Home sommario editoriale saggistica narrativa poesie
recensioni biblioteca sf movies notizie lettere mail
 

Nel futuro, la finzione si sostituirà alla natura?

Homo artificialis

                      di     Luigi Picchi

Caos, dove ogni cosa diventa ogni altra cosa e di conseguenza fantascienza (?)

(Roberto Bazlen)

Questo mio scritto, in quanto risultato di una lezione tenuta a studenti di un Liceo classico, più che un saggio vuole essere una semplice scheda e una succinta rassegna su esempi inerenti allo scottante e complesso problema dell’uomo artificiale clonato o androide. Al lettore quindi lascio di approfondire gli spunti di questa rapida "carrellata" inevitabilmente incompleta. Così pure i libri e gli autori che citerò meritano di essere ripresi in una lettura personale che sarà, senza ombra di dubbio, avvincente come lo è stata per me. Tutto è iniziato con Pigmalione, l’eroe di Ovidio (Metamorfosi X, 243-297) che, innamoratosi di una sua statua di donna, ottenne dalla dea Venere che questa prendesse vita diventando di carne ed ossa. La statua animata è poi anche nel mito del gigante bronzeo di Talo, nel racconto di Prosper Mérimée (1803-1870) La Venus d’Ille, nel personaggio dantesco del Veglio (Inferno, XIV) e soprattutto nella leggenda cabalistica del Golem (il termine significa "incompleto") oppure nei racconti metafisici del Realismo magico o nel Surrealismo.

La tecnica come seconda natura

Ovidio diceva che ars adeo latet arte sua come dire che ars est celare artem. Difatti i replicanti sono talmente artificiali da sembrare più reali della realtà o, per citare Blade Runner, "più umano dell’umano". Il futuro infatti vedrà la finzione sostituirsi alla natura. Già Alfred Döblin (1878-1957), autore di uno straordinario romanzo poematico geopolitico e tecnocratico, Giganti, sosteneva profeticamente che la tecnica sarebbe diventata come una seconda natura e che la macchina si sarebbe comportata come un demiurgo. Altre figure "eugenetiche" sono il personaggio ovidiano di Ermafrodito e l’Androgino platonico, Dedalo e Prometeo, Pandora, la prima donna, costruita artigianalmente da Efesto, il dio fabbro, assieme ad alcuni automi in oro (precursori di Threepio, il robot di Guerre Stellari).
La biblica Eva è a suo modo una clonata: dopotutto è stata ricavata dalla costola di Adamo! Un altro "clone" dell’antichità è il personaggio plautino di Sosia nella commedia Amphitruo, dove si racconta che Giove, desiderando la moglie bellissima di Anfitrione, assume le fattezze di questi in modo da possedere la donna. Sosia è invece il servo di Anfitrione in cui si trasforma il dio Hermes complice dell’inganno. Il meccanismo del sosia replicante sarà poi riproposto nel film Metropolis di Fritz Lang, (1926) tratto dal romanzo della moglie Thea Von Harbou.

Nel Medioevo si racconta di una leggendaria "testa parlante" realizzata dal filosofo Alberto Magno. Dal Rinascimento al Settecento diversi sono gli esempi di automi: il leone meccanico di Leonardo Da Vinci, la Francine di Cartesio, la liutista di Giannello della Torre, i musicisti (flautista e tamburino) di Vaucanson, il giocatore di scacchi di von Kempelen, lo scrivano di Jacquet-Droz. Sembianze umane scaturiscono pure da sostanze liquide come l’intruglio seminale che alchimisticamente produce in vitro l’homunculus di faustiana memoria (il matraccio alchemico non è forse l’antenato dall’odierna provetta?). In questa linea s’inserisce anche il plasma di Solaris. Nel romanzo di Stanislav Lem si racconta di un misterioso pianeta, dove incubi e desideri degli astronauti si materializzano sotto forma di persone conosciute sulla terra. Anche i leggendari "uomini forca" della pianta di mandragora possono essere considerati per le loro caratteristiche antropomorfiche dei presupposti del nostro soggetto. In questo contesto medievaleggiante e rinascimentale si può richiamare anche la già citata leggenda praghese del Golem, la gigantesca statua di terracotta che, in particolari circostanze astronomiche e sotto effetto di un magico cartiglio cabalistico, prende vita.

Più tardi il Romanticismo con le proprie ossessioni prometeiche crea nel 1817, grazie alla penna di Mary Shelley, il mostro di Frankestein, sorta di nuovo Golem, frutto aberrante della cultura illuministica, idolatra della Ragione e della Scienza ed esaltata dagli esperimenti di Galvani e Volta. Frankestein è la versione moderna e ribaltata del mito di Zeusi, il pittore che per realizzare la raffigurazione della donna perfetta copiava dettagli fisici dalle modelle più belle: Frankestein difatti è "assemblato" e "combinato" (e in questo anticipa il cyborg). All’orrore per le intemperanze della Scienza (quell’atteggiamento di "violenza" del limite, l’oltraggio cioè di "andare oltre", che gli antichi greci chiamavano ubris), s’aggiunge il mito roussoiano del "buon selvaggio" corrotto e incattivito dalla società malvagia. La visione negativa della natura umana e della civiltà, l’emarginazione del "brutto", il pessimismo cosmico e una certa tensione teomachica avvicinano il romanzo della Shelley al pensiero di Leopardi. Del poeta recanatese interessante è l’operetta morale Proposta di premi fatta dall’Accademia dei sillografi dove s’immagina la costruzione di tre automi: l’amico ideale, il virtuoso e la donna ideale.

L'esaltazione tecnocratica futurista

L’uomo artificiale può essere così superiore a quello naturale. Interessante il racconto di Hoffmann (1798-1874), L’uomo di sabbia dove si parla di una certa Olimpia, la bellissima e apollinea figlia di uno scienziato, poi rivelatasi un semplice automa. Questo tema inquietante della falsificazione e della replicazione artificiale della realtà verrà ripreso con esiti pirandelliani nel dramma teatrale di Massimo Bontempelli, Millie la candida (1928) dove la protagonista impazzisce, quindi si suicida perché le hanno fatto credere che il mondo attorno a lei è artificiale. Edgar Alan Poe ne Il giocatore di scacchi di Maelzel s’avventura in tutta una serie d’ipotesi sull’ambigua natura di questo strano, inquietante personaggio meccanico. Il Decadentismo approfondisce ed esaspera, in clima positivista, queste tematiche. Così Philippe-Auguste Villiers De l’Isle-Adam, ostile al progresso, scrive in Eva futura (1866) la storia infelice d’una donna automa, progenitrice della Maria di Metropolis (il romanzo è di Tea Von Harbou, moglie del registra Fritz Lang, autore del celebre film del 1926).

Con l’esaltazione tecnocratica futurista, la "modernolatrìa", nasce il feticismo delle macchine e una sorta di animismo (Bontempelli e Federico Azari che immaginano la presenza di una sensibilità intellettiva nei motori). Marinetti celebra i nuovi ritrovati della chirurgia e auspica la "umanizzazione dell’acciaio e metallizzazione della carne nell’uomo moltiplicato. Corpo motore dalle diverse parti intercambiabili e sostituibili. Immortalità dell’uomo!". È già il sogno profetico del Cyborg.

Questo "splendore geometrico e meccanico" caro ai futuristi trapassa pure nel Surrealismo e nel "Realismo magico" della rivista "900" diretta da Massimo Bontempelli che riscrive la Eva futura di Villiers de l’Isle-Adam con la favola metafisica Eva ultima (1923). Questa volta è una donna ad innamorarsi d’un automa, suo uomo ideale. Nel coro degli automi, uno dei testi delle sue poesie, Bontempelli sembra riecheggiare invece il Leopardi del coro delle mummie di Federico Ruysch. Il vero automa è l’uomo, marionetta di Dio, unico vero spettatore. Karel Capek nel dramma del 1921 R.U.R. immagina una ribellione di robot, inizialmente insensibili, poi sempre più dotati di sentimenti ed emozioni, razza nuova e ultimi abitatori del pianeta (tra l’altro il termine "robot" deriva proprio da un termine slavo che significa "lavoratore").

Anche le tre leggi della robotica della raccolta di racconti Io, Robot (1950) di Isaac Asimov presenta situazioni in cui emerge la commovente filantropia dei robot che a furia di frequentare gli umani li imitano sempre più fino ad acquisirne la sensibilità. Thea von Harbou, moglie di Fritz Lang con una lirica ed epicizzante visionarietà tutta espressionistica, nel romanzo Metropolis (1912) mette in campo una donna-robot-sosia che in un clima di rivolta sociale fomenta le masse contro le macchine di una città iperindustrializzata. Luddismo, persuasione occulta, alienazione, tecnocrazia disumana, questi i temi fondamentali della storia. Il film di Lang, rispetto al romanzo, risulta una semplificazione. Bulgakov in Cuore di cane (1928) fa l’amara parodia del regime stalinista attraverso la bizzarra e grottesca storia d’un aberrante trapianto d’ipofisi e ghiandole seminali canine in un ladro defunto. Pallini, excane Pallino, continua a comportarsi da cane nonostante la nuova natura e viene emarginato o sfruttato. Con una nuova operazione l’ordine iniziale verrà ristabilito.

Philip Dick con Blade Runner (questo in verità è il titolo del film di R. Scott perché il romanzo originario del 1968 si intitola Gli androidi sognano le pecore elettriche?) dà un contributo significativo alla tematica, segnando un’epoca. In una Los Angeles da incubo, postatomica un cacciatore d’androidi scopre che vero e falso nell’identità genetica sono interscambiabili, la realtà è ambigua: è impossibile distinguere ciò che è veramente umano da ciò che è artificiale; i confini tra organico e inorganico sono sottili; la vita è sempre più innaturale e tutto può essere duplicato e riproducibile e se gli animali sono artificiali, anche gli uomini possono esserlo sempre di più. In un mondo dove ogni speranza va spegnendosi gli androidi alla fine sembrano essere più genuini e avere più grinta e vitalità degli uomini stessi. Del romanzo di Dick esiste il seguito, a firma di K.W.Jeter, allievo del famoso scrittore, ma più che al libro Blade Runner 2 (1995) si collega piuttosto al film.

Il contributo di Inìsero Cremaschi e Gilda Musa

Anche degli scrittori italiani hanno dato il proprio contributo a questo tema sconvolgente e quanto mai attuale: Inìsero Cremaschi e Gilda Musa, ad esempio, in Dossier extraterrestri (1978) immaginano che alcuni alieni non siano altro che robot lanciati nello spazio in un’era remota prima che un catastrofe spazzasse via una evolutissima civiltà, i cui sopravvissuti avrebbero originato l’umanità. La sola Gilda Musa nel romanzo breve, Max (1972) racconta di un giovane homo artificialis, organico, perfettamente biologico, nato eugeneticamente in vitro senza fecondazione, programmato cromosomicamente per essere onesto, gentile e creativo: è poeta in un mondo dove la poesia è stata dimenticata e bandita. La sua "creazione" deve essere tenuta segreta perché mentre la Chiesa lo rifiuterebbe come prodotto luciferino e lo considererebbe privo dell’anima, lo Stato lo userebbe come prototipo per realizzare un esercito di guerrieri androidi da impiegare senza scrupoli in una guerra. Questa storia di Gilda Musa nella sua essenzialità e nella sua linearità stilistica e narrativa è forse il testo più lucido e ricco di stimoli, grazie anche ad un’intensa sensibilità lirica. Verso la fine del racconto il dottor Vittorio Deana così si rivolge alla propria creatura:

Io assetato di bellezza e di espressione, in un mondo che da centinaia d’anni ha dimenticato la poesia per affaticarsi soltanto in ricerche scientifiche, io avevo studiato trenta anni per scoprire la formula dei geni in cui fossero impressi i caratteri della creatività artistica. Ci sono riuscito: quella formula tanto preziosa che chiamavo materia x, l’incognita che cercavo, ha dato a te il nome, ma x, Max. E tu sei poeta, le tue poesie – le conosco tutte – sono incantevoli, ma ne scriverai di migliori, sono certo, tu sei nato per la poesia e la farai rinascere nel mondo; tu, carico delle esperienze scientifiche che io ti ho fatto studiare per anni e che studierai ancora, ricco della nuova cosmovisione che ha trasformato le antiche strutture, scriverai la nuovissima De rerum natura, la nuova cosmogonia e cosmografia, un poema universale, una sintesi di quanto noi scienziati abbiamo studiato e solo aridamente esposto con formule e cifre. Tu, Max, hai l’enorme vantaggio di essere uno spirito assolutamente privo d’inceppi, d’inibizioni ataviche, prevenzioni: tu sei un prodotto purissimo, tu sei nuovo, libero, interamente e totalmente te stesso: puoi esprimerti secondo l’istinto, e tu esprimiti così. E se l’essere totalmente nuovo ti arreca contemporaneamente lo svantaggio di mancate esperienze anteriori – tutte le forme di difesa, ad esempio, ti mancano – Max, non importa. L’esperienza ti verrà dalla tua stessa vita. Hai sensibilità e intelligenza sufficienti. La tua fuga [dal laboratorio], la tua ribellione, ne dà garanzia: la molla dell’autodifesa è scattata.

Eloquente l’exergo del racconto: è il passo biblico di Genesi, 2,7 sulla creazione dell’uomo: "E l’Eterno Iddio formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale, e l’uomo divenne un’anima vivente". L’uomo può dunque "prestare", "moltiplicare" e "spartire" con l’androide l’anima ricevuta da Dio. Situazione analoga nel romanzo per ragazzi, Marinella super (1978) dove si racconta d’una bambina cyborg, Marinella Seconda, sosia di una certa Marinella, figlia di una facoltosa famiglia. Il robot salverà la padroncina da un rapimento dimostrando d’aver sviluppato una propria psicologia e una sensibilità morale decisamente pari a quelle d’un uomo conquistandosi così affetto, stima e fiducia.

Nel finale la piccola androide sta per essere "licenziata" cioè restituita alla IBW che l’ha fabbricata: la "cyber sentiva di provare uno slancio affettivo verso Marinella, e l’ipotesi formulata di dover abbandonarla e perderla nello spazio e nel tempo, e di dover rinunciare alla sua vicinanza e alla protezione su di lei, le attivava nei congegni logico-morali un inceppamento, quasi un disturbo fisico". La bambina "rifiutava che la cyber fosse chiamata cyber, perché quella cyber si era comportata e si comportava quasi umanamente. Doveva persuadersi che Marinella aveva ragione: una cyber che si umanizza, ha diritto di non essere considerata più del tutto, una cyber". Infine Marinella Seconda viene interpellata se vuole restare ancora con la sua padroncina e "dopo aver coordinato gli impulsi e le reazioni, Marinella Seconda formulò la sua risposta. – Voglio restare con te. Per sempre. Tu mi vuoi bene e anch’io ti voglio bene, Marinella. Non era la risposta programmata".

Il replicante riscatta l'uomo

Nel racconto Memorie d’una astronave, invece, un’astronave intelligente rapisce dei bambini cui si è affezionata, qualcosa di simile avviene in 2001 Odissea nello spazio col "personaggio" di Al 9000. A questo riguardo si legga il racconto di F. Brown, La risposta, dove un cervello elettronico diventa una sorta di Dio folgoratore. Nell’antologia della rivista "Futuro" (Edizioni Nord) compare un racconto di Piero Prosperi, Troppo perfetto (1963), storia d’un presunto androide in profonda crisi d’identità e così torna anche qui l’ambiguità tra reale e artificiale. Il racconto si presenta sotto forma diaristica: il robot A-1 racconta la propria drammatica vicenda di una creatura artificiale perfetta e superdotata realizzata nei laboratori della GRC dal dottor Kleisermann: "Sono un robot, ma ben difficilmente l’occhio più esercitato potrà capire che sotto questa mia pelle liscia, elastica e rosea, nient’altro che una flessibile lamina plastica, si celano decine di migliaia di ingranaggi, segmenti e relais, chilometri di sottilissimi cavi metallici". Il robot viene istruito ed educato come un ragazzino, impara a guidare, a conoscere se stesso: "Sono un robot perfetto. Una macchina perfetta. E cos’è l’uomo se non una macchina perfetta? Sono un uomo, io, il prodotto di una scienza mirabilmente progredita, in tutto e per tutto simile alle persone che camminano su questa strada. Il primo vero uomo sintetico della storia". Quando A-1 si innamora di una ragazza, Kleisermann, preoccupato che il robot sviluppi troppo la propria personalità, lo considera un esperimento ed un prototipo fallito; il robot, allora, si ribella: "Non sono un pezzo di metallo inerte. Io vivo. Penso.Agisco!".

In tempi molto più recenti il giovane scrittore giapponese Akira Mishima ha pubblicato il romanzo Bambole (1996) dove si racconta con humor, anche nero tendente allo splatter, con il tipico ritmo concitato da manga, la vicenda d’amore tra un detective e una androide che da oggetto di piacere diventa una vera e propria compagna. Ecco l’incipit della storia:

Candy è la mia bambolina. La guardo dormire, la spio. Ha il respiro regolare, il corpo rannicchiato in posizione fetale, ciglia lunghe che fremono per lo spettacolo di un sogno o per l’orrore di un incubo. […] Il suo corpo è un’irresistibile mistura di polimeri bio-plastici, assemblati da ingegneri, genetisti, industrial-designer e specialisti di chirurgie a innesto anti-rigetto. Una Sinto-Donna della Prima Generazione, un automa, un pezzo di plastica con le fattezze di una dea.

Finora possiamo dire che la maggior parte degli scrittori citati ha una visione angelicata, cavalleresca e romantica dell’androide, spesso ritenuto più nobile dell’uomo e chiamato ad incarnare e ad assumere in sé le potenzialità positive e divine dell’uomo. Così l’androide, fatto a somiglianza dell’uomo, finisce ad essere lui, più del suo inventore, immagine e somiglianza di Dio. In questa prospettiva è il replicante a riscattare l’uomo. Comunque il tema dell’androide è tutto giocato con le più disparate variazioni sul fatto che più è complesso e sofisticato, più è tecnicamente aggiornato, più è in grado di somigliare all’uomo in modo sconcertante fino ad identificarsi con lui e magari superarlo in energie fisiche e mentali, in sensibilità e in certi casi in spiritualità. L’androide quindi come "angelo custode", nuovo Adamo, specchio e alter ego dell’uomo.

I cloni assurti a divinità

Più inquietante la situazione del cyberpunk che incarna talora la visione tetra e pessimistica delle ideologie del dissenso. La consumistica e modernolatrica simbiosi tra Macchina e Uomo s’attua nell’ipertrofico ambiente metropolitano con ritmi da "usa e getta". Coinvolgendo l’ingegneria genetica, l’intelligenza artificiale, l’informatica e la realtà virtuale, richiama diverse tensioni e tendenze della nostra epoca postmoderna come la letteratura di contestazione come quella beat, splatter, minimalista, il neogotico. Capolavoro-manifesto: il Neuromante di William Gibson (1984).

Recentemente, un autore francese molto scomodo e polemico, per niente political corret come Michel Houellebecq (1958), ha immaginato al termine del suo romanzo Le Particelle elementari (Bompiani 2002) che l’umanità sia stata progressivamente sostituita da una nuova razza superiore geneticamente modificata: la clonazione ha eliminato sesso e dolore e i cloni per gli umani sono come dei. Vediamo alcuni passaggi dell’epilogo dove, a conclusione di questo spietato e amaro romanzo esistenzialista e sociologico, si dà un esito del tutto imprevedibile e decisamente fantascientifico: lo scienziato Michel Djerzinski e il suo allievo Frédéric Hubczejak ritengono che "l’umanità, al punto in cui era arrivata, potesse e dovesse controllare l’insieme dell’evoluzione del mondo - e in particolare, potesse e dovesse controllare la propria evoluzione biologica".

Inoltre, una mutazione fondamentale di natura biologica e quindi antropologica, culturale e metafisica sarebbe diventata "indispensabile per la sopravvivenza della società – una mutazione che ripristinasse in maniera credibile il sentimento della collettività, della continuità e del sacro", negati dalla mentalità individualistica del consumismo. Hubczejak, applicando le teorie eugenetiche del maestro, "affermava come l’umanità dovesse sentirsi onorata "di essere la prima specie animale dell’universo conosciuto a organizzare essa stessa le condizioni della propria sostituzione"". Sono valutazioni terrificanti nel loro potenziale prometeico e faustiano anche se presuppongono un’onesta motivazione morale e palingenetica.

Concludendo, non posso non ribadire che la fantascienza, vera e propria letteratura d’anticipazione, profezia, metafora e allegoria dell’uomo o nuova, modernissima forma di conte philosophique o narrativa esistenzialistica, ha potenzialità non del tutto esplorate di affrontare il tema dell’androide o homo artificialis, che è certamente uno dei più interessanti e avvincenti, perché coinvolge le più disparate discipline da quelle più strettamente scientifiche come la genetica a quelle più altamente umanistiche come l’etica, l’antropologia e la teologia.