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Raggiungendo il tramonto (dis. di Davide Cattaneo) di Andrea Angiolino La Biblioteca Conservativa si trovava a Twickenham,
nei sobborghi di Londra, ed era quanto di più funzionale
si potesse pensare: un androne con qualche sedia e uno
sportello, con un impiegato cui la gente poteva chiedere
una copia digitale del libro voluto. L'ometto la
masterizzava in pochi secondi e l'utente se ne andava
soddisfatto. Tutto sommato, a una prima occhiata sembrava
proprio di stare nell'atrio di un pronto soccorso: uno di
quegli stanzoni piuttosto squallidi dove i parenti degli
incidentati restano fuori ad attendere notizie. I tre
poster incorniciati a giorno di Omero, William * * * Ma torniamo a Twickenham e alla nostra Biblioteca. Allo stesso livello di importanza e di altitudine dello sportello da ospedale c'era un'altra grigia stanzetta: l'ufficio Statistiche, Permessi Speciali e Nuove Accessioni. Qui si concentrava tutta la vita burocratica dell'ufficio: il signor Theiler, unico membro, ne aveva garantito per decenni la tradizionale lentezza. Fino al mese scorso, quando si era deciso ad andare in meritata pensione e dedicare finalmente tutta la giornata alla sua passione per l'astromodellismo dinamico. Il suo posto era stato preso dal giovane ed effervescente Peter Jorgenaur, che al momento non era alla sua scrivania ma in altro e più prestigioso luogo: l'unico locale della biblioteca, bagni a parte, che non abbiamo ancora nominato, e cioè l'ufficio del Direttore. Era costei una donna di mezza età, il cuore tutto sommato d'oro nascosto sotto una rude scorza da manager d'altri tempi. Pochi vezzi, se non quello di rifiutare sdegnata l'epiteto di "direttrice": preferiva decisamente "direttore" nelle occasioni formali e più semplicemente "signora Bergson" nelle altre, senza pretendere alcun riferimento ai suoi vari titoli accademici e non. Come altri pretendevano e pretendono tutt'oggi con un certo sussiego: per esempio Lopez Claussen, che non ha omesso alcuno dei propri titoli sui suoi fatali biglietti da visita. * * * Peter Jorgenaur sedeva in poltrona e parlava alla signora Bergson con un certo fervore. "A quanto sono riuscito a ricostruire, questo Alexander Pollard detto Al sarebbe nato a New Haven, nel Connecticut, oltre un secolo fa: nel 1922, per essere esatti. Dopo scarsi successi universitari, si è poi fatto qualche anno di guerra nell'esercito statunitense: tanto da essere ferito di striscio nell'estate 1943, durante lo sbarco sull'isola Rendova. Due anni dopo si è congedato e ha vissuto una breve ma intensa vita alla ventura, vagabondando da un posto all'altro. Negli anni '60 ha infine aperto un ristorante alternativo a Kokkola, in Finlandia, che ha gestito sino alla fine dei suoi giorni." Peter si fermò un istante e corrugò la fronte. La signora Bergson si chiese se per caso volesse mollare il suo posto di bibliotecario per iniziare anche lui un'intensa vita alla ventura, o almeno per aprire un ristorantino in Scandinavia. Ma tutto sommato Peter aveva i libri nel sangue: tanto da resistere all'immane tedio dei suoi doveri d'ufficio, pur di starci in mezzo. Il giovane riprese a parlare. "Cos'abbia fatto Al nel suo peregrinare non si sa: nei tardi anni quaranta ha comunque conosciuto Kerouac e i suoi compagni di bisbocce in un bar di New York. Pare anche che i due si siano fatti una bella vacanza assieme, girando per il Messico." La signora Bergson sgranò gli occhi: "Ecco perché ci interessiamo a lui!" "In realtà no", fece Peter. "Piuttosto, pare che Al abbia scritto un libro intitolato 'Reaching the Sunset'. Rifiutato da varie case editrici, nel 1953 il volumetto sarebbe stato pubblicato a bassa tiratura dalla Variag di San Francisco, presto scomparsa: vendite irrisorie, carriera di scrittore finita sul nascere. Non sappiamo molto del libro, se non grazie a un'entusiastica recensione su una rivista ciclostilata dell'epoca: eccola qui. Ne abbiamo inoltre una citazione, ritrovata mesi fa durante i lavori di ristrutturazione dei bagni femminili all'Università di Berkley: l'iscrizione risale anch'essa alla metà del secolo scorso. Questo è il testo che ho avuto dal locale Ispettorato delle Belle Arti. Per quel poco che si può capire, pur presentandosi come un romanzo, 'Reaching the Sunset' è uno dei più poderosi testi di filosofia del secolo scorso." Ormai la direttrice aveva perso ogni traccia di compostezza e sembrava piuttosto eccitata. Esaminò con cura la rivista e la stampata dell'email, poi annuì. "Molto interessante, Peter. Complimenti davvero. Caccia aperta, allora: trovamene una copia. E se superi il budget standard non preoccuparti, basta che mi avverti prima." * * * Mesi dopo, Peter era di nuovo nell'ufficio della signora Bergson. "La Biblioteca Nazionale Argentina è disposta a cederci una loro prima edizione di 'El libro de los seres imaginarios' in cambio di una copia degli albi di Copi." "I fumetti della donna seduta?" "Esatto, nella prima edizione inglese. Ma tanto li abbiamo tripli. E inoltre vorrebbero una copia degli 'Appunti per racconti nel doppio fondo di un armadio' di Ronald Obermaier. Ovviamente... Ma sì, diciamo 'recuperati' dal figlio, come tutti gli altri trentotto volumi delle sue opere postume." "Bene, scambio approvato. Provvedi pure. Ma a proposito di recuperi, di 'Reaching the Sunset' che mi dici?" "L'ho cercato a destra e a manca, ma pare che non se ne sia salvata nemmeno una copia." La signora Bergson socchiuse gli occhi. "Io un'idea ce l'avrei. A Duxford c'è la base dei Viaggiatori del Tempo: i Crony Express, li chiamano informalmente al Ministero. Potremmo chiedere a loro di recuperarcene una copia... Nel passato, se non si trova altrove." "Ne ho sentito parlare, dei Viaggiatori. Sono militari?" "Non credo, ma comunque governativi. Costituiti per delibera del Parlamento al momento dell'invenzione della macchina del tempo, per averne uso esclusivo e controllato. Un po' per la consueta tendenza accentratrice di tutti i governi, un po' in seguito alle proteste dei verdi sul possibile inquinamento del flusso temporale..." "In effetti di scompiglio se ne potrebbe creare, con un attrezzo del genere." "Già. In ogni caso, parlando di macchine del tempo 'invenzione' è una parola grossa: usano apparecchi identici a quello del racconto di Wells. Datato 1894, peraltro." "La realtà non supera quasi mai la fantasia, ma ogni tanto la raggiunge..." * * * Di missioni nel passato Johan ne aveva fatte diverse, ma più che altro per raccogliere informazioni tendenzialmente importanti e segrete. Certe volte per il governo, certe altre per l'industria nazionale, di quando in quando anche per qualche cattedra di storia dell'Università. Una volta, in occasione del compleanno del Re, lo avevano mandato perfino a farsi insegnare con precisione una ricetta dimenticata da tempo. Ma quella era la prima volta che lo inviavano a recuperare un libro. Facilissimo: un salto a San Francisco, una visita a un po' di librerie e fine. I pochi dollari necessari alla faccenda li aveva procurati l'Ufficio Numismatico del Ministero. Entrò nell'hangar. I tecnici avevano fatto un gran bel lavoro: la sua macchina del tempo sembrava proprio una Pontiac di cent'anni prima. Il mimetismo cronologico era sempre opportuno: non solo nelle missioni più delicate ma in ogni caso, per non turbare troppo il flusso temporale. Del resto, a quanto pare, finché si tornava entro un giorno e mezzo non se ne lasciavano, di perturbazioni nel passato. Johan sorrise soddisfatto. Ci andava sempre volentieri, nell'America degli anni '60. "Ogni tanto ci vuole", pensò. "Al giorno d'oggi non li fanno più come una volta, gli hamburger." * * * I tecnici fecero largo. Johan saltò nella macchina del tempo, girò la chiavetta d'accensione e dette gas. La macchina decollò avvolta da un fumo azzurrastro, che subito si diradò. Johan prese quota sorvolando ussari e ulani che dilagavano in un campo di grano, lanciati verso alcuni quadrati di fanti scozzesi in giubba rossa. Sterzò bruscamente e passò sopra i tetti di Roma: i palazzi in marmo bianco erano arrossati dalle fiamme di un enorme incendio. Johan notò un uomo barbuto che suonava la lira sulla terrazza più alta; nella distanza intravide elefanti da guerra attraversare le Alpi. La macchina fece un'ampia virata e sorvolò tre caravelle dirette verso il mare aperto, mentre poco più in là alcuni austeri gesuiti introducevano il tacchino in Europa. Johan decise di fare ancora un giro prima di localizzare la propria meta: superò Venus IV che atterrava tornando da Marte con i figli dei primi coloni, incrociò il Titanic che puntava dritto verso un iceberg e si trovò su una città in pietra grigia dall'imponente cattedrale gotica. Gettando un'occhiata sulla via principale, vide una donna completamente nuda galoppare su un cavallo bianco: passava fra strade e botteghe, davanti agli occhi attoniti della popolazione. Johan scese di quota per osservarla meglio e la seguì con lo sguardo. Era davvero bella! Cavalcava altera seguita da due ancelle vestite, anch'esse a cavallo. Ma appena Johan si accorse di aver superato le mura merlate della città e il fossato esterno, sentì un fischio lancinante davanti a sé. Si girò di scatto per guardare dove andava: a meno di sei metri dal muso della sua macchina, un bombardiere in picchiata "Stuka" della seconda guerra mondiale gli stava tagliando la strada, tuffandosi giù verso il modernissimo cinema Rex! Johan voltò bruscamente, passò tra due caccia Spitfire, puntò bruscamente il muso in basso per evitarne un terzo e sentì un colpo sordo sulla fiancata della sua macchina. Per non perderne il controllo si afferrò alla cloche con entrambe le mani: mantenne la direzione ma si accorse di perdere troppa quota. Un fumo azzurro avvolse la macchina, che toccò terra e si fermò con un sobbalzo. * * * Il fumo si dissolse subito. Johan si guardò attorno con circospezione per capire in quale luogo ed epoca fosse atterrato. Vide che si trovava in un piazzale, ingombro di automobili e circondato da palazzoni a otto piani. In un angolo alcuni monelli giocavano a pallone, incuranti del traffico. Un gruppetto di ragazzine pesantemente truccate bivaccava a cavalcioni di motorini in sosta. Due robusti giovanotti, dall'aria molto sicura di sé, oziavano appoggiati a un'utilitaria parcheggiata. Johan fissò un enorme cartellone su cui una ragazza in mutandine e reggiseno pubblicizzava un trapano elettrico. Il Crony Express non riuscì a spiegarsi perché una signorina, per quanto avvenente, dovesse mettersi quasi nuda per forare un muro: ma gli uomini del marketing che avevano progettato quella campagna pubblicitaria avranno certamente avuto i loro motivi. Del resto, più che fissare la signorina, in quel momento Johan scrutava lo slogan: era in una lingua che non conosceva, forse spagnolo o portoghese. Johan si infilò nell'orecchio un traduttore automatico. Quelle macchinette non garantivano una gran fedeltà, ma per lo meno davano all'istante il significato approssimativo di quanto si sentiva. Scese dalla macchina e aguzzò le orecchie per ascoltare gli strilli dei bambini che giocavano a palla. Non dicevano niente di che: ma sul visore del microcomputer, nella lente destra dell'occhiale, poté leggere di che lingua si trattava. "Italiano centro-meridionale", diceva. Johan si guardò attorno per decidere che fare. Subito ebbe un tuffo al cuore: la sua macchina del tempo era scomparsa nel nulla! Eppure ne era sceso da meno di un minuto... Tirò fuori di tasca la tastierina e digitò la frase che voleva tradurre: "Portatemi dal rappresentante delle autorità locali." Fece scorrere le opzioni del menù a tendina: burocratico, commerciale, forbito... Dato l'ambiente, scelse "colloquiale": lesse nella lente dell'occhiale la traduzione in italiano con relativa trascrizione fonetica, la memorizzò e si avvicinò ai due uomini appoggiati all'utilitaria. * * * Lollo vide il tizio scendere dal macchinone e guardarsi attorno spaesato. Diede una gomitata al Secco perché lo notasse anche lui. Il tipo aveva pantaloni corti e un camicione a fiori decisamente fuori moda: tutti uguali, questi americani. Poteva essere un ufficiale della base di Bagnoli in libera uscita, o forse un turista: ma in entrambi i casi, come c'era finito lì? A meno che non fosse un collega d'oltreoceano, venuto a fare affari nei quartieri dove la polizia gira malvolentieri Videro il tizio darsi un'occhiata attorno e sbiancare in volto. In effetti, a guardare meglio, la sua macchina si era già volatilizzata. Probabilmente il pollo non aveva nemmeno chiuso la portiera a chiave. Ma come avevano fatto gli americani a vincere quasi tutte le guerre e diventare i padroni del mondo? Lollo e il Secco sospirarono all'unisono. Il tizio venne verso di loro e cercò di darsi un tono. "Portate per favore me dal vostro capo", disse con accento incerto. Lollo gli rispose in un inglese fluente. "Vieni con noi, amico, ti ci portiamo subito." * * * Anche Ciro vide il tizio scendere dal macchinone e guardarsi attorno spaesato. Neanche quindici secondi dopo era già strisciato al posto di guida, pronto a staccare i fili dell'accensione: aveva sedici anni e lo chiamavano "dita di fata", riferendosi alle stesse mani per cui aveva smesso di lavorare nella tipografia dello zio e nella fabbrica di fuochi d'artificio del cognato. Aveva dita troppo buone per farsele schiacciare da un rullo o portar via da uno scoppio accidentale. La preda era ghiotta: un macchinone del genere era roba da collezionisti, ci avrebbe alzato un bel gruzzolo. Schiacciato alla base del sedile, alzò lo sguardo: il volante era di forma piuttosto strana, quasi da aeroplanino delle giostre. Ma ancora più strano era il fatto che il proprietario avesse lasciato la chiave dell'accensione inserita! Un vero gonzo... Ciro balzò a sedere nel posto di guida, anche a rischio di essere visto, e girò la chiavetta. Il motore partì subito, ma tutt'attorno si alzò un gran fumo azzurrastro: che avesse fuso qualcosa? Per fortuna, il fumo si diradò subito. Ciro non credeva ai suoi occhi: stava volando! Quello che aveva davanti era il Vesuvio e diventava sempre più grosso: inoltre, era in piena eruzione. La lava scendeva giù dal cratere e un'enorme colonna di fumo e cenere si innalzava e piegava verso il mare, fin oltre l'isola di Capri. Napoli non si vedeva quasi più: si scorgevano giusto un po' di ville e palazzi dall'aria antichissima. La gente fuggiva e solo un'antica triremi si stava avvicinando alla costa, con un vecchio dalla barba bianca che si sporgeva dal ponte per vedere meglio il fenomeno. Ciro era esterrefatto. Si ripromise di comprare un altro po' di fumo da Totonno: doveva essere proprio buono se faceva quest'effetto, sia pure di prima mattina e a digiuno! Intanto, che si trattasse di una visione o della realtà, preferì far virare la macchina e allontanarla dal vulcano in fiamme. La guidava come i simulatori di volo che aveva provato alle fiere di piazza, e in effetti ci si trovava benissimo. Tutto sommato, se era sveglio e cosciente come sembrava, quello doveva proprio essere un simulatore da baraccone. Ciò che vedeva sembrava esattamente una sigla di realtà virtuale. Lasciato il golfo di Napoli, Ciro si ritrovò sopra le coste siciliane: un migliaio di soldati in camicia rossa stava sbarcando da due piroscafi a vapore. Prese quota e si divertì a zigzagare un po', osservando i mutevoli paesaggi sotto di lui: una vasta piana ghiacciata percorsa da un branco di mammuth; un deserto attraversato da centinaia di leggeri carri da guerra falcati; il mare sorvolato da una formazione di ventiquattro idrovolanti con le ali bordate di bianco, rosso e verde. Stava scrutando un villaggio costiero incendiato da uomini vestiti di pelli, con elmi cornuti e lunghe navi di legno, quando il motore iniziò a tossicchiare. Ciro si concentrò sulla guida: per un po' la macchina andò avanti a sbalzi, poi il motore si spense del tutto e l'auto iniziò a precipitare. Ciro tirò a sé il volante più che poteva, ma non servì a molto: riuscì a non cadere di muso ma presto fu quasi al suolo, tra dense volute di fumo azzurrastro. Toccò bruscamente terra, rimbalzò, ricadde, strisciò per un pezzo sul suolo brullo e finalmente si fermò, appena prima di schiantarsi contro un albero. Il fumo si dissolse del tutto: Ciro era in mezzo alla campagna, chissà dove, ai bordi di un campo coltivato. Lontano lontano, ai piedi di una collina, c'era una casetta isolata sul cui tetto sventolava un drago di stoffa rossa. Ciro scese e si sgranchì le gambe: l'auto era proprio malridotta. Decise di lasciarla lì e si incamminò verso la piccola fattoria. * * * Seguendo silenziosamente Lollo e il Secco per strade e vicoli, Johan cercava di dissimulare il panico. Doveva ritrovare al più presto la macchina del tempo! Un viaggiatore temporale è un'interferenza nel flusso della storia. Può restare un massimo di trentasei ore in un'altra epoca e andarsene senza conseguenze, come un sasso lanciato in un lago che increspa solo per un poco la superficie dell'acqua. Dopo un giorno e mezzo, però, il flusso del tempo non regge più la distorsione: perde ogni elasticità e assorbe la presenza del viaggiatore, con tutto ciò che comporta. Per il viaggiatore stesso non dovrebbe esserci pericolo, ma il corso della storia ne rimane irrimediabilmente mutato. Inoltre, nell'istante in cui ciò avviene tutta la gente coinvolta può avere problemi: quando va bene prova la sensazione nota come deja-vu, mentre il tempo ricuce il piccolo strappo. Nei casi più drastici c'è chi arriva a vedere miraggi, fantasmi od oggetti non identificati che volano in cielo. Per fortuna è difficilissimo cambiare la storia, per un individuo: in pochi ci sono riusciti. E così la presenza del viaggiatore finisce di solito per fare danni limitatissimi al passato e al presente: ma non si sa mai. Finalmente Lollo aprì un portone e fece cenno a Johan di entrare. Questi fece per attraversare l'atrio e raggiungere il cortile condominiale, ma il Secco lo richiamò indicando la guardiola del portiere. Lì sedeva Don Tonio, con la radiolina accesa per ascoltare la partita. Il dialogo fu a tratti difficoltoso, ma comunque assai utile. Effettivamente Lollo e il Secco erano in qualche modo agli ordini di Don Tonio. I tre appartenevano a un'organizzazione più vasta, su cui lasciarono però intendere che non fosse il caso di fare domande. In quanto all'automobile scomparsa, erano addolorati che ciò fosse accaduto nel loro quartiere e praticamente sotto i loro occhi: certi ragazzini che avevano appena imparato a camminare non avevano alcuna creanza e arrivavano a portare scostumatezza perfino a loro. I tre si sentivano personalmente impegnati nei confronti di Johan: inutile ricorrere alla polizia, l'auto l'avrebbero recuperata loro. * * * Bao-t'ou era il proprietario di una delle più apprezzate locande del Sin-Tang, un'oasi di quiete e riposo per tutti i viaggiatori che attraversavano quella remota regione. Quando lo straniero dalla pelle rosa entrò nella sala da pranzo, Bao-t'ou ebbe un'improvvisa sensazione di deja-vu: eppure era sicuro di non aver mai incrociato lo sguardo di due occhi così rotondi. * * * Per quanto Lollo e il Secco si dessero da fare, non ci fu purtroppo modo di ritrovare l'auto: dopo quasi un mese dovettero concludere che era proprio scomparsa nel nulla. Johan aveva capito quasi subito che era sparita nel tempo, non nello spazio: ma ritenne più saggio tenerselo per sé. Non lo disse ai due né a Don Tonio: né tanto meno alla polizia. * * * Il carro attrezzi del tempo tornò alla base con la macchina di Johan. Il pilota andò subito a rapporto dal responsabile dei Viaggiatori, il colonnello Hartfile. Era molto perplesso e chiese subito al suo superiore: "Ma Johan non doveva andare nell'America del 1960?" "Sì", disse il colonnello. "Lo avete ritrovato?" "Lui no, ma la sua auto sì. Da tutt'altra parte: nella Cina del 621. Mezza sfasciata, completamente abbandonata e senza un goccio di carburante. Johan l'abbiamo cercato coi rilevatori in lungo e in largo, entro un raggio di cento miglia e di venticinque anni, ma di lui non c'era proprio traccia. Il suo segnalatore individuale era ancora nel cruscotto della macchina." "Incredibile. Neanche un pivello si allontanerebbe senza. E Johan non è certo un pivello." "Incredibile ma vero. E più che riportare la macchina non abbiamo potuto fare." * * * Il pacco arrivò a Duxford da Bruxelles per corriere governativo, circa una settimana dopo il rientro del carro attrezzi. Il colonnello lo aprì e lesse attentamente la lettera d'accompagnamento del Ministero Europeo per i Beni Storici. Poi divorò anche la lettera di Johan ed esaminò con cura il contenuto del pacco. Infine telefonò al Direttore della Biblioteca Conservativa. La signora Bergson giunse dopo appena due ore assieme al suo sottoposto. Il colonnello le consegnò il libro e declamò ad alta voce tutta la lettera di Johan. "Carissimi colleghi, mi è successa una cosa incredibile. Dopo il decollo ho avuto un incidente, mentre ero ancora nell'Interstizio, e ho dovuto fare un atterraggio d'emergenza per evitare il peggio. Sono finito a Napoli nel giugno 2002. Ora abito qui: se mi venite a cercare, tenendo conto che ormai siamo a fine luglio, mi trovate a Via Sergente Maggiore. Sto al numero 3, citofonare R. Esposito. Se non ci sono io, non spiegate nulla ad Angela: raccontate che siete vecchi colleghi di passaggio a Napoli e lasciatele detto a che ora tornate. Per i soldi non preoccupatevi, mi arrangio: in questi ultimi quaranta giorni ho già fatto cinque mestieri diversi e tutti i miei occasionali datori di lavoro hanno pagato puntualmente. E comunque Angela prende lo stipendio a ogni fine mese. "Ho trovato il libro che cercavano i bibliotecari, e in effetti è una cannonata. Ovviamente qui a Napoli non c'era, ma l'ho comprato in Rete. Non avete idea di cosa sia il Web a inizio secolo! Esiste da una decina d'anni appena: è molto più rozzo, ma anche ricco e colorato e sorprendente di quanto non sia ai nostri giorni. "Qui mi trovo bene e sto imparando in fretta la lingua. Se volete venire a recuperarmi bene, se no pazienza: penso che me la caverò, tutto sommato, e qui male non si sta di certo. "Ora vi saluto. Ho letto su un giornale, qualche giorno prima di partire, che hanno ricominciato a scavare nella parte ancora inesplorata di Pompei, facendo delle gran belle scoperte. Che hanno ricominciato nel 2053, voglio dire: ai tempi 'vostri', insomma. E quindi infilo libro e lettera in un pacco indirizzato a voi: poi lo butto in una scatola da frigo a tenuta stagna, me ne vado a fare il turista e la interro nella parte di Pompei in cui scaveranno. Speriamo che il trucco funzioni e che la roba vi arrivi. "Saluti a tutti dal vostro Johan "P.S. Se qualcun altro trova questa lettera, non si sforzi troppo di capire: riguarda una caccia al tesoro tra compagni di scuola, è tutta scritta in codice cifrato e non significa nulla di ciò che sembra. Fatela avere all'Ufficio Viaggiatori di Duxford, in Inghilterra: l'indirizzo preciso è sul pacco." * * * In quanto a Ciro, non se la passò poi male nella Cina del settimo secolo: dopo qualche anno da scapestrato sposò la piccola Ling Ho e si mise in affari, peraltro tutti specchiatamente onesti. E in effetti neanche la Cina dell'epoca se la passò male, a quel punto: presto dall'oscura provincia del Sin-Tang iniziarono a diffondersi per l'Impero l'arte della tipografia, i fuochi d'artificio, gli aquiloni e la bussola, tutte invenzioni che solo i disinformati possono ormai credere apparissero per la prima volta in Europa molti secoli dopo. Ovviamente, neanche a dirlo, nel Sin-Tang del settimo secolo si iniziarono a fare i migliori spaghetti del mondo. Peccato non ci fossero ancora i pomodori, perché altrimenti anche la pizza avrebbe avuto il suo meritato successo. ANDREA ANGIOLINO (Roma
1966) è inventore di giochi e giornalista. Ha ideato
diversi giochi da tavolo: tra gli ultimi Dragonball
- Alla ricerca delle sette sfere (Nexus,
Viareggio 1998), Ulysses (Winning
Moves Düsseldorf 2001) e Wings of war
(Nexus 2003). Ha inoltre creato giochi per radio e
televisione, per |
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