L'analisi di due società agli antipodi nel romanzo

di Ursula K. Le Guin "I reietti dell'altro pianeta"

 

LA COERCIZIONE DEL POTERE

ANCHE IN UN SISTEMA ANARCHICO

                                        di       Guido Pagliarino

 

Ampio è il respiro di questo romanzo fantascientifico1, cui l’anodino titolo della prima edizione italiana, "I reietti dell’altro pianeta", non rende piena giustizia, anche se un po’ più di "Quelli di Anarres" sotto il quale l’opera è stata poi ristampata, prima dalla stessa Nord (1994) e poi dalla Tea (2002). Ne è protagonista Shevek, uno scienziato-filosofo che fa ricerca anzitutto per il bene dei suoi simili e non solamente, e neppure tanto, per la propria soddisfaziLeguin1.jpg (13915 byte)one e per il prestigio sociale che deriva da raggiunte scoperte. Proprio al contrario del suo egocentrico collega, e superiore di fatto, Sabul, il quale approfitta dei sottoposti ricattandoli moralmente per accreditarsi i loro meriti scientifici, e questo nonostante egli viva e operi su di un pianeta, Anarres, dove s’è tentato d’attuare l’ideale anarchico, che in questo mondo è derivato dalla contemplazione filosofico-sociale d’una certa Odo del pianeta Urras: una donna, fors’anche perché la Le Guin è fervida femminista.

Urras è la luna di Anarres e viceversa, due mondi di quasi eguale massa che si ruotano attorno, rappresentando nell’intenzione dell’autrice, mi sembra, tutta la sfera umana, in cui nulla è indipendente dal resto, nemmeno l’utopia, che rischia sempre di trasformarsi in distopia – an ambiguous utopia –: sul pianeta Anarres apparentemente trionfano libertà, giustizia e uguaglianza che, secondo l’utopia anarchica – e pure marxiana – dovrebbero creare cittadini altruisti, ma non è veramente così, come dimostra, fra l’altro ma non solo, la figura di Sabul.

L'influsso degli scritti di Bakunin e degli Atti degli Apostoli

L’opera si svolge alternando, capitolo dopo capitolo, i casi attuali dello scienziato protagonista, emigrato su Urras, e la rievocazione della sua passata vita sul nativo Anarres, scene queste ultime che ci fanno conoscere la storia del pianeta e le ragioni del disagio che aveva indotto lo scienziato a trasferirsi sul mondo gemello. Forse è stato intento dell’autrice sottolineare con tale alternanza tra passato e presente, così che il primo appaia al lettore via via contemporaneo come il secondo, la propria visione circolare del tempo, per la quale l’universo non sarebbe soggetto alla freccia del divenire ma, di fondo, esisterebbe in un’eterna contemporaneità.

Diversamente che su Anarres, sul pianeta Urras, ricco di risorse e colmo di sprechi, vige un’economia capitalistica, sia privata come, sulla nostra Terra, negli ultraliberisti Stati Uniti, sia pubblica com’era in Unione Sovietica e continua a essere nel Nord Corea e, nonostante certe liberalizzazioni settoriali pragmatiche, nella Cina comunista e a Cuba; nel romanzo l’impero collettivistico si chiama Thu e quello privatistico Ha-io; il secondo è l’unico stato urrasiano che l’autrice descrive, appena accennando agli altri. Il sistema economico-sociale di questo paese è agli antipodi di quello dell’anarchico Anarres; la sua popolazione è divisa in classi (suppongo anche Thu, così com’è di fatto nei paesi comunisti terrestri i cui dirigenti costituiscono una sorta di alta borghesia); tra le classi c’è pure, vergognosamente come da noi2, quella dei poverissimi, mentre le medie e alte vivono agiatamente; i loro costumi sono, di norma, egocentrici ed eroticamente disinibiti, come nel nostro Occidente, anche se non hanno ancora toccato le bassezze sessuali della nostra società senza-Dio anni 2000. Vi sono inoltre su Urras molti altri stati, che corrispondono al nostro Terzo mondo, e come sulla Terra al tempo della cosiddetta guerra fredda, durante il quale la Le Guin aveva steso questo romanzo (precisamente nel 1974, l’anno dell’incontro Breznev-Nixon alla ricerca di distensione), su Urras si svolgono pure guerre locali calde, sui territori e con gli eserciti di quei Paesi terzi che sono formalmente liberi ma, di fatto, colonie delle due superpotenze in conflitto.

Su Anarres non ci sono classi; esso è povero di risorse e la sua economia è di sussistenza, però tutti, purché siano confor-misti, ricevono gratuitamente abiti, tetto, cibo e altri generi di prima necessità; per contro, devono contribuire al bene comune coi loro lavori, comprese le corvée più antipatiche come quelle ai depositi di sterco fertiliz-zante. Direi che l’autrice, benché non credente, oltre che agli scritti di Bakunin si sia ispirata alla storica comunione econo-mica della prima, piccolissima Chiesa, quale risulta da tutto Nuovo Testamento ed è sinteticamente espressa nel libro sacro Atti degli Apostoli al capitolo 2, versetti 44-45: "Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno": è ancor oggi così nei monasteri cattolici e ortodossi, essendosi rivelata storicamente impraticabile la comunione di beni al di fuori delle comunità volontarie religiose; quanto alle laiche, come quelle immaginate dai nostri socialisti "utopisti"3 Charles Fourier e Robert Owen4, pur se di piccole dimensioni esse non si sono realizzate oppure, se tentate, non hanno retto (forse perché mancava un afflato religioso a sorreggerle nelle difficoltà?).

Sul pianeta anarchico la situazione è tuttavia differente da quella della Chiesa delle origini per quanto riguarda la vita erotica e coniugale: nella proto comunità cristiana erano vietate le pratiche omosessuali (Nuovo Testamento, San Paolo, epistole Romani e 1 Corinzi5; Antico Testamento, Levitico6), vigeva l’istituto-sacramento del matrimonio ed esso era, a causa della parola evangelica di Cristo7, normalmente indissolubile8; invece, conformemente agli ideali anarchici, su Anarres non c’è unione coniugale legale ma solo convivenza volontaria e temporanea, anche se alcune coppie, come quella del protagonista, durano per tutta la vita; i rapporti sessuali tra i conviventi di sesso diverso sono peraltro quelli tradizionali, senza perversioni erotiche9, e contemplano il fine della procreazione; è nondimeno ammessa la sterile convivenza omosessuale.

Una scoperta scientifica in grado di pacificare l'universo

In passato Anarres era stato un pianeta disabitato, a parte alcuni insediamenti minerari urrasiani, e gli anarco-rivoluzionari seguaci di Odo vi erano emigrati pacificamente dall’altro pianeta, alcune generazioni prima: i capi di Urras, avversari dell’anarchia, erano stati ben lieti d’accettare tale richiesta, che non comportava spargimenti di sangue e prometteva di liberare di fatto il loro mondo da un’ideologia considerata destabilizzante. Immediatamente, dopo la colonizzazione, Anarres s’era chiuso al pianeta gemello, a parte alcune astronavi urrasiane che avevano continuato e seguitano a sbarcare un paio di volte all’anno per commerciare, imbarcando minerali in cambio di manufatti, e pure per trasportare avanti e indietro la posta, sebbene la conformistica opinione pubblica che domina il pianeta anarchico sia restia, per paura di contaminazioni, a rapporti culturali col mondo d’origine: l’unico porto franco in cui le astronavi urrasiane possono prendere terra è stato circondato da un muro insuperabile dai visitatori, visti ormai quasi come alieni.

Inoltre, per un anarresiano visitare Urras è visto come una colpa, anche se nessuna norma lo vieta in quanto leggi non esistono e impera la mera consuetudine. Tuttavia Shevek, desiderando donare le sue scoperte agli scienziati di ogni stato urrasiano e pure a quelli degli altri due mondi abitati conosciuti, la Terra e il pianeta Hain, così che nessuno possa usarla per avere potere sugli altri, supera il timore del biasimo dei suoi concittadini e trova un passaggio verso Ha-io sopra una delle astronavi mercantili di questo mondo. È mosso in primo luogo dalla speranza di trovare sul pianeta gemello un clima intellettuale più libero e di poter contribuire alla riconciliazione tra questo e Anarres. Si rende però conto presto d’essersi illuso, Ha-io l’ha invitato solo per sfruttarlo e avvalersi della sua scoperta onde diventare lo stato leader nell’universo conosciuto.

Shevek vorrebbe dunque tornare ad Anarres, ma gli è impedito, prima in modo subdolo e poi con la forza. S’unisce allora a un movimento clandestino di opposizione, e qui comprendiamo che in Ha-io non esiste una vera opposizione legale. Lo scienziato rischia d’essere ucciso dalla forza pubblica ma trova rifugio all’ambasciata della Terra e ne riceve aiuto per tornare finalmente al suo pianeta; viene imbarcato dall’ambasciatrice sopra un’astronave del pianeta Hain, amico dei terrestri e grande potenza della Galassia, la cui civiltà è assai antica e già aveva aiutato in passato – il nostro futuro – la stessa Terra quand’era stata in gravissime difficoltà per ragioni ecologiche. Il finale del romanzo è aperto alla speranza, Shevek non è più del tutto solo, un civilissimo hainita sbarcherà su Anarres con lui e forse il pianeta Hain lo aiuterà a distribuire ovunque nel cosmo, al fine della pace universale, la sua scoperta relativa alle comunicazioni istantanee fra pianeti. Non c’è tuttavia una vera conclusione, il problema della realizzazione d’una società davvero libera e giusta rimane insoluto.

Come un sistema anarchico diventa regime

Quello del tempo è argomento centrale al romanzo ma la Le Guin non concepisce una Divinità creatrice del tempo-universo e che un giorno porrà termine al medesimo, almeno per quanto riguarda il genere umano10. Come avevo premesso, ella contempla un tempo circolare così come in certe concezioni filosofiche greche e come l’eterno ritorno niciano ch’espressamente cita; forse l’autrice ha pure presente la concezione panteistica di Baruch Spinoza dell’universo-dio; e suppongo che, nell’esporre le congetture scientifiche sul perpetuo presente che conducono il protagonista Shevek a teorizzare, al di là della teoria einsteniana, la creazione d’un telefono (?) interstellare per comunicazioni istantanee fra lontani pianeti, la Le Guin abbia avuto a mente l’antica analisi del tempo del genio Agostino d’Ippona, per cui il tempo stesso non è movimento di stelle e pianeti, perché il loro tragitto ha durate diverse così come un suono può prodursi con durate differenti, ma consiste in una distendio animi, in un’estensione mentale, onde tutto è in realtà presente, nella memoria del passato, nell’attenzione per il contemporaneo, nella psicologica attesa del futuro11. Comunque, si tratta d’un tempo che, non comportando la possibilità d’un vero progres-so perché è rinchiuso su sé stesso, secondo gl’ideali anarchici abbracciati dalla Le Guin dovrebbe indurre gli uomini a una convivenza non già competitiva, bensì di gratuita collaborazione.

In realtà, com’ella stessa deve ammettere e onestamente manifesta nel romanzo, pur in un sistema anarchico si finisce col sottostare alla coercizione del potere, rappresentato su Anarres anzitutto dall’opinione pubblica ormai legata, dopo gli entusiasmi dei primi tempi, a freddi princìpi teorici che non considerano le esigenze emergenti dall’esperienza: è un’opinione pubblica ch’emargina ogni anticonformista, come Shevek, smettendo di rivolgergli la parola, rifiutandogli pasti e letto e obbligandolo così a una vita solitaria; in certi casi giunge addirittura a deciderne la reclusione in manicomio, in realtà vera e propria prigione sotto altra denominazione; così accade per esempio al personaggio del drammaturgo Tirin, amico dello scienziato: Tirin rappresenta un altro aspetto, quello artistico, della libertà d’espressione che non può essere contenuta da nessun sistema sociale, neppure dal presunto non-sistema anarchico, in realtà fossilizzatosi in vero e proprio regime.

Il potere è pure incarnato su Anarres in singole persone che si trovano, di fatto, in posizioni di comando, come un’addetta alle assegnazioni dei posti di lavoro, peraltro condiscendente – un potere paternalista – e come il citato Sabul che sfrutta egoisticamente i ricercatori che da lui dipendono al fine del proprio successo: non si tratta d’una figura soltanto emblematica, sappiamo che tanti sono in realtà, sulla nostra stessa Terra, gli pseudo maestri che si fregiano di meriti dei loro assistenti lasciandoli nell’ombra, e in generale sappiamo che nei vari ambienti di lavoro pubblici e privati è tutt’altro che eccezionale il furto di benemerenze di sottoposti da parte di capi: cose che non sparirebbero affatto in una società anarchica; infatti ogni uomo – dopotutto si tratta della Terra proiettata sui mondi Anarres e Urras – ha un fondo egoistico, quello che il giudeo-cristianesimo chiama il peccato originale e che considera base del peccato personale, argomento questo che la non religiosa autrice non tocca ma è di fatto presente nella vicenda; precisamente, gli umani subiscono il peccato originale della loro naturale, egocentrica animalità, volta a procurar loro un privato territorio e nient’affatto a condividere poteri e beni gli uni con gli altri.

Perché una società buona è impossibile?

Per ora nessuna rivoluzione ha saputo mantenere la promessa iniziale di cedere al popolo l’autorità conquistata in nome del popolo stesso; che si trattasse, ad esempio, delle figure del romano Cola di Rienzo o di quelle dei giacobini francesi o dei marx-leninisti sovietici, i capi rivoluzionari si sono sempre appropriati del potere e hanno tiranneggiato gli altri, così com’è ben delineato nel romanzo dell’Orwell La fattoria degli animali, a mio avviso perfino superiore al suo 1984. Come insegna l’ormai lunga storia dell’uomo, ogni azione che sia mossa da meri fini umani, anche se idealistica, sbocca, più prima che poi, nell’egoistico uso degli altri12.

Una vera società buona è impossibile, è sbagliato il principio su cui si basa, vale a dire ch’è merito o colpa, rispettivamente, della società buona o cattiva se l’individuo è a sua volta buono o cattivo13 – i meno giovani, come me, ricorderanno certamente lo sciocco motto "rivoluzionario" ripetuto a mo’ di ritornello "È tutta colpa della società!" negli anni dal 1968 ai primi ’80 della storia italiana –; in realtà, la società sarebbe un paradiso terrestre se tutti gli esseri umani, grazie all’educazione religiosa ricevuta e accolta senza pregiudizi scientisti, amassero il prossimo che incontrano quotidianamente. D’altronde la stessa anarchica Le Guin si mostra convinta che una rivoluzione veramente rivolta al bene dei cittadini – peraltro pacifica, e questo è uno dei meriti della scrittrice – si realizzerebbe soltanto dentro e a mezzo di ciascuna persona e non potrebbe venire da automatici portati storici coinvolgenti le – mitiche – masse.

Nonostante alcuni difetti, in particolare la quasi assente descrizione, che avrei trovato invece interessante, della società comunista e insieme capitalista di Thu e l’insufficiente approfondimento della psicologia e della sociologia hainita, e pure della psicologia di alcuni personaggi urrasiani e anarresiani comprimari, "I reietti dell’altro pianeta" mi sembra un buon esempio di fantascienza umanistica.

 

N O T E

1 Ursula K. Le Guin, I reietti dell’altro pianeta (The Dispossessed: An Ambiguous Utopia, 1974), Editrice Nord, Milano 1976.

2 Mi chiedo se costerebbe davvero troppo ai facoltosi contribuenti (percettori di redditi superiori, diciamo, ai 60.000 euro annuali che, almeno per il mio metro, è un reddito da ricchi), l’applicazione d’una sovra-aliquota d’imposta, diciamo dell’1%? onde indirizzare tali somme alla creazione di dormitori e servizi per i barboni senza-casa che d’inverno muoiono letteralmente di freddo. Se penso agli stipendi di oltre 150.000 euro annuali dei nostri onorevoli nazionali e locali, per non parlare delle ulteriori prebende che ricevono partecipando a commissioni e così via, e inoltre penso agli stipendi astronomici dei numerosissimi dirigenti dello stato e degli enti locali, e li confronto alla situazione di quei poveri esseri umani, per l’indignazione mi esce fumo dal naso e dagli orecchi; e non si continui a inventare che i clochard vogliono vivere così: provate a interrogarli e sentirete! Qualunque sia stato negli anni il governo in carica, di sinistra o di destra, nessuno s’è mai occupato di quei disgraziati. Soltanto privati enti ecclesiastici e laici hanno fatto e fanno in merito qualcosa, per quanto possono.

3 Definizione data dal Marx, il quale peraltro s’è rivelato anche più utopista, con l’immaginare che, grazie a uno stato padrone dell’intera economia, si potessero realizzare la libertà e il benessere.

4 Charles Fourier aveva teorizzato un sistema sociale composto di comunità, dette falansteri, dove credeva che avrebbe trionfato la concordia fra le classi; in ogni falansterio gli addetti avrebbero provveduto in comune alla diretta produzione e al consumo dei beni da loro fabbricati: direi una sorta di arcipelago comunistico-cooperativistico. Anche Robert Owen aveva proposto di sostituire al liberismo un sistema sociale fondato sulla produzione cooperativa e, a differenza del Fourier, aveva provato a realizzare una di questa comunità negli Stati Uniti, fallendo però il suo scopo.

5 "Non illudetevi: [...] né effeminati, né sodomiti [...] erediteranno il Regno di Dio" (1 Cor 6,9-10) - "Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami: le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni verso gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in sé stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento" (Rm 1,26-27).

6 "Con un uomo non giacerai come si giace con una donna: è un abominio!" (Lv 18, 22) – "Chiunque abbia giaciuto con un uomo come si giace con una donna, hanno compiuto tutti e due un'abominazione; siano messi a morte. Il loro sangue ricada su di essi" (Lv 20, 13).

7 Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di pornéia – concubinato o semplice adulterio? – e ne sposa un'altra, commette moichéia – adulterio(Mt, 19,9).

8 Era sempre ammesso il divorzio (secondo il cosiddetto privilegio paolino) se il coniuge era di altra religione o, caso rarissimo nel I secolo, ateo. Inoltre, come risulta dal Vangelo secondo Matteo scritto nell’anno 80 circa, sulla parola di Gesú era stato consentito, almeno da quella data, il divorzio pure in caso di porneia d’uno dei coniugi (v. nota precedente) normalmente intesa come adulterio e non come fuga da casa con concubinato; ciò resta vivo anche oggi nelle chiese ortodosse mentre la cattolica, verso l’anno 1000, vietò in tutti i casi il divorzio in quanto molti mariti, per risposarsi con una donna più giovane e bella o più ricca o di famiglia più potente, accusavano d’adulterio la moglie con false prove, la facevano rinchiudere in convento, il matrimonio era sciolto e quei mascalzoni si risposavano a loro comodo. Oggi, cambiata del tutto la situazione sociale – vi sono mogli più ricche e potenti dei loro mariti – su questo punto la gerarchia ecclesiastica potrebbe tornare sui propri passi e consentire di nuovo al coniuge innocente il divorzio e la possibilità di risposarsi, almeno nel caso che l’adultero/a, prima o dopo l’eventuale divorzio civile, vada a convivere o sposi civilmente un’altra persona.

9 Ho appena letto sulla rivista "Specchio - La Stampa" del 14 gennaio 2006, e temo che non si tratti d’esagerazione, che in Italia quelle ch’erano "una volta pratiche estreme oggi sono normali passatempi per famiglia" come il legarsi e imbavagliarsi e altri atti sadomaso più gravi sono praticati ormai dal 21% della popolazione; annotano inoltre nell’articolo, fra l’altro, che "più di un terzo degli italiani guarda materiale a luci rosse con il partner", il che è pratica vergognosamente antiumanistica; le persone ritratte sono infatti trattate da quei voyeur, che se ne rendano conto o no, come oggetti sessuali; si tratta in parole diverse d’un’altra forma, praticata anche dalle donne, di godimento della prostituzione.

10 Dopotutto per ogni essere umano che muore arriva la fine del mondo. Come scriveva il Padre della Chiesa Giovanni Crisostomo è un po’ come se tutti morissero istantaneamente, in quanto morendo si esce dal tempo e dunque ci si trova tutti assieme al suo termine, cioè alla cosiddetta fine del mondo.

11 Agostino, Le confessioni, libro XI.

12 L’unica speranza può venire, e pazienza se con questo suscito scandalo nei benpensanti laicisti, dalla dimensione Trascendente e in particolare, secondo la speranza cristiana, dall’intervento del Figlio-uomo-Dio che può permettere agli umani, sì mammiferi ma dotati, unici tra i viventi, d’un’alta psiche derivata, secondo la Rivelazione, dallo stesso Logos divino, di puntare e giungere alla celeste "Città di Dio", con qualche acconto della stessa su questa terra nei quotidiani rapporti d’amore verso il prossimo; è in altre parole una Redenzione che permette agli uomini, se lo vogliono, d’accedere a quell’Utopia divina che è sì non luogo – e non tempo – ma soltanto perché, secondo il Cristianesimo, il mondo-tempo è stato creato dall’immutabile, perfetto Dio il quale non subisce il divenire.

13 Peraltro nel contemporaneo pensiero debole, in assenza della morale forte che, in una visuale religiosa, si basa sui comandamenti dettati da Dio, il concetto di decisione buona o cattiva è, almeno per certi aspetti, soggettivo, ad esempio, nel caso dell’aborto. La morale oggettiva giudeo-cristiana vieta (a parte, e non da oggi, il caso di pericolo di morte per la madre) l’interruzione volontaria di gravidanza, sul presupposto che lo Spirito di Dio (la sua Ruah soffiata in ogni adamo d’ogni tempo) è presente nel concepito fin dal primo istante, secondo un progetto divino di vita che l’essere umano non può disattendere anche se il feto non è ancora consapevole d’esistere; i laicisti abortisti invece, rifiutando l’dea di Spirito Santo, affermano che il feto non è ancora un essere umano in quanto, appunto, non è al momento capace d’intendere, cioè non avrebbe ancora quella che i credenti chiamano "anima" ovvero, nell’originale del testo biblico, la psyké, ch’è come dire la psiche o mente dell’individuo.

 

GUIDO PAGLIARINO è laureato in Economia e Commercio all’Università di Torino con una tesi di ricerca pubblicata a cura dell’Istituto di Storia Economica e Sociale. Tra i suoi maestri, gli storici Carlo Cipolla e Mario Abrate, l’economista Sergio Ricossa e, dopo l’università, il teologo padre Charles Jegge. Pagliarino.jpg (9723 byte)Negli anni, nonostante interessi culturali più ampi, tra l’altro con pubblicazioni di libri e cura di antologie, è continuato l’interesse dell’autore per la storia e la filosofia, soprattutto per quella della scienza: particolarmente importante era stato l’incontro coi libri del filosofo della scienza Karl R. Popper, che avrebbe avuto importanza anche per il ritorno dell’autore al Cristianesimo. "I libri dell’agnostico Popper?" qualcuno si stupirà... Sì. Guido Pagliarino era stato, dapprima, su ormai consunte e presuntuose posizioni scientiste. Col Popper s’era aperto a una più profonda, umile ricerca. Dice in sostanza questo epistemologo che non c’è niente di certo neppure nella scienza, anzi si può solo accogliere provvisoriamente una congettura – sia pur, si capisce, corroborata da esperimenti – solo se è suscettibile d'essere falsificata. "Allora", pensò l’autore, "perché mai la ricerca religiosa dovrebbe essere intellettualmente inferiore a quella scientifica?" e cominciò a cercare nella storia e nella dottrina cristiane. L'autore collabora con articoli e recensioni a diversi fogli e riviste. Scrive o ha scritto, tra l’altro, su "Talento", "Controcampo", "Spiritualità e Letteratura", "Vernice", "Penna d'Autore", "Il Corriere di Roma", "Cultura e Società". Tiene conferenze sullo "sconosciuto" Cristianesimo. È prefatore per case editrici. In passato, è stato editor presso alcune di queste. Per le sue pubblicazioni, gli è stato assegnato il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Con "Future Shock, ha pubblicato i racconti Pianeta Affari (n.36), Gli Eterni (n.37) , I 200 Pellegrini (n.46) e il saggio-recensione Il peculiare gnosticismo di Dick in "Cacciatore d'androidi" (n.47).