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Racconto segnalato alla VI Edizione del Premio di Narrativa "Future Shock"

P I R A M I D I

(dis. di Davide Cattaneo) 

                           di    Teresa  Regna

Il fulmine lo colpì senza preavviso. Era una mattinata soleggiata; una lieve brezza spirava da est, agitando appena le cime degli alberi. Phedos era uscito in cerca di funghi, e aveva trovato il fulmine. La scarica lo attraversò da capo a piedi, serpeggiando lungo il suo sistema nervoso, e si insinuò nel terreno arido del sottobosco. L’uomo, a dispetto del parere dei medici, sopravvisse alla brutale esperienza.
Una settimana dopo, il sole splendeva alto nel cielo. La strada di periferia in cui abitava sembrò a Phedos molto invitante. Uscì a passeggiare, da solo, lungo un marciapiedi costellato di impedimenti. Mentre faceva attenzione a non poggiare il piede su una buccia di banana, una fitta nebbia avvolse il suo corpo e la sua mente. D’improvviso, si trovò immerso in una strana oscurità popolata di fantasmi che potevano essere case, uomini e segnali stradali. Ma potevano anche essere proprio dei fantasmi, tanto erano amorfi e lontani.
Quando la nebbia, all’improvviso, si diradò, la strada era scomparsa, e con lei il marciapiedi, i semafori e le persone. L’uomo si ritrovò immerso in un deserto assolato e silenzioso, senza alcun punto di riferimento. Eppure, non era tanto l’assenza di edifici e oggetti familiari a spaventarlo, quanto la presenza di un muro translucido che gli impediva di proseguire oltre.

Sollevò lo sguardo verso l’alto, facendosi schermo con la mano aperta ad evitare che il riverbero del sole gli ferisse gli occhi, e vide una punta aguzza che pareva infissa nel tessuto azzurro del cielo. Altre punte aguzze si materializzarono dietro di essa. Piramidi.

* * *

Phedos avrebbe voluto aggirarle, e continuare imperterrito la sua passeggiata mattutina. Prima che potesse provarci, però, venne posseduto da un’attrazione irresistibile: doveva penetrare nelle piramidi. Al loro interno c’era qualcosa che calamitava la sua presenza. Nell’attimo stesso in cui una porticina si aprì sul fianco della prima piramide, l’uomo vi si introdusse. Senza riflettere, come una foglia trasportata dal vento.

Un’atmosfera celeste, punteggiata di prismi biancastri, lo accolse. Il gelo penetrò nelle sue ossa, avviluppandolo in una morsa feroce che gli provocò tremiti a ripetizione. Il soffitto della piramide era troppo luminoso per poter essere osservato ad occhio nudo, ma si rifletteva in una pozza di luce che lambiva i piedi dell’uomo. Ghiaccio. Avvertiva il freddo pungente risalire lungo il suo corpo come un viscido serpente, deciso ad impadronirsi del suo cuore. L’ombra vaga dei piedi che calpestavano il pavimento azzurro chiaro era inghiottita dalla fredda tonalità che lo circondava. Phedos urlò, e mosse un passo verso una fioca luce arancio-dorata, remota come una stella del firmamento.

Il ghiaccio lo abbandonò, all’istante, e si ritrovò avvolto in una densa nube di fumo. L’odore di legna bruciata gli solleticò le narici. Fuoco. Dapprima gli scaldò il cuore, gradevole sensazione contrapposta al freddo intenso che l’aveva preceduta, poi gli scottò le piante dei piedi. Con sgomento crescente, si accorse di essere nudo. In mezzo al fuoco, nel rosso palpito di una fiamma che pareva decisa a divorarlo, a ridurlo in cenere. Le lingue rossastre cominciarono a danzare la loro lugubre canzone intorno a lui, avvicinandosi e allontanandosi al ritmo delle pulsazioni del suo cuore colmo di timore. Allargò le braccia, a farsi scudo con gli arti contro la potenza distruttiva del calore che lo invadeva, e allungò una gamba, con cautela.

Si ritrovò immerso nella fulgida luce bianco candido di un’altra piramide, ancora più alta e imponente delle due precedenti. Altissime pareti a strapiombo lo circondavano, emanando una luminescenza che si espandeva come un vortice incessante. Provò a toccare la parete più vicina: era fredda, levigata, e si sbriciolava al tatto. Colto da un impulso irrefrenabile, l’assaggiò. Neve. Amava i bianchi cristalli dalle forme sempre diverse eppure simili. In pace con se stesso, sedette sul cumulo che costituiva il pavimento del suo rifugio. Fece scorrere la candida sostanza tra le dita, come se volesse catturarne l’essenza.

Sotto lo sguardo vigile di Phedos, si trasformò: cambiò colore, e consistenza. Minuscoli granelli si insinuarono sotto le sue unghie corte. Non potevano sciogliersi, né dargli gioia alcuna. Sabbia. Marrone chiaro, giallo sporco, leggermente bagnata, come su una battigia. Aveva ricoperto le pareti con la sua monotona tonalità, rassicurante se l’uomo l’avesse trovata gradevole. L’aveva sempre odiata, invece: persino da bambino evitava di giocare con i coetanei, in riva al mare. La sensazione che dava alla sua pelle era simile a quella della carta vetrata. Annaspando, cercò una via d’uscita da quel deserto nel deserto. Si avviò a passo deciso verso la parete alla sua destra.

E fu investito dal chiarore più accecante che avesse mai sperimentato. Chiuse gli occhi, provò a stropicciarli con forza, poi li riaprì. Un’altra piramide l’aveva imprigionato al suo interno. Un calore dapprima accennato, e via via più intenso si impadronì delle sue membra, inondando persino la sua coscienza. Phedos l’assaporò con voluttà, lo gustò in tutte le sfumature che non poteva osservare. Sole. Come su una spiaggia, d’estate. Più potente e più caldo, però. Protese le mani verso l’arancio-dorato che, anche se aveva gli occhi chiusi, gli feriva le pupille, a sperimentare l’abbraccio dell’astro che illumina il giorno. Per un istante suppose che la piramide fosse scomparsa, poi una sensazione di umidità persistente si insinuò nelle sue ossa.

Il chiarore prese a sbiadire, a poco a poco, fino a scomparire. Strinse le braccia contro il corpo, a difendersi dal freddo che saliva dal pavimento, e guardò la parete che lo fronteggiava. Tremolava, investita dai toni freddi e amorfi del grigio. Nebbia. Più inquietante di quella che l’aveva trasportato fin laggiù, più umida di quella che aveva affrontato mille volte, d’inverno. Spirali che parevano fumo allungavano sinuosi i loro colli eleganti verso di lui. Fino a trafiggergli il cuore con un’angoscia immotivata eppure devastante. Rabbrividì, di freddo e di paura. Le pareti parevano sul punto di crollargli addosso. Erano pronte ad inghiottire la sua volontà raggelata e il suo corpo infreddolito. Con uno sforzo quasi sovrumano, avanzò a tentoni.

La nebbia si diradò, lasciando il posto ad una luminosità fredda, spettrale. Mille lame, sottili come aghi, gli trafissero le membra. Tastò la parete che incombeva su di lui, minacciosamente, e un sorriso gli increspò le labbra. Cristallo. Sua madre lo collezionava, sotto forma di minuscoli oggetti dalle forme improbabili. Mentre sottili lamine verdeggianti percorrevano le pareti, formando prismi dai colori tenui, quasi incantati, Phedos avvertì distintamente la durezza del materiale che lo imprigionava corrodergli il cuore. Pian piano, come se un tarlo si fosse insinuato nel suo corpo scosso dai brividi. Mosse un passo, in cerca di calore.

E trovò una superficie ancora più dura della precedente, butterata da piccolissimi meteoriti, lievemente spugnosa. Era opaca, marrone come un prato spoglio, di una tonalità più scura in fondo ai buchi che la costellavano. Roccia. Imperfetta e incombente, come una tomba. Lui era ancora vivo, però. O almeno lo sperava. Sedette sul pavimento irregolare, e una sporgenza gli ferì un ginocchio. Il sangue dell’uomo non era rosso, ma dello stesso colore della parete che lo imprigionava. Le lacrime presero a scorrere lungo le guance di Phedos, reazione razionale in mezzo all’irrazionale che lo circondava. Ne raccolse una con la punta di un dito. Era marrone, e subito si condensò a formare una minuscola pietra. Doveva uscire di lì. Per andare dove? Avrebbero avuto mai fine, le piramidi?

Camminò carponi fino all’alba. Rosa pallido e viola intenso si fondevano su una parete, inseguendo l’uno le propaggini dell’altro. In alto, sulla cima aguzza, brillava il giallo più violento che avesse mai avuto modo di osservare. Luce. Inondava il suo volto attonito, abbagliandolo senza tregua. Sollevò una mano a schermare gli occhi, e mille stelline luccicanti si accesero dietro le sue palpebre semichiuse, costringendolo a sbatterle con vigore. Dalle dita accostate scaturiva una cascata iridescente di colore allo stato puro: dal fucsia al rosso, dall’arancione al verde smeraldo, dal blu elettrico al giallo oro, tutti i colori dell’arcobaleno si erano dati appuntamento all’interno della piramide che lo ospitava. Non sembrava più ostile, ora, e nemmeno spaventosa. Phedos sospirò, e bevve alla fonte della luminosità.

Accostò le palpebre per una frazione di secondo, poi riaprì gli occhi di botto. Un’espressione sgomenta gli distorse i lineamenti regolari. Il grigio più fitto e oscuro che potesse immaginare lo circondava, tentando di inghiottirlo. Lo spazio si era ristretto a tal punto che l’uomo faceva fatica a respirare. Ombra. Da tagliare a fette con un coltello affilato per riuscire a scappare via. Da eludere gettandosi in ginocchio, incurante della cicatrice che, in pochi istanti, aveva soppiantato la ferita aperta. Da temere, soprattutto. Nemica e ostile, pronta ad invadere il cuore del malcapitato che teneva prigioniero tra le sue grinfie. Phedos urlò, come un bambino che ha paura del buio, quando una morsa strinse la sua anima, cercando di sminuzzarla in piccolissimi pezzi. Frammenti di cuore, frammenti di anima. Raccoglierli per riappropriarsene prevedeva l’alzarsi in piedi, affrontando impavidi il pericolo. Non ne aveva la forza, però. Si accucciò sul pavimento grigio, mentre il grigio gli penetrava nelle pupille spalancate.

Verde acqua e azzurro si fusero a districare la mente dell’uomo dalle tormentose fantasie che la invadevano. La piramide che lo accoglieva era piena di luce, ora, e di positività. Sulle pareti azzurrate onde di un verde chiarissimo si rincorrevano senza posa. Mare e cielo. Si intersecavano ad infondere coraggio al cuore e calore alle membra. Phedos respirò l’aria salmastra che saturava l’ambiente, sorso a sorso. Come se si trattasse di un potente elisir. Rinacque insieme alla speranza, alla tranquillità e alla sorpresa. Mare nel deserto del cuore, cielo nelle profonde caverne dell’anima. Miriadi di gocce esplosero, frantumando la piramide. Svanì come se non fosse mai esistita, insieme alle sue sorelle.

Era libero, Phedos. Vestito di tutto punto, svoltava l’angolo della via in fondo alla quale la sua casa lo attendeva. Porto sicuro e noto, privo di insidie e tranelli. Il sole scendeva a lambire le cime dei grattacieli, ombre più scure dell’oscurità imminente. La notte era vicina. Ma l’uomo non la temeva. Si sentiva forte, e sicuro di sé. Quasi invincibile. Fischiettando un motivetto inventato sul momento, si avviò a passo cadenzato verso casa.

* * *

"L’esperimento è riuscito".

"Perfettamente, direi".

"Il soggetto ha sopportato la scarica senza riportare danni".

"E ha superato la prova. Ha avuto un leggero crollo nervoso, ma si è ripreso quasi subito".

"Molto interessante, questo soggetto".

"Fisicamente integro e mentalmente deciso".

"Torneremo a studiarlo tra un paio d’anni, credo".

"Gli somministriamo un’altra razione di energia?"

"No: potrebbe essergli fatale. Ne abbiamo inceneriti già troppi".

"Partiamo, allora".

Lo scudo di energia a forma di cono d’ombra si sollevò, mostrando una forma piramidale, illuminata dall’interno, immobile nel cielo rosato dal crepuscolo. Fortunatamente, nessuno la notò. Con un sibilo sommesso dei motori ausiliari, l’astronave si innalzò in linea retta. Dopo pochi secondi era scomparsa dall’atmosfera terrestre.

 

TERESA REGNA è nata a Casagiove (CE) il 23 aprile 1961 e risiede a Pietramelara (CE). Professoressa di inglese, critico letterario, collabora a svariate riviste ed è traduttrice per le Edizioni Universum. Sue poesie e racconti sono apparsi su numerose antologie e ha partecipato a numerosi premi letterari con risultati a dir poco lusinghieri, tra i quali un primo posto al premio "La Voce del Cuore" (1998), un primo posto al III° "Premio Nazionale di Narrativa" del Centro Studi Agorà (1999), e un primo posto al Concorso ‘I cantastorie del 2000’ (2002). Numerose anche le sue pubblicazioni: i saggi Yesterday (Cultura Duemila Editrice, 1994) e Miticosmo (Il Foglio, 2002); le raccolte di poesie Neve all’alba (CLI, 1995) e Briciole di poesia (Il Museo della Poesia, 2000); i racconti Imperativo categorico (CLI, 1996), La congiura (Noialtri Edizioni, 2000), La torre della via (CLI, 2000) e la raccolta Ammazzare il tempo (Edizioni Il Foglio, 2002); i romanzi Il pettine e il flauto (Serarcangeli Editore, 2000), Tempo senza tempo (Il Grappolo, 2001) e La regina delle illusioni (Noialtri Edizioni, 2001).
Nel febbraio 2002 un suo racconto è selezionato per entrare a far parte dell’antologia Mondi possibili e impossibili. Il titolo è Cuore di pietra. Un suo racconto, Il collezionista, è stato pubblicato nel 2002 sull’antologia I pionieri dell’anno 3000, edita dal Club Ghost. Nell’autunno 2002 è uscito il suo primo E-book, composto 12 racconti di FS, dal titolo Tra cielo e terra, per la CORBEC.