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Editoriale
Ha senso una fantascienza
antiscientifica e antitecnologica?
di Antonio Scacco
La scienza in tutte le sue ramificazioni: astronomia, fisica,
geografia, ecc., non ha mai mancato di interessare, nel corso dei secoli, poeti e
scrittori, che da essa hanno preso lo spunto per comporre opere didascaliche e
protrettiche. Chi non ricorda il De rerum natura di Lucrezio, dove i "foedera
naturae" (la scienza epicurea) e la "callida Musa" (la poesia) sono
indissolubilmente legati? E, prima del poema lucreziano, i Fenomeni di Arato, opera
imitatissima nell'antichità, che ebbe l'onore di commenti scientifici da parte di famosi
astronomi del passato?
Questo rapporto tra scienza e letteratura diventa ancora più stretto con la fantascienza
o science fiction. Come sottolineava Michel Butor, ciò che
distingue la fantascienza dagli altri generi del fantastico è "il tipo speciale di
plausibilità che le è proprio. Questa plausibilità è direttamente proporzionale agli
elementi scientifici solidi che l'autore introduce. Se essi mancano, la fantascienza
diventa una forma morta e retorica"1. Sulla stessa linea ed anche più
circostanziato è il parere di uno scrittore autorevole come Isaac Asimov: "A uno
scrittore di fantascienza non basta conoscere bene la propria lingua: deve conoscere anche
la scienza. [
] Non occorre essere scienziati o avere una laurea in scienze. Ma se
gli studi che avete seguito sono stati carenti in materie scientifiche, allora è
indispensabile che vi mettiate a studiare per conto vostro"2.
Tuttavia, se la scienza è indispensabile alla fantascienza, anche la fantascienza è
indispensabile alla scienza. A riprova, basta citare le diverse invenzioni (l'elicottero
di Igor Sikorsky, il sottomarino di Simon Lake) e imprese scientifiche (gli ardimentosi
voli sull'Antartide dell'ammiraglio Byrd e le esplorazioni sotterranee dello speleologo
Norman Casteret), ispirate o stimolate, per ammissione degli stessi protagonisti, dalla
lettura di romanzi di science fiction.
Ai fini del nostro discorso, sottolineiamo il fatto che questo rapporto di interazione non
si limita ai soli aspetti letterari e tecnologici, ma coinvolge anche la sfera umana e
personale, come ci testimonia Arthur C. Clarke in nota al cap.XV del suo romanzo 3001:
Odissea finale (3001: The Final Odissey, 1997): "Al ritorno dalla Luna mi hanno
mandato [gli astronauti dell'Apollo 15] la splendida mappa in rilievo della zona
d'atterraggio del modulo lunare Falcon, che ora occupa il posto d'onore nel mio
studio. Mostra le strade percorse dal veicolo lunare durante le sue tre escursioni, una
delle quali sfiorava un cratere illuminato dalla Terra. La mappa porta l'iscrizione
"Ad Arthur Clarke dall'equipaggio di Apollo 15 con molti ringraziamenti per le
sue visioni dello spazio. Dave Scott, Al Worden, Jim Irwin". In cambio, adesso ho
dedicato Earthlight [
] "a Dave Scott e Jim Irwin, i primi uomini a
penetrare in questa terra, e ad Al Worden che vegliò su di loro dall'orbita"".
Date le premesse, la conclusione ci sembra ovvia: non ha senso una fantascienza
antiscientifica e antitecnologica. Ma, allora, come si spiega l'esistenza di romanzi
avveniristici, ispirati, chi più chi meno, ad un'ideologia di tipo luddista?
Ci riferiamo ad opere come La macchina si ferma (The Machine Stops, 1909) di Edward
M. Forster, in cui si descrive un'umanità relegata nel sottosuolo e i cui bisogni sono
soddisfatti dalla "Macchina". Quando questa si ferma, gli uomini muoiono,
perché ormai hanno perso ogni capacità di iniziativa. Secondo alcuni studiosi, questo
spirito antiscientifico è presente anche nell'artefice dell'Età dell'Oro della
fantascienza, John W. Campbell, precisamente nei racconti delle "città alla fine del
tempo", dove sterminate "metropoli immote e gelide, irte di macchinari
incomprensibili e privi di scopo dopo la scomparsa dei loro creatori, sono ad un tempo la
tomba dell'uomo ed il monumento funebre ad un tecnologismo privo di spirito, ad una
scienza dissanguata che non ha saputo vedere altra realtà al di fuori di se stessa"3.
Per cercare di fare chiarezza sull'intricata questione e consentire alla fantascienza di
uscire dall'impasse scienza amica/nemica dell'uomo, dobbiamo tenere presenti i due
luoghi comuni che solitamente condizionano il nostro giudizio sulla scienza: o panacea o
fonte di tutti i mali. Fortunatamente, oltre alle due correnti di pensiero: una che
inneggia alle "magnifiche sorti e progressive" e l'altra che innalza il vessillo
del "vade retro tecnologico", ne esiste una terza: quella della scienza quale
fattore di umanizzazione, messa in luce dallo scienziato atomico e filosofo Enrico Cantore
S.J. nel suo saggio L'uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza.
Siamo convinti che, nell'ottica dell'umanesimo scientifico, ogni contraddizione possa
essere risolta e che la science fiction possa trovare la nuova linfa di cui,
nell'attuale momento di crisi, ha un vitale bisogno.
N O T E
1 MICHEL BUTOR, Repertorio. Studi e conferenze
1948-1959, Il Saggiatore, Milano 1961, p.204. Il corsivo è nostro.
2 ISAAC ASIMOV, Consigli, in Guida alla
fantascienza, "Urania Blu", Mondadori, Milano 1984, p. 23.
3 G.DE TURRIS-S.FUSCO, La polemica antiscientifica nella letteratura
avveniristica, in C.D.SIMAK, La macchina dei sogni (Worlds without End, 1964),
Fanucci Roma 1977, p.14. |
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