Lumidea

(Dis. di Davide Cattaneo)

                                                       di   Annarita Petrino

 

St. Mary Hospital, reparto malattie infettive.

"Connor, allora è arrivato?", chiese Martin Smith, raggiungendo nel corridoio l’amico e stimato collega dottor Connor Robertson.

"Non preoccuparti, sarà qui a momenti. Perché sei così agitato?"

"E me lo chiedi? Finalmente non dovremo più mandare i nostri interni a fare il giro di ronda in quell’inferno."

Connor gli lanciò un’occhiataccia da dietro gli occhiali spessi. Si erano laureati lo stesso anno alla facoltà di medicina ed erano amici di vecchia data, eppure ancora non riusciva a capire perché Martin avesse accettato il posto di vice direttore del reparto malattie infettive del St. Mary Hospital. Aveva un nutrito gruppo di studenti ai quali spettava lo stesso compito degli altri: fare il giro dei pazienti, somministrare loro le medicine e praticare endovene. Ma quella che negli altri ospedali sarebbe potuta sembrare semplice routine non lo era al St. Mary. Qui, infatti, venivano ricoverati tutti i casi di Lumidea, una malattia mortale dal decorso veloce e ad alto rischio di infezione, che attaccava il sistema circolatorio provocandone la rottura in più punti e la fuoriuscita di sangue da tutti gli orifizi. Per eseguire le visite ed evitare al tempo stesso il contagio, gli interni erano costretti a proteggersi con pesanti tute che rendevano difficile e pericoloso maneggiare aghi e medicine. Inoltre, lo spettacolo che si offriva ai loro occhi non era facile da sopportare. Di frequente i malati, specie quelli allo stadio terminale, perdevano sangue dagli occhi e dalle orecchie. La morte aleggiava nei corridoi del reparto che aveva un tasso di mortalità del 95%.

Quel giorno doveva arrivare un robot medico in grado di svolgere quel lavoro al posto degli interni e al dottor Martin Smith era stato spiegato come dargli ordini. Il robot li avrebbe eseguiti restando all’interno del reparto, dal quale non sarebbe più uscito per evitare di contagiare gli esseri umani.

Quando arrivò, intorno a mezzogiorno, Martin rimase a contemplarlo per alcuni minuti, entusiasta del nuovo acquisto dell’ospedale. Lo spedì dritto nel reparto, dopodiché andò a pranzo con il dottor Robertson.

"Allora? Dov’è?", gli chiese quest’ultimo.

"Al lavoro naturalmente."

"L’hai già fatto entrare lì dentro?"

"Ma è naturale! Credo che abbiamo davvero risolto tutti i nostri problemi Connor!"

L’amico dottore si limitò ad annuire.

* * *

I giorni seguenti videro i due responsabili occupati a riorganizzare il loro reparto. Ad ogni interno vennero affidati nuovi compiti, mentre il robot si occupava dei malati di Lumidea. Martin Smith supervisionava il suo operato e di tanto in tanto gli impartiva nuovi ordini.

Ad un mese esatto dal suo arrivo, il robot chiese di poter uscire. Uno degli assistenti di Smith andò a chiamarlo ed il medico accorse all’ingresso del reparto dove trovò anche Robertson.

"Che succede?"

"Sembra che il robot voglia uscire."

"Che cosa vuoi?" chiese Smith avvicinandosi al vetro isolante.

Al di là di esso, il robot li dominava dall’alto dei suoi due metri di altezza. Il bel colorito bruno appariva opaco. La sua voce risuonò fuori dall’altoparlante: "Voglio lasciare il reparto."

"Per quale ragione?"

"Non posso svolgere il mio lavoro."

"Spiegati meglio."

"Sono stato costruito per curare gli esseri umani, ma qui essi muoiono nonostante tutto. Non servo qui. Voglio andare dove posso essere utile."

"Adesso ascoltami bene, il tuo compito è quello di prestare assistenza e alleviare dove possibile le sofferenze dei malati. Non puoi impedire che essi muoiano. Nessuno può. La Lumidea è una malattia mortale e finora non è stata trovata alcuna cura."

"Non posso fare ciò che mi chiedete. Queste persone stanno morendo, in che modo dovrei alleviare le loro sofferenze?"

Il medico esitò. Come poteva spiegarlo ad un robot? Scoprì che non c’erano parole adatte: "Capisco il tuo punto di vista. Ciononostante non puoi lasciare il reparto."

"Per quale motivo?"

"Non puoi e basta!"

Il robot fece un passo avanti e tutti i presenti indietreggiarono.

La fronte di Martin Smith si imperlò di sudore: "Sei infetto."

"Io non ho la Lumidea."

"Ma ne porti i microbi addosso. Ci ucciderai tutti se esci da lì."

Il robot si girò e sparì in una della camere del reparto.

"Sembra che tu sia riuscito a convincerlo", disse Robertson avvicinandosi.

"Non è stato poi così difficile. In fondo è solo una macchina."

* * *

Le due settimane successive trascorsero senza ulteriori intoppi fino a quando il dottor Smith non decise di convocare il robot per un resoconto. Si avvicinò al pulsante di richiamo e lo premette più volte invano. Del robot non c’era traccia. Quando stava per allontanasi, vide un uomo avvicinarsi dal fondo del corridoio.

"E’ inutile che suoni dottore," disse il paziente appoggiandosi al vetro isolante, "il robot non verrà."

"Come fa a dirlo? E… lei chi è?"

"Non si ricorda di me, vero? Già, è un po’ che non la si vede da queste parti. Sono Rupert Olt, uno dei malati al primo stadio."

Smith si sforzò di ricordare, ma il volto di quell’uomo non gli diceva assolutamente nulla: "Si… beh? Che cosa fa in piedi? Dovrebbe stare a letto."

"Oh no, io sono guarito."

"Cosa?"

"E’, così, perché non viene dentro a controllare?"

A Smith occorsero alcuni minuti per riprendersi dallo shock e per decidere se quel paziente fosse impazzito o stesse dicendo la verità. Quindi si allontanò in cerca di Robertson.

"Spero tu stia scherzando!" esclamò quest’ultimo al termine del racconto.

"Se qui c’è qualcuno che scherza, è quel pazzo al di là del vetro!"

"Che cosa hai intenzione di fare?"

"Devo entrare lì dentro e scoprire cosa sta succedendo. Questo progetto è sotto la mia supervisione ed io sono responsabile di quel robot."

Senza aspettare il commento di Robertson, Smith andò ad equipaggiarsi con una tuta protettiva ed entrò nel reparto attraverso la camera di sterilizzazione. Olt lo condusse nella prima stanza, dove i malati di Lumidea allo stadio terminale erano stipati in un piccolo spazio e con un’unica finestra. Il sangue si era riversato tutto sul pavimento cosparso di siringhe usate. Il medico si rese conto con orrore che non entrava nel reparto da mesi e non aveva la minima idea di come venissero trattati i pazienti. Sentì su di sé lo sguardo di occhi che non sanguinavano più.

"Da quella parte dottore", disse Olt indicando l’ultima stanza in fondo al corridoio.

Quando entrò, Smith trovò il robot seduto e appoggiato al muro: "Che cosa è successo qui?" gli chiese avvicinandosi.

Il robot lo guardò con occhi che perdevano olio lubrificante, ma non rispose.

"Rispondimi!"

Il robot aprì la bocca ed un rivolo d’olio scese lungo il suo collo: "Ho fatto il mio dovere."

"Dove hai trovato la cura?"

"L’ho sintetizzata dal virus e l’ho iniettata con delle siringhe. Ora non soffriranno più."

"Come hai fatto a ridurti così?"

"Il virus… "

Il robot spostò lo sguardo e Smith si ritrovò a fissare la manica destra della sua tuta che si stava corrodendo. Indietreggiò. Quando l’aveva presa era integra…

"Martin! Che succede?" gracchiò la voce di Robertson nell’altoparlante del casco

"Quell’uomo aveva ragione. Il robot ha trovato una cura, ma… "

"Cosa?"

"Il virus… è mutato."

"In che modo?"

"In un ospite non umano… " balbettò l’uomo incapace di formulare i suoi pensieri per intero.

"Vuoi dire che… "

"Sì, adesso è in grado di attaccare anche la materia inorganica."

Il dottor Connor Robertson con il microfono ancora in mano, fissò con orrore il vetro isolante che li separava dal reparto malattie infettive. Era coperto di crepe.

Martin Smith si rivolse di nuovo al robot: "Ho bisogno della cura o non avremo scampo!"

Si rese conto che il robot non era più in grado di parlare. La Lumidea aveva fatto il suo corso.

 

ANNARITA PETRINO è nata il 18/08/1977 a Giulianova (in provincia di Teramo – Abruzzo) proprio sulla costa Adriatica. Laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università "D’Annunzio" di Pescara, ha fatto l’impiegata in un ufficio estero e attualmente è insegnante di Scuola Materna. Ha pubblicato diversi racconti su alcune riviste di fantascienza: Ir, Il Temporale, La Patente su "Intercom"; La Trottola, La Vedova Nera su "King Lear"; Al di là della Matrice su "Continuum"; Cola Olografica su "Nigralatebra"; Cristoforo su "Club Ghost"; Minosse su "Sf Quadrant"; Scoop su "Cut-Up"; Arcadia, Il saggio di danza, La Leggenda dei Boschi, Il desiderio, La stella cometa su "Raccontare.com"; Il terzo gemello su "Kimerik"; L’Angelo della Morte su "Dead Butterflies"; Il file Amore e Kairon City, rispettivamente su "Future Shock" n.42 e n.44. Con la Delos Books, nella collana "I Delfini", ha pubblicato il romanzo Ragnatela dimensionale.