L'opera d'arte deve affermare quel qualcos'altro che è all'origine

dello stupore originale dell'uomo

 

UN RISCHIO PER LA FANTASCIENZA:

L'ECLISSI DELLA REALTÀ

                                        di          Stefano Parenti

 

Ogni genere letterario così come ogni forma d’arte, ossia l’espressione emotiva del rapporto tra la persona ed il csummers.jpg (18499 byte)reato, ha come obiettivo ultimo l’avvicinamento dell’uomo alla realtà. Se prendiamo come esempio alcuni dei massimi capolavori artistici della storia, noteremo che ognuno di essi esprime il tentativo dell’uomo di afferrare una emozione, uno stupore, una meraviglia che nasce dalla presa di coscienza della presenza delle cose, è suscitata dalla consapevolezza della realtà. E’ per il fascino suscitato dalle caratteristiche di perfezione fisica del corpo dei giovani atleti che gli antichi greci si affannavano a scolpire i kouroi, mentre per Michelangelo si trattava di una meraviglia "tecnica" la fisionomia del suo David, così come è per lo stupore suscitato dalla complessità della realtà che nascevano i capolavori di realismo di Caravaggio, i racconti di "verismo" verghiano. Allo stesso modo è per il fascino di un fatto che accadde nella storia che Duccio di Buoninsegna dipinse la Maestà, che Mozart compose il Requiem e Pergolesi il suo Stabat Mater, per l’emozione di un avvenimento Shakespeare scrisse il Romeo e Giulietta, Steven Spielberg diresse Schindler’s List, Ungaretti compose molte delle sue brevi poesie.

Potremmo continuare ininterrottamente ad elencare le numerose meraviglie dell’uomo, ognuna delle quali incarna certamente un aspetto diverso dalle altre, ma tutte o quasi raccontano di una emozione, di un sentimento, di uno stupore che è generato dal contatto con la realtà.

La realtà è un dono

Ma perché la realtà suscita una tale attrattiva? Prima di tutto perché essa ci è data. "Supponete di nascere, di uscire dal ventre di vostra madre all’età che avete in questo momento, nel senso di sviluppo e di coscienza così come vi è possibile averli adesso. Quale sarebbe il primo, l’assolutamente primo sentimento, cioè il primo fattore della reazione di fronte al reale? Se io spalancassi per la prima volta gli occhi in questo istante uscendo dal seno di mia madre, io sarei dominato dalla meraviglia e dallo stupore delle cose come di una "presenza". Sarei investito dal contraccolpo stupefatto di una presenza che viene espressa nel vocabolario corrente della parola "cosa". Le cose!"1

La realtà è un fatto che ci si presenta ogni mattina quando apriamo gli occhi, è un qualcosa al di fuori di noi che non scegliamo né tanto meno comprendiamo appieno, essa ci è data, o per meglio definirla in senso affettivo, ci è donata. Non tutta la realtà può poi corrispondere al nostro desiderio di bellezza e felicità: per riprendere un’espressione di un mio amico universitario, "se una persona aprisse ora gli occhi con quella consapevolezza di cui parlavamo prima, ma si ritrovasse a New Orleans…non so quanto stupore potrebbe avere!". In realtà anche questa posizione, logicamente corretta, non corrisponde a verità: qualora così accadesse si rimarrebbe ugualmente stupiti per un qualcosa di esterno talmente enorme, talmente incomprensibile e talmente inimmaginabile (potrebbe un uomo da solo poter "pensare" la creazione?) da lasciare col fiato mozzato, da cogliersi stupefatti. La realtà dunque stupisce, anche nei suoi aspetti più negativi, meno corrispondenti.

La fantascienza come strumento di adesione alla realtà

L’arte è quindi uno strumento di avvicinamento e non di allontanamento dalla realtà. La fantascienza, e più in generale il genere fantastico, si trovano tuttavia in una posizione ambigua: entrambi sono sì espressione del rapporto tra l’uomo e la natura, tra l’umano ed il creato, ma anche il frutto dell’immaginazione del solo umano, sono cioè espressione indipendente dalla realtà contingente. Le capacità di pensiero, di immaginazione, di intuizione e di invenzione trovano così piena realizzazione proprio nella narrativa fantastica e fantascientifica. In questo senso possiamo ritenere il genere fantascientifico uno strumento completo dell’umano, dal momento che accentua e mette in evidenza l’aspetto fondamentale dell’uomo: "l’uomo è quel livello della natura in cui la natura prende coscienza di se stessa, è quel livello della realtà in cui la realtà comincia a diventare coscienza di sé, comincia cioè a diventare ragione"2. Da opera di riproduzione della realtà, la fantascienza diventa di conseguenza opera di rappresentazione. Si può ora intendere perché, pur nella sua apparente contraddizione, la fantascienza sia espressione dell’umano e del suo rapporto col reale, perché pur distaccandosi direttamente dalla realtà contingente testimonia appieno la condizione ultima dell’uomo, ciò che lo differenzia dagli altri esseri viventi.

Ma c’è ancora di più. Proprio come l’arte è espressione di quello stupore esistenziale suscitato dal contatto con la realtà, allo stesso modo la fantascienza riproduce ed amplifica tale emozione, ad esempio nella presentazione di incredibili e spesso stupefacenti paesaggi alieni, come nel caso del seguente brano tratto da uno dei testi più letti al mondo: "Al centro di quella costellazione formata da diecimila astri ruotava l’immenso pianeta imperiale, Trantor. Ma era più di un pianeta: era il cuore pulsante di un impero di venti milioni di sistemi stellari. Aveva una sola funzione, l’amministrazione; un solo scopo, il governo; un solo prodotto, la legge. In quel mondo non esisteva essere vivente all’infuori dell’uomo, dei suoi animali domestici e dei suoi parassiti. Non esisteva un filo d’erba né una zolla di terreno che non fosse ricoperta di cemento o ferro, all’infuori delle centomila miglia di giardini attorno al palazzo imperiale. Non esisteva ruscello, sempre all’infuori dei giardini imperiali, che non fosse stato incanalato e raccolto nelle gigantesche cisterne sotterranee che fornivano acqua alla popolazione del pianeta. Il lucido, indistruttibile, incorruttibile metallo che copriva tutto il pianeta costituiva l’armatura e le fondamenta di quelle colossali strutture che incastellavano il mondo"3.

Si può dunque essere pienamente d’accordo con Riccardo Rosati quando sostiene che "alla base della fantascienza ci sia il sense of wonder, definibile come una forte sensazione di stupore, talvolta persino di sgomento, per le meraviglie della natura e l’ingegno dell’uomo"4. Un concetto non dissimile da quello più volte espresso da Antonio Scacco, il quale, rifacendosi esplicitamente al noto libro di A. Toffler, chiama choc del futuro il forte scossone di meraviglia e panico provocato dal contatto con la tecnologia e con lo sviluppo incommensurabile della scienza del futuro.

In conclusione la fantascienza si presenta quindi sia come strumento completo della ragione dell’uomo, sia come riproduzione di quell’umanità che scaturisce dal contatto diretto con la realtà.

L’uso perverso della ragione

Ma se la fantascienza è espressione concreta della ragione dell’uomo, intesa come adesione totale alla realtà a cui partecipa, come può essere un pericolo? Proprio perché abbiamo convenuto che la fantascienza costituisce sia uno strumento artistico di rappresentazione della realtà, sia un frutto dell’immaginazione dell’uomo, è opportuno che entrambi gli aspetti si trovino in un giusto equilibrio. Qualora infatti l’elemento immaginativo venisse meno, la fantascienza diventerebbe semplice riproduzione della realtà, senza alcuna matrice inventiva soggettiva (in realtà, dal momento che ci stiamo muovendo su di un piano teorico è opportuno precisare che questa alternativa non è concretamente praticabile poiché il soggetto è sempre parte in causa del rapporto che ha con gli oggetti e con sé stesso). Al contrario qualora la realtà venisse meno, sarebbe l’aspetto immaginativo ad avere il sopravvento.

Questa eventualità potrebbe sembrare a prima vista una condizione senza particolari conseguenze, al contrario rappresenta l’aspetto più importante e più pericoloso. Dal momento infatti che l’impeto per l’opera d’arte nasce dallo stupore iniziale del contatto con la realtà, l’artista cercherà di avvicinarsi maggiormente alla realtà più che di allontanarvisi. Compito infatti del poeta, dello scrittore, del pittore e dello scultore è proprio quello di raccogliere un particolare elemento della vita e ripresentarlo, racchiuderlo nell’essenza e rappresentarlo. L’arte, e di conseguenza la fantascienza, è espressione diretta dello stupore per la realtà che viene da lei stessa ritratta, descritta, raffigurata: "buona parte della fantascienza tratta realmente di argomenti molto più seri di quelli trattati dalla narrativa realistica: problemi reali sul destino umano e cose del genere"5.

Il pericolo maggiore per l’uomo è di conseguenza il distacco dalla realtà, il misconoscimento della stessa. Qualora ciò avvenisse la realtà non verrebbe accettata nella sua totalità, nella complessità dei suoi fattori, ma verrebbe negata in alcune sue parti fondamentali, così come avvenne nei regimi totalitari: "l’ideologia non è l’ingenua accettazione del visibile [del reale], ma la sua intelligente cancellazione"6.

La fantascienza deve quindi riproporre la vittoria su quest’aspetto deleterio della ragione umana, la quale corre il pericolo di trasformarsi da osservatrice attiva del mondo a giudice e misura. Dal momento che la fantascienza nasce proprio dalla fusione dialettica tra umanesimo e scienza, come testimonia ampiamente il sostantivo originario science-fiction, rappresenta un particolare campo di battaglia tra ragionevolezza, intesa come capacità dell’uomo di usare la ragione senza freno alcuno alla categoria della possibilità, e razionalismo, ossia l’uso perverso della ragione stessa, la quale diventa misura, limite prefissato nella relazione con il mondo. Qualora infatti la fantascienza fosse espressione di scientismo, ossia la pretesa di disconoscere tutto ciò che non è classificabile o misurabile, essa affermerebbe l’uomo nella sua arroganza, nel suo stolto tentativo di manipolazione soggettiva del reale.

Al contrario l’opera d’arte, come si è visto in precedenza, deve affermare quel qualcos’altro che è all’origine dello stupore originale dell’uomo, deve affermare cioè la realtà stessa. Ritengo che una scena dell’Amleto di Shakespeare renda piena giustizia a quanto detto sinora: "There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy"7.

La fantascienza non può prescindere dalla religione

Una ultima conseguenza del nostro ragionamento indica come la fantascienza, affinché sia vera opera d’arte e vera sorgente di umanizzazione, non possa prescindere dall’elemento religioso. Se infatti essa è espressione della realtà, e soprattutto espressione del sentimento umano di stupore di fronte alla realtà, non è in alcun modo possibile non riferirsi all’elemento ultimo che a quella realtà rimanda. Si tratta di una caratteristica che solo alla fantascienza, tra i generi appartenenti al fantastico, è richiesta.

Mentre infatti il racconto di fantasia o il romanzo fantasy non hanno alla propria origine l’incontro-scontro tra conoscenza scientifica e conoscenza esperienziale, la fantascienza è sottoposta alla dura legge della verosimiglianza: non si tratta di verità, poiché invenzione, ma di una realtà plausibile, una quasi-realtà. In un romanzo fantasy qualsiasi legge del pensiero può essere violata, nel racconto di fantascienza, invece, tutto può essere messo sottosopra, tranne che il collegamento diretto con la realtà dell’uomo: soggettiva, sentimentale, emotiva, relazionale o sociale che sia.

Questo atteggiamento viene direttamente testimoniato da alcuni "grandi" del secolo scorso: è ormai ben noto che Isaac Asimov basò il ciclo della Fondazione sullo studio della caduta del Sacro Romano Impero8, così come è leggenda la precisione con cui, in ambito televisivo, il creatore di Star Trek, Gene Roddenberry, avesse a cuore la credibilità delle scenografie e delle architetture del suo futuro: non dovevano essere solo affascinanti e futuribili, ma soprattutto potenzialmente reali, plausibili, verosimili9. Entrambi mantenevano quindi un contatto diretto tra inventiva e realtà, su di essa traevano spunto.

E’ un errore dunque ritenere la fantascienza aliena, o peggio ancora totalmente estranea, al sentimento religioso, dal momento che esso è espressione più intensa della vita: la realtà, come dicevamo all’inizio, è "donata" all’uomo dal quel quid incomprensibile, da quel Mistero che ne è all’origine. Qualora la fantascienza dimenticasse l’elemento religioso, l’osservazione di una Presenza nella realtà, essa non sarebbe più opera d’arte, ma semplice inganno, esternazione dell’allucinazione dell’uomo e della sua cecità.

 

N O T E

1 In Giussani, don Luigi, Il senso religioso, pag. 139 cap. 10, 1997, Rizzoli.

2 Ibidem, pag. 33.

3 Asimov, Isaac, Il crollo della galassia centrale, Oscar Mondatori; Foundation and Empire, 1952.

4 Riccardo Rosati, George Pal, Il padre del cinema commerciale di fantascienza, in Future Shock n° 46 pag. 34, giugno 2005.

5 C.S. Lewis, Altri mondi, pag 145, 1969, Ed. Paoline.

6 H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni Di Comunità; The origin of totalitarism, 1951.

7 Shakespeare, William, Amleto, Atto 1, Scena 5, 1998, Feltrinelli.

8 Fruttero e Lucentini, in I. Asimov, Cronache della galassia, introduzione, Oscar Mondatori; Foundations, 1952.

9 William Shatner, Diario del capitano, 1999, Roma, Fanucci Editore.