Una storia della narrativa

di fantascienza italiana

"Universo e dintorni" di Cremaschi

                                                  di     Ilaria  Biondi

Inìsero Cremaschi, nato a Fontanellato in provincia di Parma nel 1928, ma da anni milanese d’adozione, non è soltanto l’autore di celebri romanzi e racconti di sf come Il quinto punto cardinale (1962), suo testo d’esordio nella narrativa dell’alterità, e Dossier extraterrestri, scritto con la moglie Gilda Musa, bensì anche un lucido e raffinato critico e saggista, che si è prodigato con entusiasmo e tenacia per promuovere la produzione fantascientifica di casa nostra. Numerose sono le antologie e le collane specializzate di cui si è occupato in veste di curatore, spesso in collaborazione con l’inseparabile Gilda Musa; nel 1964 viene data alle stampe l’antologia I labirinti del Terzo Pianeta, che presenta racconti di Libero Bigiaretti, Lino Aldani, Franco Enna, Ferruccio Foelkel, Teodoro Giuttari, Massimo Lo Jacono, Giulio Raiola, Anna Rinonapoli, Sandro Sandrelli, Mario Soldati, oltre a testi suoi e della moglie; nel 1973 viene pubblicato Zoo-fantascienza e nel 1978 il testo di cui ci occupiamo in queste pagine Universo e dintorni, una delle più significative antologie nel panorama della sf italiana, che il poeta e critico Luigi Picchi non esita a definire un vero e proprio "manifesto" della produzione fantascientifica nazionale1; nel medesimo anno per i tipi delle edizioni Nord vede la luce anche Futuro, un’antologia che ripropone racconti precedentemente pubblicati nell’omonima rivista. L’impegno di divulgazione di Cremaschi si concretizza anche nella creazione di una nuova rivista, "La collina", che esce in otto numeri dal 1980 al 1983, quale erede spirituale della rivista "Futuro" di Lino Aldani, Massimo Lo Jacono e Giulio Raiola, progetto nel quale lo stesso Cremaschi era stato attivamente coinvolto (il suddetto romanzo breve Il quinto punto cardinale del Nostro uscì infatti nelle pagine di "Futuro" nel maggio del 1963, dopo essere apparso nel 1962 su "Tempo presente", la rivista diretta da Ignazio Silone).

La denuncia della ghettizzazione della fantascienza

Dopo questa succinta carrellata dell’attività critica di Inìsero Cremaschi (per un’analisi dettagliata della stessa si rimanda al succitato articolo di Luigi Picchi) ci occuperemo ora più da vicino dell’antologia Universo e dintorni2, cercando di offrirne una breve panoramica. Il volume si apre con una lunga prefazione, titolata significativamente Cronistoria della fantascienza italiana, in cui lo scrittore rintraccia e ricostruisce, con precisione e accuratezza, la storia della narrativa fantascientifica "di casa nostra". Il tono affabulatorio, unitamente ad un linguaggio semplice e diretto che esula dai tecnicismi astrusi di tanta critica "alta", è suscettibile di affascinare ed interessare anche quel tipo di lettore che solitamente rifugge con "orrore" l’apparato paratestuale, giudicandolo noioso, superfluo o pedante. Nella suddetta premessa Cremaschi esordisce denunciando l’isolamento in cui vagola la sf nel più vasto contesto della letteratura e l’interpre-tazione distorta e riduttiva di cui essa è oggetto, soprattutto per diretta responsabilità della storia letteraria per "generi", che tende ad occultarne la portata metaforica e ad identificarla semplice-mente con una mera accozzaglia di temi ricorrenti, quali il robot e gli extraterrestri. Il monito lanciato da Cremaschi nel 1978 sembra essere purtroppo ancora triste-mente attuale e va ad affiancarsi a quello di altre voci autorevoli come quella di Antonio Scacco, direttore della rivista "Future Shock", che da anni denuncia caparbiamente la ghettizzazione di cui continua ad essere vittima la sf nel nostro paese.

Dopo questo incipit polemico e provocatorio, il curatore comincia a ripercorrere le tappe più significative della storia italiana della sf e fissa negli anni Cinquanta la "data di nascita" della stessa (precisando tuttavia che le prime opere in volume non compaiono prima del 1960-62). Le lontane origini della sf nazionale sono però da cercarsi nel diciannovesimo secolo, in modo particolare nelle ipotesi utopico-futurologiche contenute in tanta produzione non lirica leopardiana, vale a dire la Palinodia a Gino Capponi (1835) e le Operette Morali. Numerose proposte logico-fantastiche avanzate dal poeta di Recanati, come ad esempio la molteplicità dei mondi di cui si discetta nell’Operetta "Dialogo della Terra e della Luna", anticipano ed ispirano secondo il critico tanta sf moderna di stampo filosofico. Cremaschi, dopo avere individuato nel cantore del pessimismo cosmico un pre-fantascientista, passa ad elencare i veri e propri precursori della narrativa fantascientifica italiana; si parte da alcuni autori di fine Ottocento, come Guglielmo Folliero De Luna (I misteri politici della Luna, 1863,Carlo Dossi (Utopia, 1880), Yambo, al secolo Enrico Novelli (La guerra del XX secolo, 1899) e Camillo Boito (Un corpo) per arrivare fino al novecentesco Giorgio Scerbanenco, che nel 1938 pubblica Il paese senza cielo, passando attraverso l’opera avveniristica di Emilio Salgari (con particolare attenzione al romanzo Le meraviglie del 2000) e tanta produzione caduta nell’oblio, come L’invenzione dei tricupi (1902) di Maurizio Basso, L’onda turbinosa (1910) e Il vascello aereo (1914) di Luigi Motta, La fine del Secolo XX (1906) di Giustino Ferri, Gli uomini rossi (1923) e Il Cavalier Mostardo (1927), di Antonio Beltramelli, infine I ciechi e le stelle (1931), una raccolta di novelle di Giorgio Cicogna.

A questi precursori, che si muovono nel refrattario e soffocante ambiente della provincia italiana del primo Novecento, e che soffrono dell’azione frenante esercitata dalla dittatura fascista, vanno riconosciuti un certo "coraggio avveniristico" e un certo "rigore narrativo", nonché l’amaro e lucido presentimento, ben prima dell’avvento dell’era atomica, di una cruciale e tragica svolta nel destino dell’uomo. È però solo dopo il 1945 che la sf italiana acquista una dimensione organica, come chiarisce Cremaschi nel quinto capitolo della prefazione, suggestivamente titolato Gli apprendisti non stregoni. Un primo passo in avanti viene mosso verso il 1954, quando un periodico nazionale pubblica alcuni autori italiani, fra cui Luigi Rapuzzi, accanto ad altisonanti nomi stranieri.

La svolta della rivista "Oltre il Cielo"

Ma la vera svolta è rappresentata dalla creazione, nel 1957, della rivista "Oltre il cielo", attorno alla quale gravitano numerosi autori "pionieri", che hanno l’ardire di rinnovare l’ormai esausta tradizione verista e intimista innestando su di essa la scienza; nel gruppo figurano Sandro Sandrelli, Ivo Prandin, Eugenio Viola, Giovanna Cecchini, Feliciano Nurri, Luigi Berto, Guido Ruggieri, Gian Luigi Gonano, Mario Stollo, Toti Celona e N.L. Janda, pseudonimo di Lino Aldani.

Al pari di "Oltre il cielo" anche altre riviste dell’epoca come "Superfantascienza illustrata", "Cosmo" e "Galassia" ospitano nelle loro pagine gli scritti di autori italiani. Nell’elenco di questi scrittori entusiasti, cui va ascritto il merito sia di avere dato vita a una nuova forma di racconto, che si vuole indipendente da quella tradizionale plasmata dalla letteratura "di corte", che di avere presentito l’avvento di una stagione scientifica nel nostro paese, vanno inclusi anche i poeti Liana De Luca e Roberto Sanesi, Carlo Bordoni, Armando Lucchesi, Manrico Viti e Roberto Bonadimani. L’esaltazione di cui sono portatori questi scrittori della "nuova avanguardia" (cit., p.15) è però controbilanciata da una buona dose di prudenza, che si estrinseca nell’adozione, da parte di molti di loro, dello pseudonimo, e nella generalizzata tendenza ad ambientare le vicende fantascientifiche in lontani scenari, onde evitare la tanto temuta accusa di ridicolo.

Il successivo capitolo si incarica di tracciare il quadro di quella che potremmo definire la golden age della sf italiana, che Cremaschi colloca nei primi anni Sessanta, fioritura straordinaria che è per gran parte da attribuirsi secondo il Nostro al clima favorevole creato dalla nascita della narrativa tecnologico-industriale. Viene indicato come testo "inaugurale" della narrativa sf nazionale un romanzo che tratta il tema dell’ibernazione, Pulsatilla sexuata di Carlo della Corte, pubblicato nel 1962, nello stesso anno dunque de Il quinto punto cardinale. In quegli stessi anni anche Gilda Musa, raffinata poetessa e traduttrice, indulge quasi inconsapevolmente al nuovo sentire e dà vita ad un’originale produzione fantascientifica, in cui la psicanalisi si sposa con la biologia. Un’altra figura femminile di spicco, Anna Rinonapoli, inizia a cimentarsi con la narrativa sf, partorendo racconti avveniristici percorsi da una vena fortemente dissacrante.

Il 1962 è anche l’anno in cui esce il primo volume di "Interplanet", un inventario a cadenza periodica curato da Sandro Sandrelli e Ivo Prandin che accarezza l’ambizione e la speranza che la sf possa finalmente rappresentare in Italia una valida alternativa alla narrativa paludata e provinciale di stampo accademico. Benché questo "sogno" non si sia realizzato, è innegabile secondo Cremaschi che "Interplanet" abbia rappresentato una fase di sperimentazione cruciale. Nel primo numero dell’inventario figurano numerosi pionieri: Lino Aldani, Andrea Canal, Carlo Della Corte, Emio Donaggio, Cesare Falessi, Gustavo Gasparini, Massimo Lo Jacono, Ivo Prandin, Piero Prosperi, Pino Puggioni, Giulio Raiola, Sandro Sandrelli e Gian Luigi Staffilano. I racconti offerti da "Interplanet" affrontano le più disparate tematiche, ma sottendono tutti una concezione unanime e unitaria della sf, intesa come "estrapolazione del presente" (cit., p.17). Nei numeri seguenti di "Interplanet" figurano, oltre allo stesso Cremaschi, la moglie Gilda Musa, Anna Rinonapoli, Valeria Bassanesi, Livia Contardi, Renato Pestriniero, Franco Imbastaro, Carlo Montani, Elio Toaldo, Alessandro Ferracin, Marco Diliberto e Maurizio Viano. Il numero quattro rappresenta un terreno di confronto con esponenti di spicco della narrativa "generale": autori di racconti "insoliti" sono infatti nomi prestigiosi come quelli di Arpino, Landolfi, Moravia ed Elémire Zolla.

La lotta contro i vampiri culturali nazionali

L’anno di svolta nella storia della narrativa fantascientifica di lingua italiana, come ci segnala il curatore nel settimo capitolo, è però il 1963, anno della fondazione, da parte di Lino Aldani, Massimo Lo Jacono e Giulio Raiola della rivista bimestrale di ricerca e sperimentazione "Futuro", che nasce con l’esplicito intento di valorizzare e promuovere la produzione fantascientifica autoctona, differenziandola tanto dalla letteratura "alta", quanto dalla produzione sf di stampo americano. I materiali narrativi impiegati nei racconti editi da "Futuro" sono spesso gli stessi della sf d’origine straniera, ma portano un’impronta distintiva e peculiare, quella che Cremaschi definisce, riprendendo le acute parole di Flajano, "una maliziosa allusività tutta Made in Italy" (cit. p.20), vale a dire uno spirito umanistico tipicamente latino che contrasta fortemente con il senso di angoscia opprimente tipico di tanta narrativa americana.

Oltre ai fondatori storici della rivista e ad Inìsero Cremaschi, sono numerose le voci che collaborano a questo "rivoluzionario" progetto e che costituiscono poi quella che, a posteriori, verrà definita la "scuola" italiana: Gilda Musa, Gustavo Gasparini, Anna Rinonapoli, Antonio Bellomi, Teodoro Giuttari, Ornella De Barba, Marco Diliberto, Riccardo Minuti, Maurizio Viano, Franco Enna, Sandro Sandrelli, Ferruccio Foelkel, Libero Bigiaretti e Mario Soldati. Nel 1964 alla rivista "Futuro" si affianca la raccolta di racconti I labirinti del terzo pianeta, vera e propria "summa" della narrativa italiana dell’ "alterità", giudicata in termini altamente lusinghieri da parte della critica ufficiale, che elogia la capacità e la volontà degli scrittori nostrani di riscattarsi "dall’imitazione supina dei modelli americani o sovietici" (cit., p.21).

L’ottavo capitolo della premessa illustra il ricco quadro delle prime edizioni date alle stampe agli inizi degli anni Sessanta, nel periodo di "esplosione" del fenomeno fantascientifico in Italia; Cremaschi ha cura di sottolineare che si tratta di opere che, a differenza di quanto avveniva un decennio prima, sono firmate dagli autori con i rispettivi nomi di battesimo. Ne ricordiamo brevemente qualcuna: I ritorni di Cameron Mac Clure (1962) di Sandro Sandrelli, Le vele del tempo (1963) di Gustavo Gasparini, racconti che si tingono di magico ed esoterico, com’è nello stile dell’autore, Quarta dimensione (1964) di Lino Aldani, H come Milano (1965) di Emilio de’ Rossignoli, Homunculus di Gianni Roghi, Antologia marziana di Alcide Montanari, Fine del viaggio di Alessandro Silj, Pianeta franco di Francesco Parenti e Pier Luigi Pagani, Robothomo di Giordano Pitt, Il ragno e il resto dell’ingegnere Domenico Garelli. Possiamo includere in questa compagine anche le Storie naturali di Damiano Malabaila, al secolo Primo Levi, divertissements a metà strada tra il moralismo e l’allegoria, Il robot e il minotauro (1964) ed Esempi di avvenire (1965) di Roberto Vacca, infine le vicende satiriche di Sergio Turone, riunite nella raccolta Racconti di santascienza (1965).

Segno tangibile di questo straordinario sviluppo è il pullulare di riviste, volumi antologici e pubblicazioni da parte dei singoli autori. Le "ricadute" sembrano però attendere beffardamente dietro l’angolo; è con tono vagamente amaro che Cremaschi descrive, nel successivo capitolo, la fase di regressione che caratterizza la science-fiction italiana dopo il 1965, fenomeno di cui sono responsabili secondo il curatore la persistente esterofilia e il provincialismo di tanta cultura nostrana. Cremaschi a dire il vero, con la consueta lucidità, coglie i segni premonitori di questa "eclisse" già nel 1963, nel Festival internazionale del film di fantascienza di Trieste, che vede l’aspra contrapposizione tra i difensori della "linea italiana" e quelli della produzione angloamericana. Ciò che divide in primis le due correnti è il tormentato rapporto con la letteratura mainstream: mentre gli americanofili considerano la sf come un tipo di produzione inferiore rispetto alla letteratura "ufficiale", gli esponenti di "Futuro" e di "Interplanet" rifiutano di attribuire valori aprioristici alla letteratura e non si riconoscono nella tradizionale contrapposizione tra letteratura "alta" e letteratura "bassa", limitandosi a considerare la science-fiction per quello che essa è, vale a dire "un attualissimo e insolito angolo di osservazione della realtà" (cit., p.26).

Il periodo delle vacche magre

Una volta esauritesi le esperienze di "Interplanet" e di "Futuro", che chiude i battenti dopo soli otto numeri, nel novembre del 1964, le sorti della sf italiana sembrano destinate a precipitare nel baratro. Tuttavia, non mancano alcuni segni positivi: se le sperimentazioni di più largo respiro vedono la loro fine, si moltiplicano però le iniziative collaterali, in particolare si registra il prolificare delle cosiddette fanzines, "anello di congiunzione tra la fioritura del 1962-65 e la ripresa degli anni ‘70" (cit., p.27) nonché fucina di nuovi talenti come Ugo Rota, Livio Horrack, Carla Parsi Bastogi e Leandro Lucchetti. Nell’affollata schiera delle "rivistine amatoriali" (cit. p.26) Cremaschi include "Futuria fantasia", "Nuove dimensioni", curata da Carlo Pagetti, "Nuovi orizzonti", che esce con ben quattordici numeri, ma anche "L’Aspidistra", "Micromegas", "Orsa Maggiore", "Effemeridi", "Decimo pianeta", "Verso le stelle", "Parallel SF", "Hypothesis", "Hybrid Clan", "Sevagram" e "Adventure-Flash".

Nel capitolo decimo, titolato Le vacche magre, il critico illustra le rare quanto significative iniziative di valore che si stagliano nel desertico panorama fantascientifico di quegli anni, vale a dire tra il 1965 e il 1972. Cremaschi segnala in particolare la rivista "Gamma" fondata nel 1965 da Valentino De Carlo, che mantiene le fila della sf italiana in quel periodo di vero e proprio letargo; la rivista ospita infatti, anche se in forma saltuaria, alcuni racconti italiani, accanto alla dilagante produzione anglofona. Tra le coraggiose sperimentazioni di questi anni va annoverato anche il mensile diretto da Teodoro Giuttari, "Gli Shocks", che possiede una sua "particolare coscienza poetica e culturale" (cit., p.28). Sempre del 1967 è l’antologia curata da Alex Vairo Fantasesso, nella quale trovano posto i racconti degli italiani Gilda Musa e Lino Aldani. Nel 1971 Primo Levi si cimenta di nuovo con racconti ispirati al repertorio fantascientifico, Vizio di forma; come già in Storie naturali però Levi privilegia la dimensione satirica a discapito di quella prettamente fantascientifica, rinunciando al precetto fondante della sf, vale a dire "la giustificazione logica dei fenomeni prospettati" (cit., p.28).

Nel frattempo si registra un cambiamento ai vertici della rivista "Galassia" la quale, sotto la direzione sapiente di Gianni Montanari e Vittorio Curtoni, esplora il terreno quanto mai fertile della sf nazionale: tre numeri della rivista sono dedicati infatti ad autori italiani: Piero Prosperi con Autocrisi, Gianni Montanari con Nel nome dell’uomo e Vittorio Curtoni con Dove stiamo volando. Sempre a "Galassia" va riconosciuto il merito di avere promosso e sostenuto la pubblicazione di ben tre antologie di racconti italiani: Destinazione Uomo, Amore a quattro dimensioni, Sedici mappe del nostro futuro, che accolgono autori anche molto giovani, entusiasti e promettenti, ai quali Sergio Turone rimprovera tuttavia la mancata aderenza alla realtà contingente.

Il periodo di incertezza, come ricostruisce il capitolo undici titolato Nuovi approdi, vede la sua fine nel 1972, grazie alla creazione della collana "Andromeda", che ospita le voci più autorevoli della letteratura dell’ "alterità". La serie è inaugurata da Gilda Musa, con i racconti di Festa sull’aste-roide, seguita da Anna Rinonapoli con il romanzo Sfida al pianeta; nel 1974 è la volta de La donna immortale di Gustavo Gasparini, sapiente mélange di fantascienza e filosofia orientale. L’antologia Zoo-fantascienza (cui si accennava sopra), la prima a mettere a confronto autori indigeni con nomi della sf americana, ospita fra gli altri Gustavo Gasparini, Massimo Pandolfi, Giuseppe Pederiali, Sergio Turone, Anna Rinonapoli e Gilda Musa.

Il Convegno Internazionale di sf a Palermo

L’iniziativa di "Andromeda" è seguita e imitata da altre collane del nostro paese, che pubblicano volentieri esponenti italiani di science-fiction, come Giuseppe Pederiali con il suo romanzo d’ambien-tazione basso-padana Venivano dalle stelle e Roberto Vacca con le teorie rovinologiche di La morte di Megalopoli. I progetti si moltiplicano: nel 1974 rinascono le fanzines, il mensile "Robot" presenta autori italiani, noti e meno noti (come Virginio Marafante, Giorgio Pagliaro, Gianni Menarini, Alessandro Patronuzzi, Gianluigi Zuddas, Franco Tamagni e Gianluigi Pilu), a Ferrara si tiene l’annuale Congresso e l’Università di Palermo, su iniziativa di Luigi Russo, allestisce il primo convegno italiano di sf incentrato sul rapporto tra fantascienza e critica. Progressivamente va annullandosi la tradizionale rigida separazione tra la sf e la narrativa generale; prova ne sia il fatto che alcuni autori, che fino a quel momento sono stati completamente alieni dalla letteratura dell’alterità, si cimentano ora con prove narrative di stampo fantascientifico: esemplari sono Il mondo è insufficiente di Ferdinando Albertazzi, i racconti Circuito chiuso di Giancarlo Pandini, Hanno rapito il papa di Renée Reggiani e Oltre il cristallo, opera scritta a quattro mani da Renato Besana e Dino Caroglio. Non meno ponderosa è la produzione degli autori propriamente dediti alla sf; ricordiamo, fra gli altri, Giungla domestica di Gilda Musa (la quale pubblica in quegli stessi anni anche Dossier extraterrestri col marito Inìsero Cremaschi), Quando le radici di Lino Aldani, Le città del diluvio di Giuseppe Pederiali, Daimon di Gianni Montanari, Grattanuvole di Livio Horrack, La sindrome lunare di Vittorio Curtoni e Reazione a catena, romanzo d’esordio di Luigi Menghini. Non dimentichiamo inoltre il numero speciale della rivista "Nova SF", in cui figurano romanzi e racconti di Vittorio Catani, Adalberto Cersosimo, Giovanni Crimini, Giovanni Mongini, Mauro Antonio Miglieruolo e altri.

Gli anni Settanta registrano un’altra positiva spinta in avanti, vale a dire l’atteggiamento aperto della critica tradizionale nei confronti della sf italiana; eminenti studiosi evidenziano come la sf, quando non rinuncia ad essere produzione "di qualità", "è in grado di contribuire allo svecchiamento di moduli e cliché narrativi, per captare le contraddizioni del presente attraverso la proposta di nuovi modelli di esistenza" (cit., p.35). La premessa si chiude con una nota di ottimismo, con l’augurio cioè che la sf possa uscire dal ghetto in cui è relegata, per confluire finalmente nella più vasta prospettiva della narrativa generale. A distanza di quasi trent’anni possiamo solo constatare che il tanto "sospirato" miracolo non si è (ancora?) realizzato….

Un libro sul futuro della sf italiana

Prima di cedere la parola direttamente agli autori, Cremaschi li introduce brevemente: trattasi di ventinove scrittori, giovani e meno giovani, disposti in ordine rigorosamente alfabetico: Lino Aldani, Minnie Alzona, Renato Besana e Dino Caroglio, Fabio Calabrese, Vittorio Catani, Adalberto Cersosimo, Vittorio Curtoni, Liana de Luca, Giorgio Ferrari, Fabio Fiorani, Gustavo Gasparini, Remo Guerrini, Riccardo Leveghi, Giuseppe Lippi, Virginio Marafante, Luigi Menghini, Gianni Montanari, Gilda Musa, Giancarlo Pandini, Massimo Pandolfi, Giuseppe Pederiali, Renato Pestriniero, Pierfrancesco Prosperi, Anna Rinonapoli, Sandro Sandrelli, Franco Tamagni, Sergio Turone e Roberto Vacca.

I pezzi, tutti inediti, esplorano le zone più diverse: ci sono i racconti spaziali aventi per scenari lontani e sconosciuti mondi della galassia, crocevia di incontri fra esseri delle più disparate razze (Requiem per un soldato di Anna Rinonapoli, I musici del mondo di Alberto Cersosimo, Saggia decisione di Luigi Menghini, Una fossa grande come il cielo di Renato Pestriniero, Tragedia a due di Franco Tamagni, Fiori di cartapesta ho ancora da quell’ultimo carnevale di Remo Guerrini, Pioneer 10. Fermata Plasmax di Liana de Luca e Visto dall’alto, da lontano di Gilda Musa), come non mancano le ambientazioni terrestri (Un monitor per l’anima di Minnie Alzona, La volpe stupita di Vittorio Curtoni, L’ultimo inganno di Virginio Marafante, Crepi il lupo di Piefrancesco Prosperi), non di rado volutamente riconoscibili nel loro carattere "nostrano", come la Bassa Padana in Cronaca dal neolitico di Giuseppe Pederiali o il sottosuolo lombardo in Cunicoli di Renato Besana e Dino Caroglio.

Di sapore onirico sono i personaggi di Sandro Sandrelli (La passeggiata di Patty), Giuseppe Lippi (Antropologia fantastica) e Gianni Montanari (Carne di stato) mentre quelli di Fabio Calabrese (Sheila) e Gustavo Gasparini (Vicolo cieco) si muovono in una dimensione stravolta, delirante ed allucinatoria; c’è poi chi, come Riccardo Leveghi si misura con il tema dell’androide e della sua consapevolezza esistenziale (Storia di Agnes) e chi, come Massimo Pandolfi (Vento mutante), mette in scena i postumi di un disastro ambientale di proporzioni apocalittiche; qualcosa di analogo nel racconto di Fabio Fiorani, Famiglia, avente per protagonista l’unico sopravvissuto ad una non ben specificata catastrofe.

Lino Aldani invece parla di iniziazione esoterica (Seconda nascita), Vittorio Catani (Palazzo di Vetro) ipotizza le dolorose conseguenze dell’ipersensitività, Giorgio Ferrari (L’ispirazione) si prende gioco del mito del successo, coinvolgendo in questa sua gustosissima parodia nientemeno che gli scrittori di fantascienza, Roberto Vacca riflette su nuovi strumenti di conoscenza dell’universo (Un giocattolo inutile e complicato), Giancarlo Pandini preconizza la scoperta di nuovi e inquietanti esseri microscopici (Panico in biblioteca), e infine Sergio Turone (Il compromesso cosmico) mescola abilmente cronaca e immaginazione, descrivendo un avveniristico mondo in cui la razza umana è subordinata a potenti e giganteschi microbi.

Solo poche parole per chiudere queste pagine: Universo e dintorni, un libro per conoscere il passato della SF italiana, un libro per riflettere sul futuro della SF italiana…

N O T E

1 Cfr. LUIGI PICCHI, Inìsero Cremaschi, critico di fantascienza, "Future Shock" n.42, febbraio 2004, Bari, pp.28-37.

2 INÌSERO CREMASCHI (a cura di), Universo e dintorni, Garzanti, Milano 1978.

ILARIA BIONDI è nata a Parma nel 1974 e risiede tuttora nel piccolo paese di Cozzano, sulle colline parmensi. Si è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l'Università degli Studi di Bologna, con una tesi sulla letteratura fantastica, dal titolo Il fantastico di Michel de Ghelderode: un fantastico hoffmanniano? Presso la medesima Università frequenta, dal gennaio 2002, la Scuola di Dottorato in Letterature Comparate. Trascorre lunghi periodi di studio in Francia, per lavorare alla sua tesi di dottorato, avente per tema il ruolo della traduzione nella ricezione dello scrittore tedesco E.T.A. Hoffmann nella cultura francese ottocentesca. Ha curato la traduzione di un saggio in lingua francese della studiosa Danièle Chauvin dal titolo Congiure e complotti romantici: l'eroe e la storia dopo il 1830, di prossima pubblicazione nel volume "Congiura e complotto", Quaderni di Synapsis II, Atti della Scuola europea di Studi Comparati, Bertinoro, 26 agosto-1 settembre 2001, a cura di Simona Micali, Ed. Le Monnier-Mondadori. Ha recentemente iniziato a collaborare con la rivista on-line di letteratura e cinema "L'isola del tesoro". Pur essendo il fantastico il suo ambito di studio e di specializzazione, ama fare "incursioni" anche nel panorama fantascientifico, di cui è parimenti una grande appassionata. È estimatrice in particolare di Ray Bradbury, a cui ha dedicato, sul n.41 di "Future Shock", il saggio Il "sogno elettrico" di Ray Bradbury. Sul n.43, è apparso il saggio La fantascienza di Philip K.Dick in un saggio di F.Rispoli; sui nn.44 e 45, L'uomo e la tecnologia: la risposta pastorale di Clifford Simak.