Lumidea (Dis. di Davide Cattaneo) di Annarita Petrino
St. Mary Hospital, reparto malattie infettive. "Connor, allora è arrivato?", chiese Martin Smith, raggiungendo nel corridoio lamico e stimato collega dottor Connor Robertson. "Non preoccuparti, sarà qui a momenti. Perché sei così agitato?" "E me lo chiedi? Finalmente non dovremo più mandare i nostri interni a fare il giro di ronda in quellinferno." Connor gli lanciò unocchiataccia
da dietro gli occhiali spessi. Si erano laureati lo
stesso anno alla facoltà di medicina ed erano amici di
vecchia data, eppure ancora non riusciva a capire perché
Martin avesse accettato il posto di vice direttore del
reparto malattie infettive del St. Mary Quel giorno doveva arrivare un robot medico in grado di svolgere quel lavoro al posto degli interni e al dottor Martin Smith era stato spiegato come dargli ordini. Il robot li avrebbe eseguiti restando allinterno del reparto, dal quale non sarebbe più uscito per evitare di contagiare gli esseri umani. Quando arrivò, intorno a mezzogiorno, Martin rimase a contemplarlo per alcuni minuti, entusiasta del nuovo acquisto dellospedale. Lo spedì dritto nel reparto, dopodiché andò a pranzo con il dottor Robertson. "Allora? Dovè?", gli chiese questultimo. "Al lavoro naturalmente." "Lhai già fatto entrare lì dentro?" "Ma è naturale! Credo che abbiamo davvero risolto tutti i nostri problemi Connor!" Lamico dottore si limitò ad annuire. * * * I giorni seguenti videro i due responsabili occupati a riorganizzare il loro reparto. Ad ogni interno vennero affidati nuovi compiti, mentre il robot si occupava dei malati di Lumidea. Martin Smith supervisionava il suo operato e di tanto in tanto gli impartiva nuovi ordini. Ad un mese esatto dal suo arrivo, il robot chiese di poter uscire. Uno degli assistenti di Smith andò a chiamarlo ed il medico accorse allingresso del reparto dove trovò anche Robertson. "Che succede?" "Sembra che il robot voglia uscire." "Che cosa vuoi?" chiese Smith avvicinandosi al vetro isolante. Al di là di esso, il robot li dominava dallalto dei suoi due metri di altezza. Il bel colorito bruno appariva opaco. La sua voce risuonò fuori dallaltoparlante: "Voglio lasciare il reparto." "Per quale ragione?" "Non posso svolgere il mio lavoro." "Spiegati meglio." "Sono stato costruito per curare gli esseri umani, ma qui essi muoiono nonostante tutto. Non servo qui. Voglio andare dove posso essere utile." "Adesso ascoltami bene, il tuo compito è quello di prestare assistenza e alleviare dove possibile le sofferenze dei malati. Non puoi impedire che essi muoiano. Nessuno può. La Lumidea è una malattia mortale e finora non è stata trovata alcuna cura." "Non posso fare ciò che mi chiedete. Queste persone stanno morendo, in che modo dovrei alleviare le loro sofferenze?" Il medico esitò. Come poteva spiegarlo ad un robot? Scoprì che non cerano parole adatte: "Capisco il tuo punto di vista. Ciononostante non puoi lasciare il reparto." "Per quale motivo?" "Non puoi e basta!" Il robot fece un passo avanti e tutti i presenti indietreggiarono. La fronte di Martin Smith si imperlò di sudore: "Sei infetto." "Io non ho la Lumidea." "Ma ne porti i microbi addosso. Ci ucciderai tutti se esci da lì." Il robot si girò e sparì in una della camere del reparto. "Sembra che tu sia riuscito a convincerlo", disse Robertson avvicinandosi. "Non è stato poi così difficile. In fondo è solo una macchina." * * * Le due settimane successive trascorsero senza ulteriori intoppi fino a quando il dottor Smith non decise di convocare il robot per un resoconto. Si avvicinò al pulsante di richiamo e lo premette più volte invano. Del robot non cera traccia. Quando stava per allontanasi, vide un uomo avvicinarsi dal fondo del corridoio. "E inutile che suoni dottore," disse il paziente appoggiandosi al vetro isolante, "il robot non verrà." "Come fa a dirlo? E lei chi è?" "Non si ricorda di me, vero? Già, è un po che non la si vede da queste parti. Sono Rupert Olt, uno dei malati al primo stadio." Smith si sforzò di ricordare, ma il volto di quelluomo non gli diceva assolutamente nulla: "Si beh? Che cosa fa in piedi? Dovrebbe stare a letto." "Oh no, io sono guarito." "Cosa?" "E, così, perché non viene dentro a controllare?" A Smith occorsero alcuni minuti per riprendersi dallo shock e per decidere se quel paziente fosse impazzito o stesse dicendo la verità. Quindi si allontanò in cerca di Robertson. "Spero tu stia scherzando!" esclamò questultimo al termine del racconto. "Se qui cè qualcuno che scherza, è quel pazzo al di là del vetro!" "Che cosa hai intenzione di fare?" "Devo entrare lì dentro e scoprire cosa sta succedendo. Questo progetto è sotto la mia supervisione ed io sono responsabile di quel robot." Senza aspettare il commento di Robertson, Smith andò ad equipaggiarsi con una tuta protettiva ed entrò nel reparto attraverso la camera di sterilizzazione. Olt lo condusse nella prima stanza, dove i malati di Lumidea allo stadio terminale erano stipati in un piccolo spazio e con ununica finestra. Il sangue si era riversato tutto sul pavimento cosparso di siringhe usate. Il medico si rese conto con orrore che non entrava nel reparto da mesi e non aveva la minima idea di come venissero trattati i pazienti. Sentì su di sé lo sguardo di occhi che non sanguinavano più. "Da quella parte dottore", disse Olt indicando lultima stanza in fondo al corridoio. Quando entrò, Smith trovò il robot seduto e appoggiato al muro: "Che cosa è successo qui?" gli chiese avvicinandosi. Il robot lo guardò con occhi che perdevano olio lubrificante, ma non rispose. "Rispondimi!" Il robot aprì la bocca ed un rivolo dolio scese lungo il suo collo: "Ho fatto il mio dovere." "Dove hai trovato la cura?" "Lho sintetizzata dal virus e lho iniettata con delle siringhe. Ora non soffriranno più." "Come hai fatto a ridurti così?" "Il virus " Il robot spostò lo sguardo e Smith si ritrovò a fissare la manica destra della sua tuta che si stava corrodendo. Indietreggiò. Quando laveva presa era integra "Martin! Che succede?" gracchiò la voce di Robertson nellaltoparlante del casco "Quelluomo aveva ragione. Il robot ha trovato una cura, ma " "Cosa?" "Il virus è mutato." "In che modo?" "In un ospite non umano " balbettò luomo incapace di formulare i suoi pensieri per intero. "Vuoi dire che " "Sì, adesso è in grado di attaccare anche la materia inorganica." Il dottor Connor Robertson con il microfono ancora in mano, fissò con orrore il vetro isolante che li separava dal reparto malattie infettive. Era coperto di crepe. Martin Smith si rivolse di nuovo al robot: "Ho bisogno della cura o non avremo scampo!" Si rese conto che il robot non era più in grado di parlare. La Lumidea aveva fatto il suo corso.
ANNARITA PETRINO è
nata il 18/08/1977 a Giulianova (in provincia di Teramo
Abruzzo) proprio sulla costa Adriatica. Laureata
in Lingue e Letterature Straniere allUniversità
" |
||||