se assai piccola, eurasiatica dai capelli crespi che indicavano, probabilmente, un qualche antenato nero; e quasi sùbito la riconobbi come la dottoressa Mitzuko Rossetti, sindaco di Roma, che alcune volte, negli ultimi tempi, avevo visto, alla televisione olografica, mentre presenziava a manifestazioni Larku. Mi posi dunque, mentalmente, sulla difensiva; poi schiacciai il pulsante dell'autorizzazione. Un secondo dopo, ella si materializzò nel mio studio.

"Il mondo vuole tutti voi!" esordì imperiosamente, senza neppure salutarmi.

"Vuole noi? Veramente io sono uno solo", scherzai, ma senza sorridere, anzi con viso niente affatto cordiale, guardandola fisso negli occhi: causa la loro persecuzione, i mortali mi erano davvero odiosi! Peggio, avevo sùbito compreso che, dicendo voi, s'era riferita a noi immortali. Infatti saettò: "Il mondo vuole voi eterni!".

Impallidii: dunque avevo capito giusto, questa mortale era fra quei terrestri che, nonostante il silenzio dei testi di storia, ancora sapevano di noi. Che intenzione aveva? Denunciarci agli occupanti?

"Non capisco cosa intenda dire", bluffai.

"Intendo dire", rispose secca, "che abbiamo bisogno di voi contro i nemici. Badi bene che, siccome mi sto esponendo, non esiterò a denunciare ai larkuani la vostra immortalità, se lei proverà a tradirmi. La guerra è la guerra!".

"Siete alla guerra?".

"Quasi".

"… e perché s'è rivolta proprio a me?".

"A caso, fra quelli di voi proprietari di un teletrasporto esseri viventi".

Solo otto eterni, oltre a me, avevano acquistato un teletrasporto; tutti gli altri preferivano i suborbiter di linea.

* * *

Roma era tepida sotto un bel sole primaverile e uno zefiro leggero e dolce spirava lungo i viali. S'andava a piedi, fingendo una tranquilla passeggiata vespertina.

M'ero costretto a fidarmi e avevo seguito la dottoressa Rossetti all'Urbe, col teletrasporto. Eravamo sbucati a casa sua, un grandissimo appartamento colmo di quadri antichi e decrepiti mobili d'antiquariato in un palazzo vecchissimo che aveva nome Barberini. Qualcuno, la Rossetti non me ne aveva detto il nome, ci attendeva segretamente, di lì a poco, entro il Vaticano. Dal tempo dell'invasione, questo non era più uno stato autonomo; ma, grazie alla politica d'interessata tolleranza religiosa del popolo Larku, era di fatto rispettato e nessun invasore vi accedeva senz'almeno annunciarsi, un po' come per il Sinedrio e per il Tempio di Gerusalemme al tempo dell'occupazione romana, a parte qualche eccezione. Però, i Guardiani Religiosi di San Pietro, come ora l'antica Guardia Svizzera era chiamata, erano del tutto disarmati.

Uno d'essi, di sentinella a una porta secondaria, ci fece entrare senza difficoltà: doveva essere stato preavvisato; ma non appena nell'atrio: "Aah!". Non avevo potuto trattenermi, mentre il sangue mi si era gelato: al centro della stanza, immobile, c'era... un larkuano!

L'extraterrestre mi parlò immediatamente: "Sono l'ex giudice Virih Tril, il ribelle".

Il mio sangue riprese calore.

* * *

Era stato nascosto ai suoi simili dal Vaticano, cui aveva chiesto asilo. Come lui, una trentina di sediziosi terrestri romani, individuati via via dagl'invasori ma, a differenza di altri, sfuggiti in tempo all'arresto. Tutti vivevano nei sotterranei, presso la tomba di San Pietro. Qui, dopo un periodo in cui era stato trattato dagli altri con diffidenza, e aveva pure dovuto subirne qualche sgarberia, Virih Tril, grazie alla mediazione d'un francescano, un religioso che fungeva da collegamento col mondo esterno e cui s'era alfine raccomandato, era stato finalmente trattato con rispetto dagli altri rifugiati e addirittura accolto, alla fine, nel movimento di resistenza terrestre. Ebbene, tutti assieme essi avevano escogitato un piano, temerario ma non impossibile, per il quale i Larku si sarebbero essi stessi costretti, o almeno così era sperabile, ad arrendersi e ad abbandonare il sistema solare; ma, prima di questo, si sarebbe dovuto pretendere da loro, come condizione per la resa, la promessa del perdono e della reintegrazione nelle loro funzioni dei giudici larkuani ribelli ancora vivi, promessa da pronunciare sotto giuramento religioso solenne, assolutamente inviolabile a pena del disonore assoluto.

Il piano si basava su noi eterni. La dottoressa Rossetti, che si dichiarò a quel punto la comandante dei rivoltosi terrestri, mi promise solennemente che noi saremmo stati per sempre onorati quali eroi e lasciati alla più ampia libertà di movimento.

Da parte mia, accettai e promisi di fare di tutto per convincere i miei simili. Ero talmente stanco dell'ostilità dei mortali e dispregiavo ormai talmente la vita che quanto mi si proponeva, Terra liberata e noi eterni riabilitati, non poteva che attrarmi; e l'avventura in sé mi appariva un entusiasmante diversivo alla mia insuperabile noia.

Ma qual era precisamente il piano?

Mi fu spiegato non appena ebbi giurato di non tradire.

* * *

La parte più lenta fu all'inizio: per primi, contattai il sindaco Gennari e pochi miei diretti conoscenti. Grazie al metodo della catena, dopo non molto la notizia si diffuse sull'isola sempre più velocemente, in progressione geometrica; e con risposte in gran parte positive.

Solo dopo l'adesione della persona, le si svelava dettagliatamente il piano; prima, le si diceva soltanto che, qualora avesse accettato, avrebbe avuto molto da soffrire ma avrebbe contribuito alla salvezza della Terra e alla riconciliazione coi mortali. Avevamo escluso, volutamente, soltanto coloro che s'erano sottoposti al processo Vita eterna in età ormai troppo matura mantenendo, perciò, pur senza più invecchiare, le minori forze di quell'età. Quanto agli altri, solo in trentadue non avevano voluto aderire; ma tutti loro avevano giurato solennemente, e d'altronde era preciso interesse d'ognuno, di tacere. In tutto, restarono sull'isola in centocinquanta. Per gli altri, cominciò sùbito l'azione.

Eravamo ormai ai primi di giugno.

* * *

"Elizabeth!" indirizzai ad altissima voce, quale segnale convenuto, alla ventottenne-tricentenaria che avevo scelto quale compagna di combattimento.

Elizabeth Hawthorne s'era fermata innanzi a me, appena oltre la porta del tribunale larkuano di New York; io ero rimasto a un passo dall'entrare.

Cominciò lei, esprimendo una fragorosa pernacchia contro una delle guardie che stazionavano nell'atrio e che le si stava avvicinando per chiederle ragione del suo ingresso. Per lo stupore il Larku si bloccò, strabuzzò i suoi quattr'occhi e spalancò il suo paio di bocche. A mia volta, irruppi nel tribunale e presi a rovesciare tutti gli arredi che mi venivano a tiro, inseguito dalle altre guardie; e la mia compagna mi venne dietro di corsa, imitandomi. Allora i nemici presero a spararci contro e ci colpirono, all'apparenza, a morte, facendoci stramazzare; ma, dopo alcuni secondi, fra orrende sofferenze, noi risorgemmo in piedi, le ferite rimarginate. Credendoci soltanto feriti, e essendo ormai la sala vuota di gente, tutta fuggita a precipizio, le guardie fecero alcuni passi indietro e due di loro ci spararono altrettante bombe da fucile. Naturalmente, noi esplodemmo; quindi, sveltamente ci ricomponemmo, con una sofferenza assai maggiore di prima. Innanzi agli allibiti Larku, prendemmo a lanciare urla a squarciagola; indi assumemmo un'espressione del tutto ieratica, alzammo imperiosamente la testa e, dandocene segnale col toccarci la mano, pronunciammo assieme, con la più alta voce possibile, le parole che Virih Tril ci aveva insegnato: "TARGHEN VALATRA RANDA!" cioè: "Prostratevi ai Sacri Spiriti!".

Ebbene, tutti si prostrarono, viso a terra.

Immediatamente ci allontanammo, tranquilli, senza che alcuno tentasse di fermarci, per salire su di una slitta ad aria che avevamo parcheggiato dietro l'angolo e dileguarci quindi nel traffico.

Confesso che, nel sortire, m'era venuto spontaneo l'impulso di fischiettare, tal era stata la mia soddisfazione; ero riuscito, giusto appena, a contenermi.

* * *

Quello stesso giorno, il sindaco Gennari entrò, per teletrasporto, su di una nave larkuana in orbita. Fece da solo molto più di me ed Elizabeth, arrivando a lasciarsi scoppiare e tagliare a pezzi dal personale una ventina di volte e riuscendo a distruggere quasi la metà degli arredi e degli strumenti di bordo; ma facendo ben attenzione a salvare l'apparato di teletrasporto. Pure a lui, udita infine la frase fatale, gli avversari s'inchinarono con venerazione; ed egli s'eclissò com'era venuto, ma non riuscendo a trattenere, come poi ci disse, una risataccia liberatoria e inoltre, ma questo nella sua sola mente, a lanciare verso i Larku la colorita espressione in dialetto arcaico-napulitano: "A' totò, v'àggio fottuti!".

Due giorno dopo, quando la maggior parte di noi combattenti aveva già compiuto la propria impresa, accadde che negli eterni rimasti inerti sull'isola sorgesse in cuore l'impulso d'imitarci: alcuni di loro avevano sentito dettagliatamente dal reduce sindaco, uomo valente ma alquanto vanitoso, della sua impresa sull'astronave, in particolare della frase magica e, soprattutto, della sottomissione assoluta dell'equipaggio; e se n'era sparsa la voce

Confortati dal successo del Gennari, dopo essersi così accordati, come un sol uomo essi si ritrovarono, alle cinque del pomeriggio del terzo giorno, sulla piazza del palazzo della prefettura e cominciarono a loro volta a esibirsi fragorosamente di fronte agli armati che lo presidiavano e, sùbito dopo, anche innanzi al prefetto Crakkih Spen e al resto della guardia che, udito quel trambusto, s'erano precipitati fuori allarmati. Insomma, quei centocinquanta eterni fecero versacci colla bocca, segni di dileggio con le mani e le braccia, procurarono trappette ai più vicini nemici, ulularono come fantasmi; e si fecero ammazzare risorgendo ogni volta come prima. Infine, prima l'uno, poi l'altro, poi tutti in coro pronunciarono la magica frase.

Anche stavolta i Larku, prefetto in testa, si prostrarono; e immediatamente furono indirizzati alla prigione.

* * *

Insomma, in soli tre giorni vi furono, sulla Terra e sopra astronavi, ben quattrocentosettan-tadue dimostrazioni di eternità, sia di singoli, sia di coppie, sia di gruppi, a seconda della difficoltà dell'azione. Il terzo giorno, gli altri nostri combattenti cominciarono a pronunciare anche una seconda frase, così come previsto dal piano: "JUPPO TRANAGA LAD: Arrendetevi a Lad - cioè alla Terra -".

Finalmente, al quarto dì i nemici comunicarono, con tutti i mezzi d'informazione, la loro intenzione d'arrendersi.

Al quinto giorno, Mitzuko Rossetti, Virih Tril, Elizabeth ed io incontrammo su Paki-Hi il Plenipotenziario larkuano, là appositamente giunto dalla loro galassia, nonché il Governatore della Terra, cioè il figlio del giudice. Tra il padre e il suo rampollo, all'inizio, non ci fu alcuna mostra di conoscersi.

Elizabeth ed io avevamo il preciso còmpito di manifestare, ancora una volta, la volontà celeste che i Larku se ne partissero per sempre, nonché la nostra potenza di spiriti. Perciò, per prima cosa ci tagliammo reciprocamente una mano con un rasoio, sotto lo sguardo inorridito del Plenipotenziario, con enorme nostro dolore che, bene o male, riuscimmo a mascherare, e gran spruzzi di sangue; quindi le sollevammo con le mani sane, come trofei; poi le facemmo combaciare ciascuna al proprio moncherino; e sùbito rimanemmo sanati.

A quel punto, mi venne una splendida ispirazione: avendo a suo tempo imparato, per mia propria utilità, la lingua larkuana, di mia iniziativa per prima cosa pronunciai: "GNITO VIRIH TRIL XADU' TUR: Sia, d'ora in poi, Virih Tril il vostro capo!", facendo seguire, come previsto, le solite due frasi divine "TARGHEN VALATRA LANDA! JUPPO TRANAGA LAD!".

Quanto all'imprevista richiesta per il giudice, il Plenipotenziario non aveva autorità per rispondere; si consultò via raggi ultrafotonici coi suoi superiori della galassia larkuana; avuta risposta, si prostrò immediatamente, viso a terra, innanzitutto a noi spiriti e poi, come avevo sperato, davanti al giudice Virih Tril. Anche il figlio gli si prostrò: non so come sia poi finita fra quei due.

* * *

Nella religione larkuana, sono contemplati mille iddii minori, detti randa, che promanano da una divinità prima, del tutto indifferente al creato: un po' come i trecentosessantacinque spiriti, eoni, di certo antico Gnosticismo cristiano; ma a differenza che in questo, tutti e mille, e non soltanto l'infimo trecentosessantacinquesimo, ritenuti i creatori dell'universo. Ordine divino, dunque, quello d'abbandonare il sistema solare! Anzi, già che se ne aveva l'occasione, la dottoressa Rossetti chiese e ottenne per i terrestri l'esclusiva di tutta la nostra galassia, con l'impegno solenne, per i Larku, di rimanersene per sempre fuori dai piedi e, per noi, di lasciarli in pace nella loro.

In tutta la nostra guerra non era morto nessun nemico.

La cosa più bella però, almeno per noi eterni, è questa, che alcune settimane dopo, ormai libero il sistema solare dai Larku, il primo di noi, finalmente, spirò! Altri morirono nei mesi successivi e prima o poi, grazie a Dio, toccherà pure a me. Già, perché il nostro compito è esaurito: non s’era trattato d’Inferno e Dio, nella sua Provvidenza, per mezzo di noi peccatori pentiti aveva salvato il genere umano dalla schiavitù.

© 1993 – 2000 Guido Pagliarino

 

Guido Pagliarino è laureato in Economia e Commercio all’Università di Torino con una tesi di ricerca pubblicata a cura dell’Istituto di Storia Economica e Sociale. Di particolare interesse durante i suoi studi erano state la medesima disciplina e la Storia delle Dottrine Economiche e Sociali. Tra i suoi maestri, gli storici Carlo Cipolla e Mario Abrate, l’economista Sergio Ricossa e, dopo l’università, il teologo padre Charles Jegge. Negli anni, nonostante interessi culturali più ampi, tra l’altro con pubblicazioni di libri e cura di antologie, è continuato l’interesse dell’autore per la storia e la filosofia, soprattutto per quella della scienza: particolarmente importante era stato l’incontro coi libri del filosofo della scienza Karl R. Popper, che avrebbe avuto importanza anche per il ritorno dell’autore al Cristianesimo. "I libri dell’agnostico Popper?" qualcuno si stupirà...Sì. Guido Pagliarino era stato, dapprima, su ormai consunte e presuntuose posizioni scientiste. Col Popper s’era aperto a una più profonda, umile ricerca. Dice in sostanza questo epistemologo che non c’è niente di certo neppure nella scienza, anzi si può solo accogliere provvisoriamente una congettura – sia pur, si capisce, corroborata da esperimenti – solo se è suscettibile d'essere falsificata. "Allora", pensò l’autore, "perché mai la ricerca religiosa dovrebbe essere intellettualmente inferiore a quella scientifica?" e cominciò a cercare nella storia e nella dottrina cristiane. L'autore collabora con articoli e recensioni a diversi fogli e riviste. Scrive o ha scritto, tra l’altro, su "Talento", "Controcampo", "Spiritualità e Letteratura", "Vernice", "Penna d'Autore", "Il Corriere di Roma", "Cultura e Società". Tiene conferenze sullo "sconosciuto" Cristianesimo. È prefatore per case editrici. In passato, è stato editor presso alcune di queste. Per le sue pubblicazioni, gli è stato assegnato il PREMIO DELLA CULTURA DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI.