| Il
monito a custodire il bene prezioso della democrazia nel romanzo
Il racconto dell'ancella (The Handmaid' Tale, 1985) di Margaret Atwood
DAL RELATIVISMO MORALE ALLA SOPPRESSIONE DELLA LIBERTA' di Ilaria Biondi
Il racconto dellancella di Margaret Atwood1 è forse il romanzo più popolare della celebre scrittrice canadese. Lopera, che è stata insignita di prestigiosi riconoscimenti, ha ispirato una pellicola cinematografica diretta da Volker Schlondorff e interpretata da Natasha Richardson, Faye Dunaway e Robert Duvall. La storia è ambientata in uno scenario futuristico: siamo negli Stati Uniti dAmerica, agli inizi del XXI secolo, in una società che con un colpo di stato ha deposto il Presidente e il Congresso per trasformarsi in uno stato totalitario. Il racconto in prima persona2 dellAncella Difred ripercorre la lunga e difficile prigionia in seno alla Repubblica di Galaad, dai primi terribili istanti trascorsi nel Centro di Rieducazione, fino alla fuga a bordo di un furgone, nel disperato tentativo di raggiungere la salvezza varcando la frontiera con il Canada. Negato anche il piacere più piccolo Le giornate di Difred sono
scandite dalle attività previste dal programma: le uscite per andare ad acquistare il
cibo, le cerimonie rituali, le visite di controllo al Centro della fertilità, le
"passeggiate" fino al Muro che circonda ledificio dove vivono gli Occhi,
le i E solo nella stanza del Comandante, durante i loro furtivi incontri serali, che Difred riesce a riassaporare latmosfera di un mondo ormai perduto: fra quelle pareti protette da sguardi indiscreti Difred si abbandona al piacere proibito di sfogliare vecchie riviste e romanzi, contravvenendo alle leggi di Galaad, che proscrivono alle Ancelle la possibilità di leggere e di scrivere. Ma è soprattutto la presenza del Custode Nick che rende sopportabile la sua permanenza a Galaad: accanto a lui Difred riscopre la pura gioia e bellezza dellamore, e non rinuncia a rendergli visita ogni notte, pur sapendo di incorrere nel rischio di essere scoperta, e per questo duramente punita. Il romanzo nega lhappy ending alla loro storia damore, poiché il romanzo si chiude sullimprovvisa partenza di Difred su di un furgone, con Nick che la sollecita a salire a bordo rassicurandola che i due uomini che la stanno prelevando sono due membri del movimento clandestino di resistenza denominato Mayday. Ignoriamo se Difred sia realmente riuscita a scappare e a mettersi in salvo, e se Nick abbia dunque detto la verità, oppure se i due figuri che la scortano fossero degli emissari del potere governativo, preposti a catturarla e a punirla per i suoi crimini. Qualunque sia stato il destino di Difred, la cosa davvero importante è che lei abbia lasciato dietro di sé una testimonianza del suo passaggio a Galaad, ovvero il lungo racconto che lei ha pazientemente registrato su di un nastro e che, a distanza di duecento anni, come viene indicato nellappendice storica finale, viene ritrovato e reso pubblico sotto forma di manoscritto. Lo spopolamento a causa delle radiazioni atomiche La repubblica di Galaad descritta da Difred è un regime oppressivo in cui ogni forma di libertà individuale è stata messa al bando; in essa vige un controllo occulto, costante e spietato, affinché ognuno rispetti il ruolo che gli è stato assegnato e non commetta alcuna infrazione alle severe e paradossali leggi stabilite dallélite che detiene il potere. Le persone sono infatti classificate secondo ben precise categorie (Comandanti, Mogli, Ancelle, Marte, Zie, Occhi, Guardiani, Economogli, Non-donne) e sono tenute ad assolvere senza discutere ai compiti che vengono loro prescritti, pena la minaccia di tortura e di morte. In questo mondo dalla struttura rigidamente patriarcale le donne sono quelle che vengono maggiormente bistrattate: viene loro negato lo statuto di esseri umani, e sono chiamate ad assolvere una sola ed unica funzione, quella di procreare. Le radiazioni atomiche, unitamente ai disastri naturali e a malattie fortemente contagiose come lAIDS, hanno causa-to infatti uno spopolamento su vasta scala e Galaad rischia di giungere ad una definitiva estinzione; per scongiu-rare questo stato di cose ed assicurare una continuità alla non ben definita gerarchia governativa, le Ancelle, giovani donne che possiedono ancora il dono della fertilità, hanno come primo e supremo dovere quello di dare un figlio al loro Comandante, al quale appartengono completamente (come testimoniano anche i loro nomi, formati dalla particella che indica il possesso e dal nome del Comandante in questione: Difred, la protagonista, è dunque lAncella che appartiene a Fred). Ancor peggiore è la situazione in cui versano le Nondonne, che le radiazioni hanno condannato alla sterilità: vivono emarginate in un luogo desolato e contaminato, le cosiddette Colonie, a raccogliere scorie e materiali di rifiuto, in attesa che la malattia e la morte le strappino al loro crudele destino. Le Mogli dei Comandanti vivono invece in una condizione di privilegio, vista la loro appartenenza alla classe che detiene il potere: abitano in dimore lussuose, circondate da oggetti di pregio, e trascorrono il loro tempo a chiacchierare frivolamente con le amiche, comodamente sedute tra i fiori profumati del giardino; nonostante le apparenze sono anche loro da commiserare, poiché la loro vita scorre triste e annoiata, accanto a uomini che non le amano e private della gioia di poter dare alla luce un figlio. Il disprezzo che gettano in faccia alle Ancelle origina non soltanto dal sentimento di superiorità sociale, ma anche da un acuto senso di invidia nei confronti di quelle giovani donne dal corpo sano e fecondo. Linsoddisfazione e lamarezza che si leggono nei loro occhi sono un chiaro segno del loro personale fallimento: la folle società che loro stesse hanno contribuito a creare le mantiene in uno stato di prigionia dorata, di costante sofferenza psicologica. Difred ad esempio si accorge che Serena Joy, la moglie del "suo" Comandante, piange spesso di nascosto: "Serena piange. La sento, da dietro le spalle. Non è la prima volta. Fa sempre così lei, la sera della Cerimonia. E certa che nessuno se ne accorga, vuole conservare la sua dignità davanti a noi. Le imbottiture e i tappeti soffocano il rumore dei singhiozzi, ma noi li sentiamo distintamente." (p.103) Vi sono poi le Zie, donne dure e crudeli che sono preposte alla gestione del Centro di Rieducazione, il luogo dove le Ancelle sono sottoposte al lavaggio del cervello, prima di essere assegnate al loro Comandante. Le Zie, che per il loro atteggiamento spietato e per il loro aspetto esteriore rifuggono ogni femminilità, rappresentano il vero corpo di controllo di Galaad, rendendosi complici degli uomini nel subordinare altre donne. Le analogie con "1984" di Orwell Gli uomini, benché non vivano una situazione di sfruttamento analoga a quella delle donne, vivono comunque in uno stato di costante oppressione e persecuzione; molti di loro, accusati di avere infranto il codice della Repubblica di Galaad, vengono brutalmente assassinati e i loro corpi martoriati e senza vita vengono appesi al Muro, a sventolare nella tiepida aria della sera o nellaccecante sole del mattino, quale muto macabro monito per gli altri "abitanti": "Accanto al passaggio principale ci sono altri sei corpi appesi per il collo, le mani legate sul davanti, le teste, chiuse in sacchi bianchi, ripiegate di lato, sulla spalla. Ci deve essere stata una Rigenerazione Maschile stamattina presto. Non ho sentito le campane. Forse mi ci sono abituata. Ci fermiamo, insieme, come a un segnale, e stiamo lì a guardare i corpi. Non ha importanza se guardiamo. Ci è permesso guardare ed è per questo che i cadaveri sono appesi al Muro. Talvolta restano lì interi giorni, finché non ce ne sia una nuova infornata, perché possano vederli in molti. Sono appesi a dei ganci. I ganci sono stati infissi nel Muro a questo scopo. [ ] Sono i sacchi sui capi la cosa peggiore, peggio di quanto sarebbero le stesse facce, fanno sì che gli uomini sembrino bambini su cui non sono ancora stati dipinti gli occhi, il naso, la bocca, simili a spaventapasseri, e in un certo senso lo sono, poiché la loro funzione devessere, appunto, quella di spaventare." (pp.42-43) La società descritta da Difred è un mondo dominato dalla teocrazia e dal puritanesimo3: la pratica della procreazione, alla quale viene sacrificata la libertà dellindividuo, è infatti aliena da qualsiasi forma di erotismo, di piacere sessuale e di amore. La cerimonia che vede coinvolti, oltre allAncella Difred e al Comandante, anche Serena Joy, la moglie infeconda, è non solo grottesca e sottilmente perversa, ma anche e soprattutto immensamente squallida (pp.106-107). Il puritanesimo sessuale vigente in Galaad ci ricorda quello che viene imposto nel superstato di Oceania dalla suprema e inconoscibile autorità del Grande Fratello in 1984, il celeberrimo romanzo di George Orwell. Nellinfernale mondo descritto da Orwell, così come nella repubblica di Galaad della Atwood, lerotismo e il piacere sessuale sono paventati dalle autorità e quello della promiscuità, eccezion fatta per i miseri e disprezzabili prolet, è considerato come un grave delitto, suscettibile di essere punito in modo alquanto severo. I matrimoni, che vengono suggellati solo previo consenso da parte delle istituzioni, dopo avere appurato che i contraenti non provano alcuna reciproca attrazione fisica, hanno come unico scopo quello della procreazione, della messa al mondo di nuove creature destinate ad entrare al servizio del Partito: "Lo scopo del Partito non era solo quello dimpedire la nascita, fra uomini e donne, di sodalizi che poi non sarebbe stato agevole controllare. Lo scopo vero, anche se non dichiarato, era quello di togliere ogni piacere allatto sessuale. Il nemico numero uno, sia allinterno che allesterno del matrimonio, non era tanto lamore quanto lerotismo. Tutti i matrimoni fra i membri del Partito dovevano ricevere lapprovazione di unapposita commissione e, anche se questo principio non era fissato da nessuna norma esplicita, il permesso veniva sempre negato se i richiedenti davano limpressione di provare una reciproca attrazione fisica. Al matrimonio si riconosceva il solo scopo di procreare figli da mettere al servizio del Partito. Il rapporto sessuale doveva essere considerato un atto di scarsa importanza e vagamente disgustoso, come un clistere. Anche questo fatto non veniva mai espresso a chiare note, ma lo si inculcava in ogni membro del Partito fin dallinfanzia"4. Il rimprovero per la propria inettitudine Il modello distopico di società illustrato dal romanzo della Atwood richiama infatti per molti aspetti quello orwelliano: tanto Il racconto dellancella quanto il succitato 1984 mettono in scena mondi insensati, dominati da ideologie totalitarie che negano lamore, la giustizia e la libertà, mondi in cui luomo è vittima della violenza, della sopraffazione mentale e fisica, della bruttezza e dello squallore; entrambi i romanzi si propongono dunque come lucida e impietosa critica di ogni forma di fanatismo, sia esso politico, religioso o morale. Nel romanzo della Atwood però, più ancora che in quello orwelliano, è esplicita e categorica la critica non solo nei confronti dei "carnefici" e dei loro subdoli e ipocriti complici, ma anche nei confronti delle "vittime": colpevoli sono infatti, nellottica della scrittrice canadese, non solo coloro che detengono e gestiscono il potere, che esercitano la tirannia sui Galaadiani a colpi di torture fisiche e morali, ma anche gli stessi abitanti della Repubblica, che per viltà e desiderio di tranquillità si sono lasciati trascinare in questo incubo; la loro passività, la loro indifferenza e il loro rifiuto di ogni forma di impegno e coinvolgimento hanno favorito linsediarsi di un sistema dittatoriale e disumanizzante. Emblematico è il caso dellio narrante, lAncella Difred: per sua stessa ammis-sione anche lei, quando era ancora una donna libera, alcuni anni addietro, ha peccato di irresponsabilità, fingendo di non rendersi conto dei cambiamenti che stavano occorrendo, al solo ed unico scopo di preservare la propria quiete e la serena normalità della vita quotidiana: "Vivevamo, come al solito, ignorando. Ignorare non è come non sapere, ti ci devi mettere di buona volontà. Nulla muta istantaneamente: in una vasca da bagno che si riscaldi gradatamente moriresti bollito senza nemmeno accorgertene. Cerano notizie sui giornali, certi giornali, cadaveri dentro rogge o nei boschi, percossi a morte o mutilati, manomessi, così si diceva, ma si trattava di altre donne, e gli uomini che commettevano simili cose erano altri uomini. Non erano gli uomini che conoscevamo. Le storie dei giornali erano come sogni per noi, brutti sogni sognati da altri. Che cose orribili, dicevamo, e lo erano, ma erano orribili senza essere credibili. Erano troppo melodrammatiche, avevano una dimensione che non era la dimensione della nostra vita. Noi eravamo la gente di cui non si parlava nei giornali. Vivevamo nei vuoti spazi bianchi ai margini dei fogli e questo ci dava più libertà. Vivevamo negli interstizi tra le storie altrui. " (pp.66-67) Difred non può fare a meno di rimproverarsi per la propria inettitudine, per avere consapevolmente ignorato i segni precursori del disastro che di lì a poco avrebbe sconvolto la sua vita e quella dei suoi connazionali. Ella rammen-ta infatti che anni prima, dopo che il Presidente era stato ucciso, che il Congresso era stato abbattuto e la Costituzione abolita, la città tutta ha continuato a muoversi imperterrita nella più placida e cocciuta inconsapevolezza; lei stessa, pur essendo stata costretta a lasciare il proprio impiego insieme alle proprie colleghe in seguito allapplicazione di una legge che vietava alle donne di continuare a lavorare, ha vissuto in stato di attesa e di passività, chiudendosi in casa a cucinare per la famiglia, come se al di fuori della mura domestiche nulla fosse cambiato: "Cerano state delle marce di protesta, naturalmente. Moltissi-me donne e qualche uomo.Ma erano meno imponenti di quanto si poteva pensare. La gente aveva paura. [ ] Non avevo partecipato a nessuna marcia. Luke diceva che era inutile e che io dovevo pensare a loro, alla mia famiglia, a lui e a lei. Ci pensavo, alla mia famiglia. Avevo cominciato a lavorare di più in casa, a cuocere dei piatti al forno. [ ] Non conoscevo molti vicini, e quando ci si incontrava per strada, stavamo attenti a non scambiarci nulla di più che normali saluti. Nessuno voleva venir denunciato per slealtà." (pp.195-196) La colpa commessa viene ora pagata a caro prezzo: come tutte le donne di Galaad anche Difred viene privata non solo della propria libertà e della propria identità (il suo vero nome è sostituito dal patronimico Difred che, come abbiamo pocanzi osservato, è un segno tangibile del suo stato di schiavitù) ma in parte anche della propria memoria: la giovane ancella non è infatti in grado di ricostruire il proprio passato in maniera coerente e consapevole, i ricordi la sommergono quando lei meno se lo aspetta, a sprazzi e frammenti, insinuandosi prepotentemente nelle pieghe del suo doloroso e disperante presente. E soprattutto il pensiero della madre a visitarla con ricorrenza, facendole percepire con acuità e indicibile sofferenza la sua mancanza e lontananza: "Ammiravo mia madre, sebbene i nostri rapporti non fossero mai stati facili. Lei si aspettava troppo da me. Si aspettava che io rappresentassi la conferma delle scelte che aveva compiuto, ma io non volevo vivere la mia vita secondo i suoi principi. Non volevo essere la figlia modello, lincarnazione delle sue idee. Litigavamo su questo argomento. Non sono la giustificazione del tuo modo di esistere, le avevo detto una volta. Vorrei riaverla qui. Vorrei riavere tutto comera. Ma non serve volere." (pp.134-135) La assale sovente il ricordo di piccoli momenti di vita quotidiana, che allepoca dei fatti potevano sembrare banali e insignificanti ma che ora assumono per lei un valore quasi sacro: "Non so più quando lho vista per lultima volta. Certo non in unoccasione speciale, il ricordo si confonde con tanti altri. Forse era passata da casa mia, come faceva lei, che andava e veniva come un colpo di vento, come fossi io la madre e lei la figlia. Era piena di vita. Talvolta, quando stava traslocando da una casa allaltra usava la mia lavatrice. Forse era venuta a farsi prestare qualcosa da me: un vaso di fiori, un asciugacapelli. Anche questa era una sua abitudine. Non sapevo che sarebbe stata lultima volta, altrimenti sarei stata più attenta. Ora non riesco più a ricordare cosa ci siamo dette. " (p.270) Ancor più prepotente è limmagine della figlioletta, che le invade gli occhi e la mente allimprovviso, cogliendola piacevolmente di sorpresa: "Mi sdraio sullacqua, lascio che mi abbracci. Lacqua è morbida come delle mani. Chiudo gli occhi, e lei è qui con me, tutta un tratto, senza preavviso, devessere lodore del sapone. Affondo il viso nei morbidi capelli della sua nuca, e respiro dun fiato, talco e pelle lavata di bambina, di shampoo, e un vago odore durina. Questa è letà che ha lei quando sono nella vasca. Torna da me a età diverse. E così che so che non è davvero un fantasma. Se fosse un fantasma avrebbe sempre la stessa età. " (p.74)
Il raccontare come strumento di riscatto Cè poi il ricordo di Moira, costantemente associato allanticonformismo, alla ribellione ma anche allallegria; proponiamo qui di seguito un momento della storia in cui Difred va con la mente ad una scena di gioventù, ad un pomeriggio di molti anni prima, a quando lamica, vestita e agghindata in maniera bizzarra e stravagante, la costrinse ad abbandonare per qualche ora i libri e lo studio per uscire insieme a bere una birra: "Moira, seduta sulla sponda del mio letto, con una gamba sullaltra, una caviglia su un ginocchio, nel suo grembiule viola, con un orecchino ciondolante, le unghie dipinte con lo smalto color oro e una sigaretta tra le dita tozze, gialle in punta. Decidiamo di andare a bere una birra. "Mi stai facendo cadere la cenere sul letto" dico. "Se fossi stata tu a farla cadere non te ne importerebbe" risponde Moira. "Usciamo tra mezzora" dico. Avevo una ricerca da preparare per il giorno successivo. Cosera? Psicologia, inglese, economia. Studiavamo queste cose, allora. Sul pavimento della stanza cerano libri, aperti a faccia in giù, qua e là, in maniera disordinata. "No, usciamo adesso" dice Moira, "non hai bisogno di truccarti, ci sono solo io.[ ] Moira ride. "Vai a prendere il vestito". Lo prende lei e me lo getta. "Dovresti prestarmi cinque dollari, okay?" " (pp.47-48) Queste sue incursioni nel passato, questo suo rifugiarsi nello spazio interiore del ricordo personale sono una forma di fuga, con cui Difred si sottrae al controllo imperioso degli onnipresenti Occhi, penetrando in un luogo, il suo spazio interiore, a cui questi non hanno accesso. Il piacere di abbandonarsi al ricordo del passato, di un tempo lontano in cui lei era ancora un essere umano, una donna libera che viveva e amava, non è disgiunto dallamara consapevolezza che quel mondo non esiste più, ma in Difred la speranza, per quanto flebile e ben nascosta nelle pieghe del suo animo, non si smorza mai completamente. Questo suo moto di tacita ribellione alle leggi coercitive di Galaad trova il suo più pieno compimento nellatto stesso del "raccontare": in una società in cui vige il divieto di comunicazione, che si estrinseca nellimpossibilità di parlare liberamente, di leggere e scrivere (anche la Repubblica di Galaad, come la società descritta da Bradbury in Fahrenheit 451, mette infatti al bando ogni forma di carta stampata, dalle riviste ai libri) il fatto di volere narrare la propria storia personale è da vedersi come un rifiuto categorico del silenzio e del mutismo che vengono imposti dallalto5. Il "racconto" è lo strumento con cui Difred si riscatta dalla propria "viltà", un mezzo potente di resi-stenza e ribellione, nonché indispensabile strumento di sopravvivenza psicologica. La testimonianza diventa per Difred un dovere morale cui ella non può né vuole sottrarsi: leroina della Atwood consegna idealmente le sue parole alle generazioni del futuro affinché esse valgano come monito, affinché tutti conoscano le nefandezze che sono state compiute in quel sistema fortemente repressivo che è la Repubblica di Galaad. La giovane donna è tuttavia consapevole del fatto che qualsiasi racconto, per quanto preciso e circostanziato, sia incapace di restituire tutto lorrore e tutta la bruttura della realtà, così come essa è stata vissuta: "Quando uscirò di qui, se mai sarò in grado di raccontarlo in qualsiasi forma, anche nella forma di una voce che racconta, anche allora sarà una ricostruzione. E impossibile descrivere una cosa esattamente comera, perché ciò che dici non può mai essere esatto, devi sempre trascurare qualcosa, ci sono troppe facce, lati, fattori che si intersecano, sfumature; ci sono troppi gesti, con questo o quel significato, troppe forme che non si possono mai descrivere completamente, troppi sapori, nellaria o sulla lingua, troppe mezze tinte, troppe" (p.148).
La condanna di ogni fanatismo e totalitarismo Con questo suo gesto coraggioso Difred sembra mettere in pratica le sagge "lezioni di vita" impartitele dallamica Moira, che mai si lascia indottrinare e imbrigliare nelle infide maglie di questo meccanismo mostruoso; Moira è la prima a rendersi conto, allindomani del colpo di stato, che le cose stanno pericolosamente precipitando: la paura e linsicurezza non annullano in lei la lucidità e la capacità critica. E poi lunica a sfidare il potere costituito nella Repubblica di Galaad, con fermezza e dignità; riesce infatti ad eludere la sorveglianza e a scappare, a rischio di essere catturata, torturata ed uccisa. Limmagine di lei è come un faro che illumina le solitarie notti di Difred, e che con ogni probabilità le conferisce il necessario coraggio per sfidare lei stessa, a sua volta, il "Grande Fratello", lonnipresente Occhio che tutto vede e tutto sa. Con questo suo bel romanzo, che mescola sapientemente il tono realistico e asciutto delle descrizioni con momenti di puro lirismo (si pensi ai fugaci ricordi della figlia o alla visione estatica dei fiori che sbocciano a primavera), la Atwood muove una critica impietosa a ideologie estremiste storicamente definite quali, in primis, il puritanesimo americano del XVII secolo, ma la sua condanna si estende ad ogni forma ed espressione di fanatismo e totalitarismo che giustifica il proprio aberrante operato dietro unideologia e che condanna gli esseri umani ad abdicare ai loro beni più preziosi, la libertà e la dignità. Lutopia negativa di Galaad, regno dincubo e di terrore, sembra suggerirci con un clin doeil la Atwood, non è forse molto diverso da quello in cui viviamo e che conosciamo o che, forse, ci illudiamo solamente di conoscere.
NOTE 1 Margaret Atwood, Il racconto dell'ancella (The Handmaid's Tale, 1985), Ponte alle Grazie, Milano 2004.2 Come il lettore apprende nellappendice, lAncella Difred non trascrive direttamente la propria testimonianza sulla carta, bensì utilizza come supporto delle cassette a nastro, sulle quali registra giorno per giorno le disavventure che le occorrono, stando ben attenta ad essere al riparo da occhi e orecchi indiscreti. Tali cassette vengono poi ritrovate chiuse allinterno di un bauletto, accuratamente sigillato con del nastro adesivo, nellanno 2195. Due eminenti studiosi, il Professor Wade e il Professor Peixoto, membri dellAssociazione di Ricerche Galaadiane, sono particolarmente interessati a questa scoperta, perché ritengono che la registrazione in questione possa gettare qualche luce su un periodo storico (quello galaadiano, appunto) che ha "ridisegnato la mappa del mondo" (cit., p.315) e che merita dunque di essere conosciuto in maniera più approfondita. Sono dunque i due specialisti che si incaricano di trasferire sulla carta il racconto dellAncella, a partire dal non sempre facile ascolto dei nastri.3 Ci preme a tal proposito fare alcune precisazioni, dato che il romanzo della Atwood si presta a ingenerare alcuni spiacevoli fraintendimenti: la sessuofobia, che nel testo in oggetto è propugnata dalle innominate e inconoscibili autorità che governano la Repubblica di Galaad, non affonda le sue radici nella religione cattolica, bensì nella cultura protestante, come ben illustra lacuto articolo di Bruto Maria Bruti Luso distorto dellaggressività e della sessualità per costruirsi unillusione di superiorità ("Future Shock", Nr. 45., n.s., pp. 11-16): "Il Cantico dei cantici, nella Bibbia, è un inno alla bellezza dellamore spirituale e carnale degli sposi, una contemplazione della bellezza e della sensualità del corpo della sposa e dei suoi particolari creati dal Signore, un inno al desiderio ardente degli sposi e al loro amplesso: tale cantico è anche unallegoria dellamore fra Dio e luomo ed è altamente significativo che lautore biblico ispirato da Dio si serva, come paragone, proprio dellamore e del desiderio carnale degli sposi, di cui sottolinea con forza la bellezza e limportanza che rivestono nella creazione. Teologia e cultura protestante, purtroppo, hanno influenzato la cultura moderna e in certi casi questo ha determinato una pressione non indifferente sulla cultura cattolica, insinuando la peccaminosità di ogni forma di piacere. Per i protestanti luomo non è stato ferito ma piuttosto distrutto dal peccato originale: egli non può fare più niente di buono ed è completamente abbandonato alla tentazione del demonio. Per tali motivi, nella condizione terrena non cè più niente di cui essere contenti: gioia, piacere, godimento diventano espressione di un compiacimento dellesistenza terrena che non può essere che di origine demoniaca." (B.M. Bruti, op. cit., p. 15) Il fine studioso ha poi cura di aggiungere che queste idee, sostenute in prima istanza da Lutero, vengono successivamente enfatizzate dal calvinismo, per essere poi istituzionalizzate dal puritanesimo. Bruti ci ricorda inoltre che la distorta visione della separazione tra sesso e amore, "le idee che identificano il corpo, la carne e il sesso con il male, con lanimalità, che identificano il corpo femminile con il demoniaco e considerano il corpo un involucro o addirittura una prigione, fanno la loro comparsa con i manichei, gli gnostici, gli encratiti e i catari" (ibid.), dualismo corpo-spirito che nei secoli a venire si accentua ulteriormente, dapprima con Cartesio e il razionalismo, poi con il giansenismo.4 G. Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 2006 (trad. it. di S. Manferlotti), p. 70.5 Anche nel gesto del narrare ai posteri ravvisiamo un ulteriore punto di contatto con il già menzionato 1984 di Orwell: il protagonista della storia, tale Winston Smith, al pari dellAncella Difred, sente la necessità e il dovere di farsi portavoce della verità, raccontando nel suo diario le sue quotidiane esperienze in una città alla mercé di un potere onnipotente e onnipresente. Sua segreta speranza è che il suo scritto possa essere trovato da qualche uomo del futuro e che esso possa servire da monito affinché orrori come quelli di cui si macchia la società retta dal Grande Fratello non debbano più ripetersi; la speranza alterna a momenti di grande sfiducia e sconforto, durante i quali Winston arriva a pensare che il suo gesto sia inutile: "Per chi, si chiese a un tratto, scriveva quel diario? Per il futuro, per gli uomini non ancora nati. [ ] Come fare a comunicare col futuro? Era una cosa di per se stessa impossibile. O il futuro sarebbe stato uguale al presente, nel qual caso non lavrebbe ascoltato, o sarebbe stato diverso, e allora le sue asserzioni non avrebbero avuto senso." (G. Orwell, op. cit., p. 11). I dubbi tuttavia non riescono ad avere il sopravvento e Winston decide di non rinunciare al suo temerario progetto. Nel mondo surreale retto dal Grande Fratello la scrittura e la lettura non sono formalmente illegali poiché le leggi sono state abolite; tuttavia è presumibile che le autorità preposte decidano di punire molto severamente un atto di questo genere, con anni di lavori forzati o forse anche con la morte, come pensa fra sé e sé Winston: "Ciò che ora stava per fare era iniziare un diario, un atto non illegale di per sé (nulla era illegale, dal momento che non esistevano più leggi), ma si poteva ragionevolmente presumere che, se lo avessero scoperto, lavrebbero punito con la morte o, nella migliore delle ipotesi, con venticinque anni di lavori forzati." (Ibid., p.10)
ILARIA BIONDI è nata a Parma
nel 1974 e risiede tuttora nel piccolo paese di Cozzano, sulle colline parmensi. Si è
laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l'Università degli Studi di Bologna,
con una tesi sulla letteratura fantastica, dal titolo Il fantastico di Michel de
Ghelderode: un fantastico hoffmanniano? Presso la medesima Università frequenta, dal
gennaio 2002, la Scuola di Dottorato in Letterature Comparate. Ha curato la traduzione di
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