FRANCESCO
AGNOLI-ALESSANDRO PERTOSA, Contro Darwin e i suoi seguaci, Editrice Fede
& Cultura, Verona 20062, pp.93, 8,50.
Non trattandosi di un testo specificamente di fantascienza, la
recensione di questo libretto di Agnoli e Pertosa potrebbe sembrare, a prima vista, non
pertin
ente con la linea editoriale della
nostra rivista. Noi siamo convinti del contrario, soprattutto per due motivi: a) sono
molti i romanzi di fantascienza ispirati al darwinismo. L'amico Enrico Leonardi ce ne
offre un esempio nel suo saggio, pubblicato in questo numero. Personalmente, ne abbiamo
recensito almeno tre: sul n.48, Il pianeta delle scimmie di P. Boulle e sul n.49, Città
di stelle di G. Benford e Mai più umani di N. Kress; b) il darwinismo e la
tesi ad esso contrapposta, l'intelligent design, sono al centro dell'attuale
dibattito socio-culturale e attirano l'attenzione del grande pubblico. Pensiamo, perciò,
che non sia del tutto fuor di luogo segnalare all'attenzione degli appassionati di
fantascienza il vivace, semplice e sintetico volumetto di Agnoli e Pertosa.
L'originalità del loro lavoro consiste soprattutto nell'avere
sottoposto la teoria delle origini dell'uomo di Charles Darwin ad una indagine critica non
dal punto di vista strettamente scientifico, ma da quello filosofico. Infatti, il
darwinismo non ha niente da spartire con la scienza sperimentale, ma è pura e semplice
ideologia: "Nell'esporre la sua ipotesi di un evoluzionismo trasformista, infatti,
Darwin non solo ignora i meccanismi dell'ereditarietà, al punto di non degnarsi neppure
di leggere uno scritto inviategli dal povero monaco Gregor Mendel (1822-1884), ma
costruisce un'ipotesi sull'uomo fondandosi solo sulle affinità morfologiche,
fisiologiche, e secondo lui psicologiche, con gli altri mammiferi. Come se la somiglianza
tra una moto ed una bicicletta, o tra una poesia di Dante e una ricetta di cucina,
bastassero a dimostrare la derivazione delle prime dalle seconde, o viceversa. In verità
Darwin non ha prove storiche, paleontologiche, e si limita a ritenere che un giorno
verranno scoperti i famosi anelli mancanti, intermedi, testimonianze della transizione
graduale da una specie all'altra. Tali anelli sono stati cercati, ma il risultato sembra
essere solo l'accumularsi di errori, di casi incerti, oltre che di falsi ideologici certi,
come l'uomo di Piltdown, o molto probabili, come l'uomo della Cina, o Sinatropo"
(pp.21-22).
Non è, dunque, con il metro del metodo sperimentale che va analizzato
il darwinismo, basato, come si sa, su tre fattori vaghi e indefiniti quali: la selezione
naturale, il tempo e il caso; ma con quello filosofico-ideologico. E qui emergono i suoi
agganci e la sua filiazione da quella concezione materialista, panteista, ateista ed
edonista, che va sotto il nome di positivismo e il cui obiettivo è di proclamare
la scienza come l'unica "religione" autentica e di eliminare la metafisica e
l'idea di Dio creatore dalla mente e dal cuore degli uomini. Sfilano, così, davanti ai
nostri occhi, la figura e l'opera di Saint-Simon, il padre fondatore del positivismo, di
Auguste Comte e di Herbert Spencer, l'obiettivo dei quali è di rifiutare "di
riconoscere alla filosofia un ambito autonomo rispetto alla scienza ed anzi definisce tale
pretesa di autonomia come vana chimera, espressione di una mentalità prescientifica o
addirittura antiscientifica" (p.12).
Con tali ascendenze tutt'altro che esaltanti, il darwinismo non poteva
che approdare al razzismo e all'eugenetica. Tant'è vero che all'ombra dei suoi contorti
rami hanno trovato conforto e ristoro filosofi come Nietzsche, le cui pagine
"trasudano odio, disprezzo, orgoglio luciferino, sino, letteralmente, alla
follia" (p.64), o politici come Hitler, Marx, Mussolini
Quanto al primo,
replicando a certi intellettuali nostrani che imputano a Tizio, Caio o Sempronio
l'interpretazione razzista e nazista del suo pensiero, Agnoli e Pertosa scrivono:
"Nietzsche fu senza dubbio un profeta del nazismo, per moltissimi aspetti. Pensiamo a
quel suo insistere di continuo sulla necessità della schiavitù, per la sopravvivenza
della civiltà. Non può trattarsi di una semplice metafora: conosce bene, infatti, la
polemica viva negli Stati Uniti, in Russia ed anche in Prussia, proprio in quegli anni,
tra abolizionisti ed antiabolizionisti" (p.64). Altri esiti negativi del darwinismo
sono - secondo i due Autori - il pietismo, l'animalismo e il biologismo, come testimoniano
l'opera e la figura del celeberrimo medico Umberto Veronesi: "Ecco spiegato il
celebre discorso di Veronesi (Corriere della Sera, 15/5/2005) sul suo essere
"animalista e vegetariano", e nel contempo sull'uomo che equivale geneticamente
allo scimpanzé, per poi legittimare la sperimentazione occisiva sugli embrioni umani!
[
] non "animali razionali" capaci di pensiero e amore, ma solo bestie di
un branco [
] parte di un grande disegno biologico che prevede quattro tappe.
Nascere, procreare, allevare figli, morire" (pp.77-78).
Visti i paradossi, le contraddizioni e le lacune, non si riesce a
capire come mai la teoria evoluzionistica di Charles Darwin si sia imposta e diffusa
rispetto ad altre teorie consimili, ma di altro spessore e stampo scientifico e teologico
come, ad esempio, quella di un Jean-Baptiste Lamarck o di un Alfred R. Wallace. La
spiegazione, secondo noi, risiede, in primo luogo, nella scarsa comprensione dello shock
culturale o future shock, provocato dall'impatto sulla nostra società della
scienza moderna (la scienza galileiana, per intenderci), che ha determinato una vera e
propria svolta storica o mutazione antropologica; in secondo luogo, nello spiazzamento dei
ceti aristocratici di fronte all'affacciarsi sul proscenio della storia dei ceti
subalterni, spiazzamento che i ceti nobiliari cercano di attutire e di volgere a loro
favore, con la creazione darwiniana di classifiche di valore tra razze superiori e
inferiori, deboli e sani, ricchi e poveri.
Antonio Scacco