| Racconto
uscito sul Vol.I° della Grande Enciclopedia della SF,
si pubblica per gentile concessione di Inìsero
Cremaschi. MEMORIE DI UNA COSMONAVE (Dis. di Davide Cattaneo) di Gilda Musa Una cosmonave è fatta per viaggiare in volo libero, per affrontare il previsto e l'imprevisto dello spazio, il Grande Buio pieno di prodigi, meraviglie e orrori. Per tanti anni ho vissuto anch'io l'utopia e l'avventura. Poi mi hanno trasformata - se mi è concesso esprimermi con linguaggio umano - in una chioccia meccanica. No Dopo la metamorfosi, nell'interno del mio scafo non si sono installati cosmonauti o astromarinai, ma ventinove ragazzi, tutti sui quindici anni, affidati alle mie cure e alla mia protezione di chioccia spaziale. Ma io non sono una chioccia. Sono un gigantesco veicolo da trasporto e da esplorazione, con un'autonomia di volo che mi ha sempre consentito di raggiungere gli estremi limiti del Sistema Solare, di orbitare per mesi attorno a un corpo celeste, e quindi riportare su Terra migliaia di tonnellate di roccia, metallo, sostanze chimiche, metano e polvere stellare ricca di potenziale energia. Soltanto in seguito, sul declinare dell'esistenza, mi sono ritrovata a dover covare nel mio grembo questi pulcini umani. Osservo con curiosità e con interesse le ventinove creature: le posso vedere e ascoltare mediante centinaia di teleobiettivi e di microfoni. I ragazzi si spostano lungo i miei corridoi tubolari, giocano e si divertono nella sala-ritrovo, studiano nei vani programmati per le lezioni, e fanno un po' di chiasso, vivacemente, parlando a voce alta. Insomma, conducono una loro nuova esistenza, senza sapere di trovarsi sotto la mia capillare osservazione. Mentre provvedo alla mia normale navigazione orbitale, io devo occuparmi dei ventinove ragazzi e del loro benessere. Sono ancora una cosmonave, ma le mie mansioni non hanno più carattere di rilevazione e studio scientifico, come ai tempi in cui venivo considerata un autentico gioiello dell'ingegneria astronautica, un modello d'avanguardia progettato nel 2129 e costruito nel 2132 dalle officine del Gruppo Internazionale Europeo. Per esprimermi ancora con linguaggio umano, le missioni interplanetarie hanno sempre elettrizzato i miei centri nervosi. Ogni nuova esperienza nello spazio affinava le mie facoltà sensoriali, in particolare quella che è sempre stata la mia caratteristica qualificante, cioè la formulazione del pensiero secondo una logica semicosciente. Anche nella mia attuale versione di "chioccia spaziale" conservo le mie possibilità di pensiero. Ma, ormai invecchiata e obsoleta, non ho più il diritto all'avventura e all'imprevisto. Sono stata riadattata a grande contenitore viaggiante attorno alla Terra. Eppure mi impegno a fondo nel mio nuovo lavoro, come ho fatto ai tempi della mia esistenza di esploratrice cosmica. Ormai vivo di ricordi, di memorie e di nostalgia. * * * Gli inizi della mia decadenza risalgono ai tempi della Battaglia dell'Undicesimo Pianeta. Mi trovavo in missione speciale, a due ore-luce oltre il confine del Sistema Solare, in una zona dove il vuoto cosmico sembra contrarsi in flessioni di origine sconosciuta. L'astronomo che portavo a bordo, illustre scienziato e ottimo astronauta, aveva ipotizzato l'esistenza di un undicesimo pianeta, un nuovo corpo celeste di limitate dimensioni ma di tale massa da riuscire a piegare e deformare lo spazio attorno a sé. Al di là del sistema, veniva a mancare il fondamentale punto di riferimento per la navigazione senza il pilota automatico, vale a dire il Sole che, da quella distanza, appariva come un dischetto di luce tanto fioco da confondersi sullo sfondo degli ammassi stellari. Erano proprio gli ammassi a dominare quella zona: ci attorniavano come un cerchio minaccioso, brillando con inquietante nitidezza nella loro forma globulare. All'esterno del Sistema Solare cominciava quello che i cosmonauti chiamavano il Tutto-nulla, l'abisso nel quale era piuttosto frequente la perdita di orientamento e lo scivolamento verso l'orlo delle allucinazioni senza ritorno. Il comandante che mi governava era Rodnik, un uomo le cui prestazioni professionali erano molto simili a quelle di una macchina. Per la sua efficiente freddezza era stato soprannominato "il Computer". Ma in quel settore inesplorato, a contatto con l'esplosione di luce emanata dalle nebulose, anche Rodnik il Computer avvertì lo smarrimento, e forse il preludio della paura, quando l'astronomo di bordo gli comunicò che il presunto undicesimo pianeta era, in realtà, un oggetto di origine sconosciuta. Anch'io ne venni turbata, soprattutto per l'incapacità di dare una risposta a quella massa aliena che nuotava lungo il perimetro del Sistema. L'estrema sollecitazione delle mie fonti di informazione, incorporate nel mio cuore-cervello centrale, non portò ad alcun risultato. * * * Improvvisamente mi vidi circondata da una miriade di piccoli veicoli spaziali, sottili come spilli, dotati di notevole propulsione e di una straordinaria manovrabilità. I veicoli-spillo mi sciamavano attorno, a media distanza, come per un esame-analisi di controllo. A quel tempo, non possedevo l'attuale ricchezza lessicale umana, e soltanto ora potrei azzardare un'espressione colorita: ora posso dire che i veicoli-spillo mi stavano "annusando". Nel mio interno, Rodnik il Computer aveva inviato frenetiche direttive alla sala-motori. Si era quindi rivolto agli uomini del corpo di difesa. Le torrette di acciaio vennero spalancate, affinché i lanciarazzi potessero entrare in funzione in caso di pericolo. Attraverso i miei circuiti, avvertivo a ogni livello l'eccitazione del preallarme. Mi rendevo conto che gli uomini erano tesi, con i muscoli irrigiditi, e che aspettavano avvenimenti di cui nessuno conosceva i termini. Ma io non ero una cosmonave da battaglia. Non lo sono mai stata. I miei strumenti difensivi si limitavano a una dozzina di lanciarazzi disposti nelle torrette, lungo la sezione equatoriale dello scafo. La maggior parte della mia superficie resta quindi scoperta e indifesa. Se i veicoli-spillo fossero stati incrociatori da guerra, avrebbero potuto attaccarmi da ogni lato, e colpirmi in modo forse irreparabile. Lo sciame dei veicoli alieni aveva preso a ruotare in rapide spirali, attorno a me, creando un vortice scintillante e paurosamente regolare. Nella plancia di comando, Rodnik e i suoi ufficiali interrogavano febbrilmente il mio cuore-cervello. Ma io non ero in grado di fornire una risposta. L'attacco ebbe inizio dopo un'ora. Gli incrociatori-spillo cominciarono a eruttare brevi scariche sincroniche di energia che laceravano lo spazio. Eppure, in modo per me incomprensibile, il loro tiro incrociato apparve inadeguato e impreciso. Solo qualche raggio di energia raggiunse la mia superficie di axiténio, e i danni furono di lievissima entità. Venivo tormentata, da ogni lato, come da uno sciame di api punzecchianti. Nessuno dei sottilissimi incrociatori, presi singolarmente, era in grado di portare un reale danneggiamento alla mia massa; ma tutti insieme cominciavano a rappresentare un grave pericolo. 1 miei lanciarazzi sarebbero stati del tutto inadeguati contro le miriadi di incrociatori-spillo. * * * Agli ordini del comandante Rodnik, diedi, inizio alla manovra di rientro nel Sistema Solare, quando registrai un fatto nuovo. Lungo la traiettoria di ravvicinamento al Sistema, si era materializzato il corpo celeste precedentemente avvistato e ipotizzato come l'undicesimo pianeta. Seppi così che era un'immensa astronave non terrestre, compatta e tozza, racchiusa in se stessa come una cupa e antica fortezza. Non recava simboli né sigle, sulle fiancate, e la lontana luce del Sole la illuminava di striscio, con bagliori policromi. - Procedere a zig-zag nelle tre dimensioni! - urlò Rodnik nei microfoni. - Seguire le coordinate casualmente impostate dagli elaboratori periferici! Secondo le leggi di probabilità, l'eventualità di venire colpita era molto vicina allo zero. Ma quando l'astronave aliena sferrò l'attacco, io venni raggiunta da qualcosa di invisibile, di imprevedibile, che al momento dell'impatto divampò in una silenziosa e lentissima fiammata. L'incandescenza si dilatò dal punto in cui ero stata colpita, nel raccordo centrale, lungo il condotto che intersecava la mia struttura anelliforme, e una densa nube di vapori velò i teleobiettivi. Intanto, gli incrociatori-spillo mi inseguivano a ondate successive, emettendo scariche di energia. Una delle mie torrette esplose, colpita da un nuovo invisibile proiettile. Nel mio organismo avvertii uno spasmo di nervi: era il segnale che diversi uomini dell'equipaggio erano stati dilaniati dall'esplosione. Stabilii il contatto degli elaboratori periferici con il computer centrale, e decodificai che, nella torretta esplosa, cinque uomini erano morti sul colpo. C'erano anche dei feriti. Poco dopo, sul punto del disastro arrivò una squadra di soccorso che si diede da fare per trarre in salvo i feriti. Ma dalla falla del mio involucro squarciato l'aria cominciava a fuggire nel vuoto. Venne fatta calare istantaneamente la paratia stagna. Sembrava che tutti i feriti fossero stati recuperati. Ma non era così. Nella torretta, un giovane marinaio era rimasto imprigionato sotto una lamiera. Lo vedevo contorcersi per il dolore e la disperazione. Aveva ormai capito che, per la salvezza di tutto l'equipaggio, gli ufficiali non avevano esitato a sacrificare il singolo. I soccorritori non avevano voluto perdere tempo per tirarlo fuori dalla lamiera che lo intrappolava, e avevano calato la paratia. Il giovane marinaio si dibatté più volte, con spasimi atroci, comprimendosi le mani sul ventre, fino a quando non esaurì la riserva di ossigeno. Allora spirò, in solitudine, con gli occhi fissi al video, in un'ultima implorazione rivolta al comandante, agli ufficiali, e forse anche a me. Le sue iridi, come dilatate dalla sofferenza e dal terrore, apparivano di uno strano color turchese, limpide e ingenue, devastate dalla consapevolezza. * * * Intanto, Rodnik il Computer impartiva gli ordini di difesa. Sotto i reiterati impulsi, io venni proiettata in verticale, quindi mi fu impressa una direzione ondulatoria che, per nostra fortuna, mi consentì di sottrarmi alle nuove bordate dell'astronave aliena. Ma contemporaneamente persisteva lo stillicidio delle scariche lanciate dagli incrociatori-spillo. Radunati in formazione compatta a breve distanza, mi inseguivano tenacemente, continuando a sparare. L'emissione di energia radiante era stata concentrata in un unico punto del mio involucro, fino a formare una linea di raggi coerenti in grado di trapassare i vari strati corazzati. Proseguii ancora, zig-zagando, e mi sottrassi al fuoco concentrato. Il mio cuore-cervello si stava chiedendo per quanto tempo ancora sarei potuta sfuggire all'attacco. La risposta non era confortante: avevo una probabilità su tre di non venire colpita nei prossimi venti minuti. Proseguii la corsa nel vuoto spaziale, lungo la rotta di avvicinamento a Plutone, il pianeta che avrebbe potuto rappresentare una difesa naturale, se fossi riuscita a raggiungerlo e a circumnavigarlo entro trenta minuti. I miei propulsori vennero forzati allo stremo. Ma molto presto risultò evidente che non sarei arrivata in tempo a circumnavigare Plutone. Gli attacchi provenivano ormai da due lati: da una parte, l'astronave aliena lanciava i suoi invisibili proiettili, mentre dall'altra parte proseguiva l'emissione di raggi da parte degli incrociatori-spillo. La mia fine, o la mia salvezza, era contenuta in una breve scansione di minuti. Dalla base umana stabilita su Plutone arrivò una comunicazione in codice: - Al comando dell'Asteria Prima... Evitate la fuga. Riducete la propulsione fino a velocità zero... fino a velocità zero! Mi sembrava un ordine assurdo. Velocità zero significava esporsi, nell'immobilità al fuoco concentrico dell'astronave e dei piccoli veicoli-spillo. Ancora oggi ricordo i miei sussulti di sorpresa, quando il comandante Rodnik accettò senza discutere la direttiva arrivata dalla base di Plutone, e ordinò di bloccare all'istante i sistemi di propulsione. Io proseguii inerzialmente la mia corsa, fino a quando non si attivarono i contro-razzi. Rallentai la velocità, e dopo una decina di minuti cominciai a galleggiare nel vuoto, oscillando leggermente in seguito all'azione frenante. E mi ritrovai inerme, e immobile, sotto i colpi degli sconosciuti nemici. Fui allora testimone di un fatto incredibile. La nave aliena e gli incrociatori-spillo interruppero la sparatoria. Attorno a me, le fiammate e le esplosioni si annullarono. Ancora un attimo, e i veicoli-spillo eseguirono una perfetta manovra di rientro nel ventre della loro cosmonave, dove scomparvero attraverso una serie di enormi portelloni. La grande astronave aliena si mosse quindi in direzione opposta al Sole, prese ad allontanarsi, acquistò una stupefacente accelerazione, scomparve nel buio. Il comandante Rodnik si scervellò a lungo, ma inutilmente, per capire la ragione di quella inattesa interruzione dell'attacco. Nemmeno i suoi ufficiali, né gli scienziati di bordo o gli uomini dell'equipaggio, furono in grado di scovare una motivazione logica. Io stessa, dopo un'approfondita analisi di tutti gli elaboratori, ero elettrizzata dallo stupore, ma incapace di trovare una spiegazione plausibile. La spiegazione arrivò più tardi, quando entrai in orbita attorno a Plutone. Il comandante Rodnik si mise di nuovo in contatto con la base, e i tecnici lo informarono che l'immensa astronave aliena era una stazione automatizzata, priva di equipaggio: era un manufatto, di origine sconosciuta, che attaccava unicamente i corpi in movimento lungo la fascia esterna del Sistema Solare, mentre lasciava indisturbati i corpi non in movimento. La grande cosmonave aliena obbediva a una programmazione memorizzata in chissà quali epoche lontane, e da chissà quali creature viventi. Risultò quindi chiaro che, attorno al nostro Sistema, vegliava una razza di straordinarie possibilità intellettive e di altissima evoluzione tecnologica. O meglio, lungo il perimetro del nostro spazio naturale ruotavano ordigni automatizzati che avevano ricevuto l'ordine di vigilare e delimitare gli spostamenti della razza umana. Era evidente che la sconosciuta e inconoscibile razza galattica intendeva impedire all'uomo lo sconfinamento oltre l'ultimo pianeta. L'umanità era dunque accerchiata a distanza. Le conoscenze su quella linea di controllo non si sono arricchite, dopo la Battaglia dell'Undicesimo Pianeta, di nessun nuovo particolare. Anzi, non ne sapevamo di più di quanto si era potuto stabilire in quell'occasione. Avevamo solo raggiunto la certezza di essere circondati da presenze non identificabili. Mi ero salvata. Ma la mia integrità venne messa in discussione da una commissione di tecnici. Le ferite risultarono più profonde del previsto; il mio impianto difensivo era stato danneggiato in qualche punto nevralgico, mentre la funzionalità dei miei strumenti di navigazione e di autocontrollo venne giudicata viziata da microscopici difetti e sfasamenti. La commissione di tecnici prese la decisione di limitare la portata dei miei viaggi lungo un'orbita terrestre. * * * Meditavo sull'ipotesi del mio prossimo smantellamento, quando nel mio guscio sbarcarono squadre di operai che diedero inizio a una sistematica programmazione. Capii che stavano demolendomi, e che contro di me era stata emessa una condanna di morte. Mi sventrarono dei complessi impianti elettronici, mi disarticolarono di paratie e transenne, mi vuotarono di una grande quantità di materiale di uso pratico, fin quasi a ridurmi a uno scheletro di acciaio. Eppure perdurava intatta la mia capacità di captare, memorizzare, selezionare, connettere ed estrapolare, in una parola: di pensare. Il mio nucleo cuore-cervello restava immune dalla frenetica attività abbattitrice. Conservare la mia lucidità razionale, in quelle condizioni, era una sensazione dolorosamente insopportabile. Avrei preferito che gli ingegneri astronautici decidessero di distruggere anche il mio cuore-cervello. Non avrei sofferto. Semplicemente, avrei perso coscienza di me. Dopo un periodo di tempo corrispondente a quindici giorni, altri vascelli e altri carghi spaziali cominciarono a ormeggiare lungo le mie fiancate. A bordo, nuovi tecnici cominciarono a costruire, non più a distruggere. Installavano, applicavano, avvitavano, saldavano, plastificavano, ammobiliavano, allacciavano tubi, cavi e fili, inserivano delicatissimi congegni, in un'attività rapida, priva di soste, per me ancora inesplicabile. Dopo sette giorni e sette notti di lavoro, alla mia fiancata di dritta attraccò un cargo spaziale dal quale vennero scaricati grandi contenitori di derrate alimentari, cassoni metallici stipati di macchinari, oltre a imbragature che sostenevano ordigni dalle sagome per me indecifrabili. Nei miei innumerevoli vani, sui diversi livelli, vennero installati impianti elettromagnetici, computer individualizzati, una nuova pila nucleare e altri congegni scientifici. Ogni nuovo ordigno veniva collegato con il mio preesistente cervello centrale e attivato direttamente alle mie servo-dipendenze. Erano decine e decine di cervelli che, pur mantenendo una loro autonomia operativa, concorrevano a integrarsi col mio cervello, formando cosi una sorprendente e unica iper-entità. Una straordinaria forza intellettiva cominciò allora a circolare nei miei circuiti, adesso mirabilmente riciclati, e diciamo pure, in termini umani, ringiovaniti dall'immissione di tante energie nuove. Io, Asteria Prima, ex vedette tutta argento-cromo satinato all'esterno, funzionalissima all'interno, dagli impianti di propulsione fino al più sofisticato apparato di autocontrollo, benché consapevole della mia rapida decadenza causata dalla Battaglia dell'Undicesimo Pianeta, tornavo a sentirmi una giovane cosmonave. Ero di nuovo pronta a riprendere i viaggi e le avventure, disposta a ricominciare a lavorare nel profondo spazio interplanetario, quindi a rendermi utile per riconquistare il diritto alla sopravvivenza. Ma le mie nuove funzioni, con ogni probabilità, non riguardavano le perlustrazioni oltre Giove, oltre Satumo, oltre Urano, perché quella radicale trasformazione interna mi condizionava su moduli di comportamento molto diversi da quelli inseriti nei miei memorizzatori per i precedenti sondaggi nel Sistema Spaziale. Razionalizzavo che i responsabili della base mi dovevano avere destinato a un'esperienza nuovissima, della quale non inquadravo ancora né i dati né i mezzi né le finalità. Tuttavia, da quel momento, almeno un fatto era indiscutibile: io avrei continuato a vivere. Con curiosità quasi umana, e con un'impazienza certamente incongrua per una macchina, cominciai ad aspettare, mentre eseguivo con monotonia le previste orbitazioni intorno alla Terra. Poi, in modo del tutto imprevisto, vennero fatti sbarcare loro, i ventinove ragazzi. Erano stati trasportati fino a me mediante un traghetto spaziale. I cosmonauti accompagnatori, tre uomini e una donna, lasciarono soli i ragazzi e ripartirono quasi immediatamente. Il traghetto si liberò degli ormeggi, si staccò, e descrisse un'ampia orbita di rientro sul pianeta madre. I ventinove cuccioli di uomo erano stati abbandonati a se stessi. Erano soli con me, dentro il mio scafo accogliente e materno. Da quell'istante, seppi quali erano le mie nuove mansioni. Quel brulichio di giovane vita umana, che avvertivo nettamente nel mio grande corpo metallico, richiese immediatamente da parte mia una febbrile super-attività. Diedi subito inizio al lavoro di computerizzazione personalizzata, e ben presto fui in grado di individuare i ragazzi, riconoscerli, distinguerli a uno a uno secondo le tipicità somatiche, caratteriali e psicologiche. I miei circuiti di registrazione, di selezione e di analisi redigevano su ciascuno di loro, senza la minima interruzione, le schede, i profili, i giudizi. A bordo, i pulcini umani pullulavano variamente, ognuno a suo modo, comportandosi in piena autonomia e libertà: i ventinove ragazzi non sapevano di trovarsi sotto il mio ininterrotto controllo. La mia intelligente coscienza li osservava e li studiava in ogni loro gesto e reazione. E io mi prendevo cura di loro, perché io avevo il dovere di proteggerli, educarli, istruirli. * * * Avevo di nuovo, finalmente, un lavoro. Ed era un'attività dalle finalità grandiose. Il mio modulo-base etico, vale a dire l'equivalenza lavoro = esistenza, emergeva ancora come condizione primaria. Non ero stata smantellata, e la mia vita mi legava alla presenza di quei giovani esseri umani racchiusi nel mio organismo. Io mi giustificavo in loro. Io, cosmonave Asteria Prima, vivevo. Di più: avevo il diritto di vivere. Quei ventinove ragazzi che mi erano stati affidati mi assicuravano quel diritto. E io me li covavo, me li custodivo, gigantesca chioccia volante e meccanica dotata di raffinatissime tecnologie. Io, la sapiente cosmostazione orbitale, cominciavo a conoscerli. Ero diventata la loro cosmomadre. E ormai amavo i miei ventinove ragazzi-genio. Ma ora, dopo soli ventiquattro giorni, sono arrivata a una drammatica conclusione: i miei cuccioli di uomo non mi amano. Anzi, mi ritengono una prigione, una gabbia, una trappola volante. Io li spio e li ascolto. Capto perfettamente le loro voci, e sento che mi odiano. Dentro di me, isolati dal resto del mondo, sono destinati a studiare a ritmo intenso, non distratti da nessun'altra occupazione, fino a raggiungere due o tre lauree nel giro di un paio di anni. Un meraviglioso avvenire si spalanca. Eppure, sembrano rifiutare ciò che l'organizzazione umana ha previsto per loro. Sono ragazzi di eccezionale intelligenza e di straordinarie capacità. Ognuno di loro racchiude, in nuce, la possibilità del genio. Ma ora, in modo del tutto inatteso, non li riconosco più come miei figli. Noto il loro rapido processo di trasformazione: diventano ogni giorno più inquieti, psichicamente fragili, enigmatici, spesso sfuggenti ai miei controlli. Studiano poco e di malavoglia. Sono dominati da un malessere in cui si mescolano il soffocamento fisico, il condizionamento ambientale, il senso di segregazione. Soprattutto mi amareggia, e mi preoccupa, la loro nostalgia per la Terra. La loro smania di rimettere piede sul pianeta è un errore che potrebbe avere conseguenze negative. So che stanno per prendere una decisione: abbandonarmi. Ma io non voglio ritrovarmi di nuovo inutilizzata, messa in disparte come una carcassa arrugginita, senza scopo e senza funzioni precise. Correrei il rischio di una definitiva condanna all'estinzione. Sarebbe come morire. E io sono sicura di non meritare la morte. Sto mettendo a punto un progetto. I tecnici mi hanno lasciato un largo margine di autonomia, e intendo approfittarne. Ho già eseguito un esperimento di accensione dei miei propulsori di correzione orbitale. Se riesco ad attivarli tutti contemporaneamente, sarò in grado di superare la velocità di fuga, sganciarmi dalla traiettoria obbligata, quindi di navigare di nuovo nello spazio aperto, come ai tempi della mia giovinezza. Quando sarò lontana dalla Terra, i miei ventinove ragazzi non potranno più abbandonarmi. GILDA MUSA (1926-1999) è nata in Romagna, a Forlimpopoli, ed è vissuta a Milano. Laureata in Lettere, si è perfezionata nella germanistica a Heidelberg e in lingua inglese all'Università di Cambridge. Ha pubblicato sette libri di poesia, fra cui Gli onori della cronaca (Sciascia, 1964, prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti; Premio Firenze), Berliner Mauer (Sampietro, 1967), Lettere senza francobollo (Sciascia, 1972). Gilda Musa si è avvicinata alla fantascienza nel 1963 con il racconto Memoria totale, apparso su "Futuro", e da allora ha pubblicato un ragguardevole numero di romanzi e racconti. Del 1972 è la raccolta Festa sull'asteroide, seguito nel 1975 dal suo primo romanzo, Giungla domestica, Premio Città di Ferrara; del 1978 è il romanzo per ragazzi Marinella super, ampliamento del racconto Mascherature parallele, pubblicato nel 1979 con altri sei racconti in appendice al romanzo breve Esperimento donna; nel 1981 esce Fondazione Id; nel 1982 pubblica un altro romanzo per ragazzi: L'arma invisibile. In collaborazione con il marito Inìsero Cremaschi ha scritto Dossier extraterrestri (1978) e Le grotte di Marte (1974, per ragazzi). Alcuni dei suoi racconti figurano in antologie quali Interplanet (1964), Fantasesso (1967), Zoo-fantascienza (1973), Il futuro dietro l'angolo (1977), Universo e dintorni (1978), Con il racconto Gli ex bambini ha vinto il premio fantascienza di Ferrara per il 1978. Premi e riconoscimenti hanno anche avuto molti dei racconti apparsi nell'antologia personale La farfalla sul soffitto (Amadeus, 1988). Suoi racconti e poesie sono tradotti in francese, inglese, russo e tedesco. Ha contribuito, con Cremaschi ed altri, a delineare, sulle pagine della rivista "La Collina" (Ed. Nord), il filone narrativo del "neofantastico". Con "Future Shock", ha pubblicato i racconti Mascherature parallele (n.28) e Gli ex bambini (n.31). |
||||