FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XIX - ottobre 2007 - n.50 (nuova serie)

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Future Shock n.50

Editoriale

Narrativa

Elisabetta Modena, L´eterno ritorno dell´uguale

Luciano Nardelli, Naiade

Domenico Volpi, Non bisogna far piangere i calcolatori

 

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'Autore che ringraziamo, le seguenti pagine, tratte dal romanzo Gli ufo vengono da Cipango (1977), dove si narra di un pianeta governato da un Calcolatore, "il Grande Cervello". Con la scusa di un'esercitazione militare, i generali si impadroniscono del Grande Cervello e, per acquistare subito prestigio agli occhi dei loro concittadini, lanciano il progetto di un impero interstellare, di cui il primo tassello sarà costituito dal pianeta Terra. Il Grande Cervello, a cui viene sottoposto il piano di invasione, prima di dare il suo assenso, chiede di esaminare dal vivo alcuni esemplari terrestri, per capire se certe stranezze comportamentali dipendano dal virus della pazzia, che potrebbe infettare anche gli invasori cipanghesi. Vengono prelevati ed esaminati i rappresentanti di alcuni aspetti della vita terrestre: un arbitro, un politico, un giornalista, un pubblicitario. Il risultato dell'esame è negativo. Si decide di passare ai bambini, nella speranza che, forse, per la loro giovane età, sono ancora immuni dal virus che colpisce gli adulti.

Non bisogna far piangere

i Calcolatori

(dis. di Davide Cattaneo)

                                             di   Domenico Volpi

 

La mamma fece capolino per vedere se i bambini dormivano. Sospirò di sollievo: Marco e Lucia, dopo una giornata più tumultuosa del solito, giacevano finalmente immobili nei loro lettini, coperti dalle lenzuola. Dopo l'afa del giorno, il "ponentino", la fresca brezza proveniente dal mare, ripuliva Roma della calura e dell'aria stagnante. Una spettacolare luna piena inargentava la città. Sullo zenith del Colosseo, immobile e invisibile, stazionava l'astronave di Carrt in attesa.

volpi1.jpg (32108 byte)Quando aveva ricevuto l'ordine di prelevare due bambini terrestri, il capitano aveva esitato, ma immediatamente i Sussurranti — forse intuendo i suoi dubbi — gli avevano fatto pervenire l'ordine:

— Esegua la missione. I nostri piani non sono cambiati.

Peccato che, a portare le istruzioni, non fosse venuta lei, la ragazza dai capelli rossi e dagli occhi a mandorla. Carrt si proponeva di rintracciarla, il giorno in cui quell'incubo fosse finito. Ormai, in un modo o nell'altro, ogni ora rendeva assai più vicina la conclusione: l'invasione della Terra o (ma come?) la fine del regime militare.

Il grande imbuto del Colosseo rifletteva l'energia sull'astronave, che intanto la sfruttava per rendersi totalmente invisibile.

La mamma richiuse con cautela la porta e andò nell'altra stanza a sedersi tranquillamente accanto al marito, e insieme cominciarono a vedere un telefilm giallo alla televisione.

Marco aprì un occhio e sussurrò:

— Dormi?

Lucia li spalancò entrambi:

— No.

— Andiamo fuori a vedere la luna.

Scesero dai lettini con un salto, e a piedi scalzi uscirono sul piccolo terrazzino; le mattonelle conservavano ancora il calore del sole che le aveva arroventate. In basso, una viuzza della vecchia Roma sembrava una ferita nera e profonda nel corpo della città; solo i tetti delle automobili parcheggiate in fila ininterrotta rilucevano appena, dato che i raggi lunari non riuscivano del tutto a penetrare fin laggiù. Di fronte, una distesa di tegole, di terrazzini, di tetti, di biancheria stesa che il vento agitava festosamente, e il pigro passeggiare di gatti felici. In alto, un ciclo notturno in cui la luna s'era mangiata tutte le stelle e dominava sovrana. Gli altri mondi sembravano non esistere. Il sole stesso, che aveva arso le pietre millenarie, era ormai dimenticato. L'universo intero sembrava raccolto in quel rapporto di attrazione Terra-Luna.

L'astronave si avvicinò al terrazzino. Benng stava per eseguire la solita manovra di cattura con il raggio antigravitazionale, quando il capitano lo fermò :

— Aspetta. Non voglio prendere quei bambini di sorpresa. Non desidero ingannarli... Togli la mascheratura dal loro lato.

— Ma che dici comandante? Ci vedranno!

— Spero che ci vedano soltanto loro. Esegui gli ordini.

Gli schermi di luce polarizzata caddero, lungo tutto il lato destro.

Marco e Lucia erano sul terrazzino estatici. Si godevano la notte, i gatti, il vento e la luce.

— Guarda, Lucia, c'è un'altra luna ! — gridò Marco, eccitato.

— Che bella! È qui tutta per noi.

Il raggio gravitazionale non piombò sui due per ghermirli all'improvviso, ma formò una scala dai colori cangianti, che conduceva all'astronave. Lucia batte le mani, felice.

— Vieni — disse Marco. Prese la sorellina per mano e cominciò a salire i gradini luminosi.

In quel momento Romoletto, detto "Sbornia fissa", uno degli ultimi vetturali romani, uscì dall'Osteria del Morino con quanto restava d'un fiasco di Frascati, mezzo litro appena. Era intenzionato a far bere anche il cavallo. La carrozzella era in sosta nella piazzetta Mattei, a pochi passi, parcheggiata maldestramente in modo da ostruire in parte lo sbocco d'una stradicciola.

— Nun te preoccupa, cavallo mio! — biascicò Romoletto, mentre dava il vino al quadrupede dentro una ciotola. — Là dietro, 'na vorta ce staveno li cancelli che chiudevano er Ghetto, er quartiere de li Giudìi ; mo' ce stanno solo le ròte nostre, vedi cr progresso de la civirtà ?

Il cavallo leccò la ciotola.

— Bravo, t'è piaciuto come ar solito, eh? Io, a la faccia der progresso, me vado a fa' n'antro litro.

E, brandendo il fiasco ormai vuoto, indietreggiò barcollante fino al centro della piazzetta, evitando per un pelo l'orlo della fontana delle Tartarughe. La guardò come se la vedesse per la prima volta: dalla vaschetta inferiore, quattro ragazzi di bronzo di delicatissima fattura reggevano con una mano quattro delfini e con l'altra sospingevano quattro tartarughe a bere nella fontana superiore. Il tremolio dei raggi lunari rendeva la scena quasi animata. "Sbornia fissa" rimase incantato solo un istante, ma tanta bellezza non fece effetto su di lui :

— Acqua! — gemette, indietreggiando come dinnanzi a una spiacevole visione.

Alzò gli occhi al ciclo affinché lo proteggesse dall'umidità e vide nettamente stagliarsi, sopra le case, un disco volante dal quale scendeva una scala iridescente.

Si schiaffeggiò la faccia. Guardò di nuovo, la visione era ancora lì. Sulla scala vide due figurette che salivano, salivano... Si rivolse verso la fontana : forse una doccia gli avrebbe schiarito le idee, ma non ebbe tanto coraggio. Gettò via il fiasco vuoto come se scottasse, saltò a cassetta e scomparve con la carrozzella nel dedalo dei vicoli, seminando il terrore fra i gatti randagi.

Un automobilista lo gratificò d'una nota parolaccia romana ma, caso strano, Romoletto — che in altri casi sciorinava un vocabolario ricchissimo — non rispose neppure.

La scala iridescente era anche magica, aiutava a salire. Il raggio gravitazionale facilitava dolcemente la fatica dei bambini, che si sentivano senza peso, come nei sogni.

Davanti al portello spalancato, il comandante in persona diede loro il saluto:

— Benvenuti a bordo !

Marco, che aveva otto anni, si guardò attorno con attenzione e ricordò un film di fantascienza visto alla Televisione:

— Non è la luna. È un disco volante — disse, senza alcun timore.

— Non è vero, è la luna, la mia luna — insistette Lucia. Ed entrarono nell'astronave. Non avevano mai né vissuto né sognato un'avventura così bella.

* * *

La grande sala del calcolatore sembrò ai due bambini un'immensa luminosa sala giochi.

Luci rosse gialle verdi blu bianche, pulsanti colorati, vibrazioni luminose sulla grande massa cubica.

Era stato difficile, per i generali, decidere quale atteggiamento prendere nei confronti di questi ultimi esemplari terrestri, all'esame dei quali erano dedicate tutte le energie — o più esattamente, tutta l'energia — disponibili sul pianeta.

Nella sala del calcolatore, pochi istanti di tempo venivano dilatati in ore dai fasci di energia. Ognuno di quegli istanti era prezioso per la grande avventura di conquista stellare, eppure non si poteva avere fretta.

Kosst e Luccz avevano proposto metodi più sbrigativi :

— Negli adulti non abbiamo trovato microbi capaci di dare forme di pazzie. Ora, con questi piccoli, facciamo una semplice analisi medica. Se troviamo un microbo più attivo e violento di quelli presenti negli adulti esaminati finora, e bisogna riconoscere che questi Terrestri ne portano addosso un assortimento eccezionale... — aveva proposto Kosst torcendo il naso con disgusto — lo facciamo esaminare. Probabilmente troveremo in esso il bacillo della pazzia terrestre che comincia ad agire, e potremo predisporre un antidoto.

— Si può fare — avevano accettato gli altri, dando ordine di rinforzare il servizio medico. Sulla faccia ossuta di Kosst, la smorfia di disgusto era rimasta, disegnata netta dai muscoli, come una maschera. Ma Luccz aveva aggiunto :

— Non credo che si tratti d'una semplice questione medica. È questione di carattere, di moralità, di disciplina: i Terrestri sono così perché sono dei selvaggi, totalmente privi di educazione e di autocontrollo. Io proverei con i due bambini: farli scattare, un-due, attenti-riposo, ordine, obbedienza cieca pronta assoluta... In poche ore di tempo dilatato, cioè in una ventina di secondi di tempo terrestre, vi farei vedere io come si eliminano ogni forma di pazzia o di stranezza ed ogni comportamento irregolare.

Il Grande Cervello, a cui un buon riposo e una nuova alimentazione elettrica avevano ridato nuova energia, esaminò allora la questione, la riassunse ed emise il suo parere:

— Abbiamo stabilito che è assolutamente necessario osservare il comportamento degli indigeni della Terra nei loro primi anni, prima che la società eventualmente li infetti e li modifichi. È bene che questo comportamento sia osservato quando i cuccioli di Terrestre sono completamente liberi, spontanei, allo stato naturale. Il mio suggerimento è che il salone sia completamente sgombro; i signori generali dovrebbero ritirarsi in un luogo da cui potessero osservare tutto ciò che accade...

Un consiglio cosi autorevole doveva essere seguito per forza. I generali si accinsero a ritirarsi, ma Papps rimase seduto al banco di comando. — ... Anche lei, signor Presidente — aggiunse Salomone con grande rispetto. Peccato che le ultime emozioni avessero guastato la perfezione della sua voce : non c'era più il timbro flautato, e a tratti il calcolatore gracchiava un po'.

La Giunta Militare si era dunque ritirata in un angolo. Era stato costruito, in tempi rapidissimi, un "locale di osservazione" che aveva una parete "speciale": dal lato della scala di comando appariva come un enorme specchio, che rifletteva le immagini, mentre dall'interno era completamente trasparente e permetteva la visione completa del salone.

Quando i ragazzi entrarono, gli alti ufficiali erano tutti là dietro, invisibili.

Prima di ritirarsi definitivamente il Presidente, come un buon padre, aveva ridotto di molto la velocità delle poltrone movibili ed annullato tutti i pulsanti che, premuti per gioco, potessero danneggiare il calcolatore o trasmettere ordini inopportuni.

Marco e Lucia fecero i primi passi nel salone di slancio, come se entrassero nel regno delle Fate. Rimasero dispiaciuti di non vedere nessuno, ma cominciarono subito ad esplorare quel luogo affascinante.

La bambina si arrampicò su una poltrona salendovi prima con le ginocchia e poi con le scarpe e restò abbracciata allo schienale, quando essa si mosse dolcemente.

— Strano modo di salire e di stare su una sedia! — commentarono i generali...

— È molto simile all'arrampicarsi delle loro scimmie sugli alberi — fece notare Fennd, prima che un'idea simile venisse al presidente.

Lucia viaggiava per la stanza, tra luci colorate, sul suo strano veicolo.

— Che bello, Marco! Vieni anche tu. Il bambino salì su un'altra poltrona e, sempre stando in piedi, con il petto che poggiava contro lo schienale, si mise a viaggiare per la stanza.

— Facciamo la giostra ! Facciamo la giostra ! — cantilenarono in coro mentre le due poltrone giravano in tondo, una seguendo l'altra.

I generali, dietro il vetro " speciale ", si guardarono :

— Comportamento incomprensibile.

— Modo assurdo di usare un sedile.

— Atteggiamento del corpo non abituale.

— Conclusione: forse sono già contagiati.

Appena sbarcati dall'astronave, sulla porta stessa della sala di comando, cuscini di gomma morbidissimi e piacevoli soffi d'aria avevano prelevato dal loro corpo molti tipi di microbi, come già era avvenuto per gli altri ospiti, e intere legioni di scienziati li stavano studiando.

— Avete trovato qualcosa? — domandò loro Papps, tramite il calcolatore con il quale restava in comunicazione a mezzo di telecomandi.

La risposta tardò un po', intanto i bambini scorrazzavano per la stanza:

— La nostra attenzione si è fermata su due microrganismi non presenti negli adulti Terrestri finora osservati...

— Forse ci siamo... — sussurrò il Presidente alla Giunta.

— Messaggio urgente, precedenza assoluta — segnalò il calcolatore. Tutti stettero in religioso ascolto.

Il Grande Cervello sussurrò, velandosi di viola per la vergogna :

— Prego lor signori di scusarmi... di perdonarmi. Avrei dovuto pensarci prima, ma da qualche tempo mi sento un po' strano, esaurito. Ho dimenticato di dire che, trattandosi di bambini, è indispensabile l'intervento di uno psicologo che possa interpretare le loro azioni e confrontarle con quelle dei bambini " normali " : i " nostri ", intendo... Oh, scusate ancora: volevo dire i "vostri".

I bambini furono divertiti dal cambiamento di colore della parete, i generali dovettero rimediare d'urgenza. La celebre dottoressa Sarrd, autorità planetaria in fatto di psicologia infantile, fu strappata alle sue profondissime riflessioni: stava cercando di capire il senso di una pernacchia a lei indirizzata dal più piccolo dei suoi figli... Per il bambino, si trattava di un suono divertente emesso con la lingua fra le labbra; per la madre psicologa le interpretazioni potevano essere diverse: crisi d'autorità materna, affermazione di autonomia, preferenza per i suoni volgari, desiderio di liberazione...

II problema era grave. Il bambino emise una seconda pernacchia, che questa volta voleva dire: "Sono stufo di essere esaminato e confrontato ad ogni cosa che faccio". La dottoressa stava per rivolgersi al calcolatore per consultare, suo tramite, alcuni testi della biblioteca centrale quando il Grande Cervello la chiamò con precedenza assoluta, via antenne personali.

Dovette lasciare le sue importanti riflessioni per affrontarne di più gravi, nell'interesse di Cipango.

Marco intanto si era avvicinato al banco di comando e, trovando parecchi pulsanti di vario colore, ne spinse alcuni a caso.

— Vieni, Lucia, guarda !

A seconda dei pulsanti premuti a caso, uno dopo l'altro senza intervalli, si accendevano qua e là sulla parete luci e schermi, apparivano e scomparivano immagini, si udivano frammenti di suoni. Anche la bambina trovò il giuoco divertente e spinse altri bottoni colorati.

La manovra doppia dei tasti non era stata prevista. Fin dalla nascita, i fanciulli di Cipango erano educati a spingere un pulsante e ad attendere la risposta, che poteva essere un pasticcino oppure una musichetta. Questi due Terrestri invece spingevano più pulsanti insieme, e il calcolatore non riuscì a sopportare la situazione :

— Oh, no, ragazzi... Basta, basta! Mi fate il solletico. Oh, oh, oh, mi fate morire! Smettetela! Vi prego, state fermi!

Sorpresi dall'intervento di quella voce, Marco e Lucia fermarono le mani e guardarono l'enorme parete, ora tornata grigia.

— Chi sei? — domandarono. Il ragazzo prese per mano la sorellina, per proteggerla.

— Sono il Grande Cervello di Cipango. Salomone, per gli amici.

— Ciao, Salomone! Ma dove stai?

— Sono qui davanti a voi. La mia faccia è molto grande, occupa tutta la parete della stanza.

Lucia guardò la parete e sussurrò a Marco :

— Io non vedo nessuna faccia.

In quel momento la dottoressa Sarrd entrò nel "locale di osservazione" e gettò un'occhiata sul gruppo dei generali: li disprezzava tutti, perché era sicura che — con l'aiuto della psicologia — avrebbe potuto governare assai meglio di loro. Poi guardò quanto accadeva nella stanza, udì la conversazione fra i Terrestri e il calcolatore e cominciò ad inorridire.

— Neanche io vedo una faccia. Ehi, Salomone, fatti vedere. Non ti nascondere. Non è divertente giocare con uno che non si vede"

— Io sono un cubo. Quella che avete davanti a voi è una faccia del cubo.

— Ma non si chiamava Salomone? — disse Lucia.

— Non ci capisco un cubo — ammise Marco. Dietro lo specchio "speciale", la psicologa aveva già le mani nei capelli:

— Incredibile ! I bambini terrestri non hanno alcuna idea dei solidi geometrici. I nostri piccoli Cipanghesi ricevono fin dalla nascita piramidi e parallelepipedi, cubi e coni, e rapidamente imparano a distinguere facce, spigoli, vertici eccetera, così si formano una mentalità scientifica. Sulla Terra, i bimbi vengono dunque lasciati nella barbarie?

Le risorse della psicologia e della dottoressa Sarrd erano comunque molteplici:

— Presto ! — comandò ai generali — Mandate a prendere a casa mia i numerosi giocattoli educativi che vi si trovano, così saggeremo le reazioni di questi piccoli sottosviluppati!

La Giunta Militare fece eseguire l'ordine con la maggiore rapidità possibile.

Intanto, Salomone aveva capito che, per presentarsi ai bambini, doveva fabbricarsi una faccia simile a quella umana. Accese due grandi schermi televisivi in alto, a mo' di occhi; si disegnò un naso facendo aumentare la temperatura d'un fascio di circuiti che diventarono rossi disegnando una riga verticale; e con un ovale di luci si formò una bocca. Marco e Lucia risero, battendo le mani.

— Ora ti vediamo, Salomone!

— Sei buffo, sembri un mascherone.

— Ci racconti una favola? — chiese Lucia, ma il fratello la trascinò di nuovo verso le poltrone.

— Non voglio sentire una favola. Voglio giocare al treno. E tu, Salomone, stai a guardare.

I sedili, nonostante il motorino che li rendeva mobili, erano leggerissimi, in lega di metalli speciali. Fu facile ai bambini rovesciarli e metterne tre in fila uno dietro l'altro, lo schienale di uno incastrato nella base a rotelle del precedente. Poi cominciarono a spingere a braccia, da dietro, facendo muovere tutta la fila con un po' di fatica.

— Tu-tu ! Ecco il treno che passaaa !

— Ciuff, ciuff, ciuff...

— Tu-tum, tu-tum, tu-tum...

— Fiiii!

L'imitazione era perfetta, le poltrone scivolavano sul pavimento lucidissimo, ma nel "locale di osservazione" regnava il più grande disorientamento.

— Possibile che non si accorgano che non è un treno e che sono solamente delle sedie? — mormorava Nidds, esterrefatto.

— Perché le spingono coricate a terra, quando invece hanno visto che hanno delle ruote e si muovono da sole con un motore? — domandava Zippg, perplesso.

E il Presidente ribadiva :

— Un treno, sia pure un treno terrestre, è tutt'altra cosa: sarebbe evidente per chiunque !

La psicologa guardava affascinata quei nuovi soggetti da esperimento e diceva ad alta voce:

— Tipici casi di ignoranza e di percezione distorta della realtà... Vedono le cose come vorrebbero che fossero, e non come sono... Incredibile, se non lo vedessi con i miei occhi.

In quel preciso istante, suo figlio distribuiva pernacchie ai poliziotti di Fennd che requisivano temporaneamente vari giocattoli.

1977 © by Domenico Volpi

 

 

DOMENICO VOLPI, nato a Roma, viene dal giornalismo per ragazzi. È stato il redattore capo del mitico settimanale "Il Vittorioso" ed ora redige "Pagine Giovani", rivista del Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile. È autore, oltre che di romanzi di vario genere, di libri di fiabe e di opere di divulgazione storica e geografica, anche di tre romanzi di fantascienza per ragazzi: S.O.S. dallo spazio (La Scuola, 1961), Gli UFO vengono da Cipango (SEI, 1977), Anche i robot hanno un cuore (Salani, 1993).