FUTURE SHOCK

Pubblicazione di saggistica e narrativa di fantascienza

Anno XIX - ottobre 2007 - n.50 (nuova serie)

“Future Shock”, la rivista che ti aiuta a capire  i problemi del nostro tempo, che interpreta la fantascienza come un ponte gettato tra le due culture oggi in conflitto, che valorizza il futuro ma anche il passato, il nostro glorioso passato classico e cristiano. SOSTIENILA!
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Future Shock n.50

Editoriale

Narrativa

Elisabetta Modena, L´eterno ritorno dell´uguale

Luciano Nardelli, Naiade

Domenico Volpi, Non bisogna far piangere i calcolatori

L’eterno ritorno dell’uguale

                                                            di     Elisabetta Modena

(dis. di Davide Cattaneo)

L’aula era affollata di studenti che aspettavano l’inizio della lezione. Il professor Cimabusti era di nuovo in ritardo. Per fortuna "occhio di falco" – così l’avevano soprannominato ironicamente gli studenti per la sua scarsa capacità di azzeccare le previsioni degli eventi futuri – aveva avuto l’accortezza di spiegare, il primo giorno di lezione, che l’arte di leggere il futuro non era cosa da poco. Che servivano tempo e pazienza, dedizione incalcolabile, e che perciò era perfettamente normale che lui modena.jpg (34537 byte)arrivasse solo dopo i delicati preliminari all’applicazione di tale disciplina.

Il ritardo dipendeva da quanto tempo il professore impiegava ogni mattina a tradurre dalle varie lingue i dispacci: foglietti azzurrini recanti le informazioni sul futuro.

Vigeva il segreto più assoluto su come questi dispacci venissero prodotti: un’aura di mistero doveva separare la Lettura del Futuro da tutte le altre scienze. Si sapeva solo che i cervelli più dotati al mondo trascorrevano la vita in luoghi chiamati Circoli del Sapere, occupati in complicatissimi calcoli matematici per mezzo di raffinati macchinari, la cui descrizione era pura leggenda. A nessuno (eccetto gli autorizzati) era permesso di varcare la soglia di un Circolo. Pena il carcere duro. Il luogo dove nascevano le informazioni di massima importanza (o di massima segretezza) da centellinare al mondo avido di conoscere il proprio destino andava protetto nel migliore dei modi.

Quando i dispacci finivano sulla scrivania di Cimabusti, avevano già fatto un sacco di strada: dai Circoli venivano inviati alle Agenzie del Futuro (una dozzina sparse in tutto il pianeta e collegate fra loro). A questo punto le cose si complicavano: un trattamento privilegiato era riservato ai governi nazionali, che possedevano un contatto diretto con le Agenzie. Ma, soprattutto, le Agenzie scremavano le notizie da cui avrebbero pescato un po’ tutti: redazioni di giornali e di telenotiziari, scienziati a cui era stato permesso accedere alla Banca Dati (esisteva una Commissione governativa apposita che rilasciava password per collegarsi alle Agenzie del Futuro), e, naturalmente, i professori universitari.

Il compito di Cimabusti era di illustrare agli studenti le tecniche matematico-informatiche che stavano alla base della sua disciplina e che permettevano il calcolo degli avvenimenti futuri. Non per esteso, però. Si trattava più che altro di dispensare una sorta di infarinatura. Infatti l’università serviva da iniziale scrematura: solo le menti più brillanti, quei pochissimi ragazzi con "il dono della vista", avrebbero potuto proseguire negli studi; sarebbero stati spediti direttamente all’interno dei Circoli dove avrebbero imparato tutto direttamente dagli scienziati loro mentori.

La possibilità della Lettura del Futuro – così era stata denominata ufficialmente tale scienza – era stata dimostrata nel XXII secolo dall’ormai celeberrima coppia di dottori Hopeless-Wu, pluripremiati e detentori del premio Nobel per tre anni consecutivi. Le tre Leggi di previsione generale degli eventi futuri avevano valso loro i Nobel (uno ad ogni pubblicazione di ciascuna Legge), onorificenze di cui non tenevano nemmeno più il conto, un numero indefinito di riconoscimenti, lauree honoris causa, ed inviti per tutta una serie di conferenze che – contavano – avrebbero avuto temine solo cento anni dopo la loro dolorosissima dipartita.

Da quando il panorama scientifico del mondo era stato travolto da questa scoperta, la vita dell’uomo sulla Terra era radicalmente cambiata. Ad esempio, furono sconfitte le più grandi malattie. Si sapeva tutto su come erano nati la Terra, il Sistema Solare, l’Universo e su come sarebbero, ahimé, cessati. Per questo venne creata un’apposita commissione (con scienziati provenienti da tutti i continenti) il cui compito era di valutare in che modo far durare la vita sulla Terra il più a lungo possibile.

In tutta questa meraviglia del progresso umano c’era però un piccolissimo neo: le previsioni riguardavano eventi su larga scala. Questo perché era impossibile cogliere in anticipo avvenimenti futuri di piccole dimensioni; troppe erano le variabili in gioco.

* * *

Riguardo a Cimabusti, le malelingue osservavano che il professore non spiccava nella somma arte di leggere il futuro, e che la colpa degli insuccessi era più sua che degli eventi accidentali. Ma fintanto che il Ministero non avesse nominato un altro professore per quella cattedra, gli studenti (e le malelingue) avrebbero dovuto accontentarsi di lui; il quale – si dava il caso – era un ex-scienziato di un Circolo. Quindi non era proprio l’ultimo sprovveduto fra gli insegnanti.

Il problema della previsione esatta degli avvenimenti futuri non era di poco conto.

Se le tre Leggi si erano dimostrate pressoché infallibili per gli eventi naturali, il loro uso diventava impreciso se applicato alla sfera umana. Ad esempio, il tentativo di prevedere l’opera dei criminali e di riuscire a braccarli prima che compissero il misfatto si era rivelato un clamoroso insuccesso.

Così pure non si erano riusciti ad estirpare gli atti di terrorismo, le guerre; nemmeno le battaglie per combattere la fame nel mondo e la piaga della povertà avevano conseguito l’esito sperato. Anzi, cominciò a sembrar strano che, pur conoscendo il futuro, non si riuscisse a far procedere la barca dell’umanità verso un golfo di pace duratura.

Occorreva porre rimedio ad una simile aporia. Si tenne un consesso mondiale in cui fu deciso (alla quasi unanimità degli Stati presenti) di perseguire tutti quei comportamenti irrazionali i quali, scardinando le previsioni del futuro con la loro alta percentuale di imprevedibilità, impedivano il successo alla Lettura del futuro. Erano state condotte ricerche, ad esempio, sul fatto che chi professava una qualche forma di credenza era tra i maggiori "generatori" di comportamenti irrazionali, e quindi di male. Si stava anche studiando l’idea di mettere all’indice le tre religioni monoteistiche. Quella cristiana specialmente deteneva il record del "tasso di imprevedibilità": una dottrina dagli assurdi accenti sul perdono al nemico, sulla risurrezione dopo la morte, sulla beatitudine di comportamenti palesemente insensati, e altre sciocchezze simili.

In simili, drammatici frangenti a tutta la comunità umana parve chiaro che non c’era tempo da perdere. Bisognava procedere tempestivamente a levare di torno gli ultimi sciocchi devoti sparsi per il mondo. Perché quei pochi devoti andavano sbandierando ai quattro venti, quando qualche previsione faceva cilecca, che il destino dell’uomo era ancora nelle mani di Dio e non nel pozzo di scienza delle tre Leggi.

In più, a precipitare le cose, ci si era messo anche uno strano libruncolo (diffuso non si sa bene come), che aveva riscosso notevole successo nonostante nessuno fra scienziati e professori vi avesse scommesso un soldo: "Come le tre Leggi vedranno la fine di loro stesse". Era stato fatto divieto di stampare ancora copie di questo libriccino, che però veniva diffuso clandestinamente tra i soliti ultimi pii e devoti, che avevano in odio le tre Leggi.

Si era diffusa la notizia che il libretto in questione girasse anche tra le aule universitarie, e che i suoi estimatori fossero proprio i professori poco brillanti nell’arte della Lettura del Futuro.

* * *

Dunque, quella mattina il professor Cimabusti stava traducendo i dispacci. Chiuso nel suo stanzino che odorava di muffa – non apriva le finestre perché non ce n’erano – era tutto intento a rovistare una pila di vocabolari; passava freneticamente dai foglietti azzurri ai vocabolari e dai vocabolari ai foglietti azzurri.

Aveva quasi terminato il lavoro, quando all’ultimo momento il computer sputò fuori un altro dispaccio. Appena Cimabusti lo lesse capì che all’orizzonte si stavano addensando guai seri. Il dispaccio infatti informava che la Commissione parlamentare di Bruxelles avrebbe dato il via libera ad un’indagine riguardante gli insegnanti di Lettura del Futuro dell’Unione Europea per mettere a tacere le voci sulla inefficienza di alcuni.

Ora, non a caso tale scienza era ritenuta anche un’arte. Perché nemmeno i dispacci – a volte – contenevano tutte le informazioni del caso. Cimabusti dovette fare appello al suo esprit de finesse per intuire che erano già in atto vere e proprie ispezioni, e che i professori deposti dall’incarico sarebbero sicuramente finiti in prigione. Era previsto infatti il reato di "dispregio del bene comune", quando – fatti i dovuti accertamenti – si fosse dimostrato che dei professori di Lettura del Futuro inadempienti avevano ostacolato, col loro comportamento scorretto, il retto funzionamento della vita dei popoli. Ma Cimabusti temeva pure di peggio. Da un certo numero di dispacci nel corso degli ultimi sei mesi si era fatto l’idea, meglio, la previsione, che di lì a breve i singoli governi nazionali avrebbero approvato una piccola riforma del codice penale, inserendovi il reato di "sovversione dell’ordine pubblico attraverso la falsa preveggenza", molto più grave di quello del semplice "dispregio del bene comune". I governi speravano in tal modo di debellare la diffusione del libruncolo di cui si era detto prima e di bloccare i pericolosi tentativi di svelare gli insuccessi delle tre Leggi.

Pertanto quel giorno il prof. Cimabusti decise di mettere in pratica una cosa un po’ speciale.

Quando entrò finalmente in aula il chiacchiericcio degli studenti cessò all’istante.

Cimabusti era un uomo di mezza età, alto e brizzolato, dal volto intelligente. C’era una nota di bontà nel suo sguardo, che male si addiceva alla sua professione, perché era universalmente risaputo che più si conosceva il futuro, più si diventava sprezzanti, insensibili, cinici.

C’erano uno stuolo di esempi di scienziati famosi morti impazziti, dopo essere diventati freddi, aggressivi e senza speranza nell’avvenire. Perché era un peso insopportabile per l’intelligenza umana sapere che l’uomo sarebbe incorso sempre negli stessi sbagli: guerre per il potere, distruzioni, corruzione, predominio del più forte. A nulla serviva che qualcosa di buono, tuttavia, fosse stato compiuto grazie alle tre Leggi.

Gli studenti gli gettarono occhiate curiose quando lui si accinse a tracciare sul display luminoso una frase: "Fatti accidentali e applicazione delle tre Leggi sono indissolubilmente legati tra loro da un rapporto direttamente proporzionale. Tanti più fatti accidentali interverranno, tanto più sarà fallace la previsione".

"Cos’è questa frase?" domandò il professore.

"E’ il corollario alle tre Leggi" rispose uno studente in prima fila. Era il secchione della classe. Proseguì: "Erroneamente è soprannominato anche IV Legge".

"Bene" proseguì Cimabusti. "Adesso voglio accertarmi se siete pronti per passare dalla semplice storia della mia materia alla spiegazione concreta di come si applicano le tre Leggi. Infatti prima di sottoporvi alcuni dispacci e commentarli insieme per vedere come gli scienziati hanno delineato alcune previsioni del futuro, o addirittura prima di interpretare noi stessi il futuro mettendo insieme più dispacci, voglio porvi alcune domande".

Li guardò dall’alto della cattedra: erano confusi. Si aspettavano la solita pappardella-monologo di un’ora su come si era arrivati alla definizione della scienza della Lettura del futuro.

Cimabusti intravide anche una faccia conosciuta tra il pubblico dei suoi studenti; un suo vecchio compagno di studi. Evidentemente era lui quello assoldato dal Ministero. Non l’aveva più visto da vent’anni.

"Come si cominciò a pensare di riuscire a prevedere il futuro?" interrogò Cimabusti.

Una ragazza in seconda fila, sentendosi scrutata dal professore che guardava proprio nella sua direzione, si fece coraggio e aprì bocca:

"Il XXI ed il XXII sono stati i secoli che hanno conosciuto la magnifica esplosione delle civiltà cinese ed indiana. Le vecchie culture sono rimaste dei focolai sparsi qua e là sul pianeta. L’antica, gloriosa tradizione cristiana, ad esempio, è stata spazzata via dall’ Europa con il colpo di grazia che venne dalla Grande Migrazione Musulmana, sul finire del sec. XXI; ora sopravvive in un angolo della Croazia e in alcune nicchie dei paesi del Sud del mondo. Il Papa è a Gerusalemme, ospite del governo ebraico.

Lo stesso mondo islamico, comunque, ha visto diminuire notevolmente la sua presenza in Estremo Oriente dopo il Grande Trattato tra Cina ed America sulla "Spartizione Armonica delle reciproche sfere d’influenza".

La civiltà orientale ha portato un equilibrio diverso nel mondo delle scienze, perché sono stati sottratti miliardi agli investimenti sull’innovazione tecnologica e militare per dirottarli alla medicina e alla biologia.

La genetica ha fornito la chiave di volta per l’accesso al nuovo sapere. Quasi tutte le maggiori scoperte del XXI secolo hanno preso avvio da essa: la mappatura completa del DNA umano; la sconfitta delle gravi malattie originate dal malfunzionamento di alcune cellule (cancri, morbi, tumori…); il conseguimento del vaccino dell’A.I.D.S. .

Persino applicata allo studio dei fenomeni fisici naturali (la nuova "Fisica Genetica"), questa scienza ha dato esiti strabilianti: le sue leggi hanno messo in rilievo il comportamento molecolare che sta alla base di fenomeni complessi quali il cambiamento climatico, l’andamento delle maree e delle correnti oceaniche, la spiegazione degli istinti degli animali e così via.

La genetica ha finalmente tolto all’uomo quell’aura di sacralità con cui egli si distingueva dagli altri esseri viventi, e ha messo in evidenza come cellule animali, vegetali e umane si comportino tutte secondo le leggi del loro DNA.

La "psiche" stessa, per tantissimi secoli ritenuta alla stregua di un’entità soprannaturale, dipenderebbe da alcuni neuroni deputati al governo della mente. Nel neurone d, ad esempio, è stato dimostrato che risiede l’idea di Dio.

Il dott. Hopeless, ad un certo punto, è riuscito a scoprire il codice matematico – che ha chiamato Soul –, grazie al quale con complicatissimi algoritmi informatici si sono potute trascrivere le sequenze cellulari di qualsiasi vivente in sequenze matematiche, quindi numeriche, quindi riconducibili a schemi. A questo preziosissimo lavoro si è unito quello del dott. Wu che, in un antichissimo tempio buddista sepolto dieci metri sottoterra nel deserto del Gobi, ha ritrovato gli antichi libri misterici delle comunità religiose di Pitagora; in essi sarebbero svelati gli schemi numerici riconducibili agli eventi futuri.

In breve tempo tutte le leggi della genetica sono state codificate attraverso il codice Soul. Ciascuno di questi schemi, se applicato correttamente, produrrebbe sempre gli stessi risultati. Come per la matematica: due più due fa sempre quattro. Sono stati condotti esperimenti sulla ciclicità degli effetti di tali leggi, per mettere a tacere i più scettici.

Si è cominciato a discutere sulla possibilità reale di prevedere il futuro, visto che gli schemi ripetitivi sono pur sempre schemi, cioè sono riconducibili a numeri, quindi calcolabili in anticipo. Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, nell’approccio genetico alla realtà non c’è spazio per la novità: un fatto è "fresco" solo agli occhi della gente che non s’intende di queste cose, ma chi ha studiato sa benissimo che dalle leggi della genetica non si scappa: se si conosce bene il comportamento cellulare di un fenomeno, ci si può già aspettare che accada quanto è scritto nel suo DNA.

Si coniò lo slogan: "Dalla genetica al futuro". Certo, questo approccio fu tacciato di ridurre la realtà ad un mero meccanicismo assoluto, ma poco alla volta le critiche vennero messe a tacere, sotto una miriade di previsioni esatte. Si gridò al miracolo" spiegò la ragazza infervorandosi.

"Insomma, è come se analizzando l’oggi infinitamente piccolo della Terra potessimo vedere già quello che accadrà domani, e raddrizzare ciò che non andrà bene" aggiunse Cimabusti.

"Sì. Le previsioni possono avere un "grado di successo" del 60, 70%. Dipende da quanto i comportamenti delle popolazioni riescono sempre più a essere ricondotti a comportamenti standard, in modo da ridurre al minimo gli eventi accidentali. Per questo i governi di tutte le nazioni hanno da poco introdotto come legge dello stato il Codice di Adeguamento Universale. Ogni essere umano deve comportarsi secondo un certo schema comportamentale, in modo che gli scienziati riescano quindi ad applicare le tre Leggi con il minor rischio possibile di errore".

"Benissimo," commentò Cimabusti con un sospiro amaro. "Il problema non si pone nell’ambito naturale. Lì non c’è il libero arbitrio che può mandare a monte un lavoro di previsione durato settimane o mesi!!".

Gli studenti annuirono soddisfatti. Anche il vecchio compagno di scuola di Cimabusti annuì. Aveva una strana luce negli occhi, però.

"Ora, secondo voi, il mio modo di oggi di fare lezione rientra o no negli schemi comportamentali dello Stato Italiano, alla voce "insegnamento universitario"?" chiese il professore.

Gli studenti si guardarono confusi. A naso pensavano di no. Ma non avevano il coraggio di dirlo a voce alta.

Cimabusti insistette. "Allora, è giusto che vi abbia interrogati? Oppure ho applicato volontariamente la IV Legge e con ciò ho cercato di non far accadere qualcosa che io, soltanto io, sapevo poteva accadere?"

Gli studenti si scrutarono l’un l’altro ancora più confusi. Il secchione provò a balbettare: "Se in questo modo ha tentato di non far accadere qualche dispaccio secondo lei pericoloso…e questa mossa interferisse con il retto svolgimento della vita del popolo italiano… lei avrebbe commesso un reato…presumo."

"E se avessi avuto un dispaccio in cui si diceva che alle…"si guardò l’orologio "diciamo alle 11.00 di questa mattina sarebbe caduta una bomba sull’università e saremmo morti tutti, non farei bene a cercare di applicare la IV Legge per metterci tutti in salvo?" li incalzò.

"Ma non ha detto il primo giorno di insegnamento che i dispacci sono intoccabili, che si deve solo commentarli così come arrivano a lei?" domandò perplessa la ragazza che prima aveva sciorinato la lezione.

"Però ho il potere, questo sì, di leggere il futuro mettendo insieme più dispacci. Perché mi è stata insegnata l’arte e ho il "dono della vista". Fino a prova contraria…" e nel dire le ultime parole scoccò un’occhiata al suo vecchio compagno di studi. Lui non aveva avuto il "dono", per cui ad un certo punto aveva dovuto interrompere gli studi. Si ricordava ancora il giorno in cui il Preside del corso di Laurea aveva chiamato nel suo studio la classe, e aveva spiegato che soltanto due ragazzi su cento avrebbero proseguito negli studi. Quando il Preside fece i due nomi, Cimabusti si era sentito puntare addosso gli occhi invidiosi di tutti gli altri novantotto ragazzi; due anni di speranze, di sogni, di duro e faticoso studio si erano trasformati in quell’istante per loro in un’amara delusione. Il tempo di pronunciare due nomi, ed il futuro di novantotto ragazzi era stato segnato per sempre. Strana e crudele sorte, che nessuno di loro avesse previsto quali erano quelli "dotati" della "vista".

* * *

La lezione terminò dopo poco. Cimabusti diede agli studenti il compito di cercare nel manuale di Lettura del Futuro esempi di applicazione della IV Legge che avevano salvato l’umanità da pericolose catastrofi.

L’aula si svuotò nel giro di pochi minuti. Rimasero soltanto Cimabusti ed il suo vecchio compagno di studi.

"Ne hai fatta di strada, Pietro" disse provocatoriamente il compagno a Cimabusti. E intanto scese i gradoni dell’aula per avvicinarsi al professore che si ergeva in piedi sulla cattedra.

"Avere la "vista" è un "dono", soltanto un dono" si difese Cimabusti.

"E usare il dono per non fare accadere i dispacci, o meglio ancora, per passarli sotto silenzio…anche quello fa parte del "dono"?" lo incalzò con uno sguardo di pura cattiveria.

"Che ne sai dei dispacci che mi sono arrivati stamattina?".

"E’ da un pezzo che ti teniamo d’occhio… noi, i "Sorveglianti del Bene comune". Gli si piantò davanti. Le dita tamburellavano sulla cattedra.

"La polizia segreta, intendi dire? Perché non chiami le cose col loro vero nome?".

"E tu perché tieni nascosto ai tuoi studenti che il famosissimo scienziato Pietro Cimabusti, nientemeno che l’allievo prediletto di Wu, dopo aver furiosamente litigato con lui vent’anni fa, si è dileguato? Perso nel nulla? Sparito? Mi pare fosse un dispaccio tra quelli che ti sono arrivati sulla tua scrivania stamattina".

"Come fai a sapere certe cose? Ah, sì, dimenticavo…la polizia segreta…In certi momenti il "dono" viene esteso anche a chi non se lo merita". Cimabusti lo scrutò severo. "Il mio nome non compare in nessun manuale. Non sono tenuto a raccontare agli studenti i miei fatti personali".

"Già, i tuoi studenti…perché non hai fatto loro lezione come ogni insegnante dovrebbe fare? E’ un rischio interrogarli…poteva succedere di tutto…lo sai meglio di me che far partecipare gli studenti alla lezione aumenta l’instabilità delle previsioni, ma tu hai voluto correre il pericolo…hai fatto lezione a modo tuo…e come pensi che si sentiranno quando capiranno che l’hai fatto apposta, che hai tradito la loro fiducia omettendo chi sei stato un tempo? Che eri uno scienziato di un Circolo, anzi, che rimani tuttora uno scienziato, anche se loro ti credono un normalissimo insegnante universitario?".

"Adesso faccio l’insegnante e basta" troncò secco Cimabusti. "Non ho mantenuto nessun contatto con i miei precedenti colleghi di lavoro. Confido che, col tempo, qualcuno dei miei studenti capirà le mie ragioni" si difese.

"Come hai fatto a scomparire? Certo che sei un tipo curioso: prima fai perdere le tracce… per un bel po’ di anni non si sa nulla di te; poi torni e ti fai assegnare addirittura una cattedra… e così prestigiosa! Come hai fatto? Chi ti ha aiutato?"

"Quindici anni fa ebbi una crisi esistenziale" cominciò a raccontare il professore, per nulla spaventato dal piglio indagatore del vecchio compagno. "Volli ritirarmi in un posto tranquillo, lontano da tutti, in silenzio; studiare materie nuove… Passò del tempo: quando capii che dovevo e volevo tornare a fare il mio lavoro, la coscienza però mi vietava di svolgere vere e proprie previsioni del futuro. Così optai per l’insegnamento. Ho fatto domanda alle Università…a dire il vero fui alquanto stupito quando il Rettore mi offrì subito la cattedra; ho pensato che ci fossero state pressioni su di lui per indurlo a chiamarmi…sì, perché sapevate cosa mi era successo e volevate tenermi d’occhio. Adesso il momento è arrivato, vero? Avete deciso di dare un giro di vite ad alcune persone particolari?".

Il compagno sorrise. Prese a girare attorno alla scrivania, come stesse conducendo una specie di interrogatorio: "Perché avevi litigato con Wu vent’anni fa?". La voce si fece meno incalzante, lasciando spazio al desiderio di conoscere la verità. "A quell’epoca Wu era amico del Decano degli scienziati del Circolo Italiano del Sapere. Per questo venne parecchie volte in Italia, così aveste modo di conoscervi tu e Wu e di apprezzarvi; fino a quel diverbio violentissimo dove tu venisti cacciato via dal Circolo. Ti desti alla macchia per anni e anni… avevi paura di venire catturato e sbattuto in prigione, vero?"

"C’era già allora il reato di "dispregio del bene comune". Avere la "vista" e non voler usarla tuttora è punito con i lavori forzati a vita".

"Ma cosa ti era successo?" lo incalzò.

"Uno di quei piccolissimi fatti accidentali che, però, quando capitano al momento giusto, ti cambiano la vita. E il bello era che Wu me l’aveva predetto, ma io non gli avevo voluto credere".

"Spiegati meglio, Cimabusti. Sono io che ho il potere di lasciarti libero o arrestarti. Qui fuori c’è già una macchina pronta per scortarti in carcere".

"Davvero ti illudi di essere il padrone del destino di un uomo? Solo perché puoi incarcerarmi? Non mi sento nemmeno io padrone del destino degli altri, che pure "vedo" quello che potrebbe accadere loro! Sei un disgraziato…mi fai pena!".

"Cosa vedi nel mio futuro, Pietro?" gli domandò con la voglia di sapere.

"Solo lacrime. Lacrime che non ti potrai più asciugare. E non te lo dico perché ho "la vista". E’ il mio Spirito che mi spinge a dirti queste cose".

"Non tirare fuori la barzelletta dello Spirito. L’anima non esiste. E’ il neurone d…dai, lo sanno tutti, ormai, che l’idea di Dio risiede nel neurone d. E’ stato dimostrato anche scientificamente".

"Sono felicissimo che nel nostro cervello ci sia un neurone d, ciò non toglie che Dio esista veramente. Io ci credo".

"E’ per questo che avete litigato tu e Wu vent’anni fa? Per un neurone?...". Era diventato sarcastico e sprezzante.

La voce di Cimabusti tuonò, il braccio levato verso il cielo: "Neurone d o no, la vita prosegue dopo la morte, e sia io che te verremo giudicati…!". Ma al sentire quelle parole il suo compagno pieno di rabbia gli sferrò un violento colpo sulla nuca. Cimabusti stramazzò per terra, respirando a fatica.

Il compagno uscì in corridoio per chiamare rinforzi. Gli aiutanti del poliziotto sollevarono Cimabusti e lo trascinarono via.

Nel cortile dell’università l’auto della polizia partì rombando.

* * *

La notizia dell’arresto del professore italiano che si era svelato essere nientemeno che il prediletto del celeberrimo dott. Wu fece il giro di tutte le testate di giornali e televisioni.

Nel frattempo Cimabusti fu rinchiuso in una cella di massima sicurezza. Isolato, senza più libri, computer e dispacci. Solo come un reietto. Se necessario, poteva vedere il suo avvocato una volta al giorno. Non poteva comunicare con le persone, non poteva leggere il giornale o guardare la televisione. Era letteralmente sepolto vivo, in attesa del processo.

I guardiani sorvegliavano dallo spioncino della porta i movimenti del professore; osservavano stupiti come trascorreva le giornate: in parte scrivendo, in parte meditando ed in parte mettendosi in ginocchio e rimanendo fermo per un’ora e più. Capivano che stava pregando, non era la prima volta che vedevano un uomo in ginocchio; ma non era mai capitato loro di vedere un così illustre scienziato fare le cose ritenute dominio dei più inetti.

Intanto il fatto del professore credente divenne un caso di dominio mondiale.

Il processo fu trasmesso in mondovisione e durò una settimana. Il giudice decise di accorciare i tempi, sia per l’enorme aspettativa che aleggiava nel palazzo del tribunale, sia perché era prossimo il Natale e aveva prenotato con la famiglia la prima vacanza della sua vita alle Hawaii.

La sera prima del verdetto finale il suo vecchio compagno di studi venne a fargli visita.

Cimabusti ne fu sorpreso.

"Domani saprai se ti libereranno o ti trasferiranno per il resto della tua vita in una prigione dura, dove mangerai male, vedrai pochissime persone, non avrai nulla di tuo e sarai costretto ai lavori forzati" aprì bocca il vecchio compagno.

"Grazie per avermelo ricordato".

Cimabusti era sereno. Ciò irritava tantissimo il vecchio compagno di scuola che non capiva il motivo di tale tranquillità d’animo. Anzi, gli pareva di aver interrotto il professore nel bel mezzo di qualcosa d’importante, che gli stava procurando gioia.

"Cos’è che hai nelle mani?" chiese il poliziotto.

"In questa mano ho una briciola di pane, e nell’altra una goccia di vino. Sai cosa significano?"

Il vecchio compagno di studi lo guardò stralunato, poi cominciò a capire. Tra le innumerevoli notizie che avevano trasmesso avevano riferito anche che, forse, il professor Cimabusti potesse essere diventato cristiano. Anzi, che si era fatto prete. Che pazzia, aveva pensato!

Invece ora, davanti a quella briciola di pane e a quella goccia di vino cominciava a vedere quello che non aveva mai visto, e che prima aveva tanto desiderato vedere.

"Mia nonna era cristiana, ma mio nonno quando lo scoprì la cacciò di casa" esordì il poliziotto. "Sai, lui era un funzionario del Ministero a Bruxelles, come lo sono diventato io poi, e non poteva sopportare che tutti al lavoro lo prendessero in giro perché in casa aveva una ritardata mentale. Mio padre, che era suo figlio, imparò dal nonno a disprezzarla, anche più di lui. Quindi io crebbi con due persone che la odiavano. Quando l’andai a trovare perché si ammalò, mi colpì tantissimo che non serbava rancore per loro. Anzi, mi chiese come stavano, mi disse che pregava per loro e che voleva loro bene. Quando morì mi regalò la sua Bibbia".

"E tu cosa ne hai fatto della sua Bibbia?"

"L’ho data a mio padre. Penso che l’abbia bruciata".

Cimabusti si rattristò. Il suo sguardo si spense. La voce si fece appena percettibile: "Signore che ti sei lasciato inchiodare…come questa briciola e questa goccia si dissolveranno dentro il mio corpo…"mormorò. "Ma mi daranno la vera vita!".

Il compagno lo sentì pronunciare delle formule antiche e vide Cimabusti mangiare la briciola e succhiare la goccia di vino.

Restò esterrefatto, in silenzio, a contemplare quella scena. Vi trovò una bellezza sconosciuta, mai vista prima.

Si era ricordato di sua nonna, della vita che lei aveva condotto. Del perdono che lei aveva offerto a suo marito e suo figlio.

"Cosa credi che succederà domani?" domandò a Cimabusti.

"Quello che deve succedere" rispose. Poi alzò il capo e lo guardò dritto negli occhi: "Accetteresti che ti benedica? Vorrei farti questo dono".

"Sei un prete?"

"Sì, lo sono".

Il compagno stette in silenzio. Un duello all’ultimo sangue era in corso dentro di lui. Alla fine uscì dalla cella senza rispondere, senza salutare.

Il giorno dopo Cimabusti venne condannato. Fu trasferito immediatamente in un carcere in un luogo sperduto e desolato, che sembrava abbandonato da Dio e dagli uomini.

Dopo di lui altri scienziati vennero condannati e relegati nello stesso carcere, ai lavori forzati. Non si sapeva nulla su questi posti, se non che si chiamano "campi di lavoro". Circolavano strane voci che ce ne fossero più di uno e che gli scienziati "ribelli" stessero lavorando alla costruzione di uno strano ordigno.

Cimabusti si ammalò gravemente dopo qualche tempo. Aveva fatto amicizia con una guardia che gli forniva, quando poteva, un po’ di cibo in più, qualche indumento pesante, e gli metteva da parte il pane ed il vino per celebrare la messa tutti i giorni.

Nessuno degli altri detenuti tradì mai Cimabusti, anzi, sempre di più si univano a lui nella preghiera e nelle celebrazioni.

Un giorno, uno degli ultimi che gli restava da vivere, la guardia amica gli consegnò un pacco arrivato di nascosto per il professore. Era incartato in maniera grezza e legato con dello spago. Sembrava aver viaggiato tanto.

Cimabusti l’aprì e sorrise. Era una Bibbia. Con una dedica sulla prima pagina: "Mi hai benedetto per sempre…non lo dimenticherò mai".

2007 © by Elisabetta Modena

 

ELISABETTA MODENA è nata ad Isola della Scala (provincia di Verona). Si è laureata a Verona a pieni voti in Filosofia (1998) con una tesi su Jean Guitton, traducendo appositamente dal francese il capolavoro del filosofo mai tradotto in italiano: L’existence temporelle del 1949. Dopo aver insegnato per quattro anni storia e filosofia presso il seminario "Casa di Nazareth", guidato da don Igino Silvestrelli, fondatore dei "Servi di Nazareth", ha scelto di dedicarsi a tempo Modena1.jpg (24618 byte)pieno alla famiglia ed ai suoi tre figli. Nel frattempo inizia a collaborare come redattrice alla fanzine di fantascienza cristiana "Future Shock", e saltuariamente con la rivista "Milizia dell´Immacolata" delle Missionarie dell´Immacolata Padre Kolbe e con la webzine "In purissimo azzurro" (rivista di Letteratura & dintorni) di Maria Di Lorenzo; gestisce la rubrica "Leggere la nuova narrativa cristiana" sul portale cattolico ARTCUREL (Arte-Cultura-Religione); tiene aperti vari blog: "Il marchio di Caino" dove pubblica il suo romanzo di fantascienza on-line, e il suo blog principale: "Il blog della casalinga cristiana" (entrambi su piattaforma splinder); è co-fondatrice con l’amico scrittore fantasy Fabrizio Valenza del sito letterario BIBLog.it, dove scrive recensioni letterarie ed articoli culturali. Si segnala in alcuni concorsi letterari per racconti. Pubblicazioni: Racconti d’amore (Lulu Press, 2008), La punta di diamante (Lulu Press, 2007), Carlino, la Palla Magica e l’Albero di Natale (Lulu Press, 2007), Il marchio di Caino (Lulu Press, 2009). Con "Future Shock", ha pubblicato il saggio Scienza e fede in "Un cantico per Leibowitz" di W. M. Miller Jr (n.51) e il racconto L'eterno ritorno dell'uguale (n.50).