DAVID BRIN, L'uomo del giorno
dopo (The Postman, 1985), Editrice Nord, Milano 1987, pp.328.
"Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a
cenere in direzione delloceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai
livido cederanno un po di tepore e qualche b
arlume di
vita. Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha
ancora valore: un carrello del supermercato con quel po di cibo che riescono a
rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui
difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni
costo. E poi il bene più prezioso: se stessi e il loro reciproco amore".
Fantascienza? No: si tratta della trascrizione della quarta di
copertina de La strada di Cormac McCarthy, romanzo con cui lautore ha vinto
il Premio Pulitzer 2007, e che è stato recensito con grandi elogi per la drammaticità e
la viva umanità della vicenda narrata. Eppure cè qualcosa in comune con
lopera di cui vogliamo parlare: e chi abbia letto il romanzo di David Brin,
scienziato e scrittore di fantascienza, già vincitore dei Premi Hugo e Nebula con Le
maree di Kithrup (1983), non potrà non accorgersene.
Anche qui siamo di fronte a una delle sempre più numerose
"cronache del dopobomba": già pubblicato dall'Editrice Nord con il titolo Il
simbolo della rinascita, L'uomo del giorno dopo (che ha vinto il Premio Locus e
il Premio John W. Campbell, arrivando in finale a Hugo e Nebula), rivela tutto il sapore
sinistro dello sfondo su cui si svolge la vicenda, se ritraduciamo in inglese: The Day
after: il giorno dopo lapocalisse. Appunto, un conflitto nucleare, gli USA
ridotti a livello preindustriale con piccole comunità di sopravvissuti al lungo inverno
atomico che tentano di ricostruire una forma accettabile di convivenza e di civiltà. I
cattivi di turno: gli Holnisti, sorta di setta militar-feudale che aspira a sottomettere
con la violenza quanto più può del rinascente mondo. E dentro tutto questo "Il
Postino" (titolo originale dellopera), Gordon Krantz, un vagabondo cantastorie
che, per aver indossato una vecchia divisa recuperata al cadavere di un postino, diventa
un simbolo di speranza nel ritorno del "vecchio mondo", degli Stati Uniti
ricostituiti.
Preso nel suo stesso gioco, e armato solo di alcune autentiche lettere
trovate nella bisaccia del postino morto, Gordon si fa passare come un ispettore postale,
e pian piano ricostruisce una struttura di comunicazione e di attesa, una sorta di
"Pony Express" del futuro. Le sue peregrinazioni lo portano ad incontrare strane
comunità (coagulate attorno a simboli di speranza, ad esempio un gigantesco calcolatore)
e a scontrarsi anche con gli Holnisti in una resistenza disperata. Un "costruttore di
popoli" dunque? In un certo senso sì: Gordon ha chiari i criteri della rinascita:
anzitutto occorre una propria responsabilità:
Non sarebbe tornato a Sciotown, dove aveva lasciato i sacchi della
posta; ormai tutto questo apparteneva al passato. Cominciò a sbottonare la giubba della
divisa con lintenzione di lasciarla cadere in qualche fossato lungo la strada...
insieme a tutte le menzogne che aveva contribuito a creare.
Spontaneamente, una frase gli echeggiò nella mente.
Ed ora, chi si addosserà la responsabilità...?
Cosa? Scosse il capo per schiarirsi la mente, ma le parole non se ne
vollero andare.
Ed ora, chi si addosserà la responsabilità di questi sciocchi
bambini? (p.173)
In secondo luogo sono necessari una autorità da seguire, un legame
comunitario sempre più ampio, un compito (ricostruire il Sistema Postale in un mondo di
comunicazioni ormai interrotte). I limiti della sua azione stanno nel fatto che è
un'illusione a tenere in piedi la speranza (gli USA ricostituiti non esistono, non c'è
nessun Sistema Postale in atto), e che la speranza si aggrega attorno alle istituzioni,
come in un Medio Evo desideroso di insegne imperiali cui rendere omaggio per la propria
sicurezza. Il romanzo è stato successivamente (1997) trasposto in film da Kevin Costner,
che però ha vistosamente modificato la storia impantanandosi in lungaggini e
sentimentalismi. Di questi ultimi non è scevra neppure l'opera originaria, che possiede
tuttavia un orizzonte ideale molto più significativo.
Enrico Leonardi