Il barone di Verulamio e la Casa di Salomone di Antonio Scacco Tra la fine del '500 e i primi decenni del '600, l'Europa è percorsa da un'ondata di rinnovamento scientifico-culturale. Il tradizionale metodo gnoseologico di scuola aristotelica, fondato sul sillogismo e sulla deduzione, è ritenuto del tutto inidoneo ad assicurare all'uomo il pieno dominio della natura. Questo può farlo solo un nuovo metodo operativo e pratico, il metodo induttivo, basato sulla sperimentazione empirica e sulla raccolta di osservazioni particolari e sistematiche. Il filosofo che si fece banditore di queste idee o - come, con un termine latino, amò autodenominarsi - buccinator, fu l'inglese Francis Bacon (italianizzato in Francesco Bacone), nominato da Giacomo I Stuart Lord cancelliere e barone di Verulamio. Egli trasfuse tutto il suo entusiasmo per le invenzioni e le conquiste tecnologiche, che, nel futuro, grazie al nuovo sapere e alla nuova scienza che ne scaturiva, l'uomo sarebbe riuscito a realizzare, nel racconto u topico incompiuto e
pubblicato postumo: La nuova Atlantide.
In esso, Bacone immagina che un gruppo di naufraghi trovi rifugio in un'isola sconosciuta, Bensalem, dove uno degli scienziati, appartenente all'istituzione della Casa di Salomone, illustra le mirabilia tecnico-scientifiche realizzate dai Neoatlantidi: «Possiamo ottenere la moltiplicazione della potenza della luce, la proiezione di questa a grande distanza e possiamo renderla a tal punto viva da poter distinguere punti e linee piccolissimi. [ ] Abbiamo metodi, che voi ancora non conoscete, per produrre da corpi diversi una originaria sorgente di luce; e strumenti per vedere oggetti lontani nel cielo e nei luoghi più remoti, e per fare apparire lontane cose vicine e viceversa, costruendo distanze fittizie. Possediamo anche aiuti per la vista assai migliori delle vostre lenti; abbiamo lenti e strumenti con cui vediamo chiaramente e distintamente i corpi più minuti, come le forme e i colori degli insetti più piccoli o vermi, la grana e le venature nelle gemme, la composizione dellurina e del sangue, non visibili in altro modo». Ma a distanza di quasi quattro secoli, che cosa è effettivamente accaduto? Veramente l'uomo è riuscito ad imbrigliare le forze della natura, a dominarle e a guidarle verso la realizzazione di un mondo perfetto? La risposta non può che essere, ahimè, negativa, come scrive Benedetto XVI nella sua ultima enciclica Spe salvi: «In questo senso il tempo moderno ha sviluppato la speranza dell'instaurazione di un mondo perfetto che, grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica scientificamente fondata, sembrava esser diventata realizzabile. Così la speranza biblica del regno di Dio è stata rimpiazzata dalla speranza del regno dell'uomo, dalla speranza di un mondo migliore che sarebbe il vero "regno di Dio". Questa sembrava finalmente la speranza grande e realistica, di cui l'uomo ha bisogno. [ ] Ma nel corso del tempo apparve chiaro che questa speranza fugge sempre più lontano»1. A conferma delle parole del Papa e senza tema di essere accusati di allarmismo, possiamo stendere un lungo elenco dei disastri che hanno gettato una pesante ombra sulle "magnifiche sorti e progressive dell'umana gente"2: gli eccidi della rivoluzione francese, le persecuzioni e gli stermini dei regimi comunisti e nazisti, le due guerre mondiali, le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, i disastri ambientali, i milioni di feti abortiti, gli attentati dei terroristi islamici, la disoccupazione tecnologica, il mancato rispetto dei diritti umani in tante parti del mondo. Se poi poniamo mente al fatto che tutti questi problemi sono ricollegabili, direttamente o indirettamente, al progresso scientifico e tecnologico tanto auspicato da Bacone, possiamo ben dire che la storia dell'umanità contemporanea è simile a quella dell'apprendista stregone della ballata, il quale, in assenza del maestro, scopre i segreti della sua potenza e li prova. Ma poi l'esperimento sfugge al suo controllo e farebbe una misera fine, se a salvarlo non arrivasse in tempo il maestro3. Purtroppo, non c'è, nel nostro caso, un deus ex machina che rimetta tutto a posto. Peraltro, nessuno vorrebbe ritornare al tempo delle caverne, delle piramidi, del Partenone o del Colosseo. Che fare? Come risolvere la grave crisi che attanaglia non solo l'Occidente, ma il mondo intero? In particolare, si parva licet componere magnis, come far uscire la fantascienza dalla fase di decadenza che sta attraversando? Come è stato possibile che i suoi scrittori, ben pagati nell'Età dell'Oro, ora conducano una vita stentata e siano pressoché dimenticati negli Stati Uniti?4 Secondo noi, la causa è a ricercarsi nella crisi della scienza, di cui la fantascienza, come abbiamo altrove sostenuto5, è figlia e di cui riflette, come uno specchio, i fasti e i nefasti. Seguitissima, nella prima metà del secolo scorso, allorché la scienza era in auge, la fantascienza s'incammina sulla strada del declino, quando, con l'esplosione, nel 1945, della prima bomba atomica su Hiroshima, la gente comincia a diffidare della scienza. Gli scrittori non possono non tenerne conto e sfornano narrativa, in cui il futuro è rappresentato in chiave negativa. Ma i lettori la trovano deprimente e abbandonano la fantascienza per rivolgersi al fantasy. Prova di questo cambiamento di gusto è l'assegnazione, nel 2001, del Premio Hugo, tradizionalmente riservato alle opere di fantascienza, al romanzo di J.K.Rowling, Harry Potter e il calice di fuoco. Per risalire la china, bisogna, dunque, partire dalla scienza e riconoscere, anzitutto, che essa, da sola, non basta ad umanizzare l'uomo e tanto meno a dargli quella speranza grande e vera a cui egli aspira: «La scienza può contribuire molto all'umanizzazione del mondo e dell'umanità. Essa però può anche distruggere l'uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa»6. Una scienza così intesa creerà attorno a sé un clima di fiducia e di ottimismo, che si rifletterà, per i motivi di cui sopra, positivamente sulla fantascienza, spingendola ad attuare la sua vera natura, che non è di tendere alla trasgressione, alla dissacrazione e al nichilismo, ma «di ricucire lo strappo fra le due culture, quella umanistica e quella scientifica, di tendere cioè più a costruire che a demolire, più ad umanizzare che a svilire, più ad integrare che a dividere»7.
N O T E 1 Benedetto XVI, Spe salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007, pp.58-59.2 Giacomo Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto, in Canti, Rizzoli Editore, Milano 1953, p.136.3 Cfr. Marc Oraison, L'apprendista stregone. L'altra faccia del progresso, Cittadella Editrice, Assisi 1977, pp.24-25.4 Cfr. Valerio Evangelisti, La corporazione fantascientifica, Prefazione a Daniele Barbieri-Riccardo Mancini, Di futuri ce n'è tanti, Avverbi Edizione, Roma 2006, p.7.5 Si veda il nostro saggio Fantascienza e fantasy a confronto, in Antonio Scacco, Fantascienza umanistica, Editrice Tipografica, Bari 2002, pp.144-155.6 Benedetto XVI, op. cit., p.51.7 Antonio Scacco, La tecnologia da sola non basta!, "Future Shock" n.12, marzo 1994, p.4. |