Dick non è cristiano e non crede in un Dio trascendente. Tuttavia, il suo romanzo, come tutta la sua opera, è permeato di ricerca religiosa

Il peculiare gnosticismo di Philip K.Dick in "Cacciatore di androidi"

                                                   di  Guido Pagliarino

L’avvenire passato che ci presenta Philip Kindred Dick in questo romanzo, scritto nel 1968 e ambientato un quarto di secolo dopo, è talmente avveniristico, coi suoi androidi perfettamente realizzati, i viaggi spaziali di routine e l’ormai avvenuta emigrazione in massa su Marte, da far quasi pensare, sulle prime, a un’opera di tipo ucronico, a un mondo parallelo in cui la tecnologia s’è sviluppata più velocemente che nel nostro universo e, assai più che sulla nostra Terra, in modo antiumanista – un pericolo questo che resta reale anche qui e ora – fino a quella terza guerra mondiale che, se in realtà nella nostra dimensione non scoppiò, era considerata da tutti nient’affatto improbabile negli anni ’60 dello scorso secolo. Tuttavia, tale prima impressione è quasi certamente falsa, probabilmente influenzata dalla trama d’un precedente romanzo dello stesso autore, The man in the high castle conosciuto in Italia come La svastica sul sole in cui, com’è assai noto, è descritta una Terra parallela o, se vogliamo, una Storia alternativa in cui Hitler ha vinto la guerra.

Il dubbio paranoico di essere un androide

Mi tengo dunque sull’idea che l’opera non appartenga al genere ucronia e che, semplicemente, l’autore preconizzasse per la fine del millennio uno sviluppo tecnologico ben più impetuoso – e rovinoso – di quello che conosciamo. D’altronde, a ben vedere, tale aspettativa, pur restando iperbolica, non era del tutto immotivata. Era infatti ormai prossimo il primo sbarco sulla Luna, 20 luglio 19691 e si poteva ragionevolmente supporre che entro una ventina d’anni si sarebbe giunti a Marte; forse, questo non era avvenuto solo a causa di decisioni politico-militari, in quanto il volo sul pianeta rosso non sarebbe servito ad avere supremazia nella guerra fredda, mentre i governi americano e sovietico erano anzitutto interessati a finanziare studi per super missili, in grado di colpire ogni parte del mondo con grandissima precisione e velocità, e satelliti spia capaci di vedere ogni minimo dettaglio della superficie terrestre: la ricerca veniva indirizzata contro l’uomo invece d’essere rivolta alla splendida conoscenza, con le sue ricadute benefiche sulla vita quotidiana, una situazione contrastante con quell’umanesimo scientifico auspicato dalle persone di mente più aperta2.

In Cacciatore d’androidi3 la scienza delirante è giunta all’estremo, portando alla semi-distruzione della Terra, divenuta una globale Hiroshima post bomba. Sono morti quasi tutti gli esseri vegetali e animali e negli umani sopravvissuti si sono diffusi tumori, sono avvenuti mutamenti genetici e istupidimenti; i più sani, come il protagonista Rick Deckart, quanto meno soffrono di calvizie: l’insignificante aspetto fisico del Rick letterario non ha nulla a che fare con quello del bellone capelluto Harrison Ford, suo interprete nel film di Ridley Scott Blade Runner, pellicola tratta da Cacciatore d’androidi ma con estrema libertà, nonostante l’ossequioso omaggio nei titoli di coda a Philip K. Dick.

Il nome del personaggio principale corrisponde a quello dell’afflitto protagonista di Casablanca e richiama il cognome dell’autore, il quale segnala in tal modo al lettore il tormento del proprio carattere, oltre a quello del protagonista. Rick è un libero professionista aggregato alle forze di polizia che ha il preciso compito d’eliminare androidi ricercati per aver commesso reati; è pagato a cottimo, un tanto per umanoide ammazzato, anzi "ritirato" dal mercato, come s’usa dire per negarne la sedicente umanità.

L’incipit vagamente accenna, immagino di proposito, a quello de La metamorfosi kafkiana, racconto che, com’è noto, inizia col personaggio principale Gregor Samsa che si sveglia mutato in enorme insetto, da essere umano ch’era stato solo un attimo prima nel mondo dei sogni – o forse, dall’uomo ch’egli è soltanto in sogno? –; in Cacciatore d’androidi troviamo il protagonista Rick Deckard che, a sua volta, si desta e, come scrive l’autore, si ritrova "sorpreso (trovarsi sveglio senza preavviso lo sorprendeva sempre)" di trovarsi nella società da incubo in cui gli tocca vivere, tolto improvvisamente dall’illusorio e a volte consolante mondo dei sogni in cui giaceva un attimo prima. Pure gli androidi in questo romanzo sognano e sognano d’essere uomini e che nessuno dia loro la caccia. Secondo l’autore, notoriamente fruitore di droghe anche se negli ultimi anni si pentirà e predicherà contro di esse, è nelle visioni che si trova del buono, non nella realtà, di cui non si può avere nemmeno certezza: tanto il cacciatore protagonista quanto un suo collega, Phil Resch, non solo soffrono il dubbio paranoico che l’altro sia un androide che si spaccia per umano, ma giungono all’incertezza persino su sé stessi, tanto da desiderare di sottoporsi all’analisi dell’apparato Voigt-Kampff, unico procedimento che può individuare gli androidi, ormai forniti di perfetta psiche umana e dotati di falsi ricordi.

L’opera si svolge in un solo giorno e segue una delle ordinarie cacce di Rick, questa volta a un gruppo di otto umanoidi assassini, guidati dal crudelissimo Roy Baty, un personaggio sordido ben diverso dal Roy Batty, con due t, che conosce chi ha visto il film4: nel romanzo tutti gli androidi sono gelidi personaggi senz’alcuna grandezza.

Secondo la teologia cristiana, se fosse presente in loro un’anima di provenienza divina, essi sarebbero definibili come peccatori e dunque, solo per apparente assurdo, potrebbero pretendere di far parte dell’umanità, sì peccatrice ma redenta dall’Amore celeste; non è tuttavia possibile ch’essi abbiano un’anima, perché questa deriva direttamente dal Creatore mentre il loro autore è l’uomo-peccatore, e d’altronde l’uomo stesso non avrebbe possibilità di salvezza eterna senza l’intervento del suo proprio Fattore: è questo un discorso che il Dick non presenta espressamente, in quanto non è cristiano e non crede a un Dio trascendente e personale, ma certo è individuabile tra le righe, non solo poiché il romanzo, come tutta l’opera del Dick, è permeato di ricerca religiosa, ma pure perché, anche se in modo grottesco, il Cristianesimo è individuabile chiaramente nella figura d’un cristo televisivo, Wilbur Mercer.

Le analogie con il Frankenstein di Mary Shelley

Gli esseri umani considerano ormai un pericolo tutti gli androidi, compresi quelli di cui non si conoscono reati, ne sono spaventati perché gli umanoidi sono dotati d’un cervello elettronico migliore di quello dell’uomo, l’unità cerebrale Nexus-6: certamente è stato uno sbaglio del creatore umano tale cerebro super intelligente e che, per di più, aspira alla libertà, è stato uno sproposito alla Frankenstein; la creatura è ormai sfuggita di mano e s’è fatta ribelle, arrivando a uccidere gli uomini: mi pare evidente che l’autore avesse a mente proprio il romanzo di Mary Shelley, dove la creatura si ribella al suo autore, al "moderno Prometeo", e lo fa soffrire in molti modi, anzitutto eliminandogli gli affetti, poi aggredendolo personalmente. Non è a torto che pure gli androidi apparentemente pacifici mettono in apprensione: il Dick introduce in merito la figura di Rachel Rosen, un’umanoide d’aspetto femminile che non ha compiuto alcun crimine e, all’inizio, appare persino amichevole verso il protagonista, ma si comporta poi, a propria volta, come la creatura shelleyana, uccidendo un essere vivente assai caro al protagonista, solo per procurargli sofferenza. Il cacciatore s’era addirittura innamorato di questa crudele androide, credendosene ricambiato, mentre lei soltanto desiderava, come s’usa dire oggigiorno con espressione volgare, farci sesso – un rapporto descritto crudamente dall’autore –, illudendosi forse, come d’altronde molti esseri umani, di sentirsi veramente viva, vera, grazie alla sola sessualità, nemmeno che non fosse necessario anche l’amore spirituale per avere l’umana pienezza; e Rachel giunge a colpire Rick il giorno stesso dei loro abbracci, uccidendogli una capra ch’egli aveva appena acquistato: in modo barbaro, gettandola in istrada da un alto terrazzo; ma appunto, agli androidi manca il soccorso divino che aiuta gli uomini che hanno buona volontà, e non solo i seguaci di Cristo5, a contenere i propri impulsi maligni.

Gli uomini artificiali del romanzo non aspirano a un Al di là, essi vorrebbero solo poter vivere sulla Terra tanto quanto gli umani, e non per i quattro anni soltanto che la scienza ha loro concesso, peraltro non volontariamente come nel film, ma a causa d’un difetto di progettazione. Quanto agli uomini, essi la cercano invece, una salvezza, ma in questo romanzo non appare possibile; solo nei suoi ultimi anni di vita il Dick, come vedremo, comincerà a scorgere una speranza, apparentemente paradossale perché legata allo sviluppo tecnologico che l’autore aveva prima condannato. Intanto, egli esprime nichilismo e disperazione: si può parlare d’un suo peculiare gnosticismo, uno gnosticismo che definirei appunto disperato, in cui il demiurgo si manifesta nella ricerca tecnico-scientifica.

Richiamo alla memoria del lettore che l’umanità è divisa dagli gnostici antichi in classi spirituali-intellettuali. Al vertice si trova quella di pochi spirituali, o pneumatici, i quali sono gli unici uomini dotati di spirito – o pneuma, o animo – e non solo di corpo – o soma – e d’anima – o psiche – ed essi soli possono raggiungere la salvezza eterna grazie alla conoscenza rivelata da un Logos-salvatore disceso dall’Essere divino, con una distorsione della figura di Cristo, o, secondo le sette precedenti il Cristianesimo, già presente nell’individuo pneumatico. La conoscenza consiste per lo gnostico nella raggiunta consapevolezza della propria origine spirituale-divina e nel desiderio di liberarsi dall’affezione alla cattiva materia; e questa è maligna perché è stata assai mal organizzata – non creata, in quanto essa è, misteriosamente, eterna – da un malvagio sotto-dio, l’eone demiurgo, che dagli gnostici cristiani è fatto coincidere col diavolo, a sua volta identificato da parte di essi con Jahvè il creatore. All’altro estremo, sempre secondo lo Gnosticismo classico, si trovano moltissimi uomini materiali – o ilici – , composti solo di corpo e di anima vegetativa, non d’anima intellettiva – la psiche – né di spirito, dunque destinati a morire senza potere risorgere, perché l’assunzione a Dio riguarda solo l’animo-pneuma, non il soma né la psiche che sempre periscono. Infine, per alcuni gnostici cristiani, di cui è caposcuola Valentino, al mezzo fra le altre classi esistenziali si trova quella degli psichici, individui dotati d’anima intelligente e non solo vegetativa, ma privi di spirito e che, perciò, non riconoscono l’esistenza d’un mondo spirituale superiore – pleroma – e sono rivolti come i materiali al nulla, a meno che non riescano, guidati da spirituali volonterosi e altruisti, a conquistarsi un animo e a educarlo per la propria salvezza eterna.

Massima aspirazione: avere un animale vero

Anche per l’autore di Cacciatore d’androidi l’ordinatore del mondo è cattivo; per lui inoltre, la scienza e la tecnica sono demoniache, perché nate in questo mondo materiale per opera degli uomini, a loro volta cattivi in quanto derivanti dal maligno demiurgo: potremmo dire che per il Dick gli esseri umani sono tutti materiali, nessuno è spirituale. Cattivi sono dunque tutti i prodotti tecnologici umani, come gli androidi e le armi che hanno semidistrutto e inquinato la Terra: lo scrittore finisce quasi con l’identificare scienza e tecnica con lo stesso demiurgo-ordinatore del mondo. Non troviamo in Cacciatore d’androidi un Logos-salvatore ma, come avevo anticipato, soltanto un suo simulacro televisivo di grossolana derivazione cristiana che, bersagliato da pietre, sale e risale una specie di Calvario inducendo gli utenti del canale televisivo, operante nelle due direzioni, e si tratta d’una clamorosa anticipazione della realtà virtuale, a provarne le dolorose esperienze: una lapidazione virtuale dell’utente che è grottesca allusione e insieme travisamento della sequela del cristiano a Gesú; leggiamo infatti nel Vangelo: "Chi mi ama prenda la sua croce e mi segua".

La squallida figura dello pseudo salvatore televisivo è stata interpretata anni prima da un ormai anziano attore etilista di second’ordine, a maggiore irrisione della fede cristiana: è solo una registrazione che passa e ripassa sul video olografico. È scopo di tale tragica pagliacciata illudere la popolazione sublimandone l’aggressività, per tenerla meglio soggetta al potere politico e dei media. Si tratta verosimilmente dell’idea che l’autore aveva del Cristianesimo: una costruzione umana per tenere la gente assoggettata. Per il Dick dunque, nessuno può sopravvivere alla morte e la vita è solo tragedia, a differenza di quanto sperano per sé gli spirituali dello Gnosticismo classico; infatti, se è vero che anche la tradizionale visione gnostica è in sé stessa alquanto pessimista, perché la salvezza non è universale ma elitaria, potremmo forse dire razzista, essa non contempla tuttavia l’assoluta vanità dell’esistere e non tocca la disperazione cosmica dell’autore di Cacciatore d’androidi.

Ho detto che in quest’opera gli esseri umani si possono dire tutti materiali; e infatti i loro più genuini desideri riguardano l’avere, non l’essere, nonostante le pause d’illusione televisiva, o dovuta a droghe. Massima aspirazione dei personaggi umani è possedere un animale vero, fosse pure una bestiaccia disgustosa: un animale domestico è segno in quella società di un alto stato sociale poiché, essendo ormai rarissime, le bestie sono enormemente costose. Anche gli androidi hanno aspirazioni materiali come i loro creatori: desiderano sì essere riconosciuti come veri uomini, ma gli esseri umani ch’essi contemplano non sono i figli di Dio ch’elevano l’anima al Cielo, bensì esseri che si volgono all’animalità fino al punto di venerare le bestie domestiche: un po’ come negli anni ’60 s’idolatravano le auto, simboli allora di alto stato sociale; e d’altronde, anche nel nostro mondo gli animali sono venerati da certo animalismo estremista che ritiene le "innocenti" bestiole di casa superiori a quell’ "egoista" dell’uomo.

Non possono non venire alla mente in proposito sagge personalità del passato, Ireneo, Basilio, Origene, Agostino, Pico della Mirandola, per le quali la scelta era tra l’essere uomini salendo a Dio oppure l’essere bestie, senz’alcuna via di mezzo6. Invece il Prometeo moderno, il senza Dio che vuol farsi egli stesso divino, il Prometeo shelleyano che i pensatori laicisti glorificano, manifesta con le proprie opere e l’uso maligno delle sue invenzioni solo e soltanto la bestialità in cui egli è scaduto abbandonando il Creatore; e il suo punto d’arrivo è di fatto non un umanesimo laico e meno che mai la divinità dell’uomo, ma il nichilismo sconfortato, proprio quello che troviamo in Cacciatore d’androidi e, ahinoi! per tanti aspetti nella società di questi nostri primi anni 2000.

Dicevo che nel romanzo la più grande, e miserrima, aspirazione degli umani è possedere un animale vero; tuttavia tante volte, anche quando appaia realizzata, essa è illusoria, perché quella che è creduta una creatura viva ne è solo una perfetta imitazione robotica come, ad esempio, un ragno di proprietà di John Isidore, un "testa di gallina", un semi rimbecillito a causa delle radiazioni, un uomo che agisce come un bambino ed è perciò disprezzato persino dagli androidi. È un personaggio che nel romanzo ha molta importanza, è comprimario del protagonista, e che mi richiama la figura evangelica del "piccolo", dell’innocente. Gli umanoidi ch’egli ospita candidamente, gli ultimi tre di cui Rick è a caccia avendo già ucciso gli altri, gli fanno a pezzi l’insetto, una zampa per volta, per svelarne l’artificiosità al solo scopo di seviziare la psicologia dell’ingenuo John. Questi allora ne segnalerà la presenza a Rick e i tre androidi saranno da questi "ritirati": niente di epico come invece nel film, si tratta d’una vittoria abbastanza facile per l’allenato cacciatore e la morte degli androidi, a differenza di quella dei corrispondenti personaggi cinematografici, è meramente squallida.

La speranza che l'amore sia possibile

Al termine del romanzo si rivelerà artificiale anche un rospo che Rick aveva trovato in un deserto e che, per questo, aveva creduto vivente, così com’era stata robotica una pecora ch’egli soleva spacciare coi vicini per naturale e che s’era guastata irrimediabilmente all’inizio della giornata-romanzo. Rick e sua moglie Iran rigettano la delusione e decidono che compreranno falso cibo per batraci, costituito da moschini e vermicelli elettronici che il rospo artificiale assai gradisce e che sono indistinguibili dagli originali, per sostenere così ancora una volta, di fronte al vicinato, l’illusione d’avere in casa un vero, preziosissimo animale.

Tutto come al momento della sveglia, dunque? Non proprio. C’è un inaspettato bacio fra i coniugi alla fine dell’opera, mentre nell’incipit li avevamo visti disamorati. Ecco, forse proprio al termine del romanzo l’autore vuol accendere una minima fiammella, esprimere il desiderio di sperare egli per primo o quanto meno illudersi che l’amore sia possibile, quell’amore ch’egli mai sarebbe riuscito invece a trovare, nonostante le cinque donne sposate nella sua non lunga esistenza.

È noto che negli ultimi anni Philip Kindred Dick terrà un diario – Esegesi –, arrivando a scriverne ben ottomila pagine, non destinato alla pubblicazione anche se alcuni brani arriveranno alle stampe7, ma alla personale riflessione religiosa. Questa si svolgerà in terreno New Age – Next Age, col suo olismo8, al di fuori delle religioni rivelate, senza mai giungere alla fede in un Dio personale trascendente, pur dichiarando il Dick d’essere in contatto con una figura cristica. Egli immaginerà infine una sorta di dio immanente, una divinità olistica paradossalmente nascente da quella stessa tecnologia che prima aveva temuto e denigrato; esprimerà la speranza che un giorno – l’autore morrà nel 1982 – si giungerà a un enorme computer mondiale che raccoglierà tutte le buone conoscenze e aspirazioni dell’uomo, un Logos artificiale di derivazione umana che non sarà solo cumulativo ma sarà una mente collettiva indipendente, ben più ampia e positiva di quelle inserite nei programmi elettronici fra loro collegati per creare tale Logos: un super Internet ante litteram. Si potrebbe anche dire: un megacomputer che avrà nel suo soma non solo una psiche, ma pure un suo peculiare, divino Animo9; una Ragione elettronica che sarà la salvatrice dell’umanità perché capace di ribaltare la situazione, vanificando il raggiro del diavolo-demiurgo ispiratore della cattiva ricerca scientifica; un Logos artificiale divenuto L’Essere che porterà, finalmente, a una tecnologia umanista e, dunque, condurrà il mondo alla pace e all’amore.

N O T E

In Italia 21 di luglio, ore 4.56 della notte, mentre in America sulla costa occidentale si era a 6 ore prima; dunque ancora al 20 di luglio. Chi era già nato ed era ormai in età di ragione, se munito di televisore – in bianco e nero – come ormai quasi tutti nel 1969, non aveva mancato certo di seguire, con una levataccia, la telecronaca dell’allunaggio; chi però, come me, svolgeva in quell’anno il servizio militare non aveva potuto avere tal enorme emozione, essendo le caserme giacenti nel "silenzio" notturno; ancora me ne resta il dispiacere.

2 Per un approfondimento su questo tema, cfr. il saggio di Antonio Scacco, Fantascienza umanistica, Editrice Tipografica, Bari 2002.

3 Philip K. Dick, Cacciatore d’androidi (Do androids dream of electric sheep?, 1968), Editrice Nord, Milano 1986.

4 Il Batty cinematografico è una figura più complessa, rivolta al male ma in quanto desiderosa di giustizia: rendendosi demoniaco, il Roy di Blade Runner uccide atrocemente il proprio dio-padre scienziato, però, alla fine, egli trova la pietà, rendendosi più giusto e umano di chi lo caccia, in quanto capace di compassione per il nemico, così come l’uomo migliore.

5 Secondo il Concilio Vaticano II la salvezza viene da Cristo per tutti gli uomini, anche quand’essi non lo sanno e credono solo in un generico Dio o, ancor più vagamente, nella giustizia: "Quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e che tuttavia cercano sinceramente, e con l’aiuto della Grazia si sforzano di compiere quelle opere che è la volontà di Lui, venuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salute eterna" (Lumen Gentium, 16, concilio ecumenico Vaticano II).

6 Giovanni Pico della Mirandola è a torto indicato da qualcuno come filosofo meramente antropocentrico, mentre la sua visione è invece sicuramente teocentrica e insieme umanistica: un enorme valore egli riconosce all’uomo in quanto è figlio di Dio e seguace di Cristo. Lo dimostra in particolare un suo discorso, l’Oratio de hominis dignitate, in cui immagina che Dio, avendo esaurito tutte le forme materiali una volta create le bestie, lasci ad Adamo di scegliersi la propria tra quelle già esistenti, in altri termini d’auto crearsi assumendo la natura d’una delle specie animali – "Tu hai facoltà di degenerare in forme bestiali inferiori" – oppure, diversamente, di scegliere la spiritualità – "la facoltà d’essere rigenerato verso ciò ch’è superiore e divino" –; in altre parole ancora, la scelta è tra una realtà superiore e una inferiore, e non può esserci una terza strada: o si è figli di Dio o si è animali. Lo stesso concetto percorre tutto il Cristianesimo, era già stato espresso nei primi secoli dai citati Ireneo, Basilio, Origene, Agostino, per i quali male è il discendere la scala del creato, con una diminuzione del proprio essere, escludendo dalla propria vita Dio, almeno di fatto quando non filosoficamente, mentre bene è affidarsi liberamente al Creatore facendone l‘amorosa, etica volontà, espressa nella Rivelazione.

7 In Italia nel libro Mutazioni edito da Feltrinelli, 1997, che raccoglie alcuni saggi e conversazioni dell’autore e, appunto, brandelli del diario.

8 "I semi sono però gettati prima, negli anni ’40, dallo scrittore e filosofo Aldous Huxley nel saggio La filosofia perenne. Vi teorizza l’esistenza d’una medesima mistica in tutte le religioni, l’unica che resiste nel tempo alla morte delle stesse e la sola che può davvero andare al profondo dell’essere umano. L’approccio alla vita dev’essere basato sull’olismo, tesi in origine della teoria della scienza, per la quale i sistemi complessi, come quelli sociali, gli organismi e anche le menti accomunate, hanno caratteristiche che non posseggono i loro elementi costitutivi; inoltre, per la quale esiste una "evoluzione emergente" secondo cui i fenomeni si organizzano in gerarchia di crescente complessità ove i gradi superiori sono detti emergenti rispetto agli inferiori; conseguenza, necessità per l’Huxley di depotenziamento dell’io egoista, potenziamento delle qualità dell’anima individuale, esaltazione dei rapporti spirituali tra le persone, tensione dell’umanità verso la fusione di ciascun animo con un unico spirito universale che è estremamente superiore – effetto sinergico – alla semplice somma degli spiriti singoli" (Guido Pagliarino, Cristianesimo e Gnosticismo, 2000 anni di sfida, cap. "Gnosticismo e volgar-Gnosticismo New Age – Next Age", p.123, Prospettiva editrice, 2003).

9 Non era una novità l’idea del Dio computer, era già stata espressa nel 1954, anche se in chiave ben diversa, da Frederic Brown nel celeberrimo racconto breve La risposta: il supercomputer del Brown, non appena attivato, riceve da un tecnico la domanda: "C'è, Dio?" e immediatamente gli risponde: "Sì: adesso, Dio c'è"; quindi lo fulmina prima che questi, atterrito, riesca a spegnerlo.

 

GUIDO PAGLIARINO è laureato in Economia e Commercio all’Università di Torino, con particolare interesse per la Storia delle Dottrine Economiche e Sociali e la Storia Economica; tesi di ricerca sulla seconda, pubblicata a cura del relativo Istituto sulla rivista "Economia e Storia" nel 1974. Pagliarino scrive o ha scritto, fra l’altro, su "Talento", "Controcampo", "Spiritualità e Letteratura", "Vernice", "Penna d'Autore", "Il Corriere di Roma", "Cultura e Società", "Le Muse", mentre su "Future Shock" ha pubblicato i racconti Pianeta Affari (n.36), Gli Eterni (n.37, I 200 pellegrini (n.46) e recensioni. Negli anni sono usciti suoi libri di poesia e narrativa mentre ha continuato a occuparsi di storia e, dal 1990, soprattutto di storia del Cristianesimo; sull’argomento ha scritto fra il ’96 e il ’99 una trilogia poi pubblicata con la Prospettiva editrice: Gesú, nato nel 6 "a.C.", crocifisso nel 30 - Un approccio storico al Cristianesimo, 2003 (segnalato al Premio per la Pace del Centro Studi Cultura e Società di Torino nel 2004); La vita eterna, saggio sull’immortalità tra Dio e l’Uomo, 2003 (primo assoluto per la saggistica al Premio Città di Torino 2003); Cristianesimo e Gnosticismo: 2000 anni di sfida, 2003 (2° premio per la saggistica al Concorso Città di Salò 2005). Ha da poco terminato una quarta opera, al momento in cerca d’editore, Il Dio col grembiule, saggio storico-teologico sull’Amore divino fra Antico e Nuovo Testamento. Per le sue pubblicazioni precedenti gli è stato conferito il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri 1996.