PHYLLIS DOROTHY JAMES, I
figli degli uomini (The Children of Men, 1992), Oscar Mondadori, Milano 2006,
pp.316, 8,40.
Ritornato in auge dopo il recente film di Alfonso Cuaròn uscito nelle
sale a novembre 2006, il libro della scrittrice inglese è assai diverso dal film
propostoci, sia per la trama che per la sua concezione ideale (la James vuole rifarsi
esplicitamente al cristianesimo). Non cè traccia della lettura antiterroristica
adotatta da Cuaron, che anzi non rispetta lalto contenuto morale del libro.
Lautrice Phyllis Dorothy James White, Baronessa James of Holland Park, classe 1920,
una
vera auctoritas nel Regno di Sua Maestà (ha ricevuto il titolo di
Baronetta, cioè di Lady, per le sue doti letterarie), ha messo da parte la sua vena da
navigata giallista per spingersi nelle acque più nuove del romanzo di fantascienza con
taglio sociologico. Inserendosi quindi nella scia aperta da Huxley, Bradbury, dal film 2022:
i sopravvissuti del 1973 tratto dal romanzo di Harry Harrison Largo!Largo! del
1966, e così via.
Il romanzo prende le mosse da un fatto che conduce il lettore già dopo
poche pagine nel pieno della tragedia: "Oggi, 1 gennaio 2021, tre minuti dopo
mezzanotte, lultimo essere umano nato sulla terra è rimasto ucciso in una rissa in
un bar di un sobborgo di Buenos Aires. Aveva venticinque anni". Con una narrazione
inquietante, sapientemente condotta, il lettore è subito messo al corrente del fatto che
lumanità è divenuta sterile. La generazione Omega (i nati nel 1995) rappresenta
lultima generazione di uomini apparsa sulla terra, prima che lo sperma umano smetta
di punto in bianco di essere fertile. E la fine dellhomo sapiens. Si legge tra
le righe del romanzo una denuncia atroce della scienza, incapace di rispondere alle
domande ultime delluomo. "La scienza occidentale è stata il nostro dio. Dotata
di molteplici poteri, ci ha preservato, confortato, curato, accudito, cibato e divertito e
noi ci siamo sentiti liberi di criticarla ed occasionalmente di rifiutarla, come da sempre
luomo ha fatto con gli dei, ben sapendo che, nonostante lapostasia, questa
divinità, creatura nostra e nostra schiava, avrebbe continuato a prendersi cura di noi
con anestetici contro il dolore, trapianti di cuore e di polmoni, antibiotici, cinema e
cinematica" (p.14). Curiosamente il protagonista è un professore di storia di
Oxford. Come a dire che luomo per vincere contro la natura ha bisogno di
riappropriarsi della propria memoria, della sua identità.
La James dà prova del suo talento alternando capitoli narrati dal
protagonista in prima persona a capitoli dove la narrazione procede in terza persona. Con
i capitoli in prima persona fornisce un sacco di dettagli utili alla comprensione
dellimpianto narrativo (altrimenti altro che 300 pagine di romanzo avremmo avuto),
mentre con la narrazione impersonale riesce a mandare avanti la storia con un certo
interesse, anche se da metà in poi si fa un po' noiosa. Le frasi abbastanza lunghe
denotano che lintento è di vera e propria scrittrice che vuole narrare, anziché
sorprendere ed accattivare il lettore con frasi brevi e secche. A motivo certo del tema
narrato (ledizione inglese mette in copertina giustamente una carrozzina nera, si
intuisce vuota, in mezzo ad un prato), prevale nel romanzo una sensazione di pesantezza,
di malinconica tristezza.
Theodore Faron, docente di storia vittoriana ad Oxford, inizia a
scrivere un diario che è il resoconto delle sue amare riflessioni sulla sua vita e sulla
società che lo circonda. Racconta come è diventata lInghilterra, lEuropa ed
il mondo in seguito alla piaga della sterilità (che ha proprio laria di una delle
piaghe dEgitto perché è inspiegabile ed avviene improvvisamente). "Ci
assalì
stanchezza, depressione, malessere indefinito, tendenza a contrarre piccole
infezioni, cefalea persistente ed invalidante
non possiamo provare nulla se non il
presente
senza il conforto di una vita dopo la nostra morte (n.d.r. di una
discendenza), tutti i piaceri della mente e dei sensi mi paiono talvolta nulla più che
fragili e patetiche difese innalzate contro la rovina" (p.19-20). È una società che
per anestetizzare la morte ha tolto qualsiasi "bruttura": vita scandita da
precise regole, niente criminalità perché i malfattori vengono relegati su
unisola, offerta di tutti i tipi di piaceri possibili, bambole al posto dei bambini
veri per soddisfare listinto materno (oppure cuccioli di animali), eutanasia per i
vecchi non autosufficienti, sfruttamento dellimmigrazione regolata per avere badanti
ed infermieri, violenze inaudite delle bande teppiste di uomini e donne Omega che contano
sullimpunità per il fatto di essere Omega appunto, gli eletti.
Il romanzo si snoda in due sezioni: La Parte Prima: Omega
(Gennaio-Marzo 20021) e la Parte Seconda: Alfa (Ottobre 2021). Morte e Rinascita, Omega ed
Alfa, le lettere finali ed iniziali dellalfabeto greco. Theo è il cugino del
Governatore dellIsola, la sua è una vita appartata, scandita da una routine ferrea
ed esasperante, finché un pomeriggio incontra una donna. Essa è membro di un piccolo
gruppo di ribelli, cinque in tutto, che si firmano "I cinque pesci" (chiara
simbologia cristiana) e che si propongono di essere la coscienza critica della società.
Non possono fare la rivoluzione, lo sanno anche loro, ma anche un sasso lanciato nel
mare produce delle onde. A qualcosa il loro sforzo servirà, loro pensano. Fanno un
manifesto di cinque punti e lo diffondono come possono:
Non possiamo più chiudere gli occhi di fronte ai mali della nostra
società
Al Governatore dInghilterra chiediamo:
-Di concedere agli Ospiti Temporanei (n.d.r. badanti immigrate)pieni
diritti civili, compreso il diritto di vivere in abitazioni proprie, di portare con sé le
famiglie e rimanere in Gran Bretagna anche dopo la scadenza del contratto.
-Di fermare la deportazione alla colonia penale dellisola di Man
e garantire a coloro che già vi risiedono condizioni di vita decenti e pacifiche.
-Di abolire le analisi obbligatorie dello sperma, la visita
obbligatoria per le donne sane e di chiudere i pornoshop.
I CINQUE PESCI" (pag. 150).
La prima parte del romanzo finisce con Theo che si discosta
dalloperato dei ribelli: stranamente per la prima volta in vita sua si sente solo,
come se lappartenere a quel piccolo gruppo gli avesse dato una speranza e questa
speranza lavesse fatto sentire parte di qualcosa di più grande. Ma è troppo il
pericolo di appartenere ad un gruppo di ribelli. Così decide di partire per un lungo
viaggio in Europa, e per fuggire allamore che sente nascere nei confronti di Julien,
la donna che ha conosciuto. La seconda parte inizia con una richiesta daiuto: uno di
loro è stato catturato e vogliono fuggire con la macchina di Theo che gli sbirri ancora
non conoscono. Theo si lascia coinvolgere in quella che diventerà una vera e propria
fuga/caccia senza scampo; ma il gruppo si avventura in mezzo ai boschi della campagna
inglese anche per nascondere il miracolo dei miracoli: Julien è incinta.
Svolta dopo svolta, fuga dopo fuga, perdita dopo perdita (i cinque
cadranno uno dopo laltro fino a rimanere solo Julien e la creatura che porta in
grembo), Theo sperimenta vari stati danimo: dalla paura e dalliniziale
disprezzo per i suoi compagni, arriva a capirli e a mettere in discussione tutto le
certezze in cui aveva creduto fino ad allora. Altri scenari si affacciano alla sua mente:
toccante la scena in cui Theo vede che Julien assiste raccolta in preghiera alla messa
recitata da Luke, un prete senza più parrocchia reclutato nel gruppo. Theo sente le
parole della liturgia eucaristica e ne rimane folgorato: viene in mente la parabola del
lievito in mezzo alla farina; la luce di Cristo che non può essere messa sotto al moggio.
Tutto il romanzo è intriso di richiami e riferimenti ai simboli liturgici.
E così ci si avvia al duello finale tra Theo e suo cugino il
Governatore, quando si troveranno armati uno contro laltro di fronte al capanno dove
Julien ha da poco partorito un bimbo. Nella sparatoria allultimo sangue ha la meglio
Theo, e questi poco dopo si ritrova col compito di battezzare il bimbo: "Cera
pochissima acqua nella bottiglia, ma non ne sarebbe servita molta
il rito riemerse
dalla memoria della sua infanzia: bisognava far scorrere lacqua, pronunciare le
parole. Con il pollice bagnato dalle proprie lacrime e macchiato del sangue della madre
tracciò il segno della croce sulla fronte del bambino" (p.316).
Elisabetta Modena