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La fantascienza come guida
e la crisi dell'Europa
di Antonio Scacco
Già nella prima metà del secolo scorso, alcuni saggi famosi dal
titolo eloquente: Il tramonto dell'occidente (1922) di Oswald Spengler, La crisi
della civiltà (1935) di Johan Huizinga, La fine dell'epoca moderna (1950) di
Romano Guardini, ecc., segnalavano la grave crisi etica, sociale e culturale che
attanagliava la società occidentale e, in particolare, l'Europa.. Oggi, il problema non
sembra essersi risolto, ma maggiormente acuito. In due recenti libri: L'eclissi
dell'Europa. Decadenza e fine di una
civiltà (2006) di Sabino Acquaviva e Il dramma dell'Europa senza Cristo (2006)
di Massimo Introvigne, è tracciato un quadro desolante del declino culturale, morale,
politico ed economico della nostra civiltà: «L'Europa sembra ormai quasi priva di
quell'umanità, di quella presenza collettiva, proposta dal cristianesimo e dal
socialismo, che rende ricco l'animo umano. Per questa ragione, malgrado tutto, malgrado il
fatto che sono sfruttati e precari, filippini, indiani, cinesi, arabi e africani che
incontriamo nelle strade delle nostre città, spesso sorridono. Gli europei, santi, eroi e
navigatori ormai in pensione, quasi mai»1.
Qual è la causa princeps che ha
dato origine a quello che sembra il tramonto di una civiltà? Secondo noi, è stato il
traumatico cambiamento - da vero e proprio shock culturale - innescato nella nostra
società dalla scienza moderna: la rivoluzione scientifica galileiana, per
intenderci.
Ben diversamente da quella
antica, la scienza moderna non rimane pura teoria, ma tende ad applicare le regole di
precisione dell'epistéme alla praxis, al mondo del pressappoco, a creare
cioè perfezionati strumenti tecnologici2. Nasce così la civiltà
tecnologica, la cui caratteristica principale è la velocità esponenziale dei
cambiamenti, di fronte ai quali il nostro mondo mentale è impreparato: "Noi
continuiamo, inconsciamente, a contare con misure rigide, come se i cambiamenti
avvenissero sempre con lo stesso ritmo: come se gli ultimi dieci anni fossero più o meno
uguali ai dieci anni precedenti, o a quelli ancora prima, o ai dieci anni futuri. In
realtà, è con un diverso orologio mentale che dobbiamo valutare tempi e misure. [
]
Dalla fine della guerra ad oggi, non sono quindi passati trent'anni, ma secoli o
millenni"3.
Di fronte ai mutamenti così rapidi e
radicali prodotti dalla scienza, l'uomo "tecnologico" vive in uno stato di
smarrimento e di angoscia ed è preda della malattia del nostro tempo (choc del futuro
o future shock), che il sociologo Alvin Toffler ha efficacemente descritto nel suo
"best seller" dall'omonimo titolo4.
Due personaggi storici testimoniano quale
fosse la condizione socio-psicologica dell'uomo, prima e dopo l'avvento della scienza
moderna: il filosofo e matematico francese Charles de Bouelles (1483-1553), noto anche con
il nome latino di Carolus Bovillus, e il poeta inglese John Donne (1572-1631). Il primo è
l'esponente tipico dell'uomo pre-scientifico, che si sente psicologicamente e socialmente
tranquillo. Il suo mondo è una realtà ben ordinata, in cui ogni cosa ed ogni essere ha
il suo posto. Perciò, Bovillus poteva affermare, senza tema di smentita: "Hunc
mundum haud aliud esse quam amplissimam hominis domum".
Ben diversa è l'opinione di John Donne.
Egli vive nel clima storico della rivoluzione scientifica galileiana e ne subisce lo shock
culturale, come testimoniano questi suoi versi: "[
] la nuova filosofia pone
tutto in dubbio/ l'elemento del fuoco è affatto spento;/ si sono persi il sole e la
terra, né ingegno d'uomo/ può bene indirizzare a dove cercarli/ [
] tutto è in
pezzi, ogni coerenza se n'è andata,/ ogni giusto supporto e ogni relazione"5.
Tuttavia, l'impatto della scienza moderna
sulla nostra società non basta a spiegarne del tutto la crisi. Ad esempio, altre società
ed altre culture: quella giapponese, quella cinese, quella indiana e, persino, quella
islamica, hanno reagito ben diversamente al vento del futuro. Da noi, invece, sulla
scienza ha avuto un influsso negativo il Positivismo scientista, il quale coltivò - e
continua a coltivare - la fallace illusione che la scienza sia l'unico strumento di
conoscenza e l'unica guida sicura per l'agire umano. Da ciò, la svalutazione della
filosofia e della teologia e il diffondersi del materialismo, del relativismo e del
nichilismo, veri e propri tossici per il corpo sociale, palle di piombo al piede per
proiettarsi fiduciosamente nel futuro, elementi di discordia e di dissoluzione sociale.
Ma la scienza da sola non basta ad
umanizzare l'uomo: essa non ci può dare né indicazioni di fini, né giudizi di valore.
La sua egemonia sulla società non può che causare disastri, come ci ammonisce Stanislaw
Lem con il suo romanzo Pianeta Eden (Eden, 1959), dove un'astronave terrestre in
avaria è costretta a scendere su un lontano pianeta fuori del sistema solare.
L'equipaggio, una volta sbarcato, si trova di fronte a vuote superfabbriche automatiche, a
dischi volanti perfettamente controllati, a città apparentemente deserte, ma popolate da
esseri malformati e impauriti. Si tratta di una civiltà che ha tentato una mutazione
genetica per fini estetici, ma ha fallito.
Per risolvere, dunque, la grave crisi che
attanaglia l'Occidente e, in particolare, l'Europa, occorre saper guidare lo sviluppo
scientifico e tecnologico. Uno degli strumenti in grado di farlo è, secondo noi, la
fantascienza. Perché? Anzitutto, perché essa affronta problemi scientifici di grande
complessità e attualità: la progressiva esplorazione del sistema solare, l'esistenza di
altre forme di vita e di civiltà, l'intelligenza artificiale, l'energia nucleare, ecc. In
secondo luogo, perché abitua la mente del lettore al metodo della simulazione mentale,
cioè a spingersi in una esplorazione immaginosa delle varie implicazioni connesse ai
problemi politici, sociali, psicologici ed etici che, di volta in volta, vengono alla
ribalta, per capire quali decisioni sarebbe opportuno adottare e quali, invece,
catastrofico prendere. Infine, perché contribuisce a sanare la frattura tra le due
culture di snowiana memoria. Molti scrittori di fantascienza, infatti, sono scienziati:
Isaac Asimov, Gregory Benford, Arthur Clarke, Fred Hoyle, Vernor Vinge, ecc.
È indispensabile però una condizione
preliminare perché la fantascienza possa svolgere la sua funzione di guida: che
vengano istituite cattedre universitarie di fantascienza!
N O T E
1 SABINO ACQUAVIVA, L'eclissi dell'Europa.
Decadenza e fine di una civiltà, Edizioni Riunite, Roma 2006, p.58.
2 Cfr. ALEXANDRE KOYRÉ, Dal
mondo del pressappoco all'universo della precisione, Einaudi, Torino 1980.
3 PIERO ANGELA, La vasca di
Archimede, Garzanti, Milano 19824, pp.77-78.
4 ALVIN TOFFLER, Lo choc del
futuro, Rizzoli, Milano 19722.
5 ALEXANDRE KOYRÉ, Dal
mondo chiuso all'universo infinito, Feltrinelli, Milano 19882, p.30 |
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