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  Facciamo nostra questa interessante riflessione dello psicologo Luigi Colombo e la proponiamo come editoriale ai nostri lettori. Non fa esplicito riferimento alla fantascienza, ma la situazione descritta nell'esperimento del prof. Zimbardo (da cui il film The Experiment di Oliver Hirschbiegel, recensito in questo numero da Elvezio Sciallis), si ritrova in tanti romanzi ben noti: 1984 di Orwell, THX 1138 di Ben Bova, Condominium di Ballard, ecc. Ha scritto il filosofo Abbagnano: «Quando viene meno l'uomo come unità di misura di ogni cosa, ecco che comincia il regno dell'arbitrio, della sopraffazione, perfino del genocidio legalizzato. È il regno in cui Robespierre dà la mano a Stalin, Hitler strizza l'occhio a Pinochet. Qua si uccide un uomo perché è "rosso", là lo si massacra perché è "nero". Ma la logica che fa scattare la spirale mortifera è sempre e dovunque la stessa. Quando Dio è stato schiodato dal cielo della trascendenza e negato e dissolto dall'immanenza, sul trono rimasto deserto si è assiso non l'uomo concreto, ma un'entità astratta che ha usurpato il suo nome. È allora che ogni freno è caduto e che si è aperto il varco all'irrompere nella storia di ogni ignominia» (L'uomo progetto 2000).

Editoriale

The Stanford Prison

 Experiment

                         di    Luigi Colombo

Nell’agosto del 1971 il professor Philip Zimbardo organizzò e mise in atto quello che passò alla storia della psicologia come lo "Stanford Prison Experiment".

Presso l’Università di Palo Alto (CA) venne costruito un piccolo carcere completo di celle, sale riunioni per il personale, camerate, sala mensa. Telecamere collegate a videoregistratori che permettevano di controllare ogni attività all’interno del contesto sperimentale vennero collocate in punti strategici della struttura. L’obiettivo dell’esperimento consisteva nel valutare le reazioni di persone comuni nei confronti del potere e dell’autorità in situazioni di rapporti sociali.

La scelta venne compiuta all’interno di un gruppo di 70 giovani volontari, per la maggior parte studenti universitari, i quali potevano guadagnare 15 dollari al giorno per due settimane "simulando la normale vita di una piccola prigione". Dopo colloqui e numerosi test psicologici, vennero selezionati i 24 ragazzi ritenuti più "normali", "medi", in buona salute e rappresentativi del campione medio nazionale. Usando il metodo dell’attribuzione casuale (random choice) alcuni giovani vennero assegnati al gruppo delle guardie, gli altri a quello dei carcerati. Ai giovani carcerieri vennero fornite uniformi e accessori della polizia carceraria. La loro consegna ufficiale era quella di "evitare il ricorso alla violenza e di mantenere il controllo della situazione".

Domenica 17 agosto 1971, alle 6.30 del mattino, nove giovani vennero "arrestati" nelle loro abitazioni dalla polizia di Palo Alto davanti a vicini increduli e sgomenti. I nove ragazzi vennero tradotti in una vera prigione locale, poi bendati e condotti al campus universitario dove si ritrovarono infine nel finto carcere collocato nei sotterranei della Jordan Hall.

L’esperimento divenne cruciale a partire dal secondo giorno, quando i prigionieri tentarono una rivolta. Una volta che le guardie ebbero sedato il tumulto, "incrementarono prontamente le loro tattiche di aggressione coercitiva, di umiliazione e di deumanizzazione dei prigionieri, con lo scopo finale di spezzare la loro volontà." (le parole sono dello stesso Ph. Zimbardo). Lo staff dei ricercatori dovette ricordare più volte ai carcerieri di astenersi dall’uso di azioni violente e il picco di abusi si verificò nelle tarde ore della notte quando le guardie credevano che lo staff dei ricercatori non stesse guardando.

Il campionario di violenze e di abusi effettuati dalle guardie sui carcerati contemplò la pulizia delle tazze del water con le mani nude, la spoliazione e i getti di acqua ghiacciata con l’idrante, l’umiliazione sessuale e il costante sopruso fisico e psicologico. Le reazioni di stress nei carcerati furono così intense che costrinsero l’equipe dei ricercatori a fare uscire dalla situazione sperimentale 5 soggetti, uno al giorno, fino ad interrompere prematuramente l’esperimento a causa della insostenibilità dello stesso per i prigionieri.

Molto è stato detto, molto è stato argomentato e pensato in merito all’esperimento di Zimbardo. Io, in questa sede, offro una minima riflessione che lo Stanford Prison Experiment porta clamorosamente alla luce e ci costringe a farci i conti. I soggetti sperimentali erano quasi tutti giovani provenienti dal campus di Palo Alto (insieme a Berkley una delle punte di diamante della contestazione giovanile americana) e, come evidenziarono le batterie di test psicologici, distanti da concezioni autoritarie della vita quando non espressamente pacifisti dichiarati o militanti in associazioni culturali alternative. Ricordiamo che la California negli anni dal 1966 al 1972 rappresentava idealmente il territorio più free and easy (quando non dichiaratamente freak e lisergico) degli States (musica - Grateful Dead, Jefferson Airplane, Quicksilver, Spirit, Doors - letteratura - Kerouac, Ginzberg, Burroghs, Kesey - cinema - il posto delle fragole, point zero), in sostanza la culla della cultura giovanile d’avanguardia del tpo.

Come l’esperimento di Zimbardo dimostrò, ciò che realmente fa la differenza nell’attuazione del comportamento umano è il ruolo e il grado di potere che ci troviamo ad esercitare sugli altri. Con tanti saluti alle teorie della personalità "fissa" e immutabile (i nazisti e i comunisti russi stalinisti sarebbero secondo queste teorie degli accidenti nell’umano progresso, uomini particolari - pazzi, malati - forse alieni, ma comunque fuori dal circolo del genere umano in quanto tale) e alle strumentalizzazioni ideologiche di cui si appropria la politica (sinistra = buoni, destra = cattivi o viceversa). Zimbardo ci ha mostrato che il "Noi contro Voi" ha ben poco a che vedere con le caratteristiche intrinseche delle persone, ma che si sviluppa a partire dai ruoli sociali che le persone occupano (con relative regole non scritte) e dal livello di potere personale che possono gestire. La benzina del potere si chiama bisogno: quanto più io mi trovo in stato di bisogno nei tuoi confronti, tanto più la bilancia della gestione del potere nella nostra relazione pende dalla tua parte. La psicologia motivazionista assegna al potere una elevatissima capacità di ammaliare e di catturare l’uomo, come una sirena o una droga dolcissima. Comunque la pensiamo, non possiamo eliminare il potere dalla sfera dei bisogni dell’essere umano. È l’esercizio dello stesso che merita una riflessione, magari in altra sede.

Per chi fosse incuriosito dalla situazione sperimentale di Zimbardo, segnalo che sul web sono presenti alcuni siti, tra cui quello dello stesso professore, che si occupano della questione. E’ addirittura possibile vedere fotografie dell’esperimento nonché un trailer del video originale. Vidi una versione ridotta del film originale dell’esperimento nel 1983 all’Università di Padova. Rimasi turbato dalle sequenze di quella che mi appariva violenza gratuita e de-umanizzante. Ma, al contrario dei miei compagni del corso di Psicologia Sociale, che sembravano puntare il dito unicamente contro la società capitalistica americana, tornai al campus triste e spaventato. Quei ragazzi che avevo visto sullo schermo ordinare con sadica brutalità a dei loro coetanei di pulire un cesso sporco a mani nude, non erano americani o russi o tedeschi o italiani. Erano ragazzi, semplicemente. Come me. Come te. Erano ragazzi che partecipavano a marce per la pace, ragazzi che credevano in valori diversi, che parlavano di pace, di musi e di summer of love.

 Mi tornò alla mente Masaniello, e il cerchio, per me, si chiuse. Non riesco più a vedere fascisti, comunisti, neri, ebrei, palestinesi, imperialisti americani e difensori del no global. Vedo solo uomini.

 A volte, spesso, ho paura.