QUATTORDICESIMA GUASTATORI (Dis. di Davide Cattaneo) di Luciano Nardelli Sporca cosa, la guerra. Rombi, scoppi,
urla, paura. Mai un momento di vera quiete, ma quasi
sempre tensione. Gli orecchi, poi, bene all'erta, perché
sono molti i nemici che tentano eroicamente di strisciare
dietro le linee, e combinare uno sconquasso. Quel che c'è di peggio, però, è che per quanto uno possa odiare, deprecare tutto quello che ha a che fare con la violenza della battaglia, alla fine, istintivamente, comincia a provare gusto nell'ammazzare il prossimo. E` l'azione deleteria del fenomeno guerra: ridestare nell'essere più pacifico l'istinto del lupo mannaro, del licantropo che sazia la propria indole feroce solo con abbondanti libagioni di sangue altrui. Krane la piantò con quelle divagazioni inopportune. Non gli piaceva troppo riflettere. Guardò le stelle, che facevano capolino da una coltre di nubi, e si calcò meglio in testa il pesante elmetto. C'era silenzio, lì intorno, una pace insolita per un posto che solo poche ore prima era stato teatro di brutali corpo a corpo. Le fronde degli alberi stormivano, gaie, con ritmo. Krane si erse in tutti i suoi due metri di statura, infischiandosene dei cecchini nemici che avrebbero potuto essere in agguato fra la vegetazione, e sventagliò una raffica di mitra sulle rocce circostanti, per ricordare a quell'imbecille di Elbert che era venuto il momento del suo turno di guardia. Nell'attesa di un cenno di risposta, Krane si accoccolò dietro la formazione morenica che da alcune settimane era divenuta per lui, e per tutta la Compagnia, patria e casa. Erano esattamente diciotto giorni che stavano attaccati a quello scoglio roccioso, come ostriche senza guscio sì, ma fornite di valve capacissime nello straziare il nemico. Erano sbarcati in duecentocinquanta. E adesso una settantina, circa, camminava con i propri mezzi. Gli altri imputridivano al sole, quando l'astro riusciva a far capolino tra la cappa radioattiva creata dagli ordigni termonucleari. Due settimane e quattro giorni di quell'inferno sarebbero stati sufficienti per mandare a rotoli un intero corpo di spedizione, ma loro erano guastatori, addestrati per costituire teste di ponte e mantenerle, ed erano riusciti ad arroccarsi in quel fortino di pietra naturale, da dove solo un massiccio bombardamento aereo avrebbe potuto, forse, sloggiarli. Kara era un territorio più che ostile, non solo perché ospitava una mezza armata di orientali, con artiglieria pesante e altri giocattoli, ma per l'ambiente stesso: un dannato pezzo di terra, pullulante di nemici, piccoli e battaglieri, che possedevano il raro dono di andare d'accordo con i miliardi di zanzare che spadroneggiavano nella foresta, infestata di acquitrini nauseabondi; bestiacce lunghe una dozzina di centimetri. Mutanti, ovviamente. Tutto, d'altronde, era mostruosamente cambiato su Kara, che un tempo era stata una specie di Eden, dove gli Antenati venivano a trascorrere le loro ore serene. L'arcipelago era quello delle Filippine, e anche Kara aveva avuto, allora, un altro nome. Krane ghignò, amaramente. Antenati... il loro doveva essere stato un mondo paradisiaco, pacifico. Eppure era ormai provato che erano stati proprio loro a scatenare la guerra atomica contro il Blocco Orientale. Krane sbadigliò, guardò l'uniforme e la trovò schifosa: era tanto sudicia che non occorreva mimetizzazione per confonderla con il color smeraldo della foresta. L'elmetto era ammaccato e scrostato in più punti, e i gradi di tenente si erano confusi con il resto della pittura, ridotta a contendere il posto alla ruggine, millimetro per millimetro. Gli stivaloni erano stati lucidi, una volta. Una volta, appena diciotto giorni prima, e ora le suole erano aperte in una provocante risata. Solo le armi erano ancora in buone condizioni e, accidenti, era quella l'unica cosa importante per settanta disgraziati costretti a tenere duro su di un sasso rettangolare. Il calpestio prodotto dagli stivali di Elbert sul pietrisco lo distolse dalle sue riflessioni. Condizionato da anni di guerra, si appiattì al suolo e imbracciò il mitra, facendo scattare il dispositivo di puntamento a infrarossi. Elbert era insolitamente basso, appena un metro e ottanta, quasi come un orientale. Appena lo ebbe vicino, Krane lo aggredì: - Ce ne hai messo del tempo, per arrivare, ti spellassero vivo. Elbert borbottò qualcosa di incomprensibile, poi chiarì il concetto: - I capoccia sono riuniti in consiglio, e prima che sorga quella stella che risponde al nome di Sole ci inoltreremo nella foresta. - A far che? - interrogò Krane. - A caccia di farfalle, - celiò l'altro. Krane accennò ad affibbiargli uno sganascione, ma ci ripensò. Elbert era diverso, soprattutto spiritualmente. Tanto lui era materialista, tanto Elbert era un sognatore. Eppure fra loro due, e nonostante la differenza di grado, era sorta un'amicizia a tutta prova, cosa inammissibile, anche al buon tempo degli Antenati, fra un ufficiale e un semplice caporale. La notizia portata da Elbert scosse Krane, che si congedò dall'amico con un sordo "Vado a rapporto". - Vai, vai, - gli gridò dietro l'altro, - ma prima lustrati i gradi. - Krane urlò qualcosa di sconcio che si perse nella brezza serotina, poi scomparve dietro un terrapieno. Elbert si sdraiò, addossandosi agli spuntoni di granito, incrociò le gambe alla turca e in mezzo ci mise il mitra. Accese una sigaretta, aspirò piano e si divertì a osservare le volute di fumo, sognando a occhi aperti, com'era sua abitudine. Che importava se la sigaretta poteva essere un buon richiamo per il nemico? * * * Krane sollevò il lembo della tenda di comando e fu assalito da una nube d'aria viziata. Entrò e chiuse istintivamente gli occhi, a causa dell'intensa luce diffusa dalla lampada. C'erano ancora tutti. Rog, il maggiore comandante, Seymour, il raffinato capitano, altri due o tre subalterni e Reynalt, il colonnello medico, il cui grado era puramente formale. Krane si abituò alla luce, li scrutò a uno a uno e cominciò, allegramente: - Dicono che nella foresta uno possa passarsela bene. Gli orientali hanno impiantato una stazione climatica, con tanto di ragazze per consolare i clienti. L'ironia non venne, e di proposito, raccolta dai presenti, perché Krane era rispettato. Era lui che aveva l'incarico più rognoso che potesse toccare a un ufficiale: comandare la pattuglia d'urto, quella che, tanto per intendersi, aveva il compito di andare a grattare dolcemente la gola al nemico. Krane non si scompose di fronte al silenzio glaciale. - Chi è il matto che ha suggerito l'idea dell'escursione? - domandò con sarcasmo. Seymour batté i tacchi al suolo, evidentemente seccato. L'uniforme era impeccabile, come di consueto. Krane lo invidiava solo per quella sua capacità di mantenersi lindo e lustro anche nei più drammatici frangenti. - La proposta è mia, - dichiarò il capitano. Krane lo fissò e rise apertamente, senza riguardo. Si sedette su di una seggiola metallica, sgomberando il tavolo, in un colpo solo, dal mucchio di carte topografiche che lo ingombrava. Si massaggiò il mento glabro, sorrise e affermò: - Signori, io sono un assassino. Non per vocazione, ma perché ho imparato, come gli altri. Quando abbiamo preso terra, diciotto giorni fa, trenta ragazzi comandati dal sottoscritto hanno tenuto testa a un reggimento di linea, permettendo agli altri di raggiungere un posto relativamente al sicuro da tiri mancini, questo posto. Non che io ve lo rinfacci, per carità, però voglio ricordare a tutti voi che non sono un vigliacco, vero? - E roteò gli occhi freddi, metallici, all'intorno. Nessuno lo guardò in faccia. Solo il maggiore Rog fece, cupo: - Non abbiamo mai pensato una cosa simile di te, Krane. Cosa ti prende, ora? - - Niente, - ribatté l'altro. - Non volevo interpretaste male, voi tutti, quanto sto per dire perché, e questo è il punto, io non sono un aspirante suicida e, ficcatevelo bene in testa, andare nella foresta significa suicidio collettivo. Un pesante silenzio accolse quelle parole, dure, ma vere. Seymour non si rassegnò, anche se era evidente, da certi sguardi fugaci, che tutti condividevano l'opinione di Krane. Si avvicinò al suo antagonista con un sorriso falso. - Tenente, le faccio notare che la nostra consegna è quella di infliggere le maggiori perdite possibili al nemico, in attesa dello sbarco in forze. - Krane sghignazzò. - Non è per mancarle di rispetto, capitano Seymour, ma i rinforzi sarebbero dovuti arrivare la mattina dopo lo sbarco, e siamo qui a marcire da diciotto giorni. - E lei, - ribatté aspro Seymour, - si scoraggia così presto? Per un ritardo di alcune settimane? Ci saranno indubbiamente state delle ragioni tattiche che lo hanno motivato, magari, uno spostamento di data. - Questioni tattiche? - il tenente rise di gusto. - Capitano, anche un bambino capirebbe a questo punto che, da qualche parte, i nostri hanno preso una colossale batosta, tale da levare loro dalla zucca qualsiasi velleità di sbarcare in questo arcipelago. Seymour non reagì. Rimase impassibile, squadrando in malo modo la faccia tosta di Krane. Rog, ricordando il buon tempo degli Antenati, basato sul rispetto reciproco e sull'autorità, si alzò con decisione e fronteggiò Krane. - Tenente, - disse, - tu non puoi opporti. Il consiglio degli ufficiali di questo reparto ha deciso sull'opportunità di inoltrarsi nella foresta, perché ritiene che questo sia il nostro dovere. Perciò anche tu, come gli altri, devi adeguarti. Se lo facciamo è perché crediamo, più che di poter infliggere perdite al nemico, di raggiungere un posto più sicuro. - Siete matti, - brontolò Krane, - e per due ragioni: primo perché nella foresta troveremo solo guai, non certo posticini da letargo. Secondo, ci hanno mandato qui con un preciso compito, quello di tenere il litorale, costi quello che costi. Per questo io sono anche disposto a farmi ammazzare, ma non lo voglio fare per correre dietro ai fantasmi. E se i nostri decidessero davvero di sbarcare, poi, facciamo la parte degli incompetenti, lo capite, sì o no? Il maggiore Rog si alzò di scatto. - Basta così! Signori, siate pronti per l'alba, - e li congedò con uno sguardo severo. Krane uscì per primo dalla tenda. Consiglio degli ufficiali! Un medico che non aveva pronunciato una sola sillaba, un comandante impastoiato in blasfeme tradizioni militari, un idiota capace di curare solo i propri addobbi personali, e per degno contorno due o tre anatroccoli di primo pelo. Ecco il collegio direttivo di quello che restava della Quattordicesima compagnia guastatori. E come al solito sarebbe toccato a lui, Krane, rappezzare il tessuto sconnesso di quei settanta disperati. Il tenente, mani in tasca, raggiunse la sua tenda. Aveva ancora alcune ore di sonno prima del levar del sole. * * * Krane si asciugò il sudore che gli imperlava la fronte. Finalmente era giunto sulla sommità dell'accidentata collina. Si stese al suolo, appoggiando il mitra accanto a un sasso coperto di muschio giallastro. Aveva un sole torrido di fronte, e i raggi, passando attraverso una cortina di venefiche radiazioni, bruciavano ancora di più. Si tolse l'elmetto, occultandolo in un piccolo cespuglio, e poi coprì la canna dell'arma con un nugolo di frasche. I raggi dell'astro, picchiando sul metallo, avrebbero potuto produrre qualche riflesso, tradendo la sua presenza e mettendo in guardia eventuali osservatori nemici. Si guardò all'indietro. Erano in otto, e costituivano i resti del plotone d'urto che lui aveva comandato al momento dello sbarco. Volti segnati dalla fatica e alterati dalla paura, poiché era sacrosanta verità che lì, in quell'inferno verde, l'unico sentimento compatibile con l'ambiente era proprio la paura. Fece loro cenno di cominciare a strisciare e quelli, obbedienti, chinarono i loro grandi corpi, amalgamandosi con le alte e secche felci. Elbert strisciò accanto a Krane. Ansimava insolitamente, e senza tanti riguardi Krane gli tolse l'elmo di testa, facendo intendere agli altri sette, con un cenno, che dovevano imitarlo. Obbedirono all'unisono, stringendosi più vicini al loro ufficiale. Da dove si trovavano, una collinetta al limitare del primo tratto di foresta, che avevano appena superato, dominavano una piccola, ma ubertosa valle. Era abbastanza larga, comunque, e attraversata da un fiumiciattolo sulle cui sponde, dall'uno e dall'altro lato, sorgeva un villaggio di un centinaio di capanne, baracche di tronchi e paglia. La vista del borgo mise una certa agitazione addosso ai soldati: ne era passato del tempo dall'ultima volta che avevano dormito in un letto. Prevenendo qualsiasi domanda, Krane sentenziò: - Dev'essere pieno di orientali. - Da cosa lo deduci? - s'informò Elbert. - E` semplice. Non c'è segno di vita civile, eppure è troppo ben conservato per essere abbandonato. Quindi dev'essere occupato da qualcuno che non desidera palesare la sua presenza, e ottiene esattamente il risultato contrario, - terminò ridendo. - Chiarissimo, - commentò Elbert, - ma noi cosa facciamo? Krane rifletté per alcuni istanti, in silenzio, disturbato solo dall'eco del lontano gorgoglio delle acque e dallo stridio dei grossi insetti diurni. - Attacchiamo, - dichiarò, infine, asciuttamente. Gli altri lo fissarono attoniti, mentre le mani stringevano saldamente le armi. Krane li squadrò duramente, uno a uno. - Ebbene? Cosa sono queste facce stralunate? L'ordine dei nostri superiori è di avanzare nella foresta e di sbarazzarci di ogni ostacolo davanti al percorso della colonna, sì o no? E allora obbediamo. Elbert si grattò la zucca pelata. - Come pensi che potremmo farcela? Krane fece spallucce. - Non mi sono mai chiesto come, - confessò a voce bassa, - mi ci sono sempre buttato in mezzo, alla mischia, e fino a ora ne sono uscito intero. Sarà così anche questa volta, lo sento. Comunque, - continuò per rassicurarli, - prenderemo le nostre precauzioni. - E sarebbero? - volle sapere Elbert, rimettendosi l'elmo. Krane indicò il villaggio e il torrente. - E` evidente che se ci sono, gli orientali ci attendono dal lato della foresta. Noi, invece, scenderemo a valle più in là, guaderemo longitudinalmente il fiume e arriveremo da dietro. Almeno avremo il vantaggio della sorpresa. Nessuno commentò la tattica proposta, ma tutti si prepararono a eseguirla alla lettera. Krane si erse in tutta la sua massa poderosa, imitato dagli altri. Alzò con una sola mano sopra la testa il pesante fucile mitragliatore e comandò: - Soldati, seguitemi. La pattuglia avanzò dietro al proprio capo, scendendo la collina trasversalmente, in modo da raggiungere prima, e al riparo, il punto dove guadare il fiume. Quando furono a metà declivio cominciarono a procedere carponi, per non essere visti. Proprio allora le dense nubi ebbero la meglio sul sole e cominciò a piovere. Ed era la pioggia insistente dei tropici, violenta. In breve tempo furono inzuppati, ma non ci badarono e, fedeli all'ordine, continuarono, digrignando i denti. * * * Immersi fino alla vita, avevano disceso il corso del fiumiciattolo andando contro corrente, per almeno mezzo chilometro, preoccupandosi di tenere alti sopra le teste i fucili mitragliatori, per non guastarne i delicati congegni. Poi erano risaliti sulla fine rena, proprio nei paraggi del villaggio. Allora, e solo allora, vedendo i suoi soldati cadere uno a uno, inerti, Krane si rese conto di aver sbagliato. Non nella tattica, e nemmeno nel valutare la situazione, perché la borgata brulicava veramente di orientali, nascosti nelle capanne e con le armi spianate. E altri ce n'erano nella piazza, davanti a lui. Una trentina circa, guidati da un ufficiale insolitamente alto. Eppure non sparavano. E come, si disse amareggiato Krane, avrebbero potuto farlo se davanti avevano un solo nemico che li fronteggiava? L'errore, dunque, era stato uno solo: aveva scelto una via che avrebbe dovuto, invece, evitare, quella del fiume, e i suoi erano caduti così, senza nemmeno poter combattere. Lasciò cadere a terra il mitragliatore, in segno di resa. Poi si voltò a constatare l'entità del disastro. I suoi commilitoni giacevano inerti nella sabbia. Abbattuti non dalle pallottole degli orientali, ma dall'insidia dell'acqua. Krane si tolse l'elmetto, incurante della pioggia malefica di Kara. Giacevano supini, riversi di fianco o proni, tutti e otto. Krane si massaggiò, come al solito, il mento glabro, e si chinò verso Elbert, riverso con la faccia al suolo e la bocca aperta, piena di un pastone umido di sabbia e acqua. Gli slacciò la giubba, dopo averlo rivoltato supino, delicatamente. Sollevò con gesti lenti la pelle sintetica del petto. Come aveva immaginato, ingranaggi e circuiti elettronici, provati da giorni e giorni di umidità, avevano ricevuto il colpo di grazia dall'acqua violenta e fetida del torrente. Krane era annichilito. Non osava nemmeno alzare la testa, per tema di imbattersi negli sguardi ironici degli orientali. Orientali? Era solo un nome convenzionale, perché anche quelli erano,... macchine. La parola, solo pensata, lo finì. Accarezzando il capo bagnato di colui che era stato Elbert, Krane sentì un nuovo sentimento sgorgare in lui, dal profondo di quell'io che gli era stato imposto dagli Antenati. Ed era un rigurgito di odio e disprezzo proprio verso di loro, gli Antenati, che li avevano costruiti e programmati per la guerra, non preoccupandosi di proteggerli adeguatamente contro l'usura, il cancro degli agenti atmosferici. In teoria loro non avrebbero dovuto avere altri sentimenti che quelli strettamente connessi alle necessità della battaglia, ed evidentemente quando lui era stato costruito (quanto tempo prima?) qualche relais non aveva funzionato a dovere, perché lui, Krane, si sentiva capace anche di tutte le altre emozioni che avevano contraddistinto l'animale uomo. E in quel momento avrebbe voluto poter scuotere il mondo dalle fondamenta, per dimostrare la sua ribellione a tutto quello che lo circondava, i suoi compagni ormai inutili, come ferro vecchio, e gli orientali ironici, inconsci della loro natura. Era cessato improvvisamente di piovere. Krane fece per alzarsi, ma più che il dolore e lo sgomento della sconfitta, poté l'acquerugiola fine e distruttrice, amica della ruggine mortale. E anche lui, il tenente Krane, si fermò come un vecchio orologio dalle molle consunte, piombando pesantemente, con fracasso di ferraglia, sulla rena fradicia. "... forse l'uomo animale, vittima della sua follia un giorno sparirà dalla faccia del pianeta Ma lascerà in Terra un retaggio che neanche il tempo potrà cancellare...un'eredità, un fardello gravoso, che le creature dall'uomo costruite porteranno con rassegnazione, e faranno proprio, in modo tale da identificarsi, forse, nel loro Costruttore ...e saranno quelli i Giorni in cui Madre Natura sarà capace di discernere con oculatezza fra il vero e il falso e di colpire imparziale..."
© 1966 by Luciano Nardelli
LUCIANO NARDELLI (Trieste, 1944) è
giornalista e responsabile della redazione triestina del
Messaggero Veneto. Coniugato con due figli. L'attività
letteraria risale agli inizi degli anni Sessanta. Ha
pubblicato oltre 50 racconti di f |
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