JACQUES SPITZ, L'occhio del Purgatorio (L'oleil du Purgatoire, 1972), Classici Urania Mondadori, Milano 1992, pp.144.*

L'occhio del Purgatorio, già apparso in Italia nell'85 in uno dei numeri di Urania, è stato ripresentato recentemente nell'ed. Classici della stessa collana. Ne è autore uno scrittore francese che visse a Parigi e che si ispirò a Kant, Valery e Pirandello e la cui opera fu influenzata dal surrealismo, come si osservava nella scheda didascalica apposta all'edizione dell'85 di questo romanzo. Il protagonista, Jean Poldonski, è un pittore libertino che prova repulsione per il mondo e che si trova coinvolto in un'esperienza agghiacciante dopo aver incontrato per caso un ometto eccentrico, Christian Dagerloff, che di professione fa il "genio" e che lavora presso l'Istituto Pasteur di Parigi. Dagerloff sostiene che il tempo degli uomini non coincide con quello delle bestie poiché le specie animali vivono in anticipo sul nostro tempo. Egli ritiene che il carattere anticipativo sul tempo proprio delle specie animali "è ereditario e trasmissibile e va ad incre-mentare quello già insito nella generazione successiva" (p. 18). Inoltre, egli ha scoperto un bacillo ottenuto dall'incrocio di specie selezionate coltivate nel midollo della lepre siberiana, che si acclimata nella mielina umana e che apre la porta della quarta dimensione, dà cioè all'uomo la possibilità di evadere dalla realtà causale e di sconfiggere il tempo. Nella sua follia, egli giunge fino a sperimentare questo bacillo su Jean Poldonski, che in questo modo diventa il primo viaggiatore nella causalità.

Da questo momento in poi, la sua vita si trasforma in un incubo. Comincia, infatti, a vedere i suoi amici trasformati in vecchi e poi in cadaveri e in scheletri, mentre gli oggetti intorno a lui si arrugginiscono e, gradualmente, si riducono in polvere. Egli si accorge di vivere in una dimensione accelerata rispetto a quella in cui vivono gli altri, in un presente invecchiato nel quale vede le cose nel posto in cui saranno più tardi e si rende conto che l'anticipo che la sua visione ha sul tempo cresce in maniera graduale. Jean si rende conto che è in cammino verso l'eternità e che è l'unico essere umano che vedrà "svolgersi fino in fondo la bobina del tempo", che potrà "assistere all'evoluzione del mondo, fino all'istante finale, fino alla fine dei secoli dei secoli" (p.111). Tramite questo viaggio, che compie senza muoversi da casa sua mentre tutto intorno a lui muta e muore, incontra, dopo esser penetrato nel mondo delle idee che rappresentano i desideri, i pensieri e le ambizioni degli uomini, quella che egli definisce la sua "forma", cioè una sorta di nuvoletta "dall'espressione antipatica con una voglia dietro l'orecchio che rappresenta il modo in cui lo vedono gli altri, la maschera che gli altri gli hanno affibbiato, che persiste alla distruzione effettuata dal "laminatoio del tempo" mentre l'universo concreto, materiale, viene distrutto" (p.108). In questo modo, il protagonista comprende pirandellianamente che colui che egli credeva di essere, "l'io geniale, era solo un'illusione, mentre l'io come l'hanno fatto gli altri, come lo leggono gli altri è il solo vero e duraturo" (p.114).

L'insistita presenza, in questo romanzo, di immagini lugubri, funebri, usate anche quando il protagonista parla dei viventi (che, secondo lui, "conducono un'attività d'oltretomba") (p. 29), o di se stesso (nel passo del romanzo sopra citato, egli dice di sentirsi come "un condannato a morte che va alla ghigliottina"), e la descrizione carica di dettagli di corpi che si decompongono, accomunano questo romanzo ad alcuni romanzi di Dick, tra i quali Do Androids Dream of Electric Sheep? ma ancora di più Ubik e Counter-Clock World. In essi, infatti, Dick indugia nella descrizione di corpi putrefatti e devastati dalla malattia, oltre che sull'esistenza di realtà intermedie tra la vita e la morte. Questo dimostra che l'idea della morte esercita su questi due autori un fascino ambiguo. Dino Cammarota, nel saggio Il mondo come metafora della visione nell'opus simulacrum di Philip K Dick ha defìnito l'ossessione dickiana per la morte "Tanatossicomania", termine che indica il nuovissimo spleen del XXI sec. e che si traduce in un "quotidiano, angoscioso senso di morte e di apocalisse imminente". E di questa nuovissima forma di spleen tipica del nostro secolo, sia P.K. Dick che J. Spitz si fanno straordinari interpreti.

* Da "Future Shock" n.10, dicembre 1992.

                                                       Clara Parisi