Pubblichiamo la seconda parte del sesto incontro, tenuto dallo scrittore e saggista di fantascienza Giuliano Giachino presso l'Unitre (Università della Terza Età) di Alpignano (TO), all'inizio dell'anno scorso. Ricordiamo ai lettori che gli altri incontri sono apparsi sui nn.43, 44, 45 e 46 di "Future Shock". La fantascienza sociologica Il Grande Fratello, quello vero, non quello della TV di Giuliano Giachino La fantascienza sociologica è un altro di quegli argomenti per esaurire il quale necessiterebbero tutti e otto i nostri Incontri, e che numerosissimi scrittori hanno affrontato su piani molto diversi: dallo scherzo paradossale, allo scritto di denuncia e di protesta, alle versioni moderne e fantasiose delle utopie sociopolitiche del passato, al tentativo di anticipazione storica concreta e realistica. Dopo molte incertezze, perché molti altri testi lo avrebbero meritato, ho deciso di prendere come primo campione di questo capitolo un romanzo per così dire "mitico" tra i cultori di fantascienza, e cioè Tutti a Zanzibar dello scrittore inglese John Brunner, un personaggio gradevole, colto ed impegnato che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e che, oltre a scrivere, sapeva suonare svariati strumenti ed amministrava un premio internazionale in memoria di Martin Luther King. La stupefacente anticipazione del mondo d'oggi Tutti a Zanzibar, un più che
rispettabile tomo di 583 pagine nella versione italiana Attraverso la storia dei personaggi, gettata in faccia al lettore in modo diretto, come se uscisse da un quotidiano o da uno show televisivo, ecco descritti costumi, linguaggi e modi di esprimersi; mass-media, fiere delle vanità, sopraffazione televisiva, eccesso di comunicazione ed incomunicabilità; idoli, oracoli, sette e veggenti; pubblicità sfrenata e menzognera, multinazionali e globalizzazione; terrorismo e guerriglia urbana; tossicodipendenze ed inquinamento; guerre pacificatrici (?!), bombe intelligenti (!?) e soprattutto esplosione demografica. Perché questo titolo: Tutti a Zanzibar? Cosa diavolo centra Zanzibar con tutte queste cose e con lesplosione demografica? Ce lo dice lautore: attenti, allinizio del romanzo tutta lumanità potrebbe stare in piedi, spalla a spalla, un po allo stretto, sullisoletta di Zanzibar (sembra impossibile, ma fate i calcoli e vedrete che è vero). Ma quando avrete finito di leggere il romanzo, quelli più esterni del gruppo avranno ormai ampiamente i piedi nellacqua La scrittrice Ursula Kroeber Le Guin è, dal punto di vista socio-politico e della qualità dello stile, uno dei personaggi più importanti della fantascienza. Americana, vive e lavora negli Stati Uniti, ma è figlia di un famoso antropologo di origine tedesca (Kroeber), ha sposato un francese (Le Guin), ed è laureata in letteratura francese e del rinascimento italiano alla Columbia University: e questo suo cosmopolitismo è filtrato nelle pagine del suo romanzo più famoso I reietti dellaltro pianeta e, come vedremo, nell'animo del suo protagonista Shevek l'anarchico, un vero e proprio "cittadino del mondo" del lontano futuro. I reietti dellaltro pianeta è un brutto titolo, secondo me, e quindi preferisco quello di unedizione più recente del romanzo da parte dellEditrice Nord di Milano, e cioè Quelli di Anarres: ma il titolo originale in inglese è più ricco e suona invece The dispossessed: an ambiguous utopia, ovvero letteralmente, "I senza proprietà: un'utopia bifronte", o duplice, o speculare che dir si voglia, ma non "ambigua", con quel tanto di connotazione negativa che questo termine possiede in italiano (dal Concise Oxford Dictionary: "Ambiguous", of double meaning, of doubtful classi-fication, of uncertain issue). Si tratta di uno dei romanzi di fantascienza più impegnati sociologicamente e politicamente, e vi si narra di due mondi, Urras ed Anarres, che ruotano luno attorno allaltro, sono uno la luna dellaltro: su Urras prospera una società simile a quella del nostro mondo occidentale, ma modellata sugli schemi di un capitalismo spinto allestremo, su Anarres invece, duecento anni prima della storia narrata, sono emigrati tutti coloro che non condividevano questo sistema, fondandovi una società di anarchici, scarsamente dotata di mezzi, basata sulla solidarietà reciproca e venata di francescanesimo. Si può condividere o meno la posizione della Le Guin, che propende apertamente verso questultimo tipo di società, ma il romanzo è comunque bello e coinvolgente, poiché propone al lettore - in modo chiaramente di parte ma anche scoperto ed intellettualmente onesto - una serie di interrogativi e di problemi psicologici di portata tale da non poterlo lasciare indifferente. Uno studioso del mondo anarchico, lo abbiamo già nominato, Shevek, intraprende un viaggio nel pianeta capitalistico, alla ricerca di mezzi concreti che gli consentano di portare avanti le sue ricerche, e che su Anarres non ci sono; i suoi colleghi ed i governi del mondo capitalistico lo accolgono di buon grado, ma con la segreta speranza di poter ottenere da lui - con le buone o con le cattive - i risultati dei suoi studi, che consentirebbero una scoperta in grado di rivoluzionare la storia dellumanità: come poter comunicare in modo istantaneo da un capo allaltro delluniverso. Il modo di vivere e le usanze del pianeta capitalistico, banali e scontate per il lettore, si rivelano invece sorprendenti e del tutto inaspettate per il protagonista del romanzo: orbene questa idea, e cioè l'alterazione di prospettiva che costringe il lettore a scorgere le situazioni, gli atteggiamenti, i comportamenti a lui familiari attraverso gli occhi di un personaggio impostato psicologicamente in modo radicalmente diverso, ed a cogliere quindi sino in fondo le contraddizioni, le meschinità e persino gli orrori della società cui si è serenamente adattato, non è utilizzata in questo romanzo per la prima volta. Altri lo avevano già fatto prima, ad esempio Robert Heinlein nel il suo Straniero in terra straniera, di cui parleremo tra poco. Quello che è nuovo, nella narrazione della Le Guin, è l'incanalare questa alterazione di prospettiva in una direzione viva e concreta, nel caricarla di un messaggio di natura etica e morale pressante e convinto, nel far sì che la narrazione, pur pacata, razionale e, con pochissime eccezioni, priva di particolari sussulti d'azione, gridi in viso al lettore, stordendolo con la sua verità: "Ti prego, guarda..., guarda..., tu non te ne sei mai accorto, ma è così..., è davvero così.......". Non c'è niente di tuo Vi leggerò ora alcuni brani tratti da questo romanzo straordinario, così chiari, limpidi ed espliciti che non ritengo richiedano, oltre alla lettura, altro commento da parte mia. Nel corso del suo viaggio verso Urras, su unastronave, Shevek si imbatte, per la prima volta nella sua vita, in una porta chiusa a chiave: Cercò invano un pettine, rimediò con le dita, fece per lasciare la stanza. Non potè lasciarla. La porta era chiusa a chiave. Lincredulità iniziale di Shevek si trasformò in rabbia: una rabbia, un cieco desiderio di violenza, quale egli non aveva mai sperimentato in precedenza, in tutto il corso della sua vita. Cercò di spezzare la robusta maniglia della porta, picchiò le mani contro il metallo liscio, poi si voltò e colpì con il pugno il pulsante di chiamata, da usare, gli aveva detto il dottore, in caso di necessità. Nulla accadde. Cerano altri piccoli pulsanti numerati, di colori differenti, sul pannello dellintercom; picchiò le mani su tutti, in una sola volta. Laltoparlante della parete cominciò a brontolare: <Che diavolo sì vengo metta a posto dalla ventidue >. Shevek superò tutte quelle voci: <Aprite la porta!>. La porta si aprì, e il dottore fece capolino. Alla vista della sua testa calva, della sua faccia giallognola e preoccupata, la collera di Shevek si raffreddò e andò a ritirarsi in una sua tenebra interiore. Disse: <La porta era chiusa a chiave>. <Mi dispiace, dottor Shevek una precauzione contagio per chiudere fuori gli altri >. <Chiudere fuori, chiudere dentro: il medesimo atto>, disse Shevek, abbassando sul dottore il suo sguardo chiaro, lontano. Sul proprio pianeta anarchico Shevek, da bimbo, riceve una lezione di giustizia e di fratellanza: Lo sguardo del padre era puntato sul bambino magro, il quale non aveva ancora notato la sua presenza, dato che si interessava solamente della luce. Il bambino grasso, in quel momento, si stava avvicinando a lui con rapidità, anche se con unandatura piuttosto raggomitolata, causata da un pannolino bagnato e tendente a scivolare via. Si avvicinò spinto dalla noia o per socievolezza, ma una volta giunto nel quadrato di luce scoprì che laggiù era caldo. Si sedette a terra pesantemente accanto al bambino magro, e lo spinse nellombra. Lespressione vacua e rapita del bambino magro lasciò immediatamente il posto a una smorfia di rabbia. Spinse il bambino grasso, strillando: <Via!>. La governante fu immediatamente sul luogo del dissenso. Raddrizzò il bambino grasso e poi disse: <Shev, non devi spingere gli altri>. Il bambino magro si drizzò in piedi. Il suo viso era illuminato dal sole e distorto dalla rabbia. Il pannolino minacciava di cadere: <Mio!>, esclamò con voce acuta, penetrante. <Mio, sole!>. <No, non è tuo>, disse la donna, con la pacatezza di chi enuncia una profonda certezza. <Non cè niente di tuo. Ogni cosa è da usare. Da dividere con gli altri. Se non sei disposto a dividerla, non puoi neppure usarla>. E prese con mani delicate e inesorabili il bambino magro e lo trasportò via, lontano dal quadrato di luce solare. Su Urras, Shevek si imbatte per la prima volta in un libro di una scienza per lui sino a quel giorno sconosciuta, leconomia: Cercò di leggere un testo elementare di economia, e lo trovò noioso in modo insopportabile, come ascoltare qualcuno che raccontasse interminabilmente un sogno lungo e stupido. Non riusciva a costringersi a capire come funzionavano le banche e così via, poiché le operazioni del capitalismo erano altrettanto prive di significato, ai suoi occhi, quanto i riti di una religione primitiva; altrettanto barbariche, altrettanto complicate e non necessarie. In un sacrificio umano agli dèi ci poteva almeno essere una terribile, malintesa bellezza; nei riti dei cambiavalute, in cui si dava per assodato che lingordigia, lignavia e linvidia fossero gli unici moventi degli atti umani, perfino il terribile diveniva banale. Shevek osservò con disprezzo questa mostruosa meschinità, senza interesse. Egli non ammise, non poté ammettere, che in verità essa lo spaventava. Le sue mani erano vuote, come sempre Ospite al pranzo di alcuni colleghi di Urras, Shevek si vede impartire (oppure impartisce, dipende ) dal bimbo dei suoi ospiti una lezione di buona educazione: In una pausa della conversazione, il bambino più piccolo disse con la sua voce chiara, piccola: <Il signor Shevek non sa bene le buone maniere>. <Come mai?>, chiese Shevek, prima che la moglie di Oiie facesse in tempo a sgridare il bambino. <Che cosa ho fatto?> <Non ha detto grazie> <E di che cosa?> <Quando le ho passato il piatto dei sottaceti> (<Ini! Stai bravo!>) <Pensavo che tu li stessi dividendo con me. Erano invece un dono? Noi diciamo grazie soltanto per i doni, al mio paese. Ci dividiamo le altre cose senza neppure parlarne, sai. Vuoi che ti ridia i sottaceti?> <No, non mi piacciono>, disse il bambino, alzando gli occhi scuri, molto luminosi, sul volto di Shevek. <Questo rende particolarmente agevole condividerli>, concluse Shevek. Sempre nel corso della stessa cena, Shevek scopre chi e come, su Urras, compie i lavori sporchi e pericolosi: <Non so chi faccia i lavori sporchi qui>, disse. <Non vedo mai nessuno che li faccia. E strano. Chi li fa? Perché li fanno? Sono pagati di più?> <I lavori pericolosi, a volte. Per i lavori semplicemente manuali, no. Sono pagati di meno> <E perché li fanno, allora?> <Perché una paga bassa è migliore di niente paga>, disse Oiie, e lamarezza della sua voce fu pienamente avvertibile. Alla fine del suo viaggio, Shevek parla al popolo di Urras: Io sono qui perchè voi vedete in me la promessa, la promessa da noi fatta duecento anni fa in questa stessa città.. la promessa mantenuta. Noi labbiamo mantenuta, su Anarres. Noi non abbiamo altro che la nostra libertà. Noi non abbiamo altro da darvi che la vostra libertà. Noi non abbiamo altra legge che il singolo principio dellaiuto reciproco tra individui. Non abbiamo altro governo che il singolo principio della libera associazione. Non abbiamo stati, non abbiamo nazioni, presidenti, capi del governo, capi militari, generali, principali, banchieri, padroni di casa, non abbiamo salari, polizia, soldati, guerre. E le cose che abbiamo non sono molte. Siamo compartecipanti, e non proprietari. Non siamo prosperi. Nessuno di noi è ricco. Nessuno di noi ha potere. Se è Anarres ciò che volete, se Anarres è il futuro che cercate, allora vi dirò che dovete accostarvi ad esso con le mani vuote. Dovete raggiungerlo da soli, e nudi, come il bambino giunge nel mondo, nel futuro, senza alcun passato, senza alcuna proprietà, dipendente in tutto da altri per la sua vita. Non potete prendere ciò che non avete dato, e dovete dare voi stessi. Non potete comprare la Rivoluzione. Non potete fare la Rivoluzione. Potete soltanto essere la Rivoluzione. È nel vostro spirito, oppure non è in alcun luogo. Prima di far ritorno ad Anarres, Shevek medita sullesito del suo viaggio parlando con lAmbasciatrice della Terra: Perché non cè nulla, assolutamente nulla su Urras di cui noi anarresiani abbiamo bisogno! Noi lo lasciammo con le mani vuote, cento e settanta anni fa, e avemmo ragione. Noi non prendemmo nulla. Poiché qui non cè altro che gli stati e le loro armi, i ricchi e le loro bugie, e i poveri e la loro miseria. Non cè modo di agire rettamente, con un cuore trasparente, su Urras. Non cè nulla che possiate fare in cui non entrino il profitto, e la paura di una perdita, e il desiderio di potere. Non puoi dire buongiorno a una persona senza sapere chi di voi è superiore allaltro, o senza cercare di dimostrarlo. Non puoi agire come un fratello verso le altre persone; devi manipolarle, o comandarle, o obbedire loro, o imbrogliarle. Non puoi toccare unaltra persona, eppure non ti lasceranno mai solo. Non cè libertà. E una scatola Urras è una scatola, un pacchetto, con tutta la sua meravigliosa confezione del cielo turchino e dei prati e delle foreste e delle grandi città. E tu apri la scatola, e cosa ci trovi dentro? Una cantina buia piena di polvere, e un uomo morto. Un uomo cui fu troncata la mano perché la tendeva agli altri. Sono stato nellinferno, infine. Desar aveva ragione; è Urras; linferno è Urras. Dicono che il mondo è bello perché è vario, le diverse opinioni di ciascuno di noi sono innumerevoli e tutte, entro certi limiti, legittime. Io però condivido in gran parte lopinione di Shevek. Tuttavia, il romanzo non sta tutto qui, naturalmente: oltre a questo messaggio vi troviamo anche più di un momento di autentico e sincero lirismo; oltre all'amarezza per la condizione umana, anche parole di gioia e di speranza; oltre alla durezza dell'egoismo e del cinismo, anche la semplicità e la naturalezza delle parole conclusive del protagonista, che si ricollegano idealmente al titolo: Riposerò su Anarres questa notte egli pensò Riposerò accanto a Takver. Mi piacerebbe aver portato la fotografia, la piccola pecora, per darla a Pilun. Ma non aveva portato nulla. Le sue mani erano vuote, come sempre. Tutti sottomessi alle ferree direttive del Partito Forse non tutti sanno che il termine "Grande Fratello", utilizzato per alcune recenti e - almeno a mio parere - sciocche trasmissioni televisive, è mutuato pari pari da uno dei più famosi romanzi antiutopici del novecento, e cioè 1984 dello scrittore inglese Eric Blair, noto con lo pseudonimo di George Orwell, forse la storia più limpida e dura che sia mai stata scritta contro tutte le dittature e tutti i totalitarismi, di qualsiasi colore essi siano. Il "Grande Fratello", non quello della televisione ma quello vero, quello di questo romanzo, è semplicemente linvisibile ma potentissimo capo della ferrea dittatura che domina la società che vi è descritta, che sorveglia silenziosamente, ventiquattro ore su ventiquattro, la vita dei cittadini attraverso telecamere spia piazzate in ciascuna stanza delle loro abitazioni (ecco il parallelo con le odierne trasmissioni televisive), ed interviene con burocratica precisione e durezza per riportare alla norma chiunque si discosti, anche di poco, anche nella più stretta intimità, dalle direttive del Partito e dalle sue regole comportamentali. La cappa di questa dittatura allucinante è mantenuta tramite quattro Ministeri: quello della Pace, che si occupa della guerra; quello della Verità, che si occupa di censurare e falsificare linformazione e listruzione; quello dellAbbondanza, destinato a regolamentare il razionamento delle risorse alimentari; e quello dellAmore, il cui principale obiettivo è fare in modo che lamore non lo si faccia in alcun modo se non per riprodursi, ed anche qui sotto un rigido controllo di luoghi, tempi e modalità. Da questo romanzo sono stati tratti due film non particolarmente riusciti: il vecchissimo Nel duemila non sorge il sole del 1956 e, proprio nel 1984, Orwell 1984, interpretato da Richard Burton. È superfluo che io mi soffermi sulla trama di questopera, che può essere riassunta nel fallito tentativo di ribellione di un uomo qualunque e della sua compagna: tuttavia credo che una storia di questo genere possa ancora oggi ispirare alcune riflessioni. Siamo ormai nel 2004, sono già passati ventanni dal fatidico 1984, anno in cui Orwell ambienta il suo romanzo e, ad un'osservazione superficiale, il mondo e la società che ci circondano non si sono evoluti nel senso da lui immaginato, almeno qui da noi. Ma è proprio così? È vero, non vi sono, nelle nostre case, telecamere nascoste che spiino continuamente ogni nostra azione e la condizionino: ma esiste un qualcosa chiamato "audience", che verifica e controlla subdolamente i nostri gusti e le nostre tendenze, ed a sua volta li indirizza e modifica in modo inapparente. Siamo liberi di esprimere la nostra volontà con il voto: ma siamo anche pressati da sondaggi di opinione e da "exit-poll" più o meno onesti e manipolati, capaci di influenzarne pesantemente l'autonoma espressione. I mass-media ci tengono informati, in tempo reale, di quanto avviene in ogni parte del mondo: ma mai come ora, al termine dell'ennesimo inconcludente dibattito televisivo, siamo coscienti del fatto che una bugia ripetuta un numero sufficientemente elevato di volte diventa, proprio come nel romanzo, una indiscutibile verità. E paradossalmente, con il progredire della tecnologia ed il perfezionarsi dei mezzi di comunicazione, siamo sempre meno certi di venire correttamente informati: sullo schermo appare il servizio sull'ultimo conflitto, appena scoppiato da qualche parte, ed in basso scorrono lentamente le parole "immagini di repertorio", riprese chissà quando e chissà dove. L'antiutopia di Orwell forse non si è realizzata nel modo cupo ed in fin dei conti scoperto che viene descritto nel romanzo, ma potrebbe star procedendo in modo inapparente, morbido, "soft", con un sorriso accattivante sulle labbra Qual è la verità? Ciascuno di noi può dare a questo dubbio la propria personale risposta.
Bibliografia JOHN BRUNNER, Tutti a Zanzibar, Edizioni Nord, Milano 1977. URSULA KROEBER LE GUIN, I reietti dellaltro pianeta, Quelli di Anarres, Edizioni Nord, Milano 1999. GEORGE ORWELL,1984, Edizioni Mondadori, 1952.
GIULIANO GIACHINO (Torino, 1943), medico chirurgo specialista in nefrologia medica, primario dei Servizi di Nefrologia e Dialisi dellOspedale di Ivrea (1985-1990) e di Rivoli (1990-2002) ed attualmente felicemente pensionato, è approfondito conoscitore della musica e delle tematiche delle opere di Richard Wagner. Scoperta la fantascienza nel 1957, convinto del valore di questo genere letterario come portatore di idee e di significati, non lha mai più abbandonata, diventando egli stesso uno scrittore dilettante nel campo: ha iniziato a scrivere nel 1975, con una produzione quantita-tivamente scarsa ma costante nel tempo sino ad oggi, che si articola in racconti brevi, articoli, conferenze, saggi e recensioni librarie. Vincitore del Premio "The Time Machine" (1976); "Mary Shelley" (1979); "Courmayeur" (1993 e 1996); "Future Shock" (con il racconto L'ultima vittoria, pubblicato sul n.19,1994); "Italia" della World S.F. (1998) e ripetutamente finalista in questi ed altri Premi letterari. Iscritto dalla World S.F. (Associazione degli scrittori di Fantascienza), da oltre un quarto di secolo è uno dei più assidui frequentatori delle Convention annuali degli appassionati di Fantascienza e Letteratura dellimmaginario. Con "Future Shock" ha pubblicato i racconti: Omaggio a Bela Bartòk (n.21), Onorarono (n.23), Vampiro (n.25) e i saggi: Gli eroi e le eroine alati nella science fiction (n.24), Cose incredibili, folli, senza senso: roba da fantascienza! (n.29). |
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