Editoriale

Pacs e DI.CO: un'ulteriore tappa

della crisi umanistica

                                                      di    Antonio Scacco

 

In tutte le epoche e in tutte le civiltà, la famiglia, come istituzione fondamentale della società formata da due individui di sesso diverso e finalizzata alla procreazione e all'educazione della prole, ha sempre avuto grande importanza e riscosso profondo rispetto. Poeti e scrittori ne hanno tessuto gli elogi e ne hanno messo in risalto la grande carica di umanità che circola al suo interno. Il sommo poeta greco Omero, descrivendo nell'Iliade il sanguinoso assedio decennale di Troia, tra il cozzare delle spade, il turbinio sposi.jpg (9974 byte)della polvere, l'urlo dei feriti e il rantolo dei morenti, non dimentica gli affetti familiari, come dimostra il seguente struggente colloquio, descritto nel VI canto, tra l'eroe troiano Ettore e sua moglie Andromaca: "Or mi resti tu solo, Ettore caro, - tu padre mio, tu madre, tu fratello, - tu florido marito. Abbi deh! Dunque - di me pietade, e qui rimanti meco - a questa torre, né voler che sia - vedova la consorte, orfano il figlio".
Oggi, tutto questo rischia di andare in soffitta e, addirittura, di essere censurato. Scrive Mario Palmaro, docente presso la Facoltà di Bioetica dell'Università Pontificia "Regina Apostolorum" di Roma: "Con l'avvento dei Pacs, nulla impedirà che sia adottato un analogo codice per evitare discriminazioni nei testi scolastici contro le coppie omosessuali. Anzi, occorrerà promuovere la parificazione delle "differenti tendenze sessuali", garantire un certo numero di disegnini che raffigurano "la vita quotidiana delle coppie omosessuali" e, ovviamente, evitare di insistere su "antichi stereotipi legati a idee superate di famiglia come unione fra persone di sesso diverso". Di più: dovranno essere cambiati anche i libri di fiabe, perché sarà giudicato discriminatorio raccontare storielle dove un coniglietto ha un padre e una madre di sesso diverso"1.
Come si è arrivato a tanto? La diagnosi è presto detta: la profonda crisi umanistica che affligge l'Occidente, iniziata con la rivoluzione scientifica galileiana e proseguita con quella industriale.
Da allora, la società da statica che era, è diventata estremamente dinamica. In passato c'erano certo i cambiamenti, ma avvenivano ad un ritmo molto lento e l'uomo aveva una visione armonica del mondo e di se stesso. Oggi, i cambiamenti si susseguono ad un ritmo così vertiginoso che producono disorientamento e lasciano l'uomo della strada smarrito e angosciato. Il sociologo americano Alvin Toffler ne ha parlato come di una malattia e l'ha definita future shock: "Se lo choc del futuro fosse soltanto una questione di disturbi fisiologici, sarebbe più facile prevenirlo e guarirlo. Ma lo choc del futuro aggredisce anche la psiche. Così come il corpo cede sotto la tensione dell'eccesso di stimolo ambientale, la "mente" e i suoi processi decisionali si comportano capricciosamente quando sono sovraccarichi. Facendo funzionare in modo indiscriminato i motori del mutamento, possiamo minare non soltanto la salute di coloro che meno sono in grado di adattarsi, ma la loro stessa capacità di agire razionalmente a proprio favore"2.
Ma un altro e più grave fattore ha innescato ed accelerato la crisi umanistica: l'attacco alla religione da parte dello scientismo positivista. Si è cominciato con il caso Galileo, accusando la Chiesa di essere dogmatica ed oscurantista, e si è finito con l'affermare che la realtà conoscibile è solo quella quantificabile e misurabile, escludendo così la metafisica e la teologia dal processo cognitivo.
Il mondo è praticamente diventato una gigantesca macchina, che si può smontare e rimontare pezzo per pezzo. Alla stessa stregua è concepito e trattato l'uomo, tant'è vero che già agli inizi del sec. XIX lo storico e saggista scozzese Carlyle poteva affermare: "Se ci chiedessero di caratterizzare con una sola parola questa età che è la nostra, noi saremo tentati di definirla non: l'età eroica, o religiosa, o filosofica, o morale, ma soprattutto: l'età meccanica […]. Gli uomini sono diventati dei meccanismi nella testa e nel cuore, così come nelle mani"3.
Due sono le sindromi che scaturiscono da una siffatta situazione: la paura del futuro e la crisi di identità. Entrambe si riflettono negativamente sulla famiglia. Quest'ultima - come si sa - è eminentemente un progetto di vita, è la volontà di legarsi stabilmente a un individuo di sesso diverso per la generazione eticamente responsabile di una nuova vita. È evidente che una persona, quando è immersa in un humus socioculturale dove non ci sono punti fermi e tutto muta velocemente, non è invogliata a mettere su famiglia e ripiega su rapporti effimeri: le coppie di fatto. Ben più grave è la conseguenza che scaturisce dalla crisi di identità, il cui mancato superamento determina, nei giovani, patologie nella sfera della sessualità: l'omosessualità. Oggi, potenti lobbies tendono a far passare come normale una tale devianza e premono perché nelle legislazioni dei vari Paesi sia introdotto il riconoscimento delle coppie gay e lesbiche con relativa adozione di bambini.
Si tratta di una ideologia - quella di distruggere la famiglia tradizionale - che non porta da nessuna parte. La famiglia è la cellula-base della società. Essa, come da sempre ci insegnano i pedagogisti, è "il primordiale e più naturale organo educativo […] i bisogni della nascente personalità del bambino, le risorse dell'amore paterno e soprattutto materno […] fanno della famiglia, quando sia normalmente costituita, un organo insostituibile per l'educazione dell'uomo"4. La sua disintegrazione non solo non consente il superamento dell'attuale crisi umanistica, ma rischia di travolgere definitivamente ciò che resta della nostra civiltà.

 

N O T E

1 MARIO PALMARO, Attenti alla società omosessuale, in "Il Timone" n.60, anno IX, febbraio 2007, Milano, p.39.

2 ALVIN TOFFLER, Lo choc del futuro (Future Shock, 1970), Rizzoli, Milano 19722, p.341.

3 THOMAS CARLYLE, Segni dei tempi (Signs of the Times, 1829), in VALERIO CASTRONUOVO, La rivoluzione industriale, Sansoni, Firenze 1973, pp.114-115.

4 GIOVANNI CALÒ, Corso di pedagogia, vol. I, Ed. Principato, Milano 1958, pp.10.110.