Home sommario editoriale saggistica narrativa
poesie recensioni biblioteca cinema notizie
 
 
 

L’uomo bicentenario,

ovvero l'inconscio culto della "normalità"

                      di     Arcangelo Santoro

Lunedì 9 dicembre 2002, "Canale 5" ha trasmesso in prima serata il film L’uomo bicentenario. Ho reputato mio dovere, oltre che piacere, da appassionato di fantascienza, non perdermelo. Infatti, è liberamente adattato dall’omonima novella d’Isaac Asimov, il principe degli autori di fantascienza classica. La novella relativa fu scritta nel 1976. Vi dice nulla la data? Si tratta del bicentenario degli Stati Uniti. Un agente letterario, Naomi Gordon, incaricò diversi scrittori di redigere dei racconti che, in qualche modo, avessero a che fare con tal evento. Il testo del "Buon dottore" com’era conosciuto tra gli appassionati) nasce da tale antefatto, anche se la storia non ha nulla a che vedere con esso.
Sintetizziamo prima la trama del racconto. Un robot domestico, per un difetto di fabbricazione, ha sviluppato creatività e personalità. Il proprietario decide di curarne l’istruzione, in pratica di formarlo per tutte quelle discipline per le quali non era stato programmato. È fatale che legga libri sul concetto di libertà e, come gli antichi schiavi, desideri essere libero. Il proprietario lo "libera". Proprio come gli antichi "liberti", rimane volontariamente al servizio suo e della sua famiglia. Con il passar del tempo inventa protesi che, non solo lo rendono sempre più simile ad un uomo, ma che, altresì, sono sfruttate anche dagli esseri umani. "De facto" è più uomo di tanti uomini, ma lui non è contento. Desidera esserlo anche "De jure". Sottopone la sua richiesta alla Suprema Corte che la boccia invocando, come motivazione, l’inconciliabilità tra natura umana ed immortalità fisica. Essendo una macchina non può morire, al massimo guastarsi. Gli uomini possono accettare l’idea di una macchina pressoché eterna, non di un uomo. Giacché questo è l’ostacolo, decide di rimuoverlo. Programma la propria autodistruzione per il bicentenario della costruzione. Aveva vissuto da macchina, muore da uomo.

Dall'homunculus di Paracelso alla Tre Leggi della Robotica

Spendiamo ora due parole sull’Autore. La sua scomparsa passò, in Italia, un po’ sotto tono. Coincise con le ultime elezioni della cosiddetta "Prima repubblica" (1992). Per tale motivo da noi, immeritatamente, la risonanza mediatica lasciò a desiderare (né mi risulta che il decennale sia stato celebrato meglio). È stato l’insuperato inventore di grandiose saghe interstellari. Ha tracciato tutta una serie di quadri della storia futura, dal XX secolo d. C. alla proclamazione del II Impero Galattico, ognuno, preso singolarmente, coerente e plausibile. Quando, per motivi essenzialmente commerciali (è inutile nascondersi dietro un dito), ha, negli ultimi anni di vita, cercato di unificare tutti tali scenari, l’insieme complessivo non solo lo era un po’ meno, ma ha dovuto riscrivere e dare chiavi di lettura differenti di non poche sue storie. Forse il capolavoro è rappresentato dai suoi cicli sui robots. Non ci riferiamo solo e tanto a singole storie, quanto all’intuizione delle cosiddette Tre Leggi della Robotica. Il Nostro immagina che, nel momento stesso della costruzione, il cervello del robot sia condizionato a sottomettere tutti e singoli i suoi comportamenti alle seguenti regole:

1 - Un robot non può danneggiare un essere umano, né può permettere che il suo mancato intervento danneggi un essere umano;

2 - Un robot deve obbedire in tutto agli esseri umani, fin tanto che ciò non contrasti con la prima legge;

3 - Un robot deve proteggere la propria esistenza, fin tanto che ciò non contrasti con le prime due leggi.

Ricordavamo che le sue storie sui robots sono insuperabili. In specie si notano molti racconti incentrati sul lavorio per descrivere e risolvere i contrasti tra tali leggi e/o i paradossi legati alla definizione da dare al concetto di "essere umano". In ultima analisi, tale è il filo conduttore tanto del presente L’uomo bicentenario quanto del racconto Ultima tappa (la cui paradossale conclusione n’è, in un certo senso, uguale e contraria). Da dove era venuta al Nostro tanta familiarità con il tema "automi & creature artificiali"? Il desiderio umano di costruire la vita (o almeno una sorta di pseudo-vita) artificiale è vecchissimo. Citiamo soltanto l’homunculus di Paracelso (frutto di "fecondazione artificiale") o, nella letteratura il Frankestein di Mary Shelley. Macchine, non solo semoventi, ma in grado di suonare strumenti musicali o di giocare a scacchi sono state costruite nel XVIII Secolo. Precedente a tali esempi, abbiamo il mito del Golem. È ben conosciuto ma riassumiamolo.

Dice la Bibbia che l’uomo fu creato da Dio soffiando su una statua di fango. Sul finire del ‘500, a Praga, il rabbino cabalista Lowe (+1609, figura ben conosciuta, tanto è vero che, nelle "Yeshivà"- vale a dire i seminari - di diverse sette ebraiche le sue opere sono ancora oggi libri di testo) avrebbe costruito con l’argilla, quindi con la materia di cui è costituito il fango, una statua a forma umana, a cui, scrivendo sulla fronte la parola "Emet" ("Vita") si dava movimento. Cancellando la "E" iniziale, si formava la parola "Met" ("Morte") ed in questo modo si fermava. A tale creatura era stato posto nome "Golem", che significa "imperfetto". Asimov discendeva da una dinastia di rabbini cabalisti. Anche se lui rinnegherà ogni legame di tipo religioso, non solo rimase influenzato dall’atmosfera che respirava in famiglia, ma conservò sempre un’ammirazione spiccata per la cultura ebraica. In tale cultura sta la chiave di lettura, non solo di tutta la sua opera, ma, in particolare del nostro film.

Adesso due parole sul protagonista. L’attore Robin Williams. Non è nuovo a ruoli fantascientifici. La sua carriera è iniziata in televisione, interpretando l’alieno Mork, nella serie di telefilm Mork & Myndi. Da allora ha interpretato diversi ruoli il cui minimo comun denominatore sembra essere una sorta d’anticonformismo spinto. Dal professore de L’Attimo fuggente, al medico clown di Patch Adams, alla strana figura de La leggenda del re pescatore.

Differenza tra racconto e film

Analizziamo ora qualche differenza tra il testo ed il film. La rielaborazione cinematografica da molto rilievo alla storia d’amore tra il Robot e la pronipote del proprietario, con tanto di intimità sessuali tra i due. Già questo dovrebbe dar da pensare. Fino ad un recente passato, gli autori di fantascienza, tranne alcuni come Henlein, (il suo Lazarus Long l’immortale potrebbe figurare benissimo in un catalogo del turpe sottogenere del c.d. "Fanta sex") in questo campo sono stati molto pudichi. Nel cinema, invece, abbiamo, giusto per fare un esempio, le acrobazie erotiche di Jane Fonda con il robot Aiktor, in Barbarella. Trattandosi di una sessualità, per definizione, completamente slegata da ogni anche remotamente ipotetico aspetto procreativo, siamo lontani anni luce da ogni messaggio non dico cristiano, ma anche solo tradizionale. In altre parole, il carico di sentimenti positivi che sono collegati a tale aspetto, con tanto di dichiarazione d’amore e primo bacio in chiesa, sotto una gran croce, lancia un messaggio non molto, in pratica, diverso dalle sconce macchiette anticlericali delle ex Spice Girls a conclusione del Gay Pride romano del 2000. Stesso discorso per l’eutanasia cui si fa sottoporre l’amata dopo la morte del robot proclamato uomo d’ufficio.

Un altro aspetto (o chiave di lettura), è dato dalla soluzione data al problema del "superuomo". Mentre nel precedente caso, amore tra umano e robot, siamo ben oltre, almeno formalmente, al testo originale, in questo gli sceneggiatori si sono mantenuti più aderenti ad esso. Mai e poi mai un personaggio del già citato Henlein, in specie una superintelligente macchina, baratterebbe l’esistenza con una formalità. Sembra quasi di vedere in ciò una sorta di inconscio culto della "normalità". Ricorda da vicino i "supereroi con superproblemi" delle edizioni Marvel. Si tratta di personaggi, leggendo le cui storie, l’americano medio, oppresso da matriarcato, ansie metropolitane, nevrosi, problemi sociali e compagnia cantando, conclude che l’Uomoragno, il mitico Thor e gli altri "buffoni in costume" saranno pure capaci di giocare a palla con i pianeti, ma, tutto sommato, non se la passano poi tanto meglio di lui. Il creatore di tali personaggi, Stan Lee, ha in comune con il buon dottore l’origine ebraica. Scrive il premio Nobel Isaac Singer: "Il Popolo eletto vede in ogni grande personalità un potenziale rivale di Geova". Alcuni anni fa, lo scrittore e giornalista Rino Cammilleri scrisse un articolo in cui notava come la presenza ebraica nell’ambiente cinematografico americano sia sproporzionata rispetto al peso numerico di tale comunità nella popolazione. Sono proprio tantissimi i registi e gli attori famosi di origine ebraica (per non parlare di quasi tutti i principali produttori). Tale articolo provocò tante di quelle proteste inviperite, con tanto di accuse di "antisemitismo", (che comunque non poterono confutare il dato di fatto) che spinsero Cammilleri a scrivere: "Se volevate intimidirmi, sappiate che ci siete riusciti benissimo".

Tornando al film, possiamo individuare, proprio in taluni aspetti di tale cultura, altri chiavi di lettura, non sappiamo fino a che punto vicino al senso che intendeva dare al racconto Asimov. Lo scienziato che trasforma "Andrew" da robot in androide e, infine in "uomo" fa l’elogio dell’imperfezione (ecco tornare il motivo del "Golem"). Sostiene che è l’imperfezione che fa di noi ciò che siamo, che ci conferisce individualità. La ragazza, prima di cedere all’innamoramento per "Andrew" (che proprio appellandosi a questa sua dichiarazione la conquista) fa l’elogio della trasgressione. Insofferente della perfezione del robot, lo invita a sbagliare, sapendo di sbagliare. Non solo e non tanto per imparare dall’errore, ma per il gusto di compiere l’azione, errata, irrazionale, ma desiderata. In pratica suggerisce di superare l’esempio della regina Semiramide, che - scrive Dante nell’inferno - dichiarò leciti tutti i suoi desideri. Qui si tratta di dimenticare il concetto di lecito in sé. Tale modo di pensare si chiama "antinomismo". In tutte le culture esiste una tendenza antinomista. Basti pensare che, in una società di vegetariani come l’India, esistono delle figure di "anti-asceti": si tratta di fachiri devoti agli déi distruttori come Shiva e Kalì, che pubblicamente praticano il cannibalismo. Si può dire che, fin dai giorni di Mosé, tra gli Ebrei, si disputa su cosa ne sarà dei Dieci Comandamenti, quando verrà il messia. Proprio come risposta a tale domanda, Gesù dichiara più volte di non essere venuto per distruggere la legge, ma per perfezionarla.

Nel corso dei venti secoli che sono trascorsi da allora, settori più o meno ampi dell’Ebraismo hanno riconosciuto quale messia ventisei personaggi. L’ultimo, Jacob Frank nel XVIII Secolo fu forse colui che raccolse il seguito maggiore. Sulla rivista di area Opus Dei "Studi Cattolici", proprio Cammilleri scrisse, alcuni anni fa, un’avvincente biografia di tale romanzesca figura, ma alquanto riduttiva. Ne esce fuori descritto come un avventuriero cui piaceva vivere alle spalle del prossimo. Tutto vero, sia chiaro, ma detto così è come dire che i comunisti sovietici erano dei tizi cui piaceva comandare. In realtà, è stato anche ben altro. Delle tradizioni ebraiche ha dato una lettura uguale e contraria a quella lasciataci da Gesù. Ha affermato che il messia (cioè lui) aveva il compito di sospendere i Dieci Comandamenti. Quei passi biblici che descrivono la discesa del Messia nell’abisso delle sofferenze, in realtà vanno interpretati come discesa nelle trasgressioni. Discesa di cui diede ampi esempi, tra l’altro cambiando più volte religione, e, in un ambiente che non usa le immagini sacre, diffondendo il culto divino per i ritratti della propria figlia. Tale chiave di lettura "antinomista" ha lasciato una profonda influenza, ben oltre le piccole sette frankiste ancora oggi esistenti.

"C’ è chi legge Guerra & Pace e non ci capisce un tubo vuoto; c’è chi legge l’etichetta delle patatine fritte e ci trova la spiegazione del mondo" (J.S. S. architetto napoletano).

Scherzi a parte, il film è ben fatto; proprio perché godibile, consiglio di ricordarsi che i messaggi che lancia vanno ben oltre la superficie. Se queste note vi sono sembrate noiose, pedanti e forse farneticanti, non solo chiedo venia, ma consentitemi un piccolo consiglio. Coloro tra i lettori che hanno accesso ad Internet, vadano alla voce NEWSGROUPS italiani di un qualunque motore di ricerca (consiglio Google) e digitino Forrest Gump. Quando leggeranno ciò che è stato scritto su quel film, cambieranno idea. Infine, da cattolico, mi permetto di dare un consiglio che al "buon dottore" forse non sarebbe piaciuto, ma dove si trova oggi ne può misurare tutta l’importanza. In giro per il mondo i suoi ammiratori sono tanti. Ho letto che il successo ottenuto dalle versioni arabe dei suoi testi è ragguardevole, tanto che sembra contare tra i suoi fans persino Bin Laden (una delle possibili traduzioni di Al Qaida è "La Fondazione"). Quanti di questi ammiratori hanno mai speso una preghiera per lui? Asimov non credeva in un’altra vita, ma spero che quel Dio che ha creato l’Uomo con anche il compito, tra gli altri, di completare e perfezionare la Creazione (non dimentichiamoci che, al di fuori dei popoli la cui cultura è sorta dal felice connubio tra la tradizione biblica e la razionalità greca, il progresso tecnologico è stato per lo più un’eccezione e, comunque, non è stato mai messo a disposizione delle masse - che, poi, nel progresso non tutto sia oro ciò che riluce, è un’altra storia), gli abbia concesso la grazia della conversione.

ARCANGELO SANTORO è nato il 5 novembre 1959 a Sparanise, ridente centro di Terra di Lavoro, dove vive. Ha conseguito, a seguito di esame, nel 1984, presso l'Ordine dei Medici di Salerno licenza in Medicina Alternativa. Sapeva a mala pena leggere, quando scoprì Nembo Kid, nei mondadoriani Albi del FALCO e, soprattutto, FLASH GORDON. Nel 1969, in contemporanea con il viaggio sulla Luna, gli fu regalato "Dalla Terra alla Luna". Oltre a ciò è sempre stato un topo di biblioteca ed un bibliofilo (anzi un "biblioFOLLE"). Il primo "URANIA" che comprò è stato "Terrore su Londra" (di cui ricorda un po' la trama ma null'altro). Da allora la passione per la SF (oltre a quella per il giornalismo) non lo ha mai lasciato. Assieme ad altri amici è stato tra gli animatori del circolo di astrofili (o forse"astroFOLLI") "C.Flammarion"  organizzatosi nel suo paese negli anni '80 del testé trascorso XX Secolo d.C. Ha cominciato nemmeno sedicenne a collaborare con varie rivistine locali dove si firmava " il Marziano". Dal 1980, dopo un periodo di lontananza dalla Fede e di militanza nell'estrema sinistra, è tornato al Cattolicesimo ed è legato ad un versione classica e tradizionale di esso, comprendendovi la venerazione per la liturgia pre-Vaticano II. Dal 1996 collabora (di recente, a sua insaputa n'è stato fatto caporedattore) alla rivista "L'ALTRA VOCE" (Via Sant'Andrea,10 -82036- Solopaca- BENEVENTO- tel/ fax 0824 971655 email laltravo-ce@jumpy.it).  Con un articolo di disanima, analisi e confutazione del pensiero del filosofo neo-pagano Evola, ivi pubblicato, partecipò alla edizione 1999 del Premio "Tito Casini" aggiudicandosi il secondo premio nella categoria giornalismo (su oltre quattrocento partecipanti). Per i tipi delle edizioni di tale rivista è stato tra i curatori dell'antologia "L'Ora di satana".  Sposato dal 1988, il 14 dicembre 2002 è diventato papà per la quarta volta. La foto è di un quarto di secolo fa.