MICHEL HOUELLEBECQ, La possibilità di un'isola (La possibilitè d'une ile, 2005), Bompiani 2005, pp.400, €.18,00.

Sembra la continuazione di Particelle Elementari questo ampio, recente romanzo di Michel Houellebecq, lo scrittore europeo più politically scorrect che ci sia in circolazione, una specie di nuovo Kafka o Pasolini della New Economy, come è stato sagacemente definito dalla critica. Proveniente da una formazione scientifica, questo scomodo scrittore francese, nato nel 1958, é prima di tutto un poeta, tanto elegiaco e neocrepuscolare quanto spietatamente minimalista, sempre di una lucidità feroce e dissacrante, perché feroce e dissacrante è la verità della realtà odierna. Particelle elementari (del 1999) aveva un finale da romanzo di fantascienza in cui si prospettava un’era androide, di uomini sintetici, olimpici e apollinei, emancipati dal sesso e dai relativi tormenti, semidei che avevano relegato la "vecchia" umanità in sorta di riserve dove potesse attendere la propria definitiva estinzione.

Questa volta la nuova razza, eugeneticamente pura, vive tutto il dramma di un’esistenza asettica, protetta, gratificante, ma sostanzialmente scialba e noiosa. Il romanzo viaggia dunque su due piani: la narrazione di Daniel 1 e il resoconto di Daniel 25, cioè venticinquesimo clone di Daniel 1, un nostro contemporaneo postmoderno, l’archetipo. Il lettore segue sia le vicende che si snodano ai nostri giorni sia quelle di un lontano futuro dove catastrofi ecologiche e nucleari hanno decimato il genere umano. In questo scenario la clonazione, evolutasi progressivamente, sostenuta e promossa da un’efficientissima setta, costituisce l’unica garanzia d’immortalità perché consente di modificare l’organismo umano attraverso un perfezionamento ricorrente. Questo aspetto produce una lenta trasformazione antropologica e crea una manichea divisione tra un gruppo di eletti, i cloni, appunto, e gruppi umani tradizionali imbarbariti. Ogni clone passa in consegna al clone successivo un proprio memoriale, un archivio autobiografico, con cui il nuovo derivato può ricostruire un legame di continuità con la propria matrice.

Houellebecq è bravo e convincente nel congegnare tutta questa situazione post-apocalittica, in particolare il mondo dei clonati: abitudini, mentalità, psicologia e soprattutto la loro dolorosa assenza di emotività e pathos, quindi quella loro recondita nostalgia della passata natura umana. Gli ambienti, interni ed esterni, hanno una suggestività cinematografica. Interessantissime la valutazioni, le riflessioni e le digressioni, spesso di un certo livello saggistico, su aspetti sociologici, psicologici, antropologici, filosofici e religiosi in genere. Ne esce un affresco verisimile, spietato e sprezzante del mondo contemporaneo (pur se visto da un ipotetico e immaginario punto di vista futuro), un mondo che conosciamo bene: degradato da un meschino, ottuso e squallido edonismo, da una perniciosa assenza di valori e da un increscioso relativismo. Certamente Houellebecq esagera nel descrivere certe situazioni erotiche al limite della pornografia, ma non è una sua perversione: è la perversione del nostro mondo consumistico e immorale o peggio ancora amorale e superficiale, nemico, quindi di ogni sentimento autentico e impegnativo. Un romanzo, intrigante ed inquietante, che, purtroppo, potrebbe rischiare di risultare già profetico.

                                                       Luigi Picchi