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  Il racconto di Gian Filippo Pizzo, che qui presentiamo, ha finora avuto le seguenti pubblicazioni: "Astralia" (fanzine) n. 1, 1974. Ristampe: "Il Corriere del Giorno" (quotidiano di Taranto), 8/8/92. Traduzioni: Pozehnanà planeta, zlorecenà planeta, "Makropulos" (fanzine ceka) n. 25, 1989.

 

BENEDETTO PIANETA,

MALEDETTO PIANETA

(disegno di Marilena Maiocco)

                                                 di    Gian Filippo  Pizzo

I: base B

Marcy mi aveva appena chiamato, ma ero talmente assorto a controllare il lavoro delle macchine che non lo avevo sentito. Ascoltavo il rumore della trivella, e contemporaneamente osservavo l'indice che segnava una profondità di ventun metri, quasi al limite. Il materiale scavato era portato in superficie da un sistema di vagoncini, e poi, scorrendo lungo un nastro trasportatore, era inghiottito dal computer. Mi recai verso di esso per decifrare dal rullo di carta le analisi geofisiche e trascriverle, visto che era quasi l'ora della chiamata della base A. Fu in quel momento che mi accorsi di Marcy. O meglio, mi accorsi che Marcy non c'era.
Corsi verso la scialuppa, chiamandolo: ma non era neanche in cabina. Corsi fuori per guardare all'esterno della cupola e presso l'entrata trovai un biglietto. "Sono uscito. Notato qualcosa. Volevo avvisarti, ma non mi hai sentito, M."
Non ebbi nemmeno il tempo di imprecare, perché in quell'istante sentii suonare l'extracom ed andai a rispondere, sperando che fosse lui. Invece era la base A.
Feci loro il resoconto della giornata, che si risolveva in un "Tutto a posto, niente da segnalare". Avevo deciso di tacere l'episodio.

- E le analisi del terreno? - mi domandò il capitano McGrant, capo dei servizi di collegamento. -

- La trivella è scesa a venti metri, capitano. Penso che potrò allegarle il rapporto domani. -
- Dov'è il tenente Bleaster? - mi chiese ancora. - Perché non ha risposto lui?

Fui tentato per un attimo di dirgli che era uscito dalla cupola senza autorizzazione. Poi riflettei meglio e non dissi nulla, pensando alle grane che avremmo avuto.-

- Oh, be'... è di là. - Speravo che la radio non tradisse l'incertezza della mia voce: - Gli ho pronosticato uno scacco matto in dieci mosse, e sta ancora tentando di capire se bluffavo.-

Chiusa la comunicazione, mi diedi da fare per rintracciare quell'imbecille. Non osavo tentare con l'extracom, che avrebbe potuto essere intercettato dalla base A, e così provai con l'intercom della mia tuta, sperando che non si fosse allontanato troppo. - John chiama Marcy, John chiama Marcy, mi senti? Marcy, qui è John che chiama, mi ascolti?

Tentai ininterrottamente per dieci minuti, ma senza risultato. Purtroppo non avevo altri mezzi per scoprire dove fosse. Né radar né sonar avrebbero funzionato a livello del suolo, e così neanche il rilevatore magnetico e quello metallico. E la radio da campo - me ne ero accertato subito - l'aveva lasciata.

Dopo un ultimo tentativo ero abbastanza adirato e decisi di fregarmene. Sembra strano, ma non avevo avuto il sospetto che potesse essere in pericolo. E d'altronde non avrei potuto far nulla.

Interludio: in orbita

Siamo partiti dalla base A, così avevamo chiamato il pianeta più interno del sistema, dove era atterrata l'astronave, dodici giorni fa. Attualmente siamo in orbita intorno al secondo pianeta, base B, e ci accingiamo all'atterraggio. La nostra scialuppa non era attrezzata per un viaggio così lungo ed il nostro carburante è quasi finito. - Forse potrebbe permetterci di ripartire, ma assolutamente non ne basterebbe per effettuare le inevitabili variazioni direzionali.

- John, - mi dice Marcy quando ha finito di regolare l'automatico per lo sbarco, - mi domando perché abbiano scelto noi per questa missione. Voglio dire, perché proprio io e te?

- Ci siamo offerti volontari - rispondo.

- D'accordo; ma c'erano altri trenta volontari sulla Nelson.

Mi stringo nelle spalle: - Qualcuno dovevano pur mandarlo.

- Ascolta, e cerca di seguirmi bene, - insiste. - Noi siamo venuti ufficialmente in cerca della spedizione del comandante Livingstone. In realtà, ai caporioni della Terra non gliene importa un cavolo di quello che è successo a Stan Livingstone. Tutto quello che vogliono è mettere la parola fine all'incartamento. - Fece una pausa: - Perciò il nostro lavoro non è tanto la ricerca dell'Ermes, quanto il compiere le esplorazioni e le ricerche che loro non hanno fatto.-

- Okay, - ribatto, - tutto questo lo sapevo già.-

Ci interrompiamo perché la capsula ha terminato la discesa. I razzi di frenaggio hanno scavato grossi solchi sul terreno e la navicella si è arrestata. I supporti di duragrafite la stanno assestando in posizione stabile e i macchinari stanno compiendo le prime analisi: gravità, atmosfera e virus patogeni.-

Marcy riprende a parlare. - Ora noi siamo atterrati sul pianeta che gravita più vicino ad Aldebaran, che del resto è abbastanza lontano da permetterci di non finire abbrustoliti, ma non abbiamo trovato traccia dell'Ermes. Anzi riteniamo che Livingstone sia sceso sul secondo pianeta, contravvenendo alle regole ed alla prassi abituale.

-E' quello che dobbiamo scoprire, - intervengo.

- Ne sei sicuro? Proprio sicuro? Perché non siamo venuti tutti quanti con la Nelson, allora? Perché hanno mandato solo noi?

II: base B

Mi sono svegliato da qualche istante volgendomi verso la cuccetta di Marcy, che però ho trovato vuota; la mia situazione comincia vagamente a preoccuparmi.

Ho proseguito le rilevazioni ed ho fatto regolare rapporto alla base. Ieri era il mio turno alla ricevente e non mi hanno detto nulla, ma oggi doveva rispondere Marcy e non ho potuto fare a meno di rivelare tutto. Stranamente la mia relazione non ha provocato il subbuglio che temevo, ma pare che anche alla base A si trovino nei pasticci. Non mi hanno detto nulla, comunque.

Ho anche accennato, nel mio rapporto, a qualcosa di strano che gli strumenti mi hanno rivelato. Non posso spiegarlo così semplicemente, ma sembra che ci sia una forza vitale nascosta, evanescente, che sfugge agli usuali mezzi di indagine.

Più che rilevarla, gli strumenti la intuiscono come una fantomatica presenza; sono tremendamente reali, ed a volte sembra che vogliano comunicare con me, che mi chiamino.

Non potrebbe darsi che Marcy abbia visto o capito qualcosa, magari ad un diverso livello di conoscenza? Gli strumenti sono quello che sono: freddi, meccanici, conoscono solo le cifre e i simboli; ma l'intuizione di un uomo è qualcosa di diverso, di trascendente. E Marcy, in qualità di psicologo, deve avere molta più sensibilità di un semplice tecnico come me. Eppure, anch'io sento qualcosa che non so comprendere, e mi torna in mente il discorso che Marcy mi aveva fatto mentre atterravamo. Cosa aveva voluto dire?

Interludio: Marcy

Il vuoto che era stato rilevato dagli strumenti corrispondeva all'ingresso di una caverna. La roccia terminava bruscamente in pareti levigate, certamente non casuali, e le nebbie gassose si arrestavano come trattenute da un impalpabile muro. Non vi erano segni visibili di scalini e il fondo era nero di petrolio.

Tuttavia Marcy spiccò un breve salto e si lasciò cadere.

Sapeva che laggiù c'era la risposta agli interrogativi che lo avevano torturato e che non aveva rivelato nemmeno a John, e soprattutto sapeva che c'erano le risposte alle sue speranze.

Una corrente d'aria fredda lo investiva a tratti, mentre cadeva lentamente e cominciava a scorgere una luce fioca; si chiese come mai il termostato della tuta non funzionasse. La caduta fu dura e batté pesantemente la testa; si rese conto di essere stato più veloce di quanto non gli era parso in un primo momento un attimo prima di perdere i sensi.

Si riscosse e diede un'occhiata all'ambiente in cui si trovava. Era un salone molto vasto, in fondo si trovava una serie di oggetti che non riuscì a distinguere. Si avvicinò e rimase sbalordito di fronte all'assurdo spettacolo. Erano molti oggetti e variamente assortiti: un plastico in scala 1/1000 del Partenone, un altro più piccolo della Torre Eiffel, un televisore, una barca a vela, un Tank della seconda guerra mondiale, una candela, un liuto antico, una copia della Guernica, uno sputnik e... l'astronave sulla quale aveva viaggiato. Si voltò verso la voce che gli stava parlando da qualche istante.

III : Registrazione messaggio Base A

"Pronto, John? Qui è il capitano McGrent che ti parla. Spero che il registratore funzioni, perché non avrei altro modo di farti pervenire il mio messaggio. Forse anche tu hai fatto la fine di Bleaster o forse sei solo uscito o addormentato, comunque sento che è mio dovere avvisarti di quello che sta succedendo, o almeno tentare di farlo. Più di questo non posso.

"Abbiamo scoperto che fine ha fatto la Ermes, e purtroppo è la stessa fine che faremo noi. Non sono uno scienziato e non ne capisco molto, comunque ti leggerò i rapporti alla fine del messaggio. Sembra che questo sistema sia abitato da una strana forma di vita - un organismo che non siamo riusciti a determinare. Ha una struttura a volte elettronica ed a volte corpuscolare e vibra continuamente , quasi come un'onda di luce. In altre parole è materiale e nello stesso tempo è formata da pura energia.

"Ma quello che è più terribile è che emette delle radiazioni sconosciute (un sistema di riproduzione molecolare?), e queste radiazioni dissolvono gli elementi pesanti, come la lega di cui è formata la nostra astronave. E' per questo che non abbiamo trovato uranio o nettunio o centurio, nella composizione del pianeta. L'elemento più pesante che sembra resistere è il piombo. Spero che nella vostra nave sia diverso, ma i sapientoni ritengono che sia il sole la causa di questo. Basta, ti dico solo un'ultima cosa: lascia perdere Marcy Bleaster e cerca di fuggire, se ancora l'essere non ha agito sulla tua attrezzatura. Noi non possiamo più partire, non possiamo venirti a prendere. MALEDETTO PIANETA!"

Interludio: Marcy

Non scorgeva il volto dell'uomo che gli parlava, ma le sua parole erano chiare nella mente, anche se si sentiva girare la testa come in un delirio.

- ...Noi non siamo dei e neanche superuomini. Siamo una razza antica, ma fondamentalmente non siamo diversi da voi. Abbiamo popolato questo universo e vi abbiamo guidato per tremila anni, insegnandovi tutto ciò che sapete, nel bene e nel male. Queste - indica gli oggetti che aveva intorno - sono le grandi scoperte dell'umanità. Di volta in volta abbiamo illuminato i più intelligenti tra di voi o siamo venuti direttamente.

Prese in mano la Bibbia di Gutenberg.

- Ecco due dei nostri lavori meglio riusciti. Ora abbiamo terminato. Non abbiamo più niente da insegnarvi: adesso dovete pensarci da soli. Tu sei stato scelto per questo lavoro. Anche il tuo amico era stato scelto, ma non ha superato quest'ultimo esame, non ha sentito il richiamo. Probabilmente morirà, chiuso nella sua capsula mentre tenta di ritornare sulla Terra. Non puoi fare nulla per salvarlo: noi non possiamo forzare il destino. Anche per questo vi abbiamo insegnato l'uso delle armi, poiché esse rientrano nella commedia della vita. Hai qualche domanda?

- Sì. Perché sono stato scelto proprio io?

- Noi non lo sappiamo. Ti ripeto che non siamo dei, ma soltanto uomini come te, anche se più vecchi. Tu sei stato scelto non da noi, ma da chi determina le regole del gioco.

Marcy restò indeciso. Sapeva che non poteva rifiutare perché non era in suo potere decidere, ma non sapeva quale sarebbe stato esattamente il suo compito. Ad ogni modo, d'ora innanzi avrebbe guidato l'umanità nella sua lotta - qualunque fosse. Benedetto quel pianeta sperduto!

Epilogo

John Lace trovò Marcy in una fenditura del terreno, un buco profondo pochi metri. La tuta al titanio doveva essersi completamente dissolta, a parte il vetro del casco che ancora copriva la faccia di Marcy. Marcy sembrava vivo, respirava il gas letale del pianeta e non sembrava risentirne. Aveva gli occhi aperti, ma che fissavano un punto lontano nell'universo, ed un sorriso di beatitudine.

"Sembra in ibernazione", si disse John, "ma più probabilmente è in coma". Eppure quello spettacolo lo turbava. Forse era l'atmosfera del pianeta che procurava delle allucinazioni? In questo caso sarebbe stata una morte felice.

O forse Marcy non era morto. Ma come faceva a resistere ancora? Gli tornarono alla mente le illazioni di due giorni prima, su quella presenza che aveva intuito, quei tentativi di contatto che aveva immaginato. Si accorse improvvisamente che la tuta cominciava a disgregarsi ed ebbe paura. Prese a correre verso la cupola del rifugio. E correndo continuava a pensare a quale era la verità.

Quando rientrò nel rifugio non aveva ancora deciso.

© 1974 by Gian Filippo Pizzo

 

GIAN FILIPPO PIZZO è nato a Palermo il 5 ottobre 1951. Laureato in Scienze Politiche, dal 1979 vive a Firenze, dove lavora come bibliotecario presso l'Università. Collabora attualmente, dal 1986, con il mensile "Il Giornale dei Misteri". Nel 1978 ha collaborato alla realizzazione del convegno su "La fantascienza e la critica" di Palermo, curando la mostra libraria ed il relativo catalogo Vent'anni di fantascienza in Italia (ed. La Nuova Presenza, Palermo). Come scrittore ha vinto il Premio "Lovecraft 1977" per Incidente sul lavoro, è stato finalista al "Mary Shelley 1984" con Autoscacco, segnalato al "Tolkien 1982" con Le voci del vento, al premio "Italia 1992" con Com'era lassù, e al 1.mo premio di poesia "Angelo De Ceglie". Ha pubblicato un'altra decina di racconti su varie pubblicazioni italiane ed è stato tradotto all'estero (in Belgio, Ungheria, Cecoslovacchia, Finlandia). Con "Future Shock", ha pubblicato gli articoli: Fantascienza e documentazione (n.13), Essere alieni (n.17), La fantascienza poliziesca e il giallo fantascientifico (n.19), Tra ucronia e fantastoria (n.23) e i racconti: Il processo (n.2) e Incidente sul lavoro (n.15). Presso Gremese, sono recentemente uscite due sue opere: il Dizionario dei personaggi fantastici (con Roberto Chiavini) e Il grande cinema di fantascienza: da '2001' al 2001 (con Roberto Chiavini e Michele Tetro). Per ulteriori informazioni sull'autore visitare il suo sito internet http://www.pizzo.info.